Il panorama digitale è divenuto, con crescente frequenza, un palcoscenico inaspettato per figure religiose che, scambiando i social network per pulpiti improvvisati, lanciano accuse e osservazioni che alimentano un acceso dibattito pubblico. Una sequela continua di preti e sacerdoti ha catalizzato l'attenzione mediatica per le loro esternazioni, spesso percepite come sgangherate e offensive. Un caso emblematico, che ha preceduto l'attuale controversia, ha visto protagonista don Lorenzo Guidotti a Bologna, il quale si è rivolto con toni e parole inqualificabili alla richiesta d’aiuto di una diciassettenne che aveva denunciato una violenza sessuale. Questa vicenda ha suscitato un'ondata di indignazione, pur trovando puntuale difesa da parte di figure pubbliche come Matteo Salvini e Carlo Giovanardi. Tale episodio ha preannunciato un'altra controversia che ha scosso l'opinione pubblica, questa volta incentrata sulla delicata questione dell'aborto e le sue implicazioni morali e sociali.

Adesso, l'attenzione si è spostata su un altro sacerdote bolognese, don Francesco Pieri, il quale ha scelto la medesima piattaforma digitale per produrre un obbrobrioso paragone che ha innescato una veemente reazione. La sua dichiarazione, diffusa attraverso uno di quegli orrendi post colorati tipici dei social network, ha posto una domanda provocatoria e profondamente divisiva: “Ha più morti innocenti sulla coscienza Totò Rijna (sic!) o Emma Bonino?”. Questa interrogativo, che accosta due figure diametralmente opposte nella storia e nella moralità pubblica italiana, ha generato un'ondata di sconcerto e condanna, riaprendo ferite profonde nel dibattito etico e civile del Paese.
L'Accostamento Controversio: Totò Riina e Emma Bonino
Don Francesco Pieri, sacerdote bolognese e docente presso la facoltà teologica dell’Emilia-Romagna, ha scatenato una bufera mediatica con il suo post che ha messo a confronto la figura del capo di Cosa Nostra, Totò Riina, con quella di Emma Bonino, una delle più importanti personalità repubblicane e storica attivista per i diritti civili. La domanda retorica lanciata sui social media, “Ha più morti innocenti sulla coscienza Totò Rijna (sic!) o Emma Bonino?”, ha rappresentato un gesto provocatorio che ha immediatamente diviso l'opinione pubblica e la comunità ecclesiale.
Il carattere esplosivo di tale affermazione è stato amplificato dal fatto che costui insegna in una prestigiosa istituzione teologica. Le cronache hanno evidenziato come il post abbia incassato anche il "Like" di don Massimo Vacchetti, vice-economo della Curia e responsabile della Pastorale dello sport. Questo dettaglio non è passato inosservato, poiché ha suggerito che il sentimento sottostante a tale paragone possa essere più diffuso all'interno di certi ambienti ecclesiastici. Il fatto che ai ministri di Dio non crei alcuno scompiglio mettere l’uno contro l’altro l’ex capo di Cosa Nostra, condannato a decine di ergastoli e morto senza mai pentirsi, e una figura politica che ha segnato profondamente la storia dei diritti civili in Italia, è stato percepito come un segnale inquietante e come una grave mancanza di discernimento morale.
L'ex ministra Emma Bonino, nel corso degli anni Settanta, si è infatti resa responsabile di numerosi "procurati aborti", un'espressione che si riferisce al suo attivismo diretto e talvolta alla pratica di interruzioni di gravidanza in un'epoca in cui tale pratica era ancora illegale in Italia. Il suo impegno è stato particolarmente intenso nel percorso verso la campagna per il referendum sull'aborto, dopo aver fondato a Milano il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto. Questa attività, svolta con l'obiettivo di sollevare un dibattito essenziale e di garantire alle donne un diritto all'autodeterminazione sulla propria maternità in un contesto di clandestinità e pericolo, l'ha portata a costituirsi prima di dare inizio alla sua carriera politica, un atto di disobbedienza civile inteso a provocare un cambiamento legislativo. La tempistica scelta da don Francesco Pieri per la sua provocazione, sebbene forse non opportuna, ha comunque acceso un riflettore su posizioni che, pur nella loro radicalità, trovano fondamento in una parte della riflessione teologica e morale.
