L’Irlanda è stata per lungo tempo uno dei pochi Stati europei a mantenere una delle legislazioni più restrittive in materia di interruzione di gravidanza. Fino a tempi recenti, questo era possibile solo e soltanto se c’era un pericolo per la vita della mamma, ma si trattava di casi rari o praticamente inesistenti. Del resto, era la Costituzione stessa a proteggere il nascituro, attraverso un quadro normativo che per decenni ha rappresentato un unicum nel panorama occidentale. Questo assetto era frutto di un preciso percorso storico e sociale: l’Irlanda aveva deciso di abolire l’interruzione di gravidanza nel 1983 con un referendum costituzionale che aveva introdotto il cosiddetto “ottavo emendamento”, il quale equiparava il “diritto alla vita del nascituro” al “diritto alla vita della madre”.

L’ottavo emendamento, o articolo 40.3.3 della Costituzione, stabiliva che «lo Stato riconosce il diritto alla vita del nascituro e, con il dovuto riguardo al diritto uguale alla vita della madre, garantisce nelle sue leggi di rispettare e, per quanto praticabile, di difendere e rivendicare tale diritto». Questa norma è stata oggetto di molte battaglie legali e politiche, anche nel corso degli ultimi anni. Conor O’Mahony, docente di legge presso l’University College Cork, ha spiegato che l’ottavo emendamento non funzionava come mezzo di regolamentazione dell’interruzione di gravidanza, sia che lo si considerasse da una prospettiva anti-abortista sia che lo si guardasse da quella dell’aborto come diritto. La prova risiede nel fatto che nessuna delle due parti è mai stata soddisfatta di come tale emendamento è stato interpretato ed applicato nel corso degli anni.
Il contesto storico e le prime crepe nel sistema costituzionale
Per comprendere la portata della Dichiarazione di Dublino e del cambiamento legislativo, occorre guardare al 1992, quando la Corte Suprema aveva stabilito un’unica eccezione: che l’interruzione potesse essere praticata nei casi in cui fosse «reale e sostanziale» il rischio per la vita della partoriente. Nonostante quella sentenza, fu introdotto solamente un emendamento alla Costituzione che permetteva alle donne di andare all’estero per abortire, ma non ebbe nessuna conseguenza pratica. In quegli anni la decisione se praticare o meno l’interruzione di gravidanza era sempre rimasta a discrezione dei medici, i quali sia per convinzioni religiose che per paura di conseguenze personali - a causa dell’incertezza legislativa - si erano spesso rifiutati di eseguirla.
Il caso noto come "X Case" del 1992 riguardava una ragazzina di 14 anni, vittima di stupro e con tendenze suicide, a cui inizialmente era stato impedito di lasciare il Paese per abortire in Inghilterra. La Corte Suprema stabilì allora che l’aborto era lecito se esisteva un rischio reale per la vita della madre, incluso il rischio di suicidio. Tuttavia, per vent'anni, i governi che si sono succeduti hanno evitato di legiferare per dare attuazione a questa sentenza, lasciando medici e donne in un limbo legale pericoloso. Le associazioni pro-choice calcolano che, a causa di questo divieto quasi totale, ogni giorno circa 12 irlandesi andassero all’estero per interrompere la propria gravidanza, alimentando quella che molti hanno definito una "fuga silenziosa".
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Il caso di Savita Halappanavar e la spinta al cambiamento
Nella storia irlandese un giro di boa importante c’è stato nel 2012 con il caso di Savita Halappanavar, una dentista di 31 anni di origini indiane morta all’Ospedale universitario di Galway per un’infezione al sangue. Savita era stata ricoverata per un forte mal di schiena alla diciassettesima settimana di gravidanza; quando i medici accertarono che l'aborto spontaneo era in atto, si rifiutarono comunque di intervenire perché il cuore del feto batteva ancora. Ai dottori non importava che il feto fosse in gravi condizioni e che per lui non ci fossero possibilità di sopravvivere. Al marito che chiedeva di salvarle la vita operando un aborto è stato più volte risposto che l’Irlanda è un Paese cattolico.
L’aborto le venne praticato tre giorni dopo, ma ormai era troppo tardi e la donna morì di setticemia. Questo caso atroce è stato fortunatamente molto mediatizzato e ha dato una grossa spinta al movimento pro-aborto in Irlanda. È stato il momento in cui è apparso chiaro che anche quando la vita della donna era a rischio non c’era modo di avere accesso sicuro all’aborto. Molti gruppi pro-choice sono nati o si sono rinforzati proprio in seguito alla morte di Savita Halappanavar, denunciando come l'emendamento riducesse il corpo delle donne a un contenitore la cui unica funzione fosse portare al termine la gravidanza.
