Il rapporto tra le donne e i cavalli ha attraversato i secoli, trasformandosi da necessità pratica a profonda connessione emotiva, sportiva e filantropica. Dalle distese del Cairo degli anni Trenta fino alle competizioni internazionali di equitazione e ai sentieri solitari della Scozia, la figura femminile ha sempre saputo imporsi con determinazione, sensibilità e una forza d'animo fuori dal comune. Questa narrazione esplora come il destino di alcune donne inglesi si sia intrecciato indissolubilmente con quello degli equini, creando storie che oscillano tra il sacrificio estremo e l'avventura pura.

L'impegno umanitario di Dorothy Brooke al Cairo
Oggi vi raccontiamo una storia, che ha quasi il sapore di una leggenda, tanto si rimane increduli, mentre la si scopre. Andiamo dunque a scoprire l’impresa compiuta, nel Cairo degli anni Trenta, della “crazy English woman” Dorothy Brooke, donna di cavalli, in tutto e per tutto. Una vita sociale scintillante, naturalmente, con cocktail party, cene e inviti per il tè. Eppure, fuori da quel mondo dorato, la realtà era ben diversa: cavalli, spediti in gran numero dal Regno Unito al Medio Oriente durante la Prima Guerra Mondiale, vivevano un calvario indicibile.
Sotto il fuoco nemico avevano trasportato armi e cavalieri, rifornito i carri nelle battaglie contro la Turchia, alleata della Germania e in difesa del Canale di Suez. Cavalli da guerra britannici, niente di meno. Quando la guerra finì, fu considerato infatti troppo costoso ricondurli ai verdi paddock di casa, anche qualora i regolamenti di quarantena lo avessero permesso. Né qualcuno si sarebbe preso la responsabilità di sopprimerli umanamente con un colpo di pistola sulla fronte; quindi vennero di fatto abbandonati, a migliaia, venduti a livello locale, e ora, una dozzina di anni dopo, ecco apparire i ronzini del Cairo.
Alcuni erano a malapena in grado di reggersi in piedi, figuriamoci trainare un taxi, e questi erano frustati dai proprietari con apparente indifferenza. Brooke, abbracciando la loro causa, come ebbe modo di scoprire molto presto, entrò in un campo minato. La notte pensò in quali stalle sovraffollate dovevano essere alloggiati, fatiscenti, maleodoranti. La gente del posto infatti - in particolare i gharry con la loro potente unione - non avrebbe mai tollerato un padrone di casa prepotente e intrigante che diceva loro come gestire le loro vite e curare i loro animali. La comunità britannica la mise in guardia - suggerendole di stare lontana da tali questioni.

Ma se anche Brooke avesse vacillato per un secondo circa la sua decisione, la storia vuole che invece la sua intenzione venne rafforzata dall’incontro con un massiccio stallone sauro in quello che era spacciato per un ricovero per animali in una stradina del Cairo. Con le articolazioni gonfie in tutte e quattro le gambe tremanti, questo cavallo un tempo magnifico era magro come un rastrello. Le costole erano evidenti attraverso la sua pelle, il suo manto era pesantemente segnato. I suoi occhi mancavano di lucentezza e profondità. Era insomma più morto che vivo. Brooke scoprì con ulteriore orrore che era lì per riposare soltanto per un giorno o due per ordine di polizia, prima di tornare dal suo proprietario e riprendere a lavorare. Doveva essere tratto fuori da quella miseria.
Accettò di sborsare ben 9 sterline per lui, cifra non trascurabile per l’epoca (più di £ 500 oggi), importo che era necessario al proprietario per acquistare un sostituto. Mentre attendeva di avere il trasferimento di proprietà, nutrì e coccolò Old Bill per due giorni, il quale finalmente per la prima volta da anni vide paglia morbida e pulita per sdraiarsi. Quando l’accordo fu siglato, lo soppresse senza dolore. Fu proprio questo gesto a gettare la gente del posto nello sconcerto: chi pagherebbe dei bei soldi per un cavallo malandato per poi eliminarlo? Non aveva senso. Quando si sparse la voce che una pazza inglese stava distribuendo denaro sonante per cavalli finiti, tutto il Cairo si mise in fila per offrire i propri ronzini.