Le Giustificazioni Teologiche e Morali di Don Pieri: Gaudium et Spes e Biffi
La tesi di don Francesco Pieri, secondo cui "moralmente non c'è differenza" tra le azioni di Totò Riina e l'attivismo di Emma Bonino in merito ai "morti innocenti", trova una sua giustificazione - nelle intenzioni del sacerdote - in specifici documenti e posizioni della Chiesa Cattolica. Nei commenti successivi al suo post iniziale, don Pieri ha approfondito il suo pensiero, citando il Concilio Vaticano II e in particolare la costituzione pastorale Gaudium et spes.
Il sacerdote ha ricordato che la Gaudium et spes, nella sua sezione 27, "mette l’aborto (non importa se legalizzato, ospedalizzato e mutuabile o no) in serie con ‘genocidio, omicidio volontario’ e altri crimini orrendi", tra cui, secondo la sua interpretazione, rientrerebbero certamente anche quelli di mafia. Inoltre, il documento conciliare nella sezione 51 definisce l’aborto come un “abominevole delitto”. L'argomentazione di Pieri si basa sull'idea che, se la Chiesa equipara l'aborto a crimini di tale gravità, la percezione pubblica e l'indignazione dovrebbero essere analoghe a quelle riservate ad altre efferatezze. "Solo che vedo meno gente disposta a indignarsi e schierarsi per ‘questi’ innocenti. Anche tra chi metterebbe la mano sul fuoco per il Vaticano II", ha puntualizzato il sacerdote, evidenziando una presunta incoerenza nella sensibilità morale contemporanea.
La lingua italiana protagonista nel Concilio Vaticano II
A rafforzare ulteriormente la sua tesi, don Pieri ha chiamato in soccorso un'altra figura di spicco del mondo cattolico italiano, il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, scomparso nel 2015 e noto per le sue posizioni conservatrici all'interno della Chiesa. Il sacerdote ha rilanciato un articolo di stampa del 1998 in cui Biffi non esitava a paragonare l’aborto ai lager nazisti. In quell'occasione, durante la Giornata della Vita, il cardinale affermò: "La massima vergogna del ‘900, che pure ha conosciuto le più orrende infamie della storia, come i molti e diversi genocidi che sono stati perpetrati - così disse a San Luca - resta senza dubbio la legalizzazione dell’aborto". Questo accostamento forte e storicamente controverso, già avanzato da Biffi, serve a don Pieri per sostenere la gravità morale intrinseca dell'aborto, indipendentemente dal suo status legale o dal contesto sociale.
La posizione di don Pieri, quindi, non si presenta come un'improvvisazione isolata, ma si inserisce in un filone di pensiero teologico e morale che ha radici profonde nella dottrina cattolica. Tuttavia, la modalità e il contesto in cui tale posizione è stata espressa - l'arena volatile dei social network e l'accostamento diretto con un criminale della statura di Riina - hanno sollevato una questione ben più ampia sul ruolo e la comunicazione dei ministri di Dio nella società contemporanea e sulla comprensione delle sfumature etiche e storiche.
Emma Bonino e il Contesto Storico dell'Aborto in Italia
Per comprendere appieno la controversia sollevata da don Pieri, è essenziale collocare le azioni di Emma Bonino nel loro giusto contesto storico, sociale e politico, lontano da semplificazioni o anacronismi. Emma Bonino è stata una figura centrale nell'ottenimento di un "salto di qualità nei diritti delle persone" in Italia, in un'epoca in cui l'interruzione di gravidanza era un reato punibile dalla legge. Il suo attivismo si è sviluppato in un Paese che, negli anni Settanta, era ancora profondamente diviso sulle questioni etiche e sociali legate alla sfera riproduttiva femminile, ma che mostrava segni di un'evoluzione culturale e giuridica.
Negli anni che hanno preceduto l'approvazione della Legge 194 nel 1978, l'aborto clandestino rappresentava una realtà drammatica e una piaga sociale di proporzioni immense in Italia. Le stime confermate indicano che i decessi procurati dagli aborti clandestini erano intorno ai 20.000 all'anno, una cifra che testimonia la vastità e la pericolosità del fenomeno. Migliaia di donne erano costrette a ricorrere a pratiche improvvisate e spesso letali, messe in atto in condizioni igienico-sanitarie spaventose e senza alcun supporto medico. Addirittura, prima dell'introduzione del cosiddetto "metodo Karman" - un sistema di aspirazione meno invasivo e rischioso rispetto alle pratiche precedenti - si utilizzavano modalità ben più pericolose, che includevano l'uso di ferri da calza, cannule rudimentali e sostanze abortive dannose, con conseguenze spesso fatali o di grave invalidità per le donne.

