Per tanto tempo il mondo intrauterino è stato esplorato esclusivamente da un punto di vista medico, fondamentale per assicurarsi che il feto si sviluppasse in modo sano. L’attenzione è stata rivolta principalmente alle condizioni fisiche della madre e al suo stato di salute, tralasciando tutti quegli aspetti psicologici, sociali, emozionali che essa vive e che di conseguenza vengono avvertiti anche dal suo bambino. Per troppo tempo l’immagine che ci siamo fatti del nascituro corrispondeva ad un esserino che vive protetto dall’utero materno, che quasi come uno scrigno lo custodisce, isolandolo da ogni contatto col mondo esterno e consentendoli, quando le condizioni mediche di entrambi, madre e bambino, lo consentivano di vivere in uno stato quasi paradisiaco. Tuttavia, negli ultimi decenni, questa visione è stata radicalmente superata. La vita prenatale è il periodo di preparazione del feto alla vita da neonato. Durante i nove mesi di gestazione, infatti, si assiste alla maturazione neurologica e fisica del feto, grazie alla cooperazione tra il background genetico trasmesso all’individuo dai genitori e le continue interazione ed esposizione del feto con l’ambiente intrauterino materno.
Dagli anni cinquanta numerosi sono stati gli studiosi che, mediante una collaborazione interdisciplinare che ha coinvolto campi differenti quali la ginecologia, la psichiatria, la psicologia, hanno cominciato a far luce sui processi di interazione madre-bambino in fase prenatale e su tutto un mondo che in realtà si è rivelato assolutamente ricco e dinamico. Le ricerche hanno dimostrato come tutto ciò che la madre vive viene percepito anche dal feto; il bambino già nel corso della gestazione evidenzia una grande sensibilità unita ad un elevato livello di competenze psicofisiologiche e neuropsicologiche, inimmaginabili in passato. Alla luce di ciò si può capire quanto possa influire e quanto sia fondamentale durante la gravidanza la relazione che si instaura tra la madre e il nascituro sul successivo sviluppo del temperamento e della salute psicofisica del bambino.
Radici storiche ed evoluzione della Psicologia Prenatale
L’educazione prenatale ha una storia che fonda le sue radici ai tempi di Ippocrate, periodo in cui le gestanti venivano seguite con molta cura. Anche la cultura ebraica ha sempre mostrato una grande sensibilità nei riguardi di questo periodo della vita; infatti notevole era l’attenzione che veniva rivolta ai comportamenti messi in atto dalla madre e dal futuro padre durante il periodo di gestazione. Comportamenti che dovevano consentire il rispetto del feto, per prepararsi adeguatamente alla sua nascita. La cultura popolare e la medicina orientale hanno tramandato per secoli tradizioni riguardanti l’idea che il feto è in totale contatto con la realtà esterna.
Partendo da queste basi, negli anni ’70 le ricerche riguardanti la vita intrauterina sono confluite in una nuova disciplina, la Psicologia Prenatale, che si è posta l’obiettivo di indagare, approfondire e consentire una scientificità a tutti gli studi che testimoniavano quanto fossero strettamente connessi i due mondi, pre e post-natale. Questa nuova disciplina ha dato un aspetto scientifico anche a tutte quelle credenze popolari circa la certezza di poter comunicare ed interagire con il nascituro. Essa si prefigge lo scopo di studiare, da un punto di vista psicologico, lo sviluppo e le capacità psicofisiologiche, comunicative, relazionali e psicologiche del feto, a partire dal presupposto che il feto è in grado di ricevere uno stimolo (intra ed extrauterino), elaborarlo (anche psicologicamente) e darne una risposta.

