Le Politiche del Governo Meloni per la Maternità e la Natalità: Tra Incentivi e Sfide Strutturali

L'Italia si trova da anni ad affrontare una delle sue sfide più pressanti e complesse: l'inverno demografico. Nel 2022, per la prima volta, le nascite sono scese al di sotto delle 400.000 unità, con un tasso di fertilità di 1,3 figli per donna, il più basso in Europa, secondo i dati Eurostat. I dati provvisori di Istat relativi ai primi sette mesi del 2024 indicano che le nascite sono state 4.600 in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, una tendenza che, come spiegato a dicembre dal presidente dell’istituto Francesco Chelli, porterà a “un altro record negativo per il numero di nati in Italia”. Questo fenomeno non è isolato, poiché è globale e investe soprattutto i paesi occidentali, ma vede spesso l'Italia come fanalino di coda. In questo contesto, il governo guidato dalla premier Giorgia Meloni ha messo la maternità e il sostegno alla natalità al centro della sua agenda politica, presentando diverse misure attraverso le Leggi di Bilancio e altri provvedimenti. L'obiettivo dichiarato è quello di invertire la rotta del calo demografico, riconoscendo la maternità come un contributo fondamentale alla società e cercando di "smentire il racconto che l'incentivo alla natalità è un disincentivo al lavoro delle donne". Tuttavia, queste politiche hanno generato un dibattito acceso, con valutazioni che spaziano da plausi a profonde perplessità riguardo la loro efficacia e la loro visione sottostante.

Tasso di natalità in Italia

Il Contesto Demografico Italiano e la Visione del Governo

L'espressione "inverno demografico" descrive efficacemente la situazione italiana, dove mentre l'aspettativa di vita si fa più lunga, la natalità continua a calare. Questa dinamica porta l'Italia in una condizione di progressivo invecchiamento della popolazione, con ripercussioni significative sul tessuto sociale ed economico del Paese. La ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, ha sottolineato l'importanza di affrontare questo tema, affermando che «un figlio non è un fatto privato, ha riflessi sulla vita della comunità; chi lo genera e se ne prende cura lavora per tutti». In perfetta sintonia con le parole di Giorgia Meloni, la ministra Roccella ha definito la maternità «un lavoro socialmente utile».

La premier Giorgia Meloni ha esplicitato la sua visione, affermando che «una donna che ha messo al mondo almeno due figli ha già dato un contributo importante alla società». Questa affermazione, contenuta nella bozza della legge di bilancio per il 2024 presentata il 16 ottobre, evidenzia un focus preciso sugli incentivi per le famiglie numerose e, in particolare, per le madri. La linea politica del governo, dunque, si delinea chiaramente a favore della natalità e al fianco delle donne, sostenendo che esse non debbano scegliere tra la maternità e il lavoro. Le misure introdotte mirano a sostenere chi lavora, chi cresce figli e chi costruisce il futuro del Paese, presentandosi come una "manovra di grande equilibrio, che aiuta le famiglie con figli" e che prosegue "sulla strada del sostegno alla natalità". L’azione del governo Meloni è da sempre a favore della natalità ed al fianco delle donne che non devono scegliere tra la maternità ed il lavoro.

Perché in ITALIA non si fanno più FIGLI?

Le Misure Concrete per Sostenere la Maternità e la Natalità

Per cercare di invertire la tendenza al calo delle nascite, il governo Meloni ha approvato una serie di provvedimenti chiave, spesