Il dibattito sull'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia è tornato al centro della scena politica, in particolare in relazione alle posizioni e alle azioni della destra italiana. Negli ultimi anni, si è assistito a un crescente confronto sul tema dell'aborto, con la legge n. 194 del 1978 come punto focale. Sebbene a parole nessuno dei partiti principali voglia modificarla o abrogarla, il modo in cui viene applicata è oggetto di continue tensioni e interventi. La presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha dichiarato nei giorni del suo insediamento a fine ottobre 2022: «Non toccheremo la 194». Il suo governo non l’ha fatto, ma nelle regioni in cui Fratelli d’Italia governa, a cui si aggiungono quelle della Lega, le limitazioni alla legge del 1978 vanno avanti da anni.
La Legge 194: Uno Strumento di Libertà e un Compromesso Politico
La legge n. 194, approvata il 22 maggio 1978, è composta da 22 articoli e rappresenta un pilastro normativo per l'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza in Italia. Nel 1981, un referendum abrogativo promosso dal Movimento per la vita tentò di eliminarla, ma quasi il 70 per cento dei votanti si dichiarò a favore dell’aborto e quindi la legge non fu modificata, confermando la sua validità.
Attualmente, la legge 194 permette di interrompere volontariamente una gravidanza entro i primi 90 giorni dal concepimento per motivi di «salute, economici, sociali o familiari». Oggi l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) può essere effettuata con metodo chirurgico negli ospedali e nelle strutture sanitarie abilitate, oppure con metodo farmacologico, disponibile anche nei consultori e praticabile fino a nove settimane dopo il concepimento.
Negli ultimi quarant’anni, il numero di aborti effettuati in Italia è calato di oltre il 70 per cento, passando dai 234 mila interventi del 1983 ai circa 66 mila del 2020, anche grazie al miglioramento dell’accesso alla contraccezione. Nel 2020, in particolare, l’aborto farmacologico è stato eseguito nel 35,1 per cento dei casi di IVG, con grandi differenze tra le Regioni: dall’1,9 per cento del Molise a oltre il 50 per cento in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Basilicata. Se per l'epoca la 194 fu una legge rivoluzionaria, è stata anche un compromesso politico al ribasso, motivo per cui c’è chi pensa di riformarla.

L'Obiezione di Coscienza: Un Ostacolo Concreto all'Accesso
Uno degli elementi più discussi della legge 194 è la possibilità, concessa dall’articolo 9, per i ginecologi di ricorrere all’obiezione di coscienza e di rifiutarsi di effettuare un aborto, per esempio per motivi etici o religiosi. Sebbene il diritto all’aborto dovrebbe essere sempre garantito, l’alto tasso di obiettori crea di fatto una stortura e complica per molte donne l’effettiva possibilità di accedere alla procedura.
Secondo i dati del Ministero della Salute relativi al 2021, il 63,4% dei ginecologi, il 40,5% degli anestesisti e il 32,8% del personale non medico è obiettore. Questa situazione è particolarmente critica in alcune strutture: grazie a un’indagine condotta da Chiara Lalli e Sonia Montegiove dal titolo «Mai dati», sappiamo che esistono 31 strutture in cui l’obiezione è totale, in contraddizione con la legge 194. A queste se ne aggiungono 50 in cui l’obiezione supera il 90% e 80 con un tasso superiore all’80%. La legge stabilisce che le strutture sanitarie debbano comunque «assicurare» la possibilità di abortire, ma questo non sempre accade: due anni fa, l’IVG era praticata nel 63,8 per cento delle strutture autorizzate, anche in questo caso con differenze rilevanti nelle diverse regioni, dal 100 per cento della Valle d’Aosta al 28,6 per cento di Bolzano. Questo elevato numero di obiettori è possibile anche grazie alla stessa legge 194, un testo che, sebbene storico, è stato anche un compromesso.
Le Strategie della Destra: Dalle Regioni al Parlamento
Nonostante i proclami di non voler toccare la Legge 194, le giunte regionali e i rappresentanti politici di destra hanno adottato strategie che di fatto limitano l’accesso all’IVG e rafforzano un approccio "pro-vita", o come alcuni preferiscono chiamarlo, "no-choice".
