L’Eredità di “Centro Sociale”: Adriano Olivetti, il CEPAS e la Visione di una Nuova Comunità

Fra le innumerevoli iniziative editoriali intraprese da Adriano Olivetti - attraverso le Edizioni Comunità, la società Olivetti o a titolo personale - “Centro Sociale” è fra le meno conosciute. Non ha la notorietà e la diffusione di “Sele Arte”, né le viene riconosciuto il ruolo di centralità nel dibattito politico e culturale di “Comunità”, o quello innovativo nel suo settore e in ambito internazionale di “Urbanistica”. Eppure è fra le più longeve, uscendo dal 1954 al 1978, ha diffusione internazionale, con uscite semestrali sotto il nome di “Community Development” (dal 1957) e un comitato direttivo che comprende studiosi ed esperti in sociologia, scienze umane e lavoro sociale da tutto il mondo.

È convintamente appoggiata da Olivetti, che la finanzia attraverso la Prima giunta dell’UNRRA-Casas (di cui farà parte per tutti gli anni Cinquanta), pone alla sua direzione Paolo Volponi e diventa membro, in qualità di rappresentante del Movimento Comunità, del Comitato di direzione dell’edizione internazionale. Ed è una rivista esplicitamente olivettiana, fin dalla impostazione grafica, con la copertina disegnata da Egidio Bonfante, il poliedrico artista, grafico e illustratore, con Olivetti dal 1948, autore dell’impaginato di “Comunità” e di molte copertine di “Urbanistica”. È olivettiana nel suo rivolgersi concretamente alla comunità, proporsi come luogo di incontro e confronto, promuovere l’interdisciplinarietà.

Ritratto stilizzato di Adriano Olivetti con elementi grafici che richiamano lo stile editoriale di Egidio Bonfante

Genesi e missione: il CEPAS e il progetto culturale

“Centro sociale” nasce come organo del CEPAS, il Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali, fondato da Guido Calogero nel 1946 come organizzazione formativa indipendente e laica, trasformata, nel 1952, proprio per mantenere la propria autonomia, in associazione fra i cui membri ci sono il Movimento Comunità e l’Istituto Nazionale di Urbanistica, di cui Olivetti è presidente. È attraverso questi legami che il CEPAS è coinvolto dall'UNRRA-Casas nel progetto La Martella, il villaggio nei pressi di Matera realizzato fra il 1952 e il 1954 da un gruppo di architetti (Federico Gorio, Ludovico Quaroni, Piero Maria Lugli, Michele Valori) per ospitare parte della popolazione dei Sassi e divenuto laboratorio di ricerca interdisciplinare e di integrazione sociale.

Gli operatori del CEPAS hanno il compito di avviare la ricostituzione - o la costituzione ex-novo - di un tessuto sociale perduto o mai esistito. Il CEPAS riceve il sostegno economico della Olivetti e l’appoggio scientifico e culturale dell’Istituto Italiano dei Centri Comunitari. Diretto da Angela Zucconi, storica, linguista, scrittrice, appassionata sperimentatrice di progetti comunitari, la rivista riflette la complessità di questa sfida. Alcuni di questi nomi si ritrovano nel comitato di direzione della rivista o fra i collaboratori più assidui. Direttore è infatti Paolo Volponi, acuto osservatore del conflitto tra città e campagna, mondo rurale e industriale, in Olivetti dal 1950, per la quale si occupa prima dell’UNRRA-Casas a Matera, e poi, dal 1956, dei servizi sociali di fabbrica. Dal 1959, la direzione passerà ad Anna Maria Levi, proveniente dal Movimento Comunità.

