Introduzione: Una Testimonianza che Agita le Acque
La storia di Gianna Jessen è una testimonianza potente e commovente, che sfida le convenzioni e scuote le coscienze. Nata nel 1977, Gianna è sopravvissuta a un aborto salino tentato dalla madre biologica, portando con sé le cicatrici fisiche e un messaggio di speranza e fede che condivide instancabilmente in tutto il mondo. La sua narrazione va oltre la sua esperienza personale, toccando temi profondi come il diritto alla vita, la disabilità, il perdono e la forza dell'amore divino. "Sono la Sua bambina, la bambina di Dio non si tocca!", afferma con convinzione, riassumendo l'essenza della sua battaglia per infondere umanità in un dibattito spesso spersonalizzato.

La Nascita Contro Ogni Pronostico: Un Miracolo Inatteso
Gianna Jessen è nata il 6 aprile 1977, un giorno che avrebbe dovuto segnare la sua morte, non la sua nascita. La madre biologica, all'epoca diciassettenne, si rivolse al Planned Parenthood, il più grande ente abortista al mondo, quando era al sesto mese e mezzo di gravidanza. Le consigliarono un aborto salino tardivo. Questa procedura prevede l'iniezione di una soluzione salina nel grembo della madre, che corrode il bambino, il quale dovrebbe essere partorito morto nelle successive 24 ore. Tuttavia, con grande sorpresa di tutti, Gianna non arrivò morta, ma viva, nella clinica abortista della contea di Los Angeles.
Questo evento, in sé straordinario, fu ulteriormente segnato da una "cosa magnifica sul perfetto tempismo" del suo arrivo: il medico abortista non era ancora in servizio. Questa circostanza impedì al medico di "terminare il suo progetto sulla [sua] vita, cioè la [sua] morte". Gianna fu partorita viva dopo 18 ore, quando, secondo le aspettative, avrebbe dovuto essere cieca, ustionata o morta. Il fatto che il medico abortista dovette firmare il suo certificato di nascita è per lei una "bellissima rivincita", un segno tangibile che "non hanno vinto". Chiunque esamini le sue carte può leggere "nata per aborto salino", ma per Gianna, questa dicitura nasconde una verità più profonda: "nata per Amore di Dio".
Beati Voi - Intervista a Gianna Jessen (puntata del 07/03/2018)
Le Conseguenze dell'Aborto Salino: La Paralisi Cerebrale e il Post Traumatic Stress Disorder
La sopravvivenza di Gianna all'aborto salino non fu senza conseguenze. All'età di 17 mesi le fu diagnosticata una paralisi cerebrale, causata dalla mancanza di ossigeno al cervello durante il processo abortivo. Questo "dono della paralisi cerebrale", come lei stessa lo definisce, ha comportato difficoltà di deambulazione e altre fragilità con cui tuttora deve fare i conti. I medici disperavano che potesse mai alzarsi dal letto, e per anni si è spostata con un deambulatore e tutori. Oggi, sebbene zoppichi un pochino e a volte cada, riesce a stare in piedi e a camminare senza ausili, un risultato che attribuisce alla "gloria di Dio" e alla dedizione della sua madre adottiva.
Oltre ai danni fisici, Gianna ha rivelato di soffrire di "Post traumatic stress disorder", una patologia che colpisce le vittime di grandi catastrofi o guerre, tipica delle persone che si sono trovate all'improvviso davanti alla morte dovendosi difendere. Nonostante le difficoltà, lei vede in queste sfide un motore per la sua missione. La sua esperienza la porta a interrogarsi su un punto cruciale: "se l'aborto riguarda solo i diritti della donna, come la mettiamo con i miei?". Nessuna femminista radicale, sottolinea, combatteva per i suoi diritti quel giorno, quando la sua vita veniva soppressa nel nome dei diritti della donna. Gianna si oppone fermamente al ragionamento "orribile e disgustoso" che suggerisce di abortire i bambini a rischio di disabilità, affermando che "ci sono cose che si possono imparare soltanto dai più deboli tra noi, se li sopprimete sarete voi a rimetterci".