Iniziative Regionali e Finanziamenti "Pro-Vita"
Ai disagi creati dal numero alto di obiettori di coscienza si aggiungono le iniziative delle giunte regionali di destra. Prima furono le «mozioni per la vita», quelle che sancivano i comuni che le sottoscrivevano come città in prima linea per «la prevenzione dell’aborto e il sostegno della maternità». Successivamente, ci furono gli scandali legati ai cimiteri dei feti, con i nomi delle donne che avevano abortito esposti sulle lapidi dei feti, com’è successo a Roma.
Negli anni, le giunte si sono ingegnate ancora di più creando legami con le cosiddette associazioni pro-life, meglio chiamate no-choice, visto che impediscono alle donne di attuare una libera scelta di autodeterminazione, oltre che sanitaria. Ad aprire la strada è stato il Piemonte che con l’arrivo di Alberto Cirio, di Forza Italia, alla presidenza della regione ha creato un bando apposito per dare fondi pubblici agli antiabortisti, diventato attivo nel 2022: «un fondo per la vita nascente» di 400mila euro, poi portato a un milione, che consiste in piccoli aiuti alle donne che rinunciano all’aborto.
Al Piemonte è seguita l’Umbria con lo stesso fondo, «contro l’inverno demografico» l’ha definito la giunta Tesei. Questi soldi pubblici sono destinati ad associazioni che nei propri statuti considerano l’aborto un’infanticidio, definiscono «clandestino» e «fai da te» l’aborto farmacologico e additano le donne perché usano l’interruzione di gravidanza come strumento per il controllo delle nascite.
In Umbria, nell’estate 2020, aveva fatto discutere la decisione della presidente della Regione Donatella Tesei (Lega) di revocare la possibilità di effettuare l’aborto farmacologico in regime di day hospital, cioè senza necessità di ricovero ospedaliero. Teoricamente, le linee guida dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) vigenti in quel momento, risalenti al 2010, richiedevano che le donne restassero in ospedale per almeno tre giorni, ma lasciavano alle regioni la possibilità di organizzarsi diversamente. Tuttavia, ad agosto 2020, il Ministero della Salute ha aggiornato le direttive, stabilendo che l’aborto farmacologico deve sempre essere possibile anche in regime di day hospital.
Un esempio simile è quello delle Marche, regione amministrata da settembre 2020 da Francesco Acquaroli, eletto con Fratelli d’Italia. A inizio 2021, la giunta Acquaroli ha eliminato la possibilità di effettuare l’aborto farmacologico nei consultori, costringendo quindi le donne interessate a fare riferimento agli ospedali di Urbino, San Benedetto del Tronto o Senigallia. Al tempo avevano fatto particolarmente discutere le affermazioni di Carlo Ciccioli, capogruppo regionale di Fratelli d’Italia, che in una riunione del consiglio regionale del gennaio 2021 aveva definito la difesa del diritto all’aborto come «una battaglia di retroguardia, senza dubbio», citando anche il pericolo di una presunta «sostituzione etnica» come motivazione per incentivare le donne italiane a fare figli e risolvere il problema della natalità. Le Marche sono state indicate dagli oppositori politici di Meloni come l’esempio di quello che succederà in tutta Italia dopo un’eventuale vittoria di Fratelli d’Italia.

Proposte di Legge Nazionali e il Riconoscimento del Concepito
Non sono mancate poi le iniziative di governo e proposte legislative che mirano a rafforzare la tutela del concepito, indirettamente influenzando l'applicazione della legge 194. Nei comuni e nelle regioni della destra sono stati i movimenti in difesa della vita a raccogliere le firme necessarie per portare una proposta di iniziativa popolare in Parlamento per introdurre l’obbligo di ascolto del battito del cuore del feto prima di praticare un aborto.
Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha proposto, come capita da diverse legislazioni, il riconoscimento giuridico del feto: in aperto contrasto con il principio di base dell’aborto che consente l’interruzione di gravidanza fino al terzo mese. Più recentemente, un nuovo attacco della destra italiana al diritto all’aborto è arrivato con la presentazione di un disegno di legge antiabortista da parte del senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia. La proposta vorrebbe riconoscere la soggettività giuridica agli embrioni dal momento del concepimento. Anche se non la tocca direttamente, questa proposta di legge di fatto va in contrasto con le disposizioni della legge sull'aborto numero 194 del 1978, che sancisce il diritto all’interruzione di gravidanza per tutte le donne entro il terzo mese.