Veduta d'epoca del borgo La Martella presso Matera, esempio di integrazione architettonica e sociale

Un comitato interdisciplinare per una società in trasformazione

I componenti del comitato, le cui competenze sono indicate nel primo numero, sono Achille Ardigò “esperto in problemi della colonizzazione interna”, Vanna Casara “del Comitato centrale per l’educazione popolare - Ministero della P.I.”, Giorgio Molino “dell’amm. Attività Assistenziali Italiane e Internazionali”, Ludovico Quaroni “della Facoltà di Architettura dell’Univ. di Roma”, Giorgio Ceriani Sebregondi “dell’Associaz. per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (Svimez)”, Giovanni Spagnolli “dell’UNRRA-Casas Prima Giunta”, Angela Zucconi. Un insieme di persone eterogeneo per specializzazione disciplinare e provenienza professionale, accomunate dall’interesse per una rinascita sociale, oltre, e forse prima, che economica dell’Italia, quale la situazione politica del tempo non sembra volere o potere realizzare.

Alcuni, come Volponi, Zucconi e Quaroni, sono strettamente legati a Olivetti, di cui condividono il principio dell’azione come partecipazione, di integrazione culturale; altri provengono dalla sinistra cristiana, in particolare Achille Ardigò e Giorgio Sebregondi, componenti del gruppo che, intorno al filosofo Felice Balbo, guarda a un approccio multidisciplinare della cultura. Ardigò, con Balbo, Baldo Scassellati, Renzo Caligara e Gianni Baget, dà vita anche alla rivista “Terza generazione”, la generazione dei giovani cattolici “successiva e diversa” rispetto a quella di Don Sturzo e di De Gasperi. Il foglio esce per un solo anno, dall’agosto 1953 al settembre 1954.

La natura del “Centro” come strumento di partecipazione

I fini della rivista del CEPAS, il suo modo di porsi rispetto alle difficoltà, ai rischi di involuzione che diventavano sempre più palesi in quei primi anni dell’Italia repubblicana, non sono tuttavia gli stessi, rivolti come sono non tanto o non solo alla creazione di una nuova coscienza fra i giovani, quanto a un generale rinnovamento “dal basso”, che non è meno complesso, né richiede meno energie intellettuali e culturali, ma sicuramente esige un approccio diverso. Diversa è anche la posizione rispetto al cattolicesimo di “Terza generazione” nell’affermare un laicismo non confessionale e apartitico.

Così, il lettore è, fin dal primo numero, avvertito, nella Premessa che “questa pubblicazione non porta né direttive né messaggi”, che non vi sono “gerarchie fra i collaboratori”, che “non si tratta di una pubblicazione ufficiale”, né di una “rivista di informazioni”. Questa rivista difatti si propone di funzionare come un centro sociale. Il nostro Comitato di direzione, nella eterogeneità delle competenze rappresentate, raffigura in qualche modo la molteplicità e la combinazione delle attività che si svolgono in un centro sociale. Facciamo perno (questa è la nostra “zona”) sugli assistenti sociali di condotta (UNRRA-Casas, INA-Casa, Enti di Riforma) ma non ci rivolgiamo a loro soltanto.

Diagramma schematico rappresentante le interconnessioni tra le diverse discipline coinvolte nei centri sociali

Temi e orizzonti: dall’urbanistica alla fantascienza

Se il primo numero si occupa del centro sociale, facendo il punto sull’organizzazione e diffusione, sul dibattito e sulle caratteristiche formali e funzionali, i numeri successivi esplorano temi strettamente legati al rapporto fra centri sociali e territorio, quali l’indagine sociale, lo studio delle comunità, la questione del vicinato, le migrazioni, le periferie. A questi si alternano temi di educazione popolare come la biblioteca, il museo, lo sport, il teatro, l’artigianato e le arti popolari, finanche la fantascienza (n. 18 del 1957), per la quale gli interrogativi vertono sulla sua classificazione letteraria, sul valore formativo, sul rapporto uomo/automa.

Temi che indagano l’integrazione sociale attraverso forme culturali diverse e valutano i rapporti fra culture popolari e cultura “alta”. Ogni tema è introdotto da un passo letterario, da Marco Aurelio ad Aristotele, da Filarete a Lewis Mumford, da Ignazio Silone a un allievo dei corsi dell’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo, a sottolineare la cifra umanistica che sempre sottende alle questioni trattate. La riflessione e la discussione di questi temi è affidata ad esperti, così da rendere effettivo quello “sforzo combinato”, quel rivolgersi agli assistenti sociali ma non “a loro soltanto”.