L'Adozione e l'Amore di Penny: Una Rinascita
Dopo la sua nascita, Gianna fu messa in una prima casa di accoglienza, dove, a sua detta, "decisero che non gli piacevo". Questo iniziale rifiuto lasciò il posto a un amore profondo e incondizionato quando fu accolta da Penny, la sua madre adottiva, all'età di 17 mesi. Penny, che Gianna chiama affettuosamente "la mia vera mamma", ha svolto un ruolo fondamentale nella sua vita, supportandola e aiutandola a superare la sua disabilità. Contro ogni previsione medica, Penny lavorava con lei tre volte al giorno in fisioterapia. Grazie a questa instancabile dedizione, Gianna, che i medici credevano non avrebbe mai camminato, riuscì a sollevare la testa e poi, a tre anni e mezzo, a camminare con il deambulatore e i tutori.
Penny, che si è presa cura di 56 bambini nel corso della sua vita, è stata per Gianna un esempio vivente di amore e resilienza. "Penny mi ha amata tantissimo, mi ha supportata e aiutata a superare la mia disabilità", ricorda Gianna. Questo amore ha permesso a Gianna di non vivere nel passato e di credere nella possibilità di superare le tragedie, affidandosi a Dio. La sua storia è un inno alla forza dei legami familiari, dell'adozione e della capacità dell'amore di trasformare le circostanze più avverse.

L'Incontro con la Madre Biologica e il Dono del Perdono
Anni dopo, Gianna Jessen ha avuto l'opportunità di incontrare la sua madre biologica, un momento che ha descritto come "un giorno difficile". L'incontro avvenne a un suo evento pubblico, dove la donna si presentò dicendo: "Ciao, sono tua madre". In quel frangente, Gianna ha raccontato di aver immediatamente iniziato a pregare in cuor suo, pensando: "Io non ti appartengo. Io sono di Cristo, sono la Sua bambina. Sono una principessa. Qualunque cosa tu dica nella tua amarezza, nella tua rabbia, non è un peso per me, io non lo porterò".
Con grande forza d'animo, Gianna le ha detto: "Sono cristiana evangelica e voglio che tu sappia che ti perdono". La reazione della madre biologica fu di rabbia, affermando di non aver bisogno del suo perdono e pronunciando "parole molto dure". Gianna, tuttavia, ha ribadito che la perdonerà sempre, ma non le avrebbe più permesso di parlarle in quel modo. Questo episodio rivela non solo la profonda fede di Gianna, ma anche la sua capacità di perdonare, un tema centrale nella sua testimonianza. Lei stessa ha sottolineato che l'aborto è un atto che necessita di un "grande perdono", e solo un "Dio 'estremo'", con un amore come il suo, può salvare chi lo ha commesso e sostenere chi ne è stato vittima. La sua esperienza personale di perdono diventa così un messaggio universale di speranza e riconciliazione.

La Missione di Gianna: Dare Voce ai Non Nati e Agitare le Coscienze
Gianna Jessen si considera "una ragazza dura a morire" e vede nella sua sopravvivenza una missione chiara: "infondere umanità in un dibattito" sull'aborto che è stato "settorializzato, messo sugli scaffali", trasformato in "una questione" senza sentimenti. La sua voce è quella dei "milioni di bambini uccisi ogni anno nella strage più silenziosa e sconosciuta". Non è sopravvissuta "per mettere le persone a loro agio", ma per "agitare un po' le acque" e far riflettere.
Attraverso la sua testimonianza, Gianna porta l'attenzione sulla contraddizione di chi sostiene che l'aborto sia esclusivamente un diritto della donna, domandando: "dov'era il mio diritto quel giorno?". Critica l'ipocrisia di una società che riconosce la vita dal battito cardiaco in tutte le situazioni umane, "tranne per il feto", e che definisce il bambino nel grembo materno un "grumo di cellule" per manipolare le madri più vulnerabili. Per Gianna, l'aborto è una questione di "soldi", un business che uccide milioni di vite e sfrutta sia le donne che i bambini.
La sua missione la porta a girare gli Stati Uniti e l'Europa, incontrando persone in conferenze ed eventi. Parla con passione di Dio e del Suo ruolo nella sua vita, affermando che "se non fosse così non avrei nulla da raccontare". Invita uomini e donne a essere "grandi, aggraziati, forti" e a prendere posizione a difesa della vita. Agli uomini, in particolare, chiede di "difendere donne e bambini e non per farsi da parte e voltare la testa, quando si sa che è in corso un omicidio e non si fa nulla". Alle donne, ricorda che "non siete fatte per essere abusate, non siete fatte per stare lì ed ignorare il vostro valore, meritate che si combatta per voi, sempre".