La legge del 2013: Protection of Life During Pregnancy Act
In risposta all'indignazione pubblica seguita alla morte di Savita, il Parlamento ha approvato nel 2013 il "Protection of Life During Pregnancy Bill". Questo provvedimento, pur essendo stato considerato molto importante per un paese in cui la religione cattolica è molto influente, aveva un’applicazione molto limitata. La legge consentiva l’aborto nel caso in cui la gravidanza mettesse a rischio la vita della donna, includendo tra i motivi di rischio anche la minaccia di suicidio e quindi il disagio psichico.
Tuttavia, l’iter per ottenere l’autorizzazione nei casi di rischio di suicidio era descritto come una corsa a ostacoli: prevedeva che la donna venisse sottoposta a ben sette giudizi da parte di diverse commissioni mediche. Si trattava di un processo lungo e snervante, durante il quale la donna doveva continuare a ribadire le proprie intenzioni suicide. La legge non prevedeva la possibilità di interrompere la gravidanza in caso di stupro, di incesto o di anomalie del feto. Secondo i dati diffusi dal ministero della Salute irlandese, nel 2014 ci sono stati solo 26 aborti legali in tutto il Paese, a fronte di migliaia di donne che continuavano a viaggiare verso il Regno Unito.

La prospettiva giuridica internazionale: il caso A, B e C contro Irlanda
La sentenza resa dalla Grande camera della Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) il 16 dicembre 2010 sul caso "A, B and C versus Ireland" rappresenta un pilastro fondamentale per comprendere la pressione esterna subita dallo Stato irlandese. Le tre ricorrenti si erano rivolte alla Corte di Strasburgo lamentando che le restrizioni all’aborto in Irlanda violassero i loro diritti fondamentali.
- La prima ricorrente, in condizioni di indigenza e con figli in affidamento, temeva che una nuova gravidanza mettesse a repentaglio la sua salute mentale e le speranze di riottenere la custodia dei bambini.
- La seconda ricorrente non si sentiva pronta ad affrontare la maternità da sola.
- La terza ricorrente, in via di guarigione da un cancro, temeva che la gravidanza potesse causare una recidiva del tumore o che i trattamenti chemioterapici effettuati avessero danneggiato il feto.
La Corte ha assunto posizioni diverse: per le prime due ricorrenti non ha riscontrato violazioni, ritenendo che la proibizione dell’aborto per motivi di benessere e salute non oltrepassasse il margine di apprezzamento concesso allo Stato, data la possibilità di recarsi all’estero. Tuttavia, per la terza ricorrente, la Corte ha riscontrato una violazione dell’articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata), a causa della mancata predisposizione di una procedura effettiva e accessibile per stabilire se vi fossero le condizioni per un aborto legale in presenza di un rischio per la vita. Questa incertezza legislativa costituiva una violazione dei diritti della donna, obbligando lo Stato a chiarire i confini legali dell'interruzione di gravidanza.
La Dichiarazione di Dublino sulla salute materna
In questo clima di forte contrapposizione, è nata la cosiddetta "Dichiarazione di Dublino sulla salute materna" (Dublin Declaration on Maternal Healthcare), redatta durante un simposio internazionale nel 2012. Questo documento è diventato il manifesto scientifico delle organizzazioni pro-life, come la "Pro-life campaign". La dichiarazione afferma che esiste una distinzione netta tra l'aborto indotto e i trattamenti medici necessari per salvare la vita della madre, anche quando questi comportano la perdita non intenzionale del feto.
Secondo i firmatari della Dichiarazione di Dublino, l'aborto - inteso come la distruzione intenzionale del nascituro - non è mai medicalmente necessario per salvare la vita di una donna. Sostengono che l’eccellenza nella cura materna possa essere raggiunta senza ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza. Questa posizione si scontrava però con la realtà clinica vissuta da donne come Savita Halappanavar o Amanda Mellet. Quest'ultima, costretta a recarsi nel Regno Unito dopo una diagnosi di grave malformazione fetale, ottenne ragione dalla commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, che stabilì un risarcimento di 30mila euro da parte del governo di Dublino per aver violato i suoi diritti.
