Gravidanza Interspecie tra Essere Umano e Mammifero: Possibilità Scientifiche e Confini Etici

L'immaginario collettivo e la mitologia di molte civiltà hanno a lungo contemplato l'esistenza di creature ibride, figure a metà tra l'umano e l'animale. Per i genetisti moderni, tuttavia, la "chimera" assume un significato ben più tangibile e complesso. L'avanzamento della scienza e delle biotecnologie ha portato l'umanità a un punto in cui siamo pericolosamente vicini a esplorare l'eventualità di mischiare l'uomo e altre specie, non solo per creare esseri inquietanti, ma anche per dotarci di parti animali che potrebbero proteggerci da determinate malattie o condizioni. Da sempre, inoltre, si è pensato che la vicinanza tra uomo e scimmia fosse tale che per noi l'unica ibridazione possibile sarebbe quella con altri primati. Questa visione affonda le radici in un'antica curiosità, che ha visto nel corso della storia non mancare avvistamenti e rapporti sugli scimpanzuomini, un ipotetico ibrido tra uomo e scimpanzé. La vicinanza genetica tra le due specie ha generato contestate ipotesi che vedono possibile l'ibridazione. La differenza nel numero di cromosomi tra le due specie, infatti, non è considerata una barriera insormontabile alla possibile ibridazione, benché la sua realizzazione in natura o in laboratorio sollevi profonde questioni. Oggi, la ricerca scientifica spinge i confini di ciò che era ritenuto possibile, introducendo nuovi interrogativi etici e filosofici che coinvolgono l'intera comunità scientifica mondiale.

Mappa concettuale ibridi uomo-animale

Le Chimere Genetiche: Dalle Visioni Mitologiche alla Biologia Sperimentale

Nella mitologia greca, la chimera era un mostro ibrido, formato da parti di differenti animali come capra, leone e serpente, mischiate insieme a creare un'entità nuova e terrificante. Per i genetisti moderni, invece, la chimera è qualcosa di ancora più incredibile e controverso: il termine indica infatti organismi animali nei quali sono state trapiantate cellule umane. Questa è una pratica tecnicamente possibile, ma che è stata fortemente scoraggiata in quasi tutto il mondo per lungo tempo. Esiste una sorta di freno etico che ha finora bloccato la ricerca in questo ambito quasi ovunque, ma che in alcuni Paesi si va sempre più allentando, aprendo nuove frontiere per la biologia.

I primi tentativi scientifici di creare chimere risalgono a decenni fa. Nel 1997, ad esempio, si registrò il primo tentativo riportato dall'Università della California a San Francisco, dove il gruppo guidato dal biologo Roger Pedersen aveva trasferito nuclei di cellule umane all'interno di ovociti di scimmie. Già negli anni '70 erano iniziati gli esperimenti con embrioni di topo e ratto per comprendere meglio la biologia dei mammiferi e studiare alcune malattie. Nel 1998, alcuni giornali americani annunciarono un esperimento che risaliva a tre anni prima quando, per la prima volta, era stato fuso il nucleo di una cellula umana con un ovulo di mucca, precedentemente privato del suo nucleo. Nel 2003 una sperimentazione cinese utilizzò oociti di coniglio per produrre cellule staminali embrionali umane e nel 2006, negli Stati Uniti, ne fu effettuata una simile, ma con oociti di mucca. Tuttavia, come si è visto, esclusa l'ultima menzionata, non furono sperimentazioni di grande successo, probabilmente a causa della distanza filogenetica tra l'uomo e le specie animali scelte. In teoria, le cellule estranee dovrebbero differenziarsi e diffondersi in tutto il corpo, ma produrre embrioni ibridi vitali si è dimostrato alquanto difficile.

Chimere REALI: di che si tratta?

La Nuova Frontiera delle Chimere Umano-Animali: Obiettivi e Tecniche Avanzate

Con lo sviluppo delle tecniche moderne di genetica, a partire dalla possibilità di fare un "editing" del DNA per cancellare interi geni, il vento sembra spirare di nuovo in favore di questi test, portando a risultati sempre più significativi. Le suggestioni dell'ibrido uomo-animale rischiano di farci pensare a laboratori sotterranei nei quali si aggirano inquietanti creature con corpo da macaco e testa da essere umano. Ovviamente non è così. L'obiettivo primario di queste ricerche non è la creazione di "mostri", ma piuttosto lo sviluppo di nuove strategie per la medicina.