In quelli che lei chiamava “giorni d’acquisto”, si sedeva ad un tavolo con il cappello da sole al fianco di un veterinario locale, esaminando una creatura triste e spezzata dopo l’altra, contrattandone poi il prezzo. Le discussioni talvolta degeneravano. Gli animali ricevettero tutti lo stesso trattamento. Come con Old Bill, furono portati al riparo del calore del sole in box freschi colmi di paglia, poi alimentati con trifoglio e poltiglia di crusca. Quelli che ancora sopravvivevano venivano curati per le loro ferite, nutriti in maniera corretta per permettere loro di vivere dignitosamente il più a lungo possibile. Odiava le soppressioni, ma doveva essere fatto.
I proprietari egiziani di questi cavalli devastati erano loro stessi disperati. All’inizio il denaro uscì dalle sue tasche e da quelle di amici intimi. Ma non durò a lungo, e presto divenne evidente che il problema che stava cercando di risolvere era molto più grande di quanto non credesse. Stava diventando rapidamente un peso che non poteva sopportare da sola, come spiegò in una lettera a cuore aperto ai lettori del quotidiano “The Morning Post” di Londra: “Questi vecchi cavalli, molti dei quali ciechi, scheletrici, sono nati e cresciuti nei campi verdi dell’Inghilterra - da quanti anni non hanno visto un prato, sentito un flusso d’acqua o una parola gentile in inglese?”. Le parole di Brooke - sostenute da una foto che aveva preso del vecchio Bill sulle sue ultime gambe macilenti - si appellavano direttamente al sentimento del pubblico britannico amante degli animali. Giunsero quindi diverse lettere di sostegno e offerte per il suo fondo Old War Horse.
Documentario Cavalli
Era in una zona malfamata del Cairo dove la maggior parte dei suoi compatrioti non osava neppure camminare, ma lei non mostrava mai alcuna paura. Se vedeva un proprietario picchiare il suo cavallo, non ci pensava due volte ad afferrare il bastone. Bastava uno dei suoi sguardi severi a reprimere la maggior parte dei piantagrane. Ma non avrebbe mai avuto vita semplice una memsahib che pretendesse di dire agli egiziani cosa fare. Un veterinario del Cairo che era stato uno dei suoi più accesi sostenitori finì per andarle contro e le creò problemi. Ci furono denunce all’Alta Commissione britannica, accampate sul fatto che Brooke stava interferendo con le pratiche commerciali tradizionali e sconvolgendo le sensibilità locali. Anche i suoi connazionali non le furono di grande aiuto. La maggior parte la scherniva alle spalle dicendo che era una sciocca credulona, e che i suoi traffici la costringevano a pagare enormemente le bizzarrie di qualunque vecchio cavallo. A Brooke non importava.
Persino lei, però, aveva i suoi preferiti tra le migliaia di animali che aveva salvato, in particolare un purosangue che lei chiamava Dauntless. Era stato un pony da polo viziato, montato da un ufficiale britannico, ma poi venduto e finito per trainare un pesante carretto per le strade, nonostante avesse delle ferite aperte sul collo. Aveva ancora i finimenti da festa, però, che ricordavano i bei tempi passati - sollevava lo zoccolo nella supplica, per essere ricompensato con una zolletta di zucchero. “Così tante persone devono aver ignorato questo gesto, imparato da giovane. Mi ha quasi spezzato il cuore il pensare a quante volte doveva aver sollevato quel vecchio piede stanco verso i padroni noncuranti, prima di rendersi conto che non avrebbe prodotto risultati”.