Attivismo e mobilitazione sociale in Henry Street
Mentre il dibattito legale infuriava nelle corti, nelle strade di Dublino il clima stava cambiando. In Henry Street, nel centro della capitale, attiviste di organizzazioni come Rosa (for Reproductive rights, against Oppression, Sexism and Austerity) raccoglievano firme per estendere il diritto all’aborto e renderlo legale e accessibile in ogni circostanza. Rosa, nata circa tre anni prima del referendum del 2018, si batteva per il riconoscimento dei diritti delle donne contro quella che definivano una cultura del silenzio e della vergogna.

Le testimonianze raccolte nelle vie di Dublino mostravano un gap generazionale e sociale. Patrick, un uomo che ha firmato la petizione, ricordava come già 25 anni prima le sue amiche fossero costrette a fuggire nelle cliniche inglesi. Daisy, una ragazza di vent’anni, ammetteva di aver cambiato idea sul tema dopo aver compreso l'entità della "fuga silenziosa". Dal 1980 al 2014, oltre 162.000 donne irlandesi si sono recate in Inghilterra e Galles per abortire, una cifra che non include chi ha fornito indirizzi inglesi o chi è andata in Olanda o Francia.
L'organizzazione "Share your abortion story", realizzata dall'Abortion Right Campaign, ha iniziato a offrire spazi sicuri dove le donne potevano parlare della propria esperienza senza essere giudicate o marchiate come criminali. Anche figure del mondo dello spettacolo, come l'attrice e scrittrice Tara Flynn, hanno deciso di metterci la faccia, raccontando pubblicamente di aver abortito per abbattere il tabù. Tara spiegò di averlo fatto perché ne aveva abbastanza del silenzio e dei segreti, sottolineando come la consapevolezza che "qualcuno alla fermata del bus o all'università ha avuto un aborto" potesse rendere le persone più vicine al tema.
La composizione del fronte pro-choice e le minoranze
Il movimento per l'abrogazione dell'ottavo emendamento non era monolitico. All'interno della coalizione nazionale esistevano gruppi specifici come "Merge", composto da donne migranti e appartenenti a minoranze etniche come i travelers. Queste attiviste sottolineavano come il divieto di aborto colpisse in modo sproporzionato le donne più vulnerabili. Le donne di colore spesso riferivano difficoltà nel farsi credere dal personale medico riguardo al proprio dolore, a causa di pregiudizi razzisti radicati in alcuni segmenti della sanità.
Inoltre, per le donne migranti o richiedenti asilo, l'opzione di "viaggiare" verso il Regno Unito era spesso preclusa dalla mancanza di documenti di viaggio validi o dalle scarse risorse economiche. Mentre le donne più abbienti potevano permettersi un viaggio in una clinica privata, altre dovevano chiedere prestiti o mentire alle banche, dicendo di dover ristrutturare la cucina per ottenere il denaro necessario all'intervento all'estero.
Il Referendum del 2018: un cambiamento epocale
Il 25 maggio 2018 gli irlandesi sono stati chiamati alle urne per decidere se abrogare l’ottavo emendamento. La consultazione si è tenuta a soli tre anni dal referendum sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, segnando uno sconvolgimento culturale per un paese tradizionalmente conservatore. Per il professore Diarmaid Ferriter dell’University College di Dublino, la mentalità era profondamente cambiata rispetto al 1983: all’epoca il dibattito era stato dominato da uomini di una certa età e la Chiesa cattolica ricopriva una posizione di influenza enorme. Nel 2018, la campagna è stata condotta da attiviste donne, molto più giovani.
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Il premier Leo Varadkar, arrivato al potere nel 2017, ha sostenuto apertamente il "Sì", definendo la legge esistente "troppo restrittiva". I social network hanno giocato un ruolo centrale con l'hashtag #hometovote, che ha spinto migliaia di cittadini residenti all'estero a tornare in patria per partecipare al voto. Dall'altra parte, gli attivisti Pro-life hanno condotto una campagna molto aggressiva, arrivando a usare immagini di persone con la sindrome di Down per influenzare l'opinione pubblica, mossa criticata dal premier come un tentativo di creare confusione.
Il risultato è stato schiacciante: il 66,4% dei votanti ha scelto di abrogare l’emendamento, una percentuale quasi identica a quella che lo aveva introdotto 35 anni prima. Questo voto ha autorizzato il governo a modificare le norme attuali, ponendo fine alla tutela costituzionale del nascituro che per decenni aveva impedito ogni riforma.
La nuova legislazione e la "Regolamentazione dell'interruzione di gravidanza"
In seguito alla vittoria dei "Sì", il Parlamento irlandese ha approvato una nuova legge, firmata dal presidente Michael Higgins il 20 dicembre e entrata in vigore all’inizio del 2019. La nuova normativa prevede:
- La possibilità di abortire «per qualunque motivo» fino alla 12esima settimana di gravidanza.