A tre mesi dall'insediamento del governo Meloni, diverse iniziative antiabortiste sono state presentate dai membri della maggioranza. La prima iniziativa è stata a firma di Maurizio Gasparri di Forza Italia, per chiedere il riconoscimento delle capacità giuridiche del concepito. La seconda è stata presentata dal capogruppo della Lega, Massimiliano Romeo, per riconoscere il concepito come componente del nucleo familiare. E la terza dalla senatrice di Fratelli d’Italia, Isabella Rauti, che ha chiesto l’istituzione di una giornata per la “tutela della vita nascente”.
Nell’ultimo tentativo di cancellare il diritto all’aborto, sul modello dell’Ungheria di Viktor Orbán, Menia ha parlato di “disciplina dell’intervento manipolatore dell’uomo nell’ambito della genetica”. Il suo scopo, quello di “dichiarare che ogni uomo ha la capacità giuridica in quanto uomo, cioè che la soggettività giuridica ha origine dal concepimento, non dalla nascita”. Tralasciando il vocabolario da inizio Novecento del senatore, che utilizza il termine “uomo” come sinonimo di essere umano, il testo di legge non attacca direttamente, ma mina i principi della legge 194 del 1978 della Repubblica Italiana, che ha disciplinato le modalità di accesso all’aborto.
Il Ruolo Ambivalente dei Consultori Familiari
La legge 194 attribuisce un ruolo centrale ai consultori familiari, strutture istituite da una legge del 1975 in cui operano varie figure professionali, tra cui i ginecologi, le ostetriche, gli psicologi e gli assistenti sociali, per assistere le donne, i bambini e gli adolescenti nella sfera della salute fisica e mentale. I consultori offrono servizi di sostegno psicologico, educazione affettiva e sessuale, e si occupano anche di contraccezione e IVG che, come abbiamo visto, dovrebbe essere resa disponibile con metodo farmacologico.
Secondo una legge del 1996, sul territorio nazionale dovrebbe essere presente un consultorio ogni 20 mila abitanti, ma la realtà è diversa: secondo un’indagine dell’Istituto superiore di sanità relativa al periodo 2018-2019, i consultori attivi sono in media uno ogni 35 mila abitanti. La legge 194, tra le altre cose, prevede che i consultori assistano (art. 2) le donne in gravidanza informandole sui loro diritti e cercando di risolvere i problemi che potrebbero portarle a decidere di abortire. Il 18 settembre, per esempio, la presidente di Fratelli d’Italia ha spiegato che un suo potenziale governo non vorrebbe «modificare» la legge, ma «applicarla, quindi aggiungere un diritto», fornendo un’alternativa valida alle donne che non vedono altre possibilità oltre all’aborto.
I consultori familiari sono gli spazi in cui poter accedere, in maniera gratuita e diretta, alle informazioni e ai servizi che riguardano tutta la sfera della salute sessuale e riproduttiva: dalla maternità alla contraccezione. Rappresentano un punto di riferimento per chi decide di abortire, soprattutto per il rilascio del certificato medico necessario ad accedere a questo servizio. I dati più recenti del Ministero della Salute ci dicono che negli anni, i consultori familiari hanno raddoppiato la frequenza di rilascio della documentazione per l’IVG con un incremento costante, passando dal 24,2% del 1983 al 42,8% del 2021. Inoltre, i consultori sono anche i luoghi in cui poter accedere all’aborto farmacologico in regime ambulatoriale, servizio che secondo le indicazioni ministeriali dovrebbe essere accessibile in tutte le regioni ma che, attualmente, è presente solo in Toscana, Emilia-Romagna e Lazio.
I consultori nascono come i luoghi della scelta e dell’autodeterminazione sul proprio corpo, o almeno dovrebbero essere tali. Nascono come spazi autogestiti e vengono poi istituzionalizzati con la Legge 405 del 1975 come spazi femministi della cura, dove la salute e la malattia sono prese in carico da diverse figure professionali. La Legge 405 parla di famiglia ma anche di coppie e di singoli e, a differenza della Legge 194 (che arriva tre anni dopo), recepisce sia le istanze e le pratiche del movimento femminista sia le posizioni più progressiste in tema di salute sessuale e riproduttiva e di diritto all’autodeterminazione sul proprio corpo. La Legge 194, che non presenta l’aborto come una libera scelta ma come extrema ratio, apre di fatto alla possibilità di far diventare il consultorio il luogo dove mettere in discussione la scelta, far cambiare idea alle donne, proprio in virtù dell’articolo 2. La 194 è il risultato di un compromesso, al ribasso, soprattutto per una parte del movimento femminista di allora (e di oggi).