Negli ultimi 50 anni gli studi sullo sviluppo psichico infantile hanno documentato il ruolo fondamentale delle relazioni tra genitori e bambino. La ricerca sulle prime relazioni genitori-bambino ha evidenziato nei neonati insospettate competenze percettive, motorie, comportamentali e notevoli capacità di attivarsi verso le figure di accudimento in modo tale da contribuire alla co-regolazione delle interazioni. La psicologia prenatale vuole studiare come e in che modo si sviluppa la relazione madre-bambino; e per questo indaga le condizioni ambientali interne ed esterne del bambino durante e dopo la gestazione. Uno degli interessi principali infatti concerne la vita di relazione del nascituro, nei suoi diversi aspetti, implicazioni e conseguenze.
Il feto come essere intelligente, socievole e sensibile
L’uomo può essere considerato un essere socievole sin dai suoi albori, un essere in grado di entrare in comunicazione già in fase di sviluppo uterino con il fratello gemello, con la propria madre e con il proprio padre, ma anche con altre persone e con l’ambiente esterno. Il nascituro, dunque, può essere considerato un essere intelligente, capace di orientare l’attenzione, di percepire e discriminare gli stimoli, di ricordare e apprendere dall’esperienza. Un essere dotato di una propria individualità fatta di caratteristiche e tendenze personali, di preferenze e bisogni specifici. Un essere capace di collegare l’esperienza affettiva con determinate esperienze sensoriali.
Sembra quindi che il feto sia una creatura che sente, che già apprende mentre è nell’utero e che è in grado di ricevere messaggi e persino di inviarne. È proprio nei nove mesi della gestazione che il nascituro riceve i primi condizionamenti e subisce i primi traumi che, se non eliminati, continueranno ad agire nel futuro producendo disagio e malessere. Questo perché di tutto ciò che egli percepisce nella vita uterina, resterà una traccia mnestica che verrà conservata per tutta la vita. Le esperienze intrauterine sia positive che negative permangono e vivono in tutti gli individui, anche se inconsciamente. Il feto non è passivo ma inizia a sviluppare una vita psichica e il bambino alla nascita non può affatto essere considerato una tabula rasa: possiede già una sua personalità e la capacità di percepire ed apprendere.
Attraverso l’utero egli entra in contatto, mediante i suoi organi di senso, con l’ambiente materno e quindi con gli stessi stati emotivi e psicologici sperimentati dalla madre. Il feto si sviluppa nel corso della gestazione facendo esperienza con tutto quello che è esterno al mondo uterino e per questo egli sente, apprende e memorizza tutto ciò che viene filtrato dall’esterno. Grazie all’utilizzo di nuovi strumenti di indagine è stato possibile verificare come il feto non sia assolutamente in uno stato di isolamento, gli organi di senso gli permettono di interagire con l’esterno.
Sviluppo neurofisiologico e maturazione degli organi di senso
La conoscenza delle caratteristiche evolutive del bambino prematuro ha consentito di datare con maggiore precisione il grado di sviluppo degli organi fetali ed ha confermato la presenza di elaborate capacità percettive e di primitive organizzazioni comportamentali a partire dalla venticinquesima settimana di vita. Gli organi di senso e i centri cerebrali sono già formati fin dal periodo embrionale, quindi nei primi tre mesi di gestazione e alla fine della gravidanza tutti i canali sensoriali sono completamente funzionali e attivi.
La sequenza nello sviluppo degli apparati sensoriali prevede che divenga funzionale per primo il sistema tattile, già nella sesta settimana di gestazione. Non è strano che l’organo di senso che si sviluppa per primo sia il tatto, la pelle rappresenta il principale strumento con il quale interagiamo e comunichiamo con l’esterno. Per il feto il tatto diventa il primo e importante mezzo per poter entrare in contatto con la parete uterina e quindi con la madre. È stato dimostrato infatti che il bambino, ad una certa fase del suo sviluppo, percepisce se qualcuno o qualcosa tocca il ventre materno e reagisce a questo con differenti movimenti a seconda che la stimolazione sia piacevole o meno. Ecco perché il contatto fisico e corporeo con i genitori è molto importante, consentendo al bambino di percepire già in questa fase l’amore, la vicinanza delle persone che si prenderanno cura di lui.