Il team del giapponese Hiromitsu Nakauchi, per esempio, lavora all'inserimento di cellule umane dentro a embrioni di topo che vengono poi impiantati in una madre surrogata che, se possibile, porterà a termine la gravidanza. In questo caso si parla di cellule staminali pluripotenti indotte (iPS), ossia cellule embrionali che sono programmate per diventare, con lo sviluppo, qualsiasi tipo di cellula. L'esperimento di Nakauchi prevede la modifica di un embrione di topo al quale verranno tolti i geni necessari alla produzione del pancreas, poi l'impianto di iPS umane nello stesso embrione. L'obiettivo non è invadere il mondo con un esercito di topi dal pancreas umano: l'idea è piuttosto quella di usare i topi come primo test per affinare la tecnica, per poi passare ad animali più geneticamente compatibili con l'essere umano, come una scimmia, oppure con organi di dimensioni simili alle nostre, come un maiale.

L'interesse si è poi spostato verso i primati, che sono geneticamente più vicini all'essere umano e che potrebbero quindi dare risultati migliori. Un esempio è lo studio pubblicato su Cell che descrive come delle cellule staminali umane siano state trasferite in embrioni di scimmia e, successivamente, fatti sviluppare in vitro per 19 giorni. Il gruppo di ricerca del Salk Institute in California, in collaborazione con la Kunming University of Science and Technology (Cina) e con l'Universidad Católica San Antonio de Murcia (Spagna), ha introdotto cellule staminali umane in embrioni di scimmia (Macaca fascicularis) e li ha osservati svilupparsi in laboratorio: le cellule umane e di scimmia si sono divise e sono cresciute insieme, e alcuni embrioni sono sopravvissuti fino a 19 giorni dopo la fecondazione. I ricercatori, utilizzando molecole fluorescenti con cui sono state "etichettate" le cellule umane, sono stati in grado di osservare la loro integrazione in 132 embrioni di macaco. Dopo 10 giorni, 103 degli embrioni chimerici erano ancora vivi e in via di sviluppo. Tuttavia, il tasso di sopravvivenza ha cominciato a diminuire nel tempo, e al giorno 19, solo tre erano ancora vivi. L'esperimento è stato concluso entro il ventesimo giorno, distruggendo gli embrioni rimasti, in linea con le normative che all'epoca limitavano lo sviluppo a 14 giorni.

Precedenti studi di Juan Carlos Izpisúa Belmonte del Salk Institute in California, risalenti al 2017, avevano già riportato studi su una serie di ibridi diversi, inclusi embrioni di maiale e di mucca cresciuti con cellule umane. Nonostante i risultati non fossero stati di grande successo, il rapporto tra le cellule umane e animali in embrioni ibridi è progressivamente migliorato. Ad esempio, un embrione mezzo uomo e mezzo animale è stato creato in laboratorio con una cellula su 10.000 umana in un ibrido uomo-pecora, un risultato decisamente migliore rispetto al rapporto di una a 100.000 ottenuto precedentemente nella chimera uomo-maiale. La tecnica utilizzata è stata quella di introdurre cellule staminali adulte "riprogrammate" nell'embrione di pecora, che poi è stato lasciato crescere per 28 giorni, il massimo per cui l'esperimento aveva ottenuto l'autorizzazione, di cui 21 nell'utero di un animale.

Lo stesso Nakauchi nel 2018 ha raccontato che un suo primo esperimento con una pecora privata del pancreas ha prodotto un animale con pochissime cellule umane e nulla che ricordasse un pancreas. La distanza genetica tra uomo e pecora è con ogni probabilità responsabile del fallimento, con le iPS impiantate che sono state assorbite e sostanzialmente ignorate dalle cellule dell'animale. Questi problemi evidenziano le sfide da affrontare per affinare la tecnica. Gli obiettivi di queste ricerche sono molteplici: trovare nuovi modelli per testare farmaci, comprendere lo sviluppo embrionale e capire come le cellule umane possano interagire con gli embrioni di altre specie, incluse quelle che potrebbero essere utili alla produzione di organi adatti al trapianto nell'uomo.