Brooke riuscì persino a far ritornare in Inghilterra alcuni cavalli. Dopo cinque anni al Cairo, lei e suo marito si trasferirono in India. Lasciò il suo ospedale per cavalli in mani fidate e capaci, mantenendo visite regolari per verificare i progressi. Ad oggi il Centro non ha mai chiuso per un solo giorno da quando è stato aperto nel 1934. Per quanto riguarda la sua fondatrice, Dodo Brooke morì nel 1955 durante una visita al Cairo - debilitata da un enfisema dovuto a lunghi anni in stretta compagnia delle sigarette. C’era un ultimo malato e sofferente cavallo da accarezzare - un altro ex pony da polo, una femmina di nome Rosie. Anche questa sollevò uno zoccolo per chiedere dei dolcetti, azione insegnata da qualcuno per dire “per favore”. Per Monty Roberts, la celebre ‘bisbigliatrice dei cavalli’, Dorothy Brooke, rimane una leggenda e un’ispirazione. “Ha visto la sofferenza”, scrive di lei in una prefazione a questo nuovo libro, “e non ha guardato dall’altra parte. Si è rimboccata le maniche e si è messa al lavoro per rendere il mondo un posto più buono e più salutare per gli animali che ci servono e ci amano.”
Emily Davison e l'impatto tragico della storia
In un contesto radicalmente diverso, la storia di Emily Davison si intreccia con quella dei cavalli in un momento di svolta politica per il Regno Unito. Emily Davison nacque a Blackheath, Londra, in una famiglia abbastanza numerosa. Ebbe due sorelle, un fratello e molti fratellastri, nati dal primo matrimonio del padre. A scuola, dove dimostrò anche doti di attrice, si dedicò con passione agli studi, arrivando sino alla formazione universitaria, presso il Royal Holloway College di Londra. Venne tuttavia costretta ad abbandonare il college perché la madre, che era rimasta venduta, non poteva più pagare le spese necessarie. Divenne quindi una insegnante di scuola, a Edgbaston e a Worthing.
La somma che riuscì a risparmiare col suo lavoro le permise di iscriversi al St Hugh's College di Oxford per studiare Lingua e Letteratura Inglese, ottenendo i risultati migliori all'esame finale del suo corso, anche se alle donne, in quel momento, non era ancora consentito di conseguire la laurea in quella università. Donne della Women's Social and Political Union durante una campagna politica per il suffragio femminile, in Kingsway, Londra. Venne arrestata e incarcerata per vari reati, tra i quali un violento attacco contro un uomo che scambiò per il Cancelliere dello Scacchiere, David Lloyd George. La notte del 2 aprile 1911, in occasione del censimento, la Davison si nascose in un armadio del Palazzo di Westminster in modo da poter legittimamente indicare sul modulo che la sua residenza, quella notte, era stata la Camera dei Comuni. Recentemente è stata collocata una targa per commemorare questo episodio.

Il 4 giugno 1913, al derby di galoppo di Epsom, Emily Davison fu travolta da Anmer, il cavallo del re Giorgio V. A causa delle lesioni subite, tra le quali una frattura del cranio, morirà all'ospedale di Epsom quattro giorni dopo. Nelle immagini dell'epoca la si vede slanciarsi verso il cavallo per afferrarne le briglie, e certamente aveva con sé la bandiera viola, bianca e verde del WSPU. A tal proposito si è parlato molto del fatto che avesse acquistato un biglietto ferroviario di ritorno e anche un biglietto per un ballo delle suffragette più tardi, quel giorno, e che aveva già programmato una visita a Parigi alla sorella e al nipotino appena nato.
Il re Giorgio V si interessò subito alla sorte di cavallo e fantino, manifestando disappunto per la giornata rovinata. La regina invece mandò un telegramma al fantino augurandogli pronta guarigione da "un comportamento non autorizzato di una donna terribile e lunatica". Herbert Jones, il fantino che cavalcava il cavallo, subì solo un lieve trauma cranico nell'incidente, ma rimase a lungo sconvolto per l'episodio, continuando a lungo a rivedere il volto della donna. Nel 1928, al funerale di Emmeline Pankhurst, Jones depose una corona "in memoria della signora Pankhurst e di Miss Emily Davison". Nel 1951, Jones venne trovato morto dal figlio: si era tolto la vita in cucina, utilizzando il gas. Emily Davison venne sepolta nel cortile della locale chiesa di Santa Maria Vergine, in una tomba di famiglia. Suo padre era morto nel 1893. Il cimitero si trova vicino a Longhorsley, dove aveva vissuto con la madre.