Anche i meccanismi per la percezione del dolore si sviluppano presto, a partire dalla terza settimana di gestazione. La più recente scoperta riguarda le capacità olfattive fetali. Lo sviluppo della memoria olfattiva del feto gli permetterà di riconoscere la madre una volta nato. Ciò spiega, tra l’altro, come i bambini appena nati, percependo un odore simile a quello del liquido amniotico, siano attratti dal latte e dal seno materno; l’odore del seno materno può risvegliare ricordi legati al vissuto prenatale.
Affianco all’odore i bambini riconoscono anche il gusto, testimoniando i continui scambi che avvengono nell’utero tra questi due sensi. Il feto riesce a discriminare le sostanze dolci da quelle amare, infatti reagisce a queste sostanze in maniera diversa. Molto probabilmente le esperienze relative al cibo fatte dalla madre durante la gravidanza lasciano delle tracce nella memoria del bambino. La memoria gustativa e in parte anche quella olfattiva hanno un grande valore perché possono determinare le esperienze successive che il bambino farà con il cibo e quindi condizionare i suoi gusti. Inoltre il gusto influenza le prime esperienze di accettazione o di rifiuto della realtà e svolge un ruolo importante nello sviluppo della capacità di adattamento e del senso di appartenenza.
La comunicazione uditiva e il legame sonoro
Il nascituro ascolta i suoni materni e il mondo al di fuori della madre per almeno 6 mesi prima della nascita. L’ambiente uterino è di per sé ricco di rumori provenienti dai funzionamenti fisiologici del corpo materno, come il rumore del flusso sanguigno, il movimento ritmico del respiro, il battito cardiaco. Il feto è continuamente in ascolto di tutti gli stimoli sonori che provengono dall’interno del corpo della madre ma anche dal mondo esterno, quindi i rumori e le voci. Il suono del battito cardiaco e la voce materna costituiscono le basi sensoriali su cui si fonda il legame madre-bambino.
Si presume che la voce della madre, avendo anche una risonanza interna, venga percepita meglio e riconosciuta anche dopo la nascita rispetto alle altre e possa operare a livello della memoria del feto già durante la vita prenatale e favorire la successiva comprensione e il successivo apprendimento del linguaggio verbale. L’acquisizione del linguaggio comincia infatti nel grembo quando i nascituri ascoltano ripetutamente l’intonazione delle loro madri e imparano la “lingua materna”. L’esposizione intrauterina ai suoni è importantissima perché la voce materna può incoraggiare l’attaccamento del bambino appena nato alla persona che è la sua principale fonte di sostentamento.
Il feto è sensibile ai rumori, alle vibrazioni, ai suoni e soprattutto alle emozioni provate dalla propria madre. In particolare, verso la fine del terzo mese, quando gli organi interni ed esterni iniziano a formarsi, aumenta la capacità del feto di rispondere agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno, creando così un primo legame con l’ambiente che lo circonda. Alcuni studi mettono in evidenza l’utilità del dialogo materno per lo sviluppo delle strutture linguistiche postnatali: se dovesse mancare la voce materna nel periodo di gestazione potrebbero essere compromessi la capacità di ascolto e di linguaggio del bambino in futuro, perché gli mancherebbero le fondamenta. Tomatis sostiene che l’embrione è soggetto a influenze sonore che determinano in maniera permanente le strutture basilari e il ritmo del linguaggio futuro.
La teoria dell'attaccamento prenatale e il contributo di Cranley
Con “attaccamento prenatale” gli studiosi si riferiscono al particolare legame che i genitori sviluppano verso il feto durante la gravidanza. Nel 1981 fu la Cranley a definire il costrutto dell’“attaccamento materno-fetale” per descrivere le caratteristiche del legame che i genitori sviluppano durante le fasi della gravidanza verso il bambino che attendono. Ella definì l'attaccamento materno-fetale come “la misura in cui la donna manifesta comportamenti che rappresentano interazione e coinvolgimento affettivo verso il bambino che attende”.
