Dei bambini non si sa niente: un’esplorazione nell’abisso dell’infanzia

La letteratura contemporanea ha spesso cercato di squarciare il velo che ricopre l’infanzia, quell’Eden perduto in cui, convenzionalmente, immaginiamo regni solo innocenza, protezione e scoperta gioiosa. Tuttavia, esistono opere capaci di scardinare queste certezze, trasformando la lettura in un’esperienza fisica, quasi una ferita purulenta che non trova guarigione. È il caso di Dei bambini non si sa niente, esordio di Simona Vinci, un romanzo che fin dal suo apparire ha saputo scuotere le coscienze, ponendo domande scomode sulla natura dei figli e sulla responsabilità, spesso latitante, degli adulti.

paesaggio rurale tra i campi di grano in una giornata estiva

Il teatro dell’estate: Granarolo dell’Emilia

Sempre dritto per cinque minuti, dentro i campi e poi ancora dritto, seguendo il fosso per altri cinque minuti, tra il fango e le ortiche, le rane e i grilli. Le lucciole, ancora spente. O andate, chissà. Cielo nero, adesso, e una luna lontanissima, pallida. È in questo scenario di una provincia emiliana, Granarolo dell’Emilia, che si muovono i protagonisti del romanzo. Un ambiente di periferia, sul confine fra città e campagna, in un mare di granturco, dove i lunghi pomeriggi delle vacanze estive diventano il palcoscenico di una deriva inesorabile.

Il tempo è quello breve e infinito di un’estate, un momento sospeso tra la fine dell’anno scolastico e l'ignoto. In questa cornice, lontano dallo sguardo degli adulti, un gruppo di bambini si esercita in giochi proibiti sempre più estremi. Buono e cattivo, gioia dolore e schifo, e anche l’orrore, ci sono, semplicemente. Martina, una bambina di dieci anni in grembiule azzurro e anfibi rossi, è il perno attorno al quale ruota questa narrazione; una bambina che non fa domande, che cerca di capire con gli occhi, osservando il mondo con lo stupore assorto, un po’ imbambolato, tipico dei grandi saggi.

Protagonisti di un mistero senza risposte

Il gruppo di ragazzini - Martina, Matteo, Luca e Mirko - incarna la complessità di un’età di passaggio. Mirko, il più grande, quindici anni, funge da capo, colui che possiede le chiavi di un sapere proibito, guidato dalle riviste pornografiche che egli stesso procura. Il romanzo non è una denuncia dei media o dell'epoca, essendo uscito alla fine degli anni Novanta, quando internet era pressoché sconosciuto e i social erano lungi dal prendere piede nelle nostre vite.

Il vero motore della tragedia non risiede nelle macchine, ma in un tarlo ben più letale: l’assenza. Quella dei genitori, la cui inadeguatezza diventa cecità. Una cecità che si legittima con la difficoltà di guardarsi dentro, di mettersi in gioco e in discussione. In questo vuoto, i bambini cedono alla necessità della scoperta, esplorando da soli le loro sensazioni. Il loro corpo, seppure acerbo, inizia a palpitare, trasformandosi in qualcosa che non esitano a cedere in prestito senza pudore, in un vortice di gioco, di ascolto e di condivisione che prelude a un’esplosione inevitabile.

dettaglio di un sentiero tra le erbacce e il fango

La meccanica del gioco proibito

Il passaggio dal gioco alla crudeltà è sfumato. Per questi ragazzi, i gesti della sessualità hanno ben poco a che fare con l’eros; sono piuttosto l’espressione del bisogno primitivo del contatto tra "gattini fratelli". È un mondo in cui le cose inanimate - stoviglie, scarpe, giocattoli - vengono in soccorso per illustrare una condizione interiore che i bambini non sanno né riconoscere, né dire.

Parlare dell’erotismo dei bambini è ancora quasi un tabù, qualcosa che fa sentire un po’ a disagio, come se i bambini fossero da intendere esclusivamente come individui asessuati. Eppure, come ricordava Montaigne, "i giochi dei bambini non sono giochi". In Dei bambini non si sa niente, la Vinci descrive con dovizia di particolari scene che diventano potenti e suggestive, arrivando a raccontare un'atrocità che culmina nella morte di Greta, impalata con il manico di una racchetta da tennis. Questa tragedia, assurda e continuamente annunciata, segna il punto di non ritorno di un percorso di crescita accelerato.

Il fallimento del ruolo educativo

L’opera mette in luce una mutazione psicologica profonda, forse irreversibile. Siamo approdati, scambiandola per libertà, alla latitanza normativa e protettiva verso i figli. Martina, Greta e Matteo vanno a scuola, giocano in cortile alla guerra nucleare, tornano a casa puntuali per l’ora di cena in famiglie normali, ma nella loro vita i "grandi" non sono il papà e la mamma, bensì altri ragazzini con quattro o cinque anni in più, che "sanno le cose" e sono i detentori dei "segreti" e delle "regole".

La prosa di Simona Vinci si nutre di immagini, in un viaggio che spacca tutto ciò in cui si imbatte: coscienze, speranze, pudore. È una lettura tagliente, che segna con una ferita purulenta e che costringe a confrontarsi con una domanda fondamentale: cosa pensano veramente i figli che crescono troppo in fretta? Cosa li rende felici, di cosa hanno paura? Di questi bambini, che diventano altro senza preavviso, non sappiamo più nulla.

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L'impatto emotivo di una scrittura asciutta

Ciò che aspetta il lettore è la storia di una deviazione, qualcosa che profuma di innocenza perduta e che vira, a poco a poco, nell’odore persistente dell’incoscienza. Un afrore della tragedia alla quale non sappiamo dare altro nome. La tragedia che i bambini stessi, autori e vittime, non sanno riconoscere come tale, arrivandovi pieni del loro candore e della disarmante semplicità con cui guardano alla vita, lasciandosela vivere addosso.

Il libro evoca immagini atroci ed indimenticabili, riuscendo a connettere la tenerezza con l’orrore senza mai scadere nell’eccesso gratuito. Come sottolineato da Cesare Garboli, Simona Vinci sa raccontare l’universo dei quasi adolescenti tra innocenza e corruzione, riportandoci in luoghi come Budrio e Medicina, trasformati dalla memoria letteraria in zone oscure della nostra stessa coscienza. Non ci sono molte lacrime in questo libro, ma tanto sudore - che gronda quasi da ogni pagina - ad esprimere l’eccitazione come la paura, l’ansia come la disperazione.

Una realtà artigianale e cruda

La cura nella realizzazione di un'opera narrativa, così come nelle arti grafiche, risiede nell'attenzione ai dettagli. Proprio come nella serigrafia artistica - dove la sovrapposizione di strati di colore richiede una precisione meticolosa, quasi artigianale - anche la costruzione della storia di Martina e dei suoi compagni richiede un'attenzione outstanding: si sviluppa da un nucleo emotivo per diventare un molteplice che è realizzato manualmente in ogni singola parte della sua produzione narrativa.

La scelta stilistica dei periodi diventa una morsa che prende lo stomaco, una lettura che terrà svegli e che aprirà gli occhi in modo doloroso. La fatica di Simona Vinci non ha niente di ingenuo, né di semplice; è anzi intenzionale e consapevole sia nello sviluppo narrativo che nello stile. È un romanzo che, pur essendo uscito decenni fa, conserva intatta la sua forza scioccante, ricordandoci che il confine tra una bravata e il reato non è poi così difficile da varcare, specialmente quando gli adulti smettono di tendere la mano per incoraggiare i passi dei più piccoli.

rappresentazione artistica di un cerchio di bambini in un prato al crepuscolo

Verso la consapevolezza del limite

In un mondo che cambia e in cui le voci estranee diventano sempre più ipnotizzanti e opprimenti, la nostra voce dovrà farsi più alta, più squillante. Bisognerà farsi sentire, far capire che noi ci siamo e siamo qui per loro. Il romanzo non offre soluzioni, ma pone un viatico necessario: quello di osservare questi ragazzi non come entità astratte, ma come esseri in costante mutamento, il cui corpo che sboccia e che esplode è spesso specchio di un disagio profondo, ignorato da una società troppo distratta.

Il finale, che vede i bambini trasformarsi in altro, è il culmine di un processo in cui l'innocenza si sgretola sotto il peso di una maturità imposta. Una delle bambine, dopo la "prima volta", torna a casa con la sensazione di aver perso qualcosa, di aver dimenticato qualcosa e di non poterci fare assolutamente niente. Questa è la condizione di chi si affaccia all'orizzonte dell'età adulta senza una guida, in una campagna vastissima dove l'unico orizzonte è quello di un cielo viola e abbacinante, pieno di cose ancora da scoprire, ma colmo di pericoli.

La lezione persistente del romanzo

Le sensazioni che la lettura di questo libro lascia a distanza di mesi non abbandonano il lettore. Sono emozioni forti, potenti, suggestive, che si collegano ad altre grandi narrazioni sul disagio giovanile. La paura, l'orrore e, infine, la disperazione sono le chiavi di lettura di una storia feroce di bambini che diventano grandi pagando a caro prezzo le loro azioni. Nonostante il tempo trascorso, il romanzo continua a far storcere il naso a chi vede l'infanzia come un Eden protetto, confermando la sua natura di testo necessario e, allo stesso tempo, terribilmente scomodo.

Simona Vinci, attraverso il suo esordio, ha saputo immergerci in un bordo dimenticato e sepolto, e tuttavia profondamente incardinato nella coscienza di ciascuno. La vicenda, pur nel suo eccesso, possiede una fatalità che non si fa dimenticare. Resta, dunque, il monito a non smettere di guardare con attenzione, poiché la cecità degli adulti è il terreno fertile su cui cresce, indisturbato, il mistero insondabile dei bambini che, giorno dopo giorno, cessano di essere tali.

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