Il Film "October Baby" e la Risonanza della Sua Storia
La straordinaria storia di Gianna Jessen ha ispirato un film intitolato "October Baby", che narra una vicenda simile alla sua. Sebbene il film non sia una vera e propria autobiografia, Gianna ha commentato che è "solo ispirato alla sua vita". "October Baby", pur non avendo raggiunto il grande pubblico in Italia e essendo disponibile principalmente in DVD, ha contribuito a diffondere la consapevolezza sulla sua esperienza e sul tema dell'aborto.
Il film, come la testimonianza di Gianna, mette in luce le profonde questioni etiche e morali legate alla vita nascente e le cicatrici che l'aborto può lasciare, non solo sulle madri ma anche sui bambini che sopravvivono. La risonanza della sua storia, amplificata anche attraverso opere artistiche come questo film, dimostra il potere che la narrazione personale ha nel toccare i cuori e nel stimolare il dialogo su argomenti complessi e spesso divisivi. La sua testimonianza continua a ispirare e a far riflettere, dimostrando che anche dalle situazioni più estreme può nascere un messaggio di speranza e di affermazione della vita.

Il Parallelo con Melissa Ohden: Altre Storie di Sopravvivenza
La storia di Gianna Jessen non è un caso isolato, sebbene i sopravvissuti all'aborto siano estremamente rari. Un'altra testimonianza significativa è quella di Melissa Ohden, sopravvissuta a un aborto salino 41 anni fa e gettata tra i rifiuti ospedalieri. Melissa è viva grazie a un'infermiera che, sentendola vagire, l'ha raccolta e portata in terapia intensiva. Questa storia, raccontata da Giovanna Tedde su Pour Femme, è stata oggetto di attenzione anche da parte di coloro che supportano la missione di Gianna.
La storia di Melissa rivela un altro aspetto della cruda realtà degli aborti falliti. Nata nello Iowa nel 1977, da una madre diciannovenne incinta di otto mesi, Melissa pesava 1300 grammi al momento della sua "espulsione" a seguito dell'aborto salino. La sua nonna biologica, un'infermiera nell'ospedale in cui Melissa avrebbe dovuto morire, avrebbe addirittura "pressato i colleghi affinché si sincerassero della morte della bambina". La scoperta delle sue origini da parte di Melissa all'età di 14 anni l'ha gettata in una profonda depressione, con disturbi alimentari, abuso di alcol e isolamento. A 19 anni, Melissa ha deciso di cercare la sua madre naturale, scoprendo una "donna fragile, preda del rimorso", che le ha raccontato di essere stata costretta all'aborto da sua madre e da un amico.
Queste storie, seppur drammatiche, mettono in luce la complessità delle vicende legate all'aborto, le conseguenze emotive e psicologiche per tutte le persone coinvolte e la forza straordinaria di chi, contro ogni probabilità, è riuscito a sopravvivere. Esse servono da monito e da stimolo per un dibattito più consapevole e compassionevole sulla vita umana fin dal suo concepimento. Le parole di Santa Madre Teresa di Calcutta su Gianna risuonano in queste narrazioni: "Dio sta usando Gianna per ricordare al mondo che ogni essere umano è prezioso per Lui".