- L’accesso all’aborto fino alla 24esima settimana in presenza di rischi per la salute (fisica o mentale) della madre o in caso di anomalie fatali del feto che porterebbero alla morte del nascituro entro breve tempo dal parto.
- Il finanziamento dell’intervento da parte dello Stato attraverso il sistema sanitario pubblico.
Questa riforma ha allineato l'Irlanda alla maggioranza delle nazioni UE, come la Francia, la Germania e l'Italia. In Italia, la legge 194 permette l'interruzione per motivi di salute, sociali o economici, pur con i noti limiti legati all'obiezione di coscienza. In Germania, l'aborto è tecnicamente ancora nel codice penale ma depenalizzato entro le 12 settimane previo counseling obbligatorio. L'Irlanda è così passata da un divieto quasi totale a un modello di accesso basato sulla scelta della donna nelle prime fasi della gestazione.

Obiezione di coscienza e resistenze mediche
L'introduzione della nuova legge non è avvenuta senza conflitti. Molti medici e infermieri si sono dichiarati contrari all'obbligo di partecipazione al processo abortivo. Fiona McHugh, responsabile dell’associazione “Infermiere e ostetriche per la vita”, ha espresso forte indignazione per il fatto che il tema dell’obiezione di coscienza non fosse stato pienamente trattato secondo le richieste di una parte del personale sanitario. Orla Halpenny, medico di base a Dublino, ha spiegato come molti dottori temano ricadute professionali e non intendano cooperare né facilitare l'aborto, considerandolo incompatibile con la propria etica medica.
C'è chi teme che, se la disabilità viene considerata una motivazione sufficiente per interrompere una gravidanza, questo possa aprire la strada a una svalutazione della vita in altre fasi, come nel caso degli anziani o delle persone con demenza, portando verso l'eutanasia. Nonostante queste resistenze, la legge impone che anche gli ospedali con affiliazioni religiose debbano garantire il servizio, assicurando che il diritto sancito dal voto popolare sia effettivamente accessibile in tutto il territorio nazionale.
Il panorama europeo e le "eccezioni" residue
Nonostante il cambiamento in Irlanda, l'Europa rimane un continente a più velocità su questo tema. In Polonia, ad esempio, la legislazione rimane estremamente restrittiva, limitando l'aborto ai casi di stupro, incesto o pericolo di vita per la madre, dopo l'eliminazione dell'eccezione per malformazioni fetali. A Malta e nel Principato di Andorra, l'aborto rimane illegale in quasi ogni circostanza, rappresentando le ultime roccaforti del divieto assoluto.
In Gran Bretagna, la legge del 1967 (non applicata integralmente in Irlanda del Nord fino a tempi recenti) depenalizza l'aborto basandosi sulla salute fisica o psicologica della donna, richiedendo il parere di due medici. Questo sistema, pur essendo apparentemente più flessibile di quello italiano, mantiene l'aborto all'interno del codice penale, rendendo l'acquisto di pillole abortive online un reato potenzialmente punibile con pene severe. L'Irlanda, con la sua nuova legge, ha cercato di superare queste ambiguità, puntando su una regolamentazione che metta al centro il diritto della donna di decidere del proprio corpo entro i limiti temporali stabiliti.

Diritti della donna e tutela della salute
Uno dei punti cardine della discussione post-referendum riguarda il passaggio dalla tutela esclusiva della "vita" alla tutela della "salute". Come spiegato da esperti legali che si occupano di questioni di genere, la vecchia legge irlandese ignorava completamente il diritto alla salute della donna, concentrandosi solo sul rischio di morte imminente. Il caso "A, B and C versus Ireland" aveva evidenziato proprio questa lacuna: una donna poteva trovarsi in una condizione di grave sofferenza fisica o psichica senza che questo le desse il diritto di intervenire legalmente nel proprio paese.
Oggi, l’inquadramento della questione sotto l’angolo visuale dell’articolo 8 della CEDU permette di riconoscere la legittimità delle scelte riproduttive come parte integrante della vita privata. La tutela del nascituro non viene più vista come un diritto assoluto e uguale a quello della madre, ma come un interesse statale che deve essere bilanciato con i diritti fondamentali della persona già nata. Questo cambiamento di paradigma riflette una tendenza globale verso l'autodeterminazione, pur mantenendo accesi dibattiti etici e scientifici, come quelli sollevati dalla Dichiarazione di Dublino, che continuano a influenzare il dibattito pubblico in molti paesi, Italia compresa.
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