Ci saranno quindi, solo per citare alcuni fra gli italiani, Callisto Cosulich a scrivere di cinema e fantascienza, Franco Ferrarotti di sport e sociologia, Enrico Crispolti delle “fonti della cultura”, Danilo Dolci dell’occupazione nei villaggi siciliani, Eugenio Battisti di folklore e arti popolari. E una folta schiera di architetti e urbanisti, da Ludovico Quaroni a Leonardo Benevolo, da Paolo Portoghesi a Italo Insolera, da Eugenio Gentili a Giancarlo De Carlo ad occuparsi di inchieste sociali, studi di comunità, periferie, architettura, musei.

Autori del libro: la Storia del servizio sociale di comunità nei centri sociali. Teorie e prassi

L’evoluzione del dibattito sociale negli anni Sessanta e Settanta

Negli anni '60, la rivista si fa via via più settoriale, rivolta a un pubblico specializzato, orientata al dibattito prettamente sociologico, e ai numeri tematici se ne affiancano altri di aggiornamento: il lavoro sociale sembra aver assunto contorni più precisi (nel 1966 la scuola del CEPAS viene assorbita dall’università di Roma e diventa corso di laurea) ed è oggetto di uno studio sulla situazione in Europa, finanziato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche. Nel 1974, introducendo le sperimentazioni di decentramento da poco avviate a Bologna, Angela Zucconi attribuisce al Movimento Comunità e all’azione dei centri sociali il merito di aver affrontato per primi il problema delle autonomie locali, ricordando, per esempio, che i comitati di quartiere trovarono proprio nei centri - UNRRA-Casas o INA-Casa che fossero - “l’impulso, il sostegno e l’ospitalità che servì a renderli operanti”.

Ricorda inoltre come la rivista “abbia pubblicato il primo studio sui centri sociali in Italia, i primi studi preparatori ai progetti di sviluppo comunitario”. Il tema del centro sociale diventa di grande attualità nei primi anni Cinquanta. I nuovi quartieri INA-Casa, i borghi della riforma agraria, i villaggi UNRRA-Casas, ma anche le comunità del Canavese, le iniziative dell’Unione per la lotta all’analfabetismo e quelle del Centro Italiano Femminile si muovono verso la creazione di istituzioni dove le attività di servizio sociale, nelle forme di aiuto, auto-aiuto, apprendimento, formazione di gruppi sociali e di comunità potessero esplicarsi.

Nello stesso anno in cui nasce “Centro sociale” (1954), viene fondato l’Ente gestione servizi sociali - Case per lavoratori (EGSS), associazione privata che conta fra i soci la Gestione INA-Casa, l’INPS, l’INAM, l’INAIL, l’UNRRA-Casas, gli IACP, con lo scopo di occuparsi dei servizi sociali nei nuovi quartieri. Proprio perché tema inedito nel panorama italiano, in grande ritardo rispetto a paesi in cui esisteva ormai una tradizione in merito, la necessità di fare chiarezza su senso, scopi e funzioni appare prioritaria e “Centro sociale” esordisce illustrandone i caratteri desunti dalle esperienze avviate, soffermandosi su due casi specifici, e analizzando il centro sociale dal punto di vista edilizio.

Mappa concettuale che illustra le diverse entità coinvolte nel welfare italiano degli anni '50

Definire il centro sociale: una sfida semantica e operativa

In seguito, saranno ulteriormente messi a fuoco gli aspetti che definiscono il centro sociale, e in particolare verranno illustrate le inchieste sociali, necessarie per stabilire le modalità operative in uno specifico contesto, e si darà vita a un confronto con architetti e urbanisti per approfondire il ruolo del centro sociale nella comunità. In questa occasione emergeranno con più chiarezza le esigenze degli operatori e si constaterà la difficoltà di definire non solo una univoca tipologia architettonica ma un’idea condivisa di centro sociale.

