L’Odissea della Vlora: Il 1991 e lo spartiacque della migrazione moderna

Il 1991 rappresenta, nella storia contemporanea italiana, un autentico anno spartiacque. Fino a quella data, l’immaginario collettivo nazionale, profondamente segnato da un passato di emigrazione, faticava a concepire l’Italia come meta d’arrivo. Gli stranieri presenti sul territorio erano, in larga parte, figure di tipo diverso: il cosmopolita benestante, l’intellettuale, l’imprenditore straniero che aveva alimentato la modernizzazione del Paese, o il turista colto. Il 7 marzo 1991, con l'arrivo di migliaia di albanesi nel porto di Brindisi, questa percezione subì uno scossone senza precedenti, aprendo una finestra sul mondo che non si sarebbe più richiusa.

Mappa del canale d’Otranto e rotte migratorie Albania-Italia

Il crollo di un regime e l’inizio dell’esodo

Certamente no, per chi conosceva l’Albania e ne seguiva le vicende dal giorno della morte del dittatore Enver Hoxha, avvenuta sei anni prima, l’11 aprile 1985, non fu una sorpresa l’arrivo di migliaia di albanesi. Quel fosco regime, durante gli anni di governo di Ramiz Alia, successore di Hoxha e autore di tardive e deboli riforme, aveva cominciato a mostrare crepe evidenti che ne preannunciavano lo sgretolamento. Il 2 luglio del 1990, 8.000 albanesi avevano “preso d’assalto” le ambasciate tedesca, francese, italiana, greca e di altri Paesi occidentali, rifugiandosi nei loro edifici, e solo dopo una serrata trattativa vennero lasciati partire.

Nei mesi successivi, altri albanesi riuscirono ad evadere dal Paese via mare. È probabile che il governo di Alia abbia usato la minaccia dell’esodo di decine di migliaia di persone per ottenere appoggi e finanziamenti internazionali per tenere in piedi il fatiscente Paese. La diga si ruppe, e l’esodo di massa avvenne, partendo dai porti di Valona, di Durazzo, di Santi Quaranta; diretti a Brindisi, a Bari, a Monopoli, a Otranto.

Il 7 marzo: La prima grande rottura

Gli abitanti di Brindisi erano ignari che fin dal 6 marzo due grosse navi mercantili provenienti da Durazzo, la Tirana con 3.500 persone e la Lirija con 3.000, erano state bloccate al largo dalle autorità italiane, e che numerose altre imbarcazioni di varie dimensioni e tipo ne avevano seguito la rotta ed erano pronte allo sbarco. Il giorno 7, levato il blocco, migliaia di profughi presero terra; si parla di 27.000 persone, ma la cifra, che nessuno ha potuto calcolare con precisione, si riferisce anche ai giorni successivi.

La città si mobilitò con dedizione - istituzioni pubbliche e private, semplici cittadini - per provvedere alle tante necessità, anche perché lo Stato - che pur sapeva ciò che stava accadendo - si mosse con molti giorni di ritardo. Per la prima volta, in tempo di pace, l’Italia aprì una finestra sul mondo povero, e la potenza dei media portò nelle case degli italiani le immagini di una migrazione di massa.

“La Vlora, il volto dell'accoglienza”: prima del docufilm sullo sbarco albanese a Bari nel 1991

La Vlora: La nave che cambiò la percezione

La Vlora fu una nave mercantile che prendeva il nome albanese della città di Valona, costruita all'inizio degli anni sessanta del Novecento. Il 7 agosto 1991, di ritorno da Cuba carica di zucchero di canna, durante le operazioni di sbarco del carico nel porto di Durazzo, in Albania, la nave venne assalita da una folla di circa 20.000 persone che costrinsero il comandante, Halim Milaqi, a salpare per l'Italia.

L’arrivo della Vlora, l’8 agosto 1991, resta ancora oggi il più grande arrivo di migranti da una sola nave nella storia d'Italia. Il 7 agosto, prima ancora che la Vlora sbarcasse, a Bari non c’era nessuno del mondo istituzionale, erano tutti in vacanza. La gestione di un flusso così cospicuo e inaspettato di migranti colse impreparate le istituzioni italiane, che si trovarono prive di strutture e procedure adeguate ad un'emergenza di tale portata.