La Gravidanza Maschile: Eccezioni Biologiche e Nuove Prospettive

Nel regno animale, la gravidanza è generalmente un processo portato a termine dalla femmina, in tutte le specie eterogamiche. Le specie eterogamiche sono quelle in cui i gameti maschili (spermatozoi) e femminili (cellule uovo) differiscono tra loro per forma e dimensione. Tuttavia, esistono eccezioni notevoli che ridefiniscono i confini della riproduzione. Una di queste è la gravidanza maschile, definita come l'incubazione di embrioni da parte del maschio di una specie animale.

L'esempio più lampante nel regno animale è rappresentato dagli organismi di sesso maschile della famiglia dei Syngnathidae, che include i pesci ago (Syngnathinae) e i cavallucci marini (Hippocampinae). Questi affascinanti pesci marini possiedono caratteristiche che li distinguono nettamente dagli altri pesci ossei: non hanno la pinna caudale né le pinne pelviche, nuotano in verticale, il corpo è rinforzato dalla presenza di placche ossee, non hanno i denti e sono dotati di un muso allungato. L'accoppiamento è preceduto da eleganti danze in cui i pesci intrecciano le loro code l'una sull'altra; in alcuni casi, durante il rituale di accoppiamento, i cavallucci marini possono cambiare colore. Successivamente, al momento della fecondazione, la femmina depone le uova non fertilizzate nella tasca ventrale del maschio. Le uova vengono ossigenate e protette per tutta la durata della gestazione, che va dai 14 ai 28 giorni. I piccoli, chiamati avannotti, vengono dati alla luce dal maschio. Durante la gravidanza, il cavalluccio marino maschio diventa aggressivo e il suo corpo si gonfia; questo cambiamento fisico è una protezione dai possibili predatori. È frequente che la femmina ingravidi il cavalluccio marino maschio quasi immediatamente dopo il parto, poiché, una volta espulso l'ultimo avannotto, di lì a poche ore l'accoppiamento dei due partner può avvenire nuovamente. La femmina è capace di depositare quasi 1.500 uova, ma solo una piccola parte di esse raggiunge l'età adulta, la maggior parte sarà vittima dei predatori.

La questione di cosa determina se sarà il maschio o la femmina a partorire la prole è una domanda evolutiva che rimane controversa e senza risposta. La viviparità, ossia la forma di riproduzione che implica il mantenimento di un embrione all'interno del genitore fino alla nascita, è molto diffusa ma è la forma di riproduzione più costosa. Sembra essere più diffusa tra le femmine, anche se in alcuni animali, come i cavallucci marini, è il maschio a portare in grembo la prole. Questa questione è stata esplorata nell’ambito del progetto MALEPREG, finanziato dall’UE, da un team di ricercatori guidati da Olivia Roth, specializzata in biologia evolutiva marina presso l’Università di Kiel. Roth ha analizzato l’evoluzione del sistema di accoppiamento, per individuare i vantaggi in termini di idoneità che hanno portato all’evoluzione della viviparità. Il progetto si è concentrato sui Syngnathidae (pesci pipa e cavallucci marini), la maggior parte dei quali ha ruoli sessuali invertiti e presenta un gradiente evidente in diverse specie tra la viviparità completa (interna) e il trasporto degli embrioni sul lato ventrale. Sebbene la gravidanza maschile nei Syngnathidae e quella femminile nei mammiferi siano distinte e del tutto indipendenti, i risultati suggeriscono che questi adattamenti si basano su percorsi molto simili. La regolazione di specifici geni immunitari, che nei mammiferi sono essenziali per il successo di una gravidanza, comprende proprio quei geni che sono stati persi nel genoma dei Syngnathidae. Alcuni di questi geni persi hanno un ruolo importante in una via essenziale per il riconoscimento del sé rispetto all’altro da sé, che svolge un ruolo importante nella tolleranza immunologica dell’embrione durante la gravidanza nei mammiferi.

