Se ogni istante della nostra esistenza possiamo affermare che la vita è un miracolo, è anche grazie a quella straordinaria conquista medico-scientifica che corrisponde al nome di fecondazione in vitro (IVF). Era il 25 luglio 1978 quando venne al mondo Louise Joy Brown, la prima “bambina in provetta” della storia, un'anima che vide la luce grazie a un decennio di straordinarie ricerche di chirurghi, scienziati ed embriologi. La narrazione di questa conquista, che ancora oggi continua ad abbracciare, illuminare e a far sognare una sempre più sostanziosa percentuale di coppie alle prese con problemi di infertilità, trova oggi una nuova voce nel film britannico Joy, che esplora l'intuizione fondamentale di Jean Purdy, l'infermiera ed embriologa britannica la cui opera pionieristica fu a lungo celata dietro le quinte di una storia dominata dagli uomini.

Il Sogno Nascosto nel 1968: La Nascita della Medicina Riproduttiva Moderna
Il viaggio che ha portato alla fecondazione in vitro inizia nel 1968, un anno simbolico di rivolta e di lotta. Jean Purdy, allora ventitreenne e già qualificata infermiera, fece domanda per un posto come assistente di ricerca con Robert (Bob) Edwards al Cambridge University Physiological Laboratory. Edwards aveva avviato una collaborazione con il ginecologo Patrick Steptoe per introdurre la laparoscopia nel Regno Unito, un precursore della chirurgia mininvasiva. L'intenzione era di usare la laparoscopia per raccogliere gli ovuli dalle ovaie, fecondarli in vitro e posizionare gli embrioni nell'utero, superando il problema delle tube di Falloppio bloccate, una delle principali cause di infertilità.
Tuttavia, dal momento che all'epoca si sapeva poco dell'embriologia umana o di come mantenere gli embrioni, le ricerche del trio provocarono un'indignazione morale generale. Entrambi gli uomini avevano un lavoro giornaliero a tempo pieno - Edwards era un accademico all'Università di Cambridge mentre Steptoe era un consulente del Servizio Sanitario Nazionale a Oldham - per cui venne concesso loro di utilizzare un piccolo laboratorio al Kershaw's Cottage Hospital per portare avanti le proprie ricerche nel tempo libero, costretti inoltre ad autofinanziare l'attrezzatura. A gestire il laboratorio era proprio Jean Purdy: era lei a preparare i terreni di coltura, registrare i dati e rassicurare e supportare le pazienti. In più di dieci anni, centinaia di donne offrirono volontariamente i propri ovuli, inizialmente per la ricerca e in seguito, con il progredire della scienza, nella speranza di ricevere un trattamento per l'infertilità.
La Svolta Scientifica: Dalla Blastocisti alla Prima Nascita
In quegli anni di ricerca, l'infermiera - che già dal 1970 co-firmò articoli accademici, in tutto 26 fino al 1985, inclusi su riviste come Nature e The Lancet - divenne così indispensabile che il lavoro si fermò per diversi mesi quando lei dovette prendersi cura della madre malata. Fu lei a osservare la moltiplicazione delle cellule embrionali che il 25 luglio 1978 avrebbero portato alla nascita di Louise Brown. Non fu la sua unica scoperta: fu sempre Jean a riconoscere e descrivere prima di tutti la formazione della blastocisti umana precoce, una fase fondamentale per la tecnologia delle cellule staminali embrionali.
Nonostante il successo, il National Health Service (NHS) si rifiutò di sostenere le ricerche, portando il team a cercare di finanziare una clinica privata vicino a Cambridge, la Bourn Hall, che divenne la prima clinica per la fecondazione in vitro al mondo. Nel 1980, la Purdy aiutò a lanciare i servizi per la procreazione medicalmente assistita come Direttore tecnico, trasformando quella che era un'impresa sperimentale in un solido trattamento medico. Jean non poté mai avere figli propri a causa di una grave forma di endometriosi, ma dedicò la sua vita a farne nascere oltre 500, operando costantemente con una dedizione che superava il dolore personale e le pressioni sociali.
Fecondazione in vitro e riproduzione assistita - Ginefiv Clinica
Esclusioni e Riconoscimenti Postumi: La Lotta contro il Pregiudizio
Non è difficile rintracciare, nell'esclusione dell'infermiera dalla targa celebrativa apposta all'ospedale di Kershaw's Cottage, una scelta figlia di una mentalità maschilista. Edwards non demorse e protestò in diverse lettere, scrivendo all'amministrazione ospedaliera: «Ho molto a cuore l'inclusione dei nomi delle persone che hanno contribuito alla nascita di Louise Brown. Ho molto a cuore soprattutto Jean Purdy, che ha lavorato a Oldham con me per 10 anni, e ha contribuito tanto quanto ho fatto io al progetto».
Purtroppo, la storia fu segnata dalla malattia di Jean, colpita da un melanoma maligno. Nonostante fosse provata, la donna continuò a lavorare, facendosi assegnare una stanza alla Bourn Hall per seguire i pazienti fino al giorno della sua morte, il 16 marzo 1985, a soli 39 anni. Fu sepolta nel cimitero di Grantchester, accanto alla madre. Solo nel 2018 il suo indispensabile contributo è stato finalmente riconosciuto con una cerimonia commemorativa e una nuova lapide. Louise Brown in persona portò dei fiori su quel monumento, un gesto di ringraziamento non solo da parte sua, ma da parte di tutti coloro che hanno potuto ricorrere alla fecondazione assistita.
Il Percorso dell'Italia: Dai Pionieri alla Legge 40
A pochi anni dalla nascita di Louise Brown, anche l'Italia entrò in questa nuova, entusiasmante fase. Trentanove anni fa, la Repubblica annunciava la nascita della prima bambina concepita in provetta per merito di un'équipe interamente italiana, guidata dal professore Ettore Cittadini a Palermo. Il metodo prevedeva il prelievo della cellula uovo dall'addome tramite laparoscopio, la fecondazione su piastra Petri e il successivo impianto nell'utero. A voler essere precisi, il “miracolo” era già avvenuto a Napoli l’anno precedente, con la nascita di Alessandra Abbisogno, concepita grazie alla fecondazione in vitro sotto l'egida di Vincenzo Abate.