L'Emendamento al PNRR e l'Ingresso dei Gruppi Anti-Scelta
Il diritto garantito dalla legge 194 del 1978 in Italia ha subito un’ulteriore stretta - o almeno così è stata percepita - con l’emendamento al disegno di legge per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che dà legittimità a livello nazionale all’ingresso delle associazioni antiabortiste nei consultori, dove la maggior parte delle persone si reca per ottenere il certificato necessario per abortire. L’emendamento di Fratelli d’Italia stabilisce che le regioni possono «avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità».
In realtà, non cambia molto da com’era prima: in alcune parti d’Italia le associazioni antiabortiste sono già presenti nei consultori, grazie al finanziamento delle regioni; i pro-life hanno la facoltà di dissuadere le donne che intendono abortire durante i colloqui. Questo emendamento ha comunque un valore politico: perché legittima, su carta, una pratica portata avanti finora a livello locale.
Questo emendamento, firmato dal deputato Lorenzo Malagola di Fratelli d’Italia e intitolato “Norme in materia di servizi consultoriali”, è stato approvato con un voto di fiducia al Senato (95 sì, 68 no e un astenuto) e ha suscitato molte polemiche. La votazione alla Camera (con 93 voti favorevoli, 117 contrari e 18 astenuti) che ha respinto un ordine del giorno del PD che chiedeva di non minare l'applicazione della 194, ha mostrato una divisione interna alla compagine leghista e blindato l’emendamento.
Il dibattito è diventato sempre più acceso, anche a livello europeo. È intervenuta in maniera molto critica la ministra spagnola per l’Uguaglianza Ana Redondo: "Consentire pressioni organizzate contro le donne che vogliono interrompere una gravidanza significa minare un diritto riconosciuto dalla legge. È la strategia dell'estrema destra: minacciare per togliere diritti, per frenare la parità tra donne e uomini". Non si è fatta attendere la risposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: "Varie volte ho ascoltato ministri stranieri che parlano di questioni interne italiane senza conoscerne i fatti. Normalmente quando si è ignoranti su un tema si deve avere almeno la buona creanza di non dare lezioni". Ha aggiunto: "Suggerisco ai rappresentanti di altri Paesi di basare le proprie opinioni sulla lettura dei testi e non sulla propaganda della sinistra italiana, che si dichiara paladina della legge 194 ma non ne conosce il contenuto o fa finta di non conoscerlo, dal momento che contesta un emendamento che non fa altro che riprodurre alla lettera un articolo della legge sull'aborto in vigore da 46 anni". Da Bruxelles, sempre il 18 aprile, Giorgia Meloni ha poi fatto sapere: "Sull'aborto c'è un'altra fake news. L'emendamento al dl PNRR ricalca il testo della legge 194, la legge 194 lo prevede. Io credo che chi vuole modificare la 194 stia a sinistra, quando chiediamo l'attuazione della 194 ci si straccia le vesti, io non la voglio modificare. Se la vogliono cambiare ce lo dicano e si assumano la responsabilità. Io penso che dobbiamo garantire una scelta libera, che vuol dire garantire tutte le informazioni e le opportunità del caso."
L’emendamento appare come una strategia chiara per agevolare la presenza e le attività di gruppi e di associazioni di stampo anti-scelta ma, contemporaneamente, è in linea con quanto già sostiene la Legge 194 del 1978. Dati questi presupposti, viene spontaneo interrogarsi sul perché dell’emendamento che di fatto sembra non aggiungere niente di nuovo allo scenario relativo alle possibilità o, per meglio dire, alle difficoltà per accedere all’interruzione della gravidanza. La prima domanda riguarda una questione di ordine economico: serve per finanziare i gruppi di sostegno e dunque in qualche modo destinare dei fondi ai servizi sul territorio? Non è questo il caso, almeno in apparenza, perché tutto si verifica “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.