L'eredità equestre nella famiglia reale britannica
La passione per l'equitazione non è solo un tratto distintivo di attiviste o filantrope, ma un elemento centrale anche nelle dinamiche della famiglia reale, come dimostra la principessa Anna. La famiglia reale in un’apparizione pubblica dal balcone di Buckingham Palace, anni ‘60 ca. Tra i componenti della famiglia Windsor spicca sicuramente la figura della principessa reale Anna, figlia di Elisabetta II e di Filippo di Edimburgo. Perché l’amore per i cavalli scorre nel sangue di tutta la famiglia; Elisabetta e Filippo sono sempre stati due grandi appassionati di ogni disciplina e non stupisce che Anna sin da bambina si sia avvicinata all’equitazione.
Ma a quale ambito equestre si sia dedicata la principessa Anna devo ammettere essere sorprendente. Per chi non lo sapesse il “completo” è una disciplina in cui il cavaliere/l’amazzone deve cimentarsi in tre prove: il dressage, il salto a ostacoli e il cross-country. Tra le tre competizioni del completo il cross-country è sicuramente quella più adrenalinica; il cavaliere/l’amazzone deve affrontare degli ostacoli fissi ad alta velocità su terreni variabili, rischiando persino la vita. Eppure, la principessa Anna si dedica a questa disciplina sin da quando aveva 11 anni, e non senza successi. Annovera infatti numerose vittorie nazionali e internazionali, un oro e due argenti agli Europei del 1971 e del 1975.
I cavalli entrano anche nella sua sfera privata: nel 1970 infatti conosce sui campi di gara Mark Phillips - anche lui cavaliere e campione della disciplina - con cui condivide la vittoria a squadre ai Campionati europei di Burghley. Anna sposa Phillips nel 1973 e insieme hanno due figli: Peter e Zara. Ma in Canada qualcosa va storto: durante la prova del cross-country Anna cade da cavallo, suscitando preoccupazioni in tutta la sua famiglia lì presente. Tuttavia, dopo qualche minuto a terra, si rialza e riesce a portare a termine il percorso, nonostante abbia perso ogni possibilità di conquistare una medaglia.

Nonostante il brutto incidente e la delusione canadese Anna non si abbatte e inizia un lungo e faticoso percorso di recupero, che riesce a riportarla in sella molti mesi dopo. La carriera sportiva di Anna tuttavia non finisce qui, perché, dopo aver dovuto inevitabilmente lasciare l’equitazione professionale a causa dei numerosi impegni istituzionali e familiari, è la prima donna a presiedere la F.E.I. (Federazione Equestre Internazionale) dal 1986 al 1994. Insomma, una donna impegnata su tanti fronti, una principessa testarda e coraggiosa che ha saputo affrontare sempre con decisione gli ostacoli della vita. Il fatto più curioso? È che l’amore per lo sport equestre Anna lo ha passato a sua figlia Zara, anche lei una grintosa ‘completista’.
L'avventura come stile di vita: Jane Dotchin
L'equitazione non è solo competizione o salvataggio, ma anche un modo per esplorare il mondo, come dimostra l'incredibile storia di Jane Dotchin. Laureata in Lettere e filologia italiana, super sportiva, amante degli animali e appassionata di arte rinascimentale. Mentre molti sognano di viaggiare verso destinazioni esotiche, c’è una donna di 82 anni che ha scelto un tipo di avventura completamente diverso. Jane Dotchin, originaria di Hexham, Northumberland (Inghilterra), ha intrapreso un viaggio annuale di quasi 1000 km da casa sua fino al nord della Scozia, una tradizione che mantiene da oltre 50 anni.