Nel mondo animale, fatta eccezione per gli organismi di sesso maschile della famiglia dei Syngnathidae, seppure sia la femmina a portare a termine la gravidanza, ci sono casi in cui il maschio si occupa dei piccoli e delle cure post parto. Il maschio del pipistrello gigante della frutta (Dyacopterus spadiceus) è un mammifero che produce latte per i suoi piccoli, ed è in grado di produrre più latte delle femmine grazie ai suoi grandi capezzoli; la causa di ciò è ancora sconosciuta ma si ipotizza che sia dovuto ad una variazione evolutiva affinché i piccoli di questa specie possano ricevere una doppia fonte di sostentamento. Il maschio di pinguino imperatore (Aptenodytes forsteri) mantiene al caldo le uova appena deposte dalla femmina tenendole in equilibrio sui piedi e proteggendole con una piega della pelle, il marsupio della cova. Durante le cure parentali i maschi non mangiano nulla e aspettano il ritorno della madre in viaggio per la ricerca di cibo. Il nandù (Rhea americana), grosso uccello sudamericano, cova le uova deposte dalla mamma per tutte le sei settimane e si occupa dei piccoli appena nati. I maschi di rana di Darwin (Rhinoderma darwinii) trasportano le larve sul dorso oppure ingoiano i girini per farli sviluppare in particolari tasche boccali al riparo dai pericoli. Il pesce Re di triglie (Apogon imberbis) conserva le uova deposte dalla femmina all’interno della sua bocca. Durante l’incubazione di circa 10 giorni il maschio, privandosi di mangiare, apre e chiude la bocca continuamente per ossigenare la massa di uova.

La Gravidanza Umana al Confine delle Possibilità Biologiche: Intersessualità e Identità di Genere

Anche nella specie umana, le definizioni di sesso e riproduzione si stanno evolvendo oltre le tradizionali categorizzazioni. Le persone intersessuali presentano cromosomi sessuali, genitali e/o caratteri sessuali secondari che non sono definibili come esclusivamente maschili o femminili. Un individuo intersessuale può presentare caratteristiche anatomo-fisiologiche sia maschili sia femminili. Per quanto riguarda la specie umana, gli individui intersessuali possono sviluppare l’utero nonostante presentino cariotipo maschile XY; in questi casi la gravidanza può essere prodotta attraverso la FIVET (fecondazione in vitro con trasferimento dell’embrione), aprendo scenari riproduttivi complessi.

Gli individui transessuali dai tratti e dall’identità sessuale maschile possono compiere una gravidanza interrompendo la cura ormonale; in questi casi, dal punto di vista dell’identità sessuale di genere, si tratta di “uomini incinti”. L’identità sessuale di genere, l’identificazione primaria della persona come maschio o femmina, è ben diversa dall’identità sessuale biologica che indica l’appartenenza biologica al sesso maschile o femminile determinata dai cromosomi sessuali. Il caso più famoso di uomo incinto è rappresentato da Thomas Beatie, di sesso femminile alla nascita, che ha intrapreso il percorso di transizione per diventare maschio. Al momento dell’intervento chirurgico di riassegnazione del sesso decise di non farsi asportare l’utero così da avere la possibilità, in futuro, di concepire un figlio, dimostrando come la scienza e la medicina possano supportare percorsi di vita e riproduttivi che trascendono le aspettative tradizionali.

Differenze tra identità di genere e sesso biologico

Partenogenesi: La Riproduzione "Vergine" e le Sue Implicazioni Evolutive

La riproduzione, così come la concepiamo comunemente, non solo nell'uomo ma in tutte le specie, avviene sessualmente, cioè dalla combinazione del materiale genetico di due individui, maschio e femmina, che produce, attraverso la fecondazione, un nuovo individuo con caratteristiche uniche. Tuttavia, nel mondo animale ci sono molti esempi di riproduzione "vergine" o asessuata, in cui solo un individuo, necessariamente femmina, è coinvolto per procreare un altro individuo il cui materiale genetico è una copia esatta del primo. Questa capacità consente agli animali di trasmettere i propri geni senza investire energie nella ricerca di un partner, ed è quindi di supporto alle specie che vivono in ambienti con condizioni difficili.

