Il Falso Dibattito sulla Femminista che Abortisce un Maschio: Oltre la Bufala, la Profonda Riflessione Femminista su Aborto, Sessualità e Patriarcato

Negli ultimi tempi, la costante indignazione è sfiancante. Non è solo una questione di pigrizia e di risparmio di energie preziose. Una difesa cieca e irrazionale non è una buona difesa, ha solo l’apparenza dello “stare dalla parte giusta” e la prossima volta chissà. Questo si è manifestato con particolare evidenza in un dibattito acceso e, come si è poi scoperto, fondato su una notizia completamente falsa, che ha ingannato molte testate, sia italiane che estere, e ha sollevato un'ondata di reazioni e polemiche.

La Notizia Virale e la Sua Smentita: Un Caso di Disinformazione Diffusa

A chi non è capitato di comprare un film in dvd, arrivare a casa, infilarlo nel lettore e accorgersi che non funziona, non va, a un certo punto si blocca? Oppure di acquistare un mobile da montare e scoprire troppo tardi che nello scatolone manca una vite? Non dovrebbe, è raro che succeda, e però succede. Così come accade di leggere una notizia mal scritta, imprecisa, o addirittura priva di fondamento. Ai lettori dell’edizione online del Secolo XIX (e di alcune altre testate italiane) è successo, e la notizia in questione è quella della donna che (non) ha abortito il figlio che stava aspettando perché maschio.

Era una notizia falsa, e anche noi, come molti altri, ci siamo cascati. Però, dopo avere ricevuto le lamentele di alcuni lettori in proposito, invece di farla sparire e basta, si è deciso di andare a fondo alla vicenda, capire che cosa fosse successo e spiegarlo. La vicenda che ha sollevato un’enorme indignazione, inizialmente, è stata provocata da una lettera inviata a Concita De Gregorio, che narrava di una donna che avrebbe abortito perché scopre di aspettare un maschio. La decisione choc, riportata dal quotidiano britannico Metro, sarebbe stata presa da una blogger, conosciuta solo con il nome di Lena, che avrebbe poi deciso di condividere il suo pensiero con la rete. La notizia riferiva che, quando la donna scoprì il sesso del bambino, dopo una fecondazione volontaria e consapevole, avrebbe ammesso: “Ero sotto choc, ho pianto e ho maledetto il mondo per quanto mi era accaduto”. La donna sarebbe stata terrorizzata dall’idea di portare in grembo un mostro, un uomo, e per questo avrebbe interrotto la gravidanza. La femminista avrebbe poi ammesso di voler riprovare ad avere un bambino, ma specificando: “Se dovesse ripetersi l’episodio, sono pronta ad abortire di nuovo”. E concludeva: “Io non odio gli uomini, odio il patriarcato, ciò in cui gli uomini, e anche alcune donne, si trasformano. Non ho intenzione che accada anche ai miei discendenti. E le probabilità che accadesse erano maggiori dando alla luce un maschio. Una maledizione.”

Negli ultimi giorni sono stati molti i siti “anti-bufala” italiani e stranieri che si sono occupati della vicenda. La notizia ha incominciato a circolare il 17 gennaio scorso, partita da un blog che si chiama Injustice Stories, in cui una certa Lena (o Lana) racconta la vicenda di cui (non) è stata protagonista. A chiudere il cerchio, le ragioni per cui la storia sarebbe stata inventata: secondo quanto ricostruito da snopes.com, il blog Injustice Stories è andato online proprio il 17 gennaio 2015, giorno della pubblicazione della discussa storia. È nato per questo, insomma. “Cui prodest”, come diceva qualcuno? A chi giova tutto questo? Perché farlo? Gli ultimi sospetti parlano di una ben organizzata campagna anti-abortista, capace (come in effetti ha fatto) di sollevare gli animi contro l’interruzione di gravidanza. Ma non si può neppure escludere una sorta di “esperimento” social, o anche il banale “scherzo”. Certezze non ce ne sono, e sin che non se ne avranno, è meglio evitare di scriverne ancora.

Falsa notizia in circolo online

La Reazione Iniziale e il Diritto di Scelta Individuale

Di fronte a questa presunta notizia, le reazioni sono state immediate e veementi. “Schifo!”, “vergogna!”, “come vi permettete?!” sembrano essere reazioni speculari alla letterina di Andrea B., la quale, tuttavia, ha anche suscitato un'altra riflessione, ben più profonda e allineata con i principi fondamentali dell'autonomia femminile.La risposta, secondo alcuni, è facile e non richiede insulti o scandalo: è sì, è la donna a decidere, magari perché non vuole diventare madre o perché non vuole un altro figlio. Sono affari suoi e di nessun altro. Ogni donna per sé stessa. Nessuno può scegliere per la gravidanza di un’altra o per la sua interruzione. Sarebbe anche interessante chiedere ai fautori del consenso del maschio: come? C’è perfino chi si scandalizza perché De Gregorio ha scritto “Grazie ad Andrea B.” perché non si ringrazia per una lettera così! Così è un po’ microfono aperto. E per quello abbiamo già i social media. Questo episodio, seppur basato su una falsità, ha evidenziato la necessità di ribadire un principio inalienabile: la totale autonomia della donna sulle proprie scelte riproduttive.