Jane ha 82 anni e ha una tradizione che tiene in vita da oltre 50 anni. Fin dalla sua giovinezza, Jane ha sempre avuto una passione per la natura e i viaggi. Nel lontano 1972, decise di intraprendere questa straordinaria avventura, e l’esperienza la colpì talmente tanto che decise di ripeterla ogni anno. Durante questi viaggi, che durano circa sette settimane, Jane percorre 25-30 km al giorno. La notte dorme in una tenda e si nutre di pasti semplici e nutrienti come fiocchi d’avena, porridge e formaggio, affermando che tutto ha un sapore migliore quando si mangia in mezzo alla natura.

Jane non viaggia da sola. La accompagna il suo fidato pony, Diamond, e il suo adorabile cane, Dinky. Nonostante Dinky abbia dei problemi alle zampe, ha un comodo sacco attaccato alla sella in cui può riposare comodamente mentre Jane e Diamond attraversano la campagna. L’anziana e abile equestre viaggia con il suo fidato cavallo, Diamond, e il suo adorabile cane, Dinky. Nonostante la sua età e la sua vista compromessa (porta un cerotto su un occhio e ha avuto problemi all’altro occhio dopo aver colpito dei rami durante uno dei suoi viaggi), Jane non si lascia scoraggiare. Si muove un po’ più lentamente, ma con determinazione. Lungo la strada, ha anche stretto amicizie con proprietari di attività, gente del posto e altri viaggiatori. Dorme in una tenda, incurante del rigido clima autunnale, e mangia molto formaggio.
La storia di Jane è una testimonianza del fatto che l’età è solo un numero e che non si è mai troppo vecchi per un’avventura. Nonostante abbia ricevuto premi e riconoscimenti per le sue imprese, rimane umile e considera ogni viaggio come una nuova opportunità per connettersi con la natura e con se stessa. Jane è un esempio brillante di come si possa vivere la vita al massimo, indipendentemente dall’età. La sua storia ci ricorda che c’è sempre tempo per nuove avventure e che non dovremmo mai smettere di sognare e di esplorare. Le avventure di Jane ci ricordano che l’età è solo un numero e non si è mai troppo vecchi per un’avventura.
Riflessioni sul legame tra umano ed equino
La varietà di queste storie - dalla dedizione di Dorothy Brooke al coraggio politico di Emily Davison, dalla disciplina olimpica della principessa Anna alla vita errante di Jane Dotchin - rivela una verità fondamentale: il cavallo non è solo un animale, ma uno specchio dell'umano. Che sia attraverso la sofferenza condivisa, la sfida sportiva o il cammino solitario, la presenza del cavallo nella vita delle donne ha sempre rappresentato un catalizzatore di azioni straordinarie.
Il legame si fonda sul riconoscimento reciproco. Come Dorothy Brooke ha compreso osservando lo zoccolo alzato di un pony da polo, l'animale comunica bisogni e sentimenti che richiedono un'attenzione attiva. La capacità di "non guardare dall'altra parte" definisce non solo l'opera filantropica di Brooke, ma anche la grinta di Anna Phillips e la perseveranza di Jane Dotchin. In ogni pagina di questa cronaca, emerge che il cavallo è un compagno di vita capace di spingere l'essere umano oltre i propri limiti fisici e sociali.
La storia ci insegna che l'equitazione, intesa nel senso più nobile, è una forma di dialogo. È un linguaggio fatto di rispetto per il vivente, di cura dei dettagli e di una costante ricerca di equilibrio tra la volontà dell'uomo e la natura dell'animale. Attraverso queste figure femminili, vediamo come la cura per l'altro sia diventata la missione di una vita, trasformando il mondo circostante, una stalla, un campo di gara o un sentiero scozzese alla volta.

Questo legame, lontano dall'essere semplicemente un retaggio del passato, continua a evolvere, influenzando le generazioni future. L'esempio di chi ha saputo "rimboccarsi le maniche" diventa un modello di etica e responsabilità. Che si tratti di salvare vite, lottare per i diritti o esplorare il mondo in sella, queste donne hanno dimostrato che l'unione con il cavallo è una fonte inesauribile di ispirazione, capace di superare le barriere del tempo, della cultura e delle convenzioni sociali. Il viaggio, metaforico o reale, continua, portando con sé la testimonianza di una connessione che, una volta scoperta, non può essere ignorata.