Alcuni animali straordinari possono fare figli senza accoppiarsi, e tali eventi possono shockare chi si occupa degli animali. La partenogenesi è stata osservata in oltre 80 specie di vertebrati, metà circa dei quali sono pesci o lucertole. La riproduzione sessuata prevede due ingredienti: un ovulo e uno spermatozoo. Ognuno fornisce la metà delle informazioni genetiche necessarie per creare un organismo vivo. Gli ovari producono le uova mediante un complesso processo chiamato meiosi in cui le cellule si replicano, si riorganizzano e si separano. Il processo della meiosi crea anche un sottoprodotto: cellule più piccole chiamate globuli polari, separate dall’uovo fertile. In una versione della partenogenesi, chiamata automissia, l’animale può unire un globulo polare a un uovo per riprodursi. In un’altra forma di partenogenesi, l’apomissia, le cellule riproduttive si replicano mediante mitosi, processo nel quale queste si duplicano creando due cellule diploidi (in una specie di copia-e-incolla genetico). Siccome queste ultime non subiscono mai il rimescolamento genetico della meiosi, i discendenti così generati sono cloni del genitore, geneticamente identici. Per la maggior parte degli organismi che si riproducono attraverso l’automissia, i discendenti generalmente ricevono dalla madre due cromosomi X. In rare occasioni, però, animali come gli afidi possono produrre discendenti maschi fertili, che sono geneticamente identici alla madre a parte la mancanza del secondo cromosoma X.

La partenogenesi è stata documentata in specie anche complesse e di grandi dimensioni. È stato documentato, ad esempio, come una colonia di draghi femminili di Komodo, una specie nota per la riproduzione asessuata, sia stata isolata su un'isola deserta e, attraverso la partenogenesi, abbia dato alla luce individui maschi per iniziare una nuova colonia. Un drago di Komodo appena nato si arrampica su un albero nel Parco nazionale di Komodo, in Indonesia, testimonianza di questa straordinaria capacità. Similmente, qualche anno prima, presso lo zoo di Louisville, un pitone reticolato di nome Thelma, che non aveva mai visto un esemplare maschio della sua specie, aveva deposto sei uova dalle quali erano usciti altrettanti cuccioli sani. Anche casi di squali femmine, come Leonie, uno squalo leopardo che è stato il primo caso documentato di riproduzione asessuata di questa specie, rimangono incinte e partoriscono in acquari dove vengono completamente rimossi dai maschi.

Gli animali si riproducono per partenogenesi da milioni di anni; in particolare, tale metodo si è dapprima verificato in alcuni degli organismi più piccoli e più semplici. Per gli animali più avanzati come i vertebrati, gli scienziati ritengono che la riproduzione asessuata rappresenti l’ultimo tentativo di riproduzione per specie che vivono in condizioni avverse. Poiché è molto difficile rilevare la frequenza con cui la partenogenesi si verifica in natura, molti “primi casi” di riproduzione asessuata vengono osservati negli animali in cattività.

Tuttavia, il biologo riproduttivo dell'Università di Sheffield Allan Pacey spiega che la maggior parte degli animali di grandi dimensioni non si riproduce asessualmente, anche se potessero, perché questo non ha alcun interesse evolutivo. Il grande vantaggio della riproduzione sessuale, che consente di combinare i geni di due individui e le loro rispettive mutazioni, al fine di produrre individui meglio adattati alle condizioni del loro ambiente, è la diversità genetica. Quest'ultima, infatti, è cruciale per la sopravvivenza della specie, poiché tutti gli individui geneticamente identici sarebbero più vulnerabili alle malattie e ai cambiamenti climatici. In altre parole, il sesso ci aiuta a rimanere vivi come specie.

Albero filogenetico della partenogenesi

Partenogenesi Indotta e i Mammiferi: Nuovi Orizzonti e Dilemmi

Non si conoscono mammiferi che si riproducono per partenogenesi in natura, a differenza di organismi più semplici. Questo perché i mammiferi si affidano a un processo chiamato imprinting genomico. Come una sorta di “timbro molecolare”, l’imprinting etichetta quali geni provengono dalla madre e quali dal padre. Per i mammiferi come l’uomo, ciò significa che certi geni vengono attivati o disattivati a seconda del genitore dal quale provengono, rendendo la riproduzione da un singolo individuo estremamente complessa.