03 Età Femminile e Riproduzione

Il Dibattito Femminista Sull'Aborto Oltre la Superficie: Una Questione di Libertà e Società

Mai come oggi si è parlato tanto di aborto e mai come oggi si è tanto stravolto e mistificato il significato che le femministe danno alla lotta per l’aborto e all’aborto stesso. Quindi è importante riaffermare con chiarezza la posizione femminista. Il problema è che queste cose vengono viste a compartimenti stagni: l’aborto da una parte, la sessualità da un’altra, la violenza da un’altra ancora, come momenti separati e non comunicanti, mentre c’è un filo rosso - di sangue purtroppo - che li unisce tutti e tre. L’aborto e il tipo di sessualità che ci viene imposto sono facce nascoste della stessa violenza.

Simbolo di lotta femminista

Ridefinire la Lotta per l'Aborto

Si sta cercando di far passare la lotta per l’aborto come lotta per l’aborto «libero e gratuito» che si esaurirà «totalmente una volta raggiunto questo obiettivo» concreto. Il discorso è invece molto più vasto. L'obiettivo dell’aborto in sé e per sé è reazionario perché, anche se fatto in condizioni migliori di quelle attuali, conferma sempre la sessualità di tipo patriarcale, riproduttiva, che colpevolizza la donna. La strategia dei compartimenti stagni adottata dal sistema (perché gli è funzionale, non lo scardina, ma lo rinforza) non può portare a nessun cambiamento reale, eccezione fatta per il minor numero di morti, malattie e traumi se l’aborto sarà legalizzato e la contraccezione diffusa. Quel che preoccupa è che il discorso della sessualità allargata - dopo l’exploit del ’68, legato ai temi contro culturali sta avendo un momento di regresso. Si’ sono fatti saltare i tabù sessuali dal punto di vista del «vediamo-tutto sappiamo-tutto», cioè a livello visuale, conoscitivo. Ma non c’è stata nessuna modifica a livello interiore, nella sensibilità delle persone. E la sessualità allargata è stata mistificata, diventando la famosa sessualità libera, contrabbandata come liberatoria, mentre non è, per la donna, che un riaffermare il suo ruolo di oggetto. E così si tenta ora di mistificare l’aborto, contrabbandandolo per diritto civile. Ma quale diritto civile? Questo è soltanto un diritto alla sopravvivenza, una cosa che prescinde totalmente dal diritto «civile» nel senso letterale del termine. L’aborto è un fatto di barbarie, di infima inciviltà, altro che diritto civile di merda! Le femministe stanno lottando per sopravvivere, per non essere schiave di questa «civiltà».

Contraddizioni della Contraccezione Femminile e la Necessità della Responsabilità Maschile

Anche le posizioni più avanzate nel cosiddetto schieramento «progressista» (no all’aborto e sì alla contraccezione) tendono a presentare contraccezione femminile e consultori come la conquista massima, la liberazione definitiva. La contraccezione è ovviamente preferibile all’aborto, ma non mette in discussione la sessualità legata alla riproduzione e rimane ancora responsabilità della sola donna. Non si farà più l’aborto, è un passo avanti, ma ci si rovinerà il fegato con la pillola e ci si faranno venire le emorragie mettendosi la spirale. Il tutto per una sessualità che continuerà a restare riproduttiva e violenta. E per una sessualità che continuerà a colpevolizzare la donna. La donna è malfatta e in quanto «fatta male» rimane incinta: quindi è la donna che deve riparare alla sua «malaria», al suo essere fatta male!… Quindi per le femministe l’aborto assistito è positivo in quanto è una violenza minore, così come la contraccezione è una violenza ancora minore. Ma vogliono anche la contraccezione maschile, perché la responsabilità non può essere solo della donna: io che devo mettere il diaframma, io che ho l’angoscia della pillola. Un discorso importante, certo, però bisogna fare attenzione a non ribaltare il concetto di «peccato» legato al fatto di essere incinta sulla controparte maschile, dicendo che il «guaio» lo fanno i maschi, che «il cattivo» non è l’utero, ma lo sperma. Dare questi giudizi di valore non ha senso: si tratta di rivedere il concetto di rapporto, non solo con il nostro corpo, ma con le leggi biologiche che regolano questi fenomeni. La richiesta della vasectomia ha quindi un significato politico, non vendicativo. Tanto più che sia l’aborto che la contraccezione femminile non fanno che ributtarci addosso lo stigma del destino biologico della donna, che, in quanto tale, è considerata necessariamente madre. E poi, bisogna guardare anche quel che di negativo porterà il passaggio della legge sull’aborto: intanto ci sarà una ulteriore deresponsabilizzazione dei maschi. Questo è stato detto esplicitamente. A luglio di due anni fa, ero presente in una delle prime raccolte di firme per l’aborto. Tra le tante persone che venivano a firmare arrivarono due, «Eccome no, se non firmiamo! Così almeno non si paga più». Ecco: è una cosa che fa comodo. Andrà a finire che si avranno rapporti sessuali insoddisfacenti come al solito, non si avrà potere sul proprio corpo, non si avrà possibilità di inserirsi in questa società e in più si libereranno i maschi dal complesso di colpa.