Volponi avvertiva, proprio introducendo sulle pagine della rivista quel dibattito, che “centro sociale” era “termine nuovissimo e contrastato del vocabolario tecnico della assistenza sociale, pronunciato a significare spesso diverse istituzioni o attività, non chiaramente inequivocabile nella sua sostantivazione”. Nel numero del 1954, Zucconi elenca le caratteristiche dei centri sociali, distinguendoli dai centri assistenziali, dai circoli riceativi aziendali (CRAL), dai centri confessionali, dai circoli sportivi o ricreativi. “Lavorano a favore della popolazione di un territorio ristretto e circoscritto (un quartiere urbano, una piccola comunità rurale ecc.). Si occupano della soluzione di problemi locali e concreti”, insieme agli utenti dei centri e non solo a loro favore. L’attività assistenziale è solo sussidiaria e dirigenti e frequentanti condividono la responsabilità della conduzione del centro: entrambe novità sostanziali sia rispetto alle istituzioni fasciste che a quelle di ispirazione cattolica che miravano alla elargizione di interventi di tipo esclusivamente assistenziale sui singoli o sulle famiglie.

Ma se questi sono i caratteri generali che dovrebbero contraddistinguere il centro sociale, più complessa è ovviamente la loro attuazione. È quindi Volponi a evidenziare le difficoltà, le insidie, le ambiguità che nella pratica dei centri avviati dall’UNRRA-Casas emergono, e la questione dell’assenza di una cultura comunitaria in Italia è la più problematica. “Nel nostro paese - spiega - non vi sono funzionanti delle comunità sociali - eccetto rarissimi casi -, non vi è generalmente una cultura comunitaria. L’unica sede della cultura popolare è la famiglia. Il rapporto della popolazione con il territorio è familiare”.

Perché gli individui si pongano, depositari di una cittadinanza, su un piano sociale, per esercitare tutte quelle azioni che dalla cittadinanza discendono, occorre che siano inseriti nella comunità, della quale avvertano la dimensione in rapporto a quella dei loro problemi. Il centro sociale, afferma Zucconi nell’incontro con il Movimento di Studi per l’Architettura, “risponde al bisogno di incontrarsi”, “è punto di confluenza di tante forze”; e Volponi chiarisce che il concetto di centro sociale è analogo a quello di comunità, “aperta a tutte le possibili influenze e connessioni con le situazioni circostanti”, “una sede di smistamento di interessi” acquisiti comunitariamente.

Si tratta principalmente di creare gli strumenti per l’esercizio della libertà in concreto, di trovare i mezzi idonei onde si formi e si esprima liberamente l’opinione pubblica. La funzione fondamentale di un centro comunitario è appunto quella di rendere più vasto, profondo ed organico il senso di tale partecipazione alla vita collettiva: di creare un vincolo operante fra l’individuo e la società, fra la vita individuale e la vita politica. In questa vicinanza fra centro sociale e centro comunitario, sembra che l’idea di società e comunità che le due locuzioni sottendono non aderisca alle tradizioni che le vogliono contrapposte: ideale e meccanica la prima, reale e organica la seconda; progressiva e aperta l’una, regressiva e chiusa in se stessa l’altra. Le due autrici, rifacendosi alle indicazioni di Riccardo Catelani e Carlo Trevisan sul servizio sociale, tentano di superare questa dicotomia, radicando l'esperienza del centro in un contesto di democrazia partecipativa, dove il territorio non è solo spazio fisico, ma luogo di relazioni umane, sociali e politiche in continuo divenire. La rivista, in questo senso, ha rappresentato un'avanguardia culturale e metodologica, offrendo una piattaforma di riflessione dove architettura, sociologia e politica si fondevano nel perseguimento di un bene comune che superasse il mero assistenzialismo di facciata.

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