Eppure, recenti scoperte scientifiche hanno cominciato a sfidare questa apparente impossibilità. Una svolta recente e storica è arrivata solo poche settimane fa quando un gruppo di scienziati cinesi ha presentato al mondo i risultati dei loro esperimenti, riuscendo a riprodurre per la prima volta nella storia un topo asessuato da un singolo uovo, usando una tecnica di manipolazione genetica. Questa pietra miliare apre le porte alla riproduzione asessuata nei mammiferi, qualcosa che si riteneva impossibile da raggiungere e ha aperto la strada a possibili esperimenti sugli esseri umani. L'esperimento ha dimostrato che la partenogenesi nei mammiferi è fattibile, sebbene riconoscano che è necessario molto più lavoro prima che possa essere utilizzato in applicazioni del mondo reale. I ricercatori concludono che il processo potrebbe essere utilizzato per gli sviluppi nell'agricoltura e nella produzione di medicinali.

Esiste un precedente per la riproduzione senza sesso mediante partenogenesi indotta da laboratorio, quello del ratto “Kaguya”, rilasciato dagli scienziati giapponesi all’Università Agricola di Tokyo nell’aprile 2004. Kaguya, dal nome di un racconto popolare giapponese, era un topo creato in un laboratorio da due uova, cioè aveva due madri. Nel suo caso, la partenogenesi è partita da un processo chiamato “aploidizzazione” in cui uno dei due set di cromosomi viene rimosso da alcune cellule, lasciandole con una sola. Poiché qui sono state utilizzate due uova, la sfida era quella di modificare geneticamente uno di loro per assomigliare a uno spermatozoo, in particolare per emulare il gene Igf2, che normalmente è espresso solo dalla copia paterna del gene. Sebbene Kaguya fosse un grande progresso, il materiale genetico di due individui era ancora necessario per la sua creazione, qualcosa di diverso dai casi di riproduzione asessuata che si verificano in natura con specie non mammifere.

La situazione è cambiata grazie a un articolo pubblicato sulla rivista PNAS e firmato dagli scienziati cinesi Yanchang Wei, Cai-Rong Tang e Zhen-Ao Zhao. Essi descrivono una tecnica genetica simile al CRISPR-Cas9, che è popolarmente noto come “taglio e incollaggio del DNA”, per far sì che un topo abbia un giovane da solo, a partire da un uovo non fecondato. Hanno usato CRIPR-Cas9 per modificare artificialmente alcuni geni femminili fino a quando non erano come se provenissero da un campione maschile. Hanno cambiato l'uovo dall'essere una singola cellula a una blastocisti di 140 cellule, quindi hanno preso 192 embrioni formati con questo stesso processo e li hanno impiantati in diversi topi. Solo uno di questi è riuscito a superare la fase embrionale e fetale, dando alla luce tre topi, sebbene due siano morti durante il parto. Infine, uno dei giovani era vivo, era una femmina che pesava meno del normale, ma che cresceva sana e, quando raggiunse l'età adulta, era in grado di riprodursi naturalmente.

Questioni Etiche e Filosofiche nella Frontiera della Vita

L’altro lato della medaglia di questi straordinari progressi scientifici sono gli interrogativi etici che mettono in subbuglio l’intera comunità scientifica mondiale. La ricerca sugli ibridi umano-animali ha una storia lunga ed eticamente discutibile, e l'avanzamento tecnologico acuisce queste preoccupazioni. Ad esempio, il governo giapponese ha concesso per la prima volta a un gruppo di ricercatori l'autorizzazione a portare avanti esperimenti di ibridazione uomo-animale, dopo aver cancellato una legge che vietava di crescere embrioni ibridi oltre il 14esimo giorno di vita. Ciò dimostra un allentamento delle restrizioni etiche in alcuni contesti.