Attualmente partendo dall’ipotesi che la qualità dell’investimento affettivo prenatale influisca sui processi della gravidanza, sulla successiva relazione di attaccamento genitori-bambino e sullo sviluppo psichico infantile, sono state svolte molte ricerche. Principalmente è stato constatato come le madri con l’avanzare della gravidanza percepiscano sempre più il feto come una persona, intensificando con il trascorrere dei mesi il legame di attaccamento. Lo studio longitudinale lungo il primo, secondo e terzo trimestre di gravidanza ha evidenziato un andamento tipico per cui le donne risultano divenire progressivamente più attaccate ai loro bambini man mano che la gravidanza procede.

Indipendentemente dall’età materna, la maggior parte delle donne manifesta un aumento dell’attaccamento a partire dal secondo trimestre, in particolare l’incremento si collega alla percezione dei primi movimenti fetali. È interessante il dato per cui le donne più sensibili ai movimenti fetali sono anche le stesse che ottengono i maggiori punteggi nell’attaccamento verso il feto. Questo legame sembra non dipendere solo dalla percezione fisica del feto, ma dal coinvolgimento psicologico da parte della madre che viene messo in atto sin dal concepimento. Esistono strumenti che misurano questo costrutto, come il MFAS di Cranley (1981), il MAEAS di Condon (1993) e il PAI di Muller (1993), scale che rilevano la presenza di comportamenti, atteggiamenti, emozioni e affetti come indicatori del formarsi di rappresentazioni cognitive.
Preoccupazione materna primaria e rappresentazione mentale
Winnicot fu il primo a rilevare come la comunicazione che si instaura tra la madre e il feto sia determinante per l’importantissima relazione di attaccamento e per il successivo sviluppo psichico del bambino. Con il concetto di "preoccupazione materna primaria" (Winnicott, 1958), mise in evidenza come la relazione genitori-bambino prenda origini nelle fasi precedenti alla nascita nell'impegno affettivo che la mente genitoriale sviluppa verso il bambino atteso. Questo speciale tipo di coinvolgimento esclusivo è così intenso da sembrare una forma passeggera di follia che le madri sviluppano verso i loro bambini.
La madre, fin dal concepimento, immagina e pensa il futuro nascituro, creandosi immagini e aspettative che faranno da cornice a tutto il periodo gestazionale. Verso il secondo trimestre di gravidanza, la madre inizia ad avere una rappresentazione ben definita del “bambino in pancia”, comunica con lui, si tocca la pancia alla ricerca di quella “sintonizzazione affettiva”. Gina Ferrari Mori (2008) definisce la maternità come “il luogo delle fantasie, delle emozioni, dei sogni; è la residenza di legami, affetti, relazioni nuove, è il contenitore di quel bambino fantasmatizzato interno che diventerà il bambino reale esterno”.
Attraverso tale rappresentazione mentale, definita rappresentazione del “bambino immaginato” (Soulé, 1982; Lebovici, 1983), i genitori cominciano a prendere contatto e a formare un legame con l’immagine di un bambino che comprende aspetti di fantasia e di proiezione misti ad aspetti reali dovuti all'interazione che comincia a verificarsi con il feto. La qualità del legame è inoltre condizionata dalle esperienze affettive vissute dai genitori stessi nella famiglia di origine, secondo il concetto di "modello operativo interno" (MOI) di Bowlby.
L'influenza dello stress e delle emozioni materne
La simbiosi profonda tra la madre e il feto fa sì che fattori psicosociali, emotivi, affettivi vissuti dalla madre durante la gestazione ricadano inevitabilmente sulla relazione e sull’attaccamento madre-bambino. Ogni tipo di esperienza emotiva vissuta dalla madre viene trasmessa al feto; quindi se la madre si trova in uno stato emotivo piacevole e positivo il feto ne trae benefici, se invece vive in uno stato emotivo negativo e ansiogeno il feto risponderà con agitazione, tachicardia e probabilmente un senso di frustrazione psichica.