Nonostante una legislazione piuttosto restrittiva, come la Legge 19 febbraio 2004, n. 40, i dati dei Certificati di assistenza al parto (Cedap) rilevano che negli ultimi anni la quota dei nati in Italia concepiti grazie alla PMA si attesta attorno al 3%, rispetto all'1,2% del 2004. Nel tempo, le tecniche si sono diversificate ed evolute. Un punto di svolta fondamentale è stata la sentenza della Corte costituzionale del 2009, che ha fatto cadere l'obbligo di creare un massimo di tre embrioni da impiantare contemporaneamente, riducendo così la frequenza di parti plurigemellari e i rischi associati.
La Biologia versus la Società: L'Illusione dell'Eterna Fertilità
Nelle società moderne, ci siamo abituati a pensare che l’avere figli dipenda essenzialmente da una scelta individuale e culturale, dimenticando che la biologia gioca un ruolo ancora molto importante. Si stima che nell’arco della vita una donna su sei riscontri un problema di infertilità. Fattori individuali come l'obesità, l'assunzione di alcol o droghe, e patologie come l'endometriosi contribuiscono ad accrescere il rischio. Tuttavia, il miglioramento delle condizioni di vita ha ridotto l’età al menarca, anticipando la fine del periodo fertile, mentre l'età media per il primo figlio è salita da 25 anni nel 1970 a 31,6 nel 2021.
Oggi, la proporzione di nati da madri over 40 in Italia è tra le più alte in Europa, sfiorando il 9%. La PMA talvolta concede un tempo supplementare, ma non può fare miracoli: le probabilità di successo diminuiscono linearmente con l'età. La consapevolezza dei limiti biologici nella riproduzione umana dovrebbe essere promossa con campagne informative più decise, per evitare che la PMA si trasformi in una pericolosa illusione di eterna fertilità. La tecnologia deve essere accompagnata da cambiamenti sociali che permettano di riallineare i tempi biologici con quelli professionali, sostenendo le giovani generazioni.
Il Dibattito Etico: Una Scienza al Servizio della Vita
La vittoria del Premio Nobel da parte di Robert Edwards nel 2010 - giunta dopo decenni di attesa e purtroppo postuma per Jean Purdy e Patrick Steptoe - ha scatenato accese polemiche. Esponenti della Santa Sede e dell'Accademia per la Vita hanno espresso preoccupazione per il mercato degli ovociti e per la sorte degli embrioni congelati, ponendo interrogativi sulla dignità della procreazione umana. D'altro canto, figure della medicina italiana hanno visto nel riconoscimento a Edwards una vittoria contro i pregiudizi etici e morali.

Il dibattito si sposta oggi anche su concetti come la Restorative Reproductive Medicine, spesso chiamata erroneamente “fertilità naturale”, e sull'uso delle tecniche per evitare la trasmissione di malattie genetiche. Come sottolineato da Alessandra Abbisogno, la prima bambina nata in Italia tramite questa metodica, la procreazione assistita è una grande opportunità, a patto che non se ne abusi e che non venga utilizzata per soddisfare i propri calcoli personali a discapito dell'integrità del processo naturale. La scienza, dunque, deve restare sempre al servizio della vita, mantenendo il rispetto per l'essere umano in ogni sua fase, dalla blastocisti ai primi passi, proprio come il pioniere Robert Edwards e la sua infaticabile collaboratrice Jean Purdy avevano immaginato, cercando di dare una speranza alle coppie che, nella disperazione, non vedevano altra strada per accogliere un bambino nelle proprie vite.
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