C'è chi fa notare il rischio insito nell'uso di staminali, che potrebbero “emigrare” dal luogo dell’impianto e andare a contribuire allo sviluppo di altri organi o tessuti, con risultati imprevedibili. Lo stesso Pablo Ross, uno degli autori degli esperimenti sugli embrioni pecora-umani, ammette che uno dei possibili problemi è l’eventualità che l’animale sviluppi una “mente umana”. Questo è un punto focale del dibattito bioetico. La scoperta che le cellule umane aggiunte a un embrione di scimmia siano in grado di moltiplicarsi e svilupparsi, almeno per un certo tempo, solleva nuove sfide etiche per la società.

I dubbi etici sollevati, tra gli altri, da Henry T. Greely, professore di genetica e legge a Stanford, e da Nita A. Farahany, professoressa di legge e filosofia alla Duke University, sono riassumibili in quattro punti principali: in primo luogo, il benessere degli animali deve essere una priorità assoluta. Poi, la provenienza delle cellule umane utilizzate è cruciale: le persone che forniscono queste cellule devono essere informate se sono utilizzate in ricerche particolarmente controverse? Il terzo punto riguarda l’idea stessa di mescolare cellule umane e animali, che può portare a reazioni forti specialmente se si pensa al numero di cellule umane che potrebbero formare il cervello animale (potrebbe fornire “qualità umane” all’animale?) o alla possibilità di una futura progenie chimerica. Sarebbe inoltre inevitabilmente più complicato se si parlasse di embrioni e feti impiantati in utero o, addirittura, portati alla nascita. Non è quello che è stato fatto finora, non è tra gli obiettivi di questa ricerca ed è incerto se mai sarà possibile una cosa del genere, ma è una possibilità a cui bisogna iniziare a pensare.

Regolamentazioni stringenti sono in atto in molte nazioni. Secondo il regolamento dei National Institutes of Health statunitensi, dal 2016 i fondi federali non possono più essere utilizzati per la creazione di chimere umano-animale. Per questo motivo, nel 2019 Belmonte ha condotto studi in collaborazione con la Cina con l’obiettivo di creare chimere umano-animale, nello specifico embrioni di scimmia con l’aggiunta di cellule umane, superando il limite di sviluppo precedente che era fissato a 14 giorni. L'International Society for Stem Cell Research (ISSCR), riconoscendo le preziose intuizioni sulla biologia umana e le malattie che questo tipo di ricerca fornisce, ha affrontato queste questioni in un rapporto consultivo e nelle sue linee guida del 2016. L’ISSCR, la più grande organizzazione internazionale per la ricerca sulle cellule staminali, riconosciuta come ente regolatore in questo campo, ha inoltre recentemente annunciato che le linee guida aggiornate per la ricerca di base e l’applicazione clinica saranno rilasciate a maggio.

Un ulteriore dilemma riguarda la partenogenesi umana. Sebbene la scoperta di scienziati cinesi abbia aperto le porte alla riproduzione asessuata nei mammiferi, la semplice risposta alla possibilità che ciò sia possibile negli esseri umani è ancora un no. Sebbene teoricamente si potrebbe alterare l'uovo di una donna umana in laboratorio per sottoporsi a un processo simile a quello del topo e ottenere una gravidanza da un singolo individuo, non sappiamo con certezza se ciò sarebbe possibile, e l'esecuzione di tali test comporta dilemmi etici piuttosto complessi. Un'altra domanda più interessante sarebbe se questo sia conveniente: produrre esseri umani dalla riproduzione asessuata, un po' come nella distopia di Huxley nel suo romanzo "Un mondo felice" (Brave New World) dove gli umani non nascono più, ma sono creati in laboratori con uno specifico disegno genetico. Ancora una volta, la risposta sarebbe no, ma non tanto a causa di un dilemma etico o morale, ma a causa di un dilemma di sopravvivenza. Sappiamo già che minore è la diversità genetica più vulnerabile è una specie e, nel corso della storia, possiamo trovare esempi che dimostrano perché non è appropriato per noi arrivare al punto di riprodurci producendo geni omogenei. La visione di Huxley, per quanto oscura, ci mostra dove il mondo potrebbe fermarsi se lo sviluppo scientifico e tecnologico dimentica l'etica.

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