Ciò avviene sia perché le emozioni positive vissute dalla madre consentono la messa in circolo di endorfine da parte del sistema limbico, sia perché lo stato di quiete e tranquillità trasmette al nascituro un senso di accettazione e amore. Rispetto agli stati d'ansia o di stress materno, da alcuni studi emerge il dato che siano predittivi di un basso attaccamento materno-fetale. Lo sviluppo cognitivo e motorio del neonato può essere alterato dallo stress materno e dall’ansia per la gravidanza, con conseguenze rilevabili in tutto il primo anno di vita; gli effetti negativi sembrano essere maggiori se la madre ha sofferto di stress e ansia nelle fasi precoci della gestazione.
Inoltre, l’organizzazione del cervello del feto può essere influenzata dagli ormoni della gestante. L’organizzazione finale del cervello è il risultato degli effetti degli ormoni della gestante e del loro regolare funzionamento; questo processo può essere alterato dallo stress materno. Anche i disturbi della personalità genitoriale e l'abuso di sostanze sembrano essere correlati con un basso sviluppo dell’attaccamento prenatale. Labuso di sostanze in gravidanza evidenzia una difficoltà materna a tenere conto del benessere del feto, diminuendo la capacità di sviluppare un attaccamento post-natale.
Il ruolo del padre e la triade familiare
Riveste notevole importanza il clima emotivo e familiare in cui madre e feto sono inseriti. A riguardo recentemente si è cercato di dare importanza anche allo sviluppo dell’attaccamento tra nascituro e padre. Viene attribuita un’importanza sempre maggiore alla figura paterna; la presenza e il coinvolgimento del padre è di estrema importanza per lo sviluppo del bambino. L’attenzione viene sempre più spostata dal rapporto madre-bambino alla triade madre-padre-bambino.
Il futuro padre, contribuendo a mantenere un’atmosfera di sostegno, protezione, serenità e comunicando con il bambino attraverso la propria voce e il contatto, crea le basi per il primo legame, fondamentale per lo sviluppo relazionale futuro del bambino. Da un recente studio italiano è emerso che, diversamente dall’attaccamento materno-fetale che si incrementa con il progredire della gravidanza, nel padre l’attaccamento al feto si sviluppa nel primo trimestre e poi si mantiene ad un livello costante fino alla fine della gravidanza.
Il ruolo del padre: parliamone con la psicologa perinatale
Winnicott osservò che la preoccupazione materna primaria si sviluppasse in entrambi i genitori attraverso un focalizzarsi dell’attenzione, dei pensieri e delle fantasie verso ogni cosa riguardante il bambino in via di sviluppo. È fondamentale che la triade si sviluppi in modo positivo senza che nessuno dei membri si senta escluso: ne gioverà sia la coppia, che l’interazione tra genitori e bambino, che il bambino stesso.
Intersoggettività e competenze relazionali precoci
Esiste nel bambino, già dai primi mesi di vita, la capacità innata di entrare in connessione con l’altro per condividere stati emotivi. Trevarthen (1979) ha messo in evidenza come il gioco emozionale tra il bambino e l’adulto d’elezione sia appreso precocemente. L’intersoggettività viene divisa in fasi:
- Intersoggettività Primaria (0-8 mesi): i processi interattivi riguardano la diade caregiver-bambino. Vi rientrano scambi di sguardi, sorrisi e vocalizzazioni che seguono uno schema di alternanza dei turni. La madre esplica la sua funzione di scaffolding attribuendo intenzionalità emotiva alle manifestazioni del bambino.
- Intersoggettività Secondaria (9-18 mesi): l’interazione è rivolta all’ambiente e riguarda la relazione caregiver-oggetto-bambino. Compare l’uso del gesto indicativo e la triangolazione dell’attenzione.