Se analizziamo l’art. 2 della legge e l’emendamento del governo appare chiaro il cambio del soggetto preposto alla scelta delle associazioni di volontariato con cui collaborare: si passa dal consultorio alla Regione. Lo spiega bene la dottoressa Anna Pompili: “Secondo la legge 194 il soggetto che può avvalersi della collaborazione di associazioni di volontariato al fine di sostenere le maternità difficili è il consultorio, e ad esso e alle figure professionali (queste sì altamente qualificate) che ne compongono l’equipe multidisciplinare spetta la valutazione e la scelta di eventuali collaborazioni. Nell’emendamento del governo, invece, il soggetto cambia, ed è la Regione a decidere di tale eventuale coinvolgimento. Viene quindi da chiedersi: quali saranno questi criteri e in base a quali elementi si deciderà sulla “qualificata” esperienza nel sostegno alla maternità dei soggetti del Terzo settore? L’emendamento potrà favorire questi soggetti nella possibilità di accedere a risorse economiche secondo canali più diretti e più agevoli da un punto di vista amministrativo?”
Inoltre, è interessante notare che l’articolo 2 specifica che queste associazioni dovrebbero occuparsi di “aiutare la maternità difficile, dopo la nascita” non prima, non nel momento precedente o contemporaneo alla scelta su cosa fare con il prodotto della propria gestazione. Alcuni casi regionali, per esempio, hanno già fatto discutere per gli ingenti aiuti economici stanziati a sostegno delle attività dei gruppi anti-scelta la Lombardia, il Piemonte e più recentemente le Marche. Cosa potrebbe comportare un accesso capillare e facilitato delle associazioni anti-scelta all’interno dei consultori? Forse la risposta sta proprio nel ruolo, ancora centrale, dei consultori all’interno dei percorsi di accesso all’aborto e nella natura stessa di questi servizi territoriali. Con l’applicazione dell’emendamento, uno degli scenari che possiamo immaginare vede le associazioni anti-scelta sempre più attive (e anche indisturbate) nell’opera della dissuasione: offrire alle donne che vogliono abortire, o che si recano in consultorio per qualsiasi altro servizio, la possibilità di riflettere. L’emendamento non interviene tanto sul piano giuridico o su quello economico, ma su quello ideologico.
L'importanza dei consultori - Agorà 22/04/2024
Il Contesto Europeo e Internazionale: Un Braccio di Ferro sui Diritti
Mentre la Francia, in vista delle elezioni, inserisce l’interruzione di gravidanza nella Costituzione perché nessun diritto può essere dato per scontato, la maggioranza di governo, in Italia, è apertamente antiabortista, ben allineata con l’Europa più reazionaria. Qui, il corpo delle donne è oggetto di propaganda, è campo di battaglia per gli equilibri politici. Come altrove, guardando più a Est: in Ungheria non vige il divieto di abortire, ma le donne sono costrette a osservare i segni vitali del feto prima di procedere con l’interruzione di gravidanza. La Polonia ha soltanto di recente approvato quattro proposte di legge che puntano a rimuovere il bando pressoché totale all’aborto in vigore dal 2020. Nel giugno del 2022, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribaltato la storica sentenza Roe v. Wade, che garantiva l’accesso all’aborto, aprendo la strada agli stati per vietare completamente l’aborto.
Il Parlamento Europeo l’11 aprile 2024 ha approvato, con 336 voti a favore, 163 contrari e 39 astensioni, una risoluzione sull’inclusione del diritto di aborto nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Il testo chiede che l'articolo 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE sia modificato al fine di sostenere che "ogni persona ha diritto all'autonomia corporea, all'accesso libero, informato e universale ai diritti sessuali e riproduttivi e a tutti i servizi sanitari connessi, senza discriminazioni, compreso l'accesso all'aborto sicuro e legale". Inoltre, si esortano gli Stati membri a depenalizzare completamente l'aborto, seguendo le linee guida dell’OMS del 2022, e a rimuovere e combattere gli ostacoli a questa pratica. È proprio in questa direzione che alcuni dei paesi membri sono stati “ripresi”. La Polonia e Malta, per esempio, sono invitati ad abrogare le loro leggi e le altre misure che vietano e limitano l’accesso all’aborto. Si condanna il fatto che, in alcuni Stati membri, come l’Italia, l'aborto è negato dai medici, e in alcuni casi da intere istituzioni mediche, sulla base di una clausola di "coscienza". Inoltre, si esprime una reale preoccupazione per l'aumento significativo dei finanziamenti ai gruppi anti-scelta in tutto il mondo, anche nell'UE. Gli eurodeputati chiedono alla Commissione di garantire che le organizzazioni che operano contro l'uguaglianza di genere e i diritti delle donne, compresi i diritti riproduttivi, non ricevano finanziamenti dall'UE.
Gli esiti delle votazioni europee possono anche essere analizzati come uno specchio delle situazioni dei diritti sessuali e riproduttivi nei singoli paesi. I deputati italiani sono tra quelli che meno hanno votato (48 su 76) e la maggioranza dei votanti si è espressa in maniera negativa. Insieme all’Italia si sono espressi in maggioranza negativamente anche Polonia, Ungheria, Slovacchia, Lituania e Malta (nessun voto a favore). Gli esiti delle votazioni ci parlano anche della situazione del diritto all’aborto in Europa e in Italia.

La Retorica della "Tutela della Vita" e le Sue Implicazioni Ideologiche
Il confronto e il dibattito politico si polarizzano su due posizioni. Per la maggioranza si tratta di attuare a pieno la Legge 194, nessuna intenzione di limitarne l’applicazione né, tanto meno, di intervenire nella direzione di abrogarla. Si tratta, piuttosto, di favorire a pieno le misure per la prevenzione dell’interruzione di gravidanza e per l’assistenza alla maternità, in maniera coerente con il programma governativo di Fratelli d’Italia. Per l’opposizione si tratta dell’ennesimo attacco ai diritti sessuali riproduttivi e in particolar modo al diritto di scegliere sul proprio corpo, senza condizionamenti o manipolazioni. Entrambe le parti condividono la stessa posizione: la 194 non si tocca. La Legge, infatti, non riconoscendo mai il diritto della donna all’autodeterminazione permette un ampio spazio di manovra e di limitazione rispetto alle possibilità reali di accesso all’interruzione volontaria della gravidanza. Incontra, quindi, le prerogative ideologiche e governative della maggioranza. La retorica del “non è il momento giusto per modificare la Legge”, o quella ancora più forte del “la 194 non si tocca”, mostra sempre di più i suoi limiti.
La dinamica delle relazioni tra le forze governative rimane sempre la stessa: da una parte andare all’attacco, dall’altra stare sulla difensiva. I conservatori attaccano l’aborto senza mettere in discussione la legge. I progressisti difendono la legge senza mettere in discussione le difficoltà di accesso al diritto all'autodeterminazione. Applicando questo schema, la sinistra e le forze politiche oggi all’opposizione sono state sempre un passo indietro rispetto al reale riconoscimento dei diritti sessuali e riproduttivi, tra cui rientra per l’appunto l’aborto.
Il pensiero della destra sulla “tutela della vita” si estende anche ad altri ambiti normativi. È il caso della bozza di legge sul fine vita, in discussione nelle commissioni Affari sociali e Giustizia del Senato, che si apre con la formula «La vita è un diritto da tutelare «dal concepimento alla morte naturale»». Una frase che non compare nella Costituzione né nella legge 194 sull’aborto, ma che in questa proposta diventa principio cardine. Come spiega Angelo Schillaci, professore associato di Diritto pubblico comparato alla Sapienza: «La formula “dal concepimento alla morte naturale” mina il quadro di principio su cui si fonda la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Se resta nel testo, rischia di costituire un precedente per future interpretazioni restrittive della 194». Il testo sul fine vita mostra un impianto fortemente sbilanciato, che punta prima di tutto a limitare la portata dell’autodeterminazione attraverso filtri etici, clinici e burocratici molto stringenti, tra cui un Comitato etico nominato dal governo e cure palliative obbligatorie.
Questa visione è coerente con il manifesto dei valori redatto da Pro Vita & Famiglia onlus in occasione delle prossime elezioni europee e presentato in conferenza stampa al Senato insieme al capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan nel giorno dell’anniversario della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge 194 sull’aborto. I sei punti chiave includono: difesa della vita umana e contrasto all’introduzione dell’aborto come «valore comune» nella Carta dei diritti fondamentali della Ue; sostegno alla famiglia e alla «vita nascente»; contrasto all’utero in affitto e difesa del diritto dei bambini «a una mamma e un papà»; opposizione all’ideologia gender «e all’agenda Lgbtqia+, in particolare nelle scuole»; «difesa dei risparmi delle famiglie dalle politiche ’green’ fondate su un ambientalismo radicale anti-natalista»; contrasto alla «iper sessualizzazione e alla iper digitalizzazione dei minori» e stretta sull’uso di smartphone e social.
Nonostante la premier Giorgia Meloni non abbia firmato, il capogruppo Lucio Malan ha ribadito che i «principi di questo Manifesto sono del tutto compatibili con l’impegno dei Fratelli d’Italia di non toccare la Legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, che comprende però la considerazione del concepito degno di tutela». Ha aggiunto: «Tale legge, quindi, prevede la possibilità dell’interruzione di gravidanza, ma prevede anche la possibilità di sostegno alle donne che sono in difficoltà, che possono considerare di interrompere la gravidanza in modo che, se lo desiderano, possano portarla a termine perché ci deve essere il diritto di scelta, non deve esserci soltanto l’aborto. La scelta può anche essere portare a termine la gravidanza».
In questo contesto, il corpo delle donne è oggetto di propaganda e campo di battaglia per gli equilibri politici. Come ricorda bell hooks nel suo libro Il femminismo è per tuttx: «concedere alle donne il diritto civile di avere il controllo sul proprio corpo è un principio femminista fondamentale. Se una singola donna debba abortire è puramente una questione di scelta. Non è antifemminista da parte nostra scegliere di non abortire. Ma è un principio femminista che le donne dovrebbero avere il diritto di scegliere». È pacifico che le destre nel mondo stiano mettendo in atto, negli ultimi anni, un controllo violento e autoritario del corpo delle donne, assillando il dibattito pubblico proprio sul pericolo di lasciare alle donne la capacità di decidere. L’aborto è uno dei pochi diritti che per i conservatori ha bisogno di una motivazione valida per essere esercitato. Non si può solo abortire: bisogna abortire e soffrire, abortire ed essere consce di “quello che si sta facendo”, abortire e poi pensarci per tutta la vita, abortire e riflettere. Persino il momento di riflessione non può essere gestito in autonomia, e in privato, dalla donna; è necessario affiancare dei sostegni “per la vita” che l’aiutino a capire il suo desiderio di maternità.
La fissazione verso l’aborto, in realtà, è un retaggio culturale maschilista antichissimo. Mona Chollet, autrice del saggio Streghe. Storie di donne indomabili dai roghi medievali a #MeToo, nel capitolo intitolato “Il desiderio di essere sterili” spiega che in Europa il potere politico ha cominciato a essere ossessionato dall’aborto già a partire dall’epoca della caccia alle streghe. Quello che spaventa una parte della società e della classe politica, prima ancora della possibilità di interrompere una gravidanza, è che le donne desiderino la sterilità. Combattere per limitare il diritto all’aborto, o vietarlo del tutto, è necessario per difendere la maternità come istituzione; Adrienne Rich, poetessa statunitense, ha descritto l’esperienza della maternità come qualcosa che «ha tenuto la donna in un ghetto, umiliando il potenziale femminile». L’ossessione della destra per l’aborto - e tutto quello che riguarda la giustizia riproduttiva - nasce dall’idea ben radicata che la donna dev’essere anche, e per forza, madre. Scrive Chollet: «Quando non si mette in dubbio la buona fede delle donne che hanno scelto di non avere figli, si attribuiscono loro delle maternità sostitutive: le professoresse sono madri dei loro alunni, i libri sono figli delle scrittrici e così via». In qualche modo, le donne devono avere a che fare con la maternità, e quando si sottraggono vengono meno alla loro identità.
Negli editoriali di risposta all’articolo di Simonetta Sciandivasci, “Non ti ho fatto nascere eppure sono in pace“, che racconta la sua esperienza di aborto, si insiste soprattutto sul fatto che l’interruzione di gravidanza sia - anzi, debba essere - dolorosa, un’esperienza da non prendere con leggerezza, come una “storiella all’ora dell’aperitivo”. Ma così raccontato, l’aborto diventa un fatto di pubblica morale, come quando lo stupro era un delitto contro la morale e non contro la persona. Se una scelta offende la morale, i confini per proibirla si fanno più sfumati, potenzialmente ampissimi. Un’opinione di questo tipo sottintende che se l’interruzione di gravidanza diventasse un diritto effettivamente libero, le donne accorrerebbero in massa ad abortire con leggerezza, togliendo la vita in modo immorale: consacrando, ancora una volta, l’incapacità sociale e giuridica delle donne.