È in questo scenario di emergenza sanitaria e di negazione di un diritto fondamentale che si inserisce l'azione di Emma Bonino. La sua battaglia non era solamente per la legalizzazione di una pratica, ma per la tutela della salute e della vita delle donne, che morivano o subivano danni permanenti a causa della clandestinità. L'accusa di aver causato 3.000 ricoveri per setticemia, una notizia circolata negli anni, non è confermata, e si contrappone alla tragica realtà dei decessi e delle complicanze legati agli aborti illegali. Il metodo Karman, sebbene potesse essere e anzi senz’altro era discutibile sotto certi aspetti, rappresentò, in quel contesto, un tentativo di offrire una pratica meno rischiosa e più controllata rispetto alle alternative clandestine, mettendo in luce la necessità urgente di una regolamentazione.
Bonino, cofondatrice a Milano del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, si è battuta affinché le donne avessero accesso a informazioni corrette e, in ultima istanza, a un'interruzione di gravidanza sicura e legale. Il suo impegno, che la vide anche protagonista di atti di disobbedienza civile come l'autodenuncia per pratiche abortive, fu mosso dalla convinzione che la depenalizzazione dell'aborto fosse un passo ineludibile per un Paese che voleva dirsi civile e rispettoso dei diritti umani. Il suo percorso di vita e attivismo politico, sebbene possa essere oggetto di diverse interpretazioni e giudizi - "su cui ovviamente ciascuno può pensare ciò che crede", come sottolineato nel dibattito -, è indissolubilmente legato a un momento storico di profonda trasformazione sociale e legislativa in Italia, e non può essere estrapolato da esso senza perdere il suo significato intrinseco.
Le Reazioni e il Contrasto Etico: L'Indignazione e la Replica di Emma Bonino
L'accostamento operato da don Pieri tra Totò Riina ed Emma Bonino ha provocato un'ondata di indignazione e ha acceso un dibattito feroce sulla "violenza feroce di chi ha dato il calcio d’inizio". Quello che sconvolge è proprio il paragone in sé: in che modo un prete può affiancare simili personalità e rilanciare questa sua osservazione in pasto ai social? La reazione pubblica è stata un "diluvio di 'shock'", con proteste veementi per le parole del sacerdote, reo di aver accostato la militante radicale a un ergastolano condannato al regime di 41 bis, simbolo della criminalità organizzata.

Non è vero, come approfondisce il prete nei commenti, che “moralmente non c'è differenza”. È proprio questa affermazione, che don Pieri rincara la dose tra i commenti che sono seguiti, a essere stata oggetto di profonda contestazione. Eccome se c’è differenza: fra una persona che ha lottato, magari sporcandosi le mani, per allargare i diritti civili e il capo della Mafia ce n’è, di differenza. La lotta per i diritti civili, seppur controversa e discussa, si inserisce in un alveo democratico e mira a modificare l'ordinamento giuridico per migliorare le condizioni di vita di segmenti della popolazione. Le azioni mafiose, al contrario, sono intrinsecamente criminali, violente e mirano a sovvertire lo stato di diritto attraverso la coercizione, l'omicidio e la corruzione, senza alcun rispetto per la vita umana al di fuori dei propri interessi.
La polemica sollevata ha raggiunto direttamente Emma Bonino, che ha scelto di non rimanere in silenzio. Contattata, l’ex ministra ha risposto inizialmente "nessuna replica" alle accuse di don Pieri, ma successivamente, sempre via social, non ha usato mezzi termini per esprimere la sua posizione. «Gli insulti normalmente qualificano chi li fa non chi li riceve e, comunque, immagino che questo don Piero abbia fatto il mio nome per rappresentare milioni di donne che hanno subito in un modo o nell'altro il trauma dell'aborto. L’offesa quindi non l’ha rivolta a me ma a milioni di donne». Con queste parole, Bonino ha spostato il focus dalla sua persona a una dimensione collettiva, riconoscendo la complessità e il peso emotivo dell'aborto per innumerevoli donne e interpretando le accuse del sacerdote come un'offesa estesa a tutte loro.