Contraccezione femminile vs maschile

La Sessualità come Campo di Battaglia Culturale: Oltre il Coito Vaginale

Ci si è stufate di dover abortire, di dover prendere migliaia di pillole, di doverci mettere milioni di diaframmi e spirali. Basta con queste violenze! La sessualità, non è il coito vaginale. La sessualità che chiamano «naturale» non è naturale per nulla, si risolve in un rapporto di violenza in cui alla donna spetta solo il ruolo di riproduttrice. A breve termine, quindi, bisogna lottare per l’uso articolato della contraccezione, ma a lungo termine non si può perdere di vista una rivoluzione culturale che è quella di una sessualità diversa, diffusa, vissuta con tutto il corpo e non con venti centimetri di pelle.

Rappresentazione di una sessualità non patriarcale

L'Aborto: Un Diritto alla Sopravvivenza in un Contesto di Violenza Sistemica

È un problema politico collegato a tutti gli altri. Le femministe fanno l’analisi sulla sessualità come fanno quella sullo sfruttamento del lavoro domestico o su altri aspetti dell’oppressione della donna: ma sanno che non potranno risolvere i problemi separatamente l’uno dall’altro. Nella misura in cui ci si avvicinerà non dico alla rivoluzione, ma a una strada nostra, si potrà vivere meglio la propria sessualità. Per ora la maggioranza delle donne, comprese quelle che si definiscono liberate, continuerà a vivere l’aborto come trauma. Ed è importante anche avere il coraggio di vedere fino a che punto noi, che ci consideriamo donne liberate, abbiamo superato certi problemi. Nella misura in cui - dopo aver fatto il discorso teorico sull’aborto, dopo essere andate incontro alle donne che dovevano abortire creando strutture alternative - si trovano tra di noi persone che abortiscono, si ha di fronte un problema che ci investe tutte quante, molto profondamente. Ma non siamo donne liberate, siamo donne in via di liberazione. Facciamo queste belle analisi sulla sessualità allargata, ma quanto riusciamo a praticarla?

03 Età Femminile e Riproduzione

Trauma, Maternità e il Desiderio di Figli in una Società che Opprime

È un trauma strettamente collegato al problema della maternità. È chiaro che all’origine il fatto di accoppiarsi aveva una sua funzionalità riproduttiva: quindi dentro di noi esiste il problema del desiderio di un bambino. Se io dovessi abortire, forse anche perché vivo la maternità, me lo porrei il problema di questa potenzialità che non trova uno sbocco. Quindi non si vede come potremmo non sentire l’aborto come trauma. D’altra parte, razionalmente, c’è da chiedersi se, oggi come oggi, l’unica scelta che abbia un senso non sia quella di non avere figli dato che le attuali condizioni della donna nella società tendono a rendere la maternità un enorme peso. A parte le strutture (asili nido etc.) avrebbe significato poter dividere la maternità col partner e col gruppo. Ma il gruppo non esiste, il partner neppure e anche quando vuole condividere le responsabilità dell’allevamento dei figli questa società lo rende quasi impossibile. Quindi, dato che esiste questo non so come chiamarlo, istinto, quest’abitudine di millenni alla riproduzione, interiorizzata, la cosa più seria che possiamo fare è cercare di vederla, di prenderne coscienza. È un lavoro immenso: si tratta di sradicare una cultura per costruirne un’altra. E poi c’è il problema di trovare un’alternativa per la maggioranza delle donne, che i figli li ha e il cui compito storico è appunto vedere cosa fare di fronte a questi figli. Non è un problema staccato da quello dell’aborto, ma un altro degli anelli della catena.

Donne e il peso della maternità

Da quello che si è detto risulta chiaro che quello dell’aborto è un altro caso di «espropriazione» dei nostri temi, che il sistema stravolge per svuotarli dei contenuti veramente rivoluzionari. A questo punto, quando ci diranno «ma che volete ancora?» dobbiamo essere pronte a dire che noi vogliamo la rivoluzione, che noi vogliamo fare il femminismo.

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