Dinamiche di un approdo estremo

La nave, riempita all'inverosimile, chiese di poter sbarcare al porto di Brindisi. L'allora viceprefetto Bruno Pezzuto, resosi conto che non si trattava di un carico di poche centinaia di persone, convinse il comandante a dirigersi verso Bari. Il comandante, infatti, forzò il blocco comunicando di avere feriti gravi a bordo e di non poter dare il “macchine indietro” a causa del grande carico. La nave fu quindi fatta attraccare al cosiddetto Molo Carboni, il più distante dalla città.

I migranti furono sistemati nello Stadio della Vittoria e al porto di Bari. Alcuni si dispersero in città, trovando rifugio nei giardini, alla stazione, presso qualche famiglia o chiesa. Non si sa il numero esatto di persone che riuscirono a salire a bordo della nave mercantile Vlora nel porto di Durazzo, ma si stimò che fossero circa 20mila. Ervehe Laha, una delle persone a bordo, ha raccontato: «Ricordo i giorni prima della partenza, la città era soffocata dal caldo. Tutti lo dicevano, tutti ne parlavano: stava per succedere qualcosa di straordinario. Sapevo che era l’ultima possibilità di partire per l’Italia».

Immagine iconica della nave Vlora stracolma di persone nel porto di Bari

Il dramma umano e l’assedio dello stadio

Il 10 agosto don Tonino Bello arrivò al porto di Bari e poi allo stadio. Quel che stava accadendo lo sconvolgeva e lo indignava. Sul petto portava la croce di legno e si faceva largo a fatica fra gli agenti e la folla vociante. «Le persone - si legge nel suo pezzo vibrante - non possono essere trattate come bestie, prive di assistenza, lasciate nel tanfo delle feci, mantenute a dieta con i panini lanciati a distanza, come allo zoo, senza il minimo di decenza in quel carnaio greve di vomiti e di sudore».

La soluzione dello stadio, dettata dall'urgenza, divenne teatro di otto orribili giorni di assedio. All'interno, i gruppi più violenti e più determinati di fatto tennero in ostaggio tutti gli altri, comprese non poche famiglie e bambini. Poiché non c’era più libero accesso all’edificio, sorse il problema di come assicurare comunque i rifornimenti di acqua e cibo. Nelle prime ore si arrivò a lanciare dall’alto di un’autoscala dei vigili del fuoco fardelli di acqua minerale, come si fa negli zoo con le bestie feroci.

Complessità sociale e ritorno forzato

La realtà di quel momento non era univoca. L’arrivo della Vlora fu anche questo ma non solo. Di ipotesi ne sono state fatte molte: per alcuni fu un’operazione della malavita, per altri l’iniziativa di ex militari del regime comunista, per altri ancora un’iniziativa del Governo del paese balcanico per ottenere aiuti economici. Di certo, un numero cospicuo di albanesi era formato da criminali e avventurieri la cui azione fu destabilizzante.

Intanto, venne organizzata la più grande operazione di rimpatrio della storia repubblicana. Vi parteciparono 11 aerei militari C130 e G222, assieme a tre Super80 dell'Alitalia e a motonavi come la Tiepolo, la Palladio e la Tiziano. All'inizio, molti non sapevano che sarebbero tornati a casa. “È vero che ci portate a Venezia?”, chiedeva uno all'equipaggio. I rimpatriati furono oltre 17.400. Rimasero in Italia in 1.500, che avevano fatto domanda di asilo politico.

L’impatto a lungo termine

Dopo quel primo arrivo massiccio, e dopo gli altri che seguirono, le relazioni tra Italia e Albania hanno assunto nuovi profili. Si è realizzata gradualmente una fitta rete di scambi commerciali, economici ed umani. Le presenze hanno determinato un impatto abbastanza positivo sia sotto l’aspetto sociale che economico. Gli albanesi, oggi, rappresentano una delle comunità straniere più integrate in Italia, avendo realizzato ragguardevoli obiettivi professionali ed umani.

La vicenda della Vlora, tuttavia, rimane una ferita aperta nella memoria collettiva, un simbolo del contrasto tra l’apertura solidale di molti cittadini e l’incertezza di uno Stato impreparato. Il legame col mondo esterno - quello intrattenuto dai cittadini - è stato irreversibilmente cambiato da quel 1991, segnando l’inizio di un’epoca in cui l’Italia ha dovuto confrontarsi, nel bene e nel male, con la sua nuova natura di terra di approdo.

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