Mentre le reazioni altrui sono state percepite come "sempre eccessive" da alcuni esponenti del Popolo della Famiglia, i quali hanno espresso solidarietà a don Pieri, spiegando come il prete sia stato “vittima della gogna mediatica”, non si è analizzata a sufficienza, secondo i critici, la "violenza feroce" dell'affermazione iniziale. Secondo, se posizioni del genere guadagnano attenzione, è anche perché - oltre alla loro inadeguatezza sotto ogni punto di vista - sono state diffuse su una piattaforma pubblica. Non si può pensare che l’autore non ne fosse consapevole delle possibili ripercussioni. Nonostante le critiche e le polemiche, don Francesco Pieri ha continuato ad arringare e a perorare la sua tesi sui social, incassando il ‘mi piace’ anche di don Massimo Vacchetti, e mantenendo un lapidario "no comment" al telefono sia lui che la Curia di Bologna. La polemica ha messo in luce non solo le diverse visioni sull'aborto, ma anche l'impossibilità di un dialogo costruttivo quando il fondamentalismo sembra precludere ogni forma di confronto ragionato.
Precedenti e Paralleli: Altri Casi Controversi e la Posizione del Papa
Il caso di don Francesco Pieri non è un incidente isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio di esternazioni controverse da parte di membri del clero, in particolare attraverso i canali social. Poche settimane prima della polemica che ha coinvolto don Pieri, avevano fatto scalpore le dichiarazioni, sempre via social, di un altro prete di Bologna, don Lorenzo Guidotti. Quest'ultimo aveva espresso la sua mancanza di pietà per una diciannovenne vittima di stupro con le parole "se l’è andata a cercare", motivando la sua affermazione con il fatto che la giovane avesse accettato di uscire con un immigrato con il quale si era ubriacata. Tale episodio aveva scatenato un'ondata di indignazione ancora fresca nella memoria collettiva, portando alla presa di distanza della Curia di Bologna e alle scuse di don Guidotti. Questi precedenti dimostrano una tendenza preoccupante all'uso dei social media come megafono per posizioni estreme, spesso senza un'adeguata ponderazione delle conseguenze e dell'impatto sul pubblico.
Un altro parallelo, significativo per la sua fonte autorevole, riguarda le parole di Papa Francesco. Non era stato rilevato però l'analogo “shock” quando a dire più o meno le stesse cose fu proprio il Pontefice, nel corso della conferenza stampa pronunciata il 18 febbraio del 2016 su un volo di ritorno dal Messico. In quell'occasione, la conferenza stampa del Papa passò alla storia solo per la sua frase su Donald Trump - “una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non a fare ponti, non è cristiana” - mentre nulla si disse su quanto Francesco sottolineò a proposito dell'aborto. Le sue parole furono chiare e dirette: “L’aborto non è un 'male minore'. E’ un crimine. E’ fare fuori uno per salvare un altro. E’ quello che fa la mafia”.

Questo accostamento, proveniente dalla massima autorità della Chiesa Cattolica, pur non menzionando direttamente Emma Bonino o Totò Riina, ha utilizzato un paragone forte e moralmente equiparabile a quello di don Pieri, legando l'aborto a pratiche criminali e mafiose. La disparità di reazione tra le parole del Papa e quelle di un semplice sacerdote bolognese ha sollevato interrogativi sulla natura dell'indignazione pubblica e sulla percezione delle autorità religiose. Mentre le parole di un parroco generano "shock" e proteste sui giornali, la dichiarazione di un Papa, che utilizza un linguaggio altrettanto incisivo, può passare in gran parte inosservata, o essere assorbita e interpretata in modo diverso dal pubblico e dai media.
Questo fenomeno suggerisce che l'attenzione mediatica e la reazione emotiva non dipendono unicamente dal contenuto delle affermazioni, ma anche dalla visibilità del soggetto, dal contesto in cui vengono espresse e dalla capacità di tali affermazioni di inserirsi in narrazioni preesistenti o di accendere polemiche più ampie. Il fondamentalismo, come è stato notato, "non ha colore né costituisce esclusiva di una confessione religiosa. Tutt’altro", ma la sua espressione attraverso figure religiose su piattaforme pubbliche continua a generare frizioni e a mettere in discussione il ruolo della Chiesa nel dibattito etico e civile contemporaneo.