La qualità delle interazioni precoci durante la gravidanza e dopo la nascita si differenzia a seconda delle percezioni materne. È compito del caregiver fornire significato alle modificazioni dello stato emotivo del bambino, sintonizzandosi con esso. Il bambino percepisce la disponibilità emotiva della madre attraverso la variazione tonica del caregiver, proprio come durante la vita gestazionale. Nella coppia madre-bambino vi è un continuo alternarsi di situazioni di match-mismatch e di nuovo match nella relazione.
Pratiche di comunicazione e stimolazione prenatale
Alla luce del precoce sviluppo delle capacità neurosensoriali del feto, si può capire come nel processo di crescita e sviluppo del bambino la stimolazione sensoriale sia molto importante. Alcuni studiosi hanno messo a punto dei programmi di stimolazione di tipo sistematico, tattile e uditivo (vocale e musicale) per aumentare la comunicazione tra genitori e nascituro.
Aptonomia e comunicazione tattile
L’aptonomia, inventata dal medico olandese Frans Veldman, è definita come “scienza del toccare e del sentire, nella sua dimensione intima e affettiva”. Essa consiste nell’entrare in contatto col bambino attraverso il tatto e si può praticare dal quarto/quinto mese di gravidanza. Si cerca un contatto attivo, ossia una reazione di risposta da parte del feto. I genitori possono incontrare il loro bambino che reagisce avvicinandosi o allontanandosi dalle loro mani. Questo gioco di movimenti contribuisce alla costruzione della sicurezza affettiva ed emotiva. L’aptonomia risulta benefica anche durante il travaglio per ottenere un effetto rilassante grazie all'aumento delle beta-endorfine.
Musicoterapia e canto
L’ascolto della musica durante la gravidanza alimenta la relazione tra madre e figlio. Il feto memorizza le melodie ascoltate più spesso, che una volta nato lo possono aiutare a tranquillizzarsi. La musica attiva cambiamenti organici benefici nel feto: rallentamento del battito cardiaco, movimenti del corpo e stimolazione della produzione di endorfine. Paola Citterio sostiene che grazie all’ascolto della musica e del canto materno/paterno, il nascituro non solo crescerà sereno, ma comincerà a sentirsi amato e in continuo scambio comunicativo con l’ambiente esterno.

Continuità tra vita prenatale e postnatale
La relazione tra la madre e il feto garantisce lo sviluppo neurofisiologico e i primi apprendimenti, con conseguenze che non si limitano alla gestazione e non finiscono con il parto, ma possono durare per tutta la vita. Diversi studi rivelano come spesso, nel corso dell'osservazione e della terapia effettuata con tecniche diverse (dalla psicoanalisi alla regressione ipnotica), emergano dei vissuti strettamente correlati con la vita prenatale.
In molti casi gli stati emozionali e psichici vissuti dalla madre durante la gravidanza restano custoditi nella memoria del bambino e possono influire sul suo vissuto futuro. Si fissano nel cervello del feto le primitive memorie motorie e sensoriali, che derivano dalla ripetizione di azioni o stimoli; queste sono alla base, dopo la nascita, dell’intelligenza sensomotoria e dell’emergere delle prime rappresentazioni mentali. Alessandra Piontelli ha potuto constatare una continuità comportamentale tra periodo prenatale e postnatale: il comportamento dei bambini durante la prima infanzia rimaneva molto simile a quello osservato ecograficamente in utero.
L’attaccamento, inteso come sistema di comportamenti volti a ottenere la vicinanza, si costruisce durante tutti i nove mesi di gravidanza. Bowlby ipotizza nell’attaccamento una motivazione intrinseca e primaria alla ricerca di protezione e calore affettivo che va oltre la necessità fisiologica del nutrimento. La caratteristica della figura di riferimento come base sicura è la sensibilità ai segnali del bambino, un requisito che inizia a formarsi già quando la madre percepisce i movimenti del feto come espressione di un essere autonomo e separato da sé. Instaurare un legame d’affetto col proprio figlio nel periodo precedente alla sua nascita è confermargli giorno per giorno la scelta di aver generato consapevolmente un individuo degno di essere amato.
tags: #definizione #di #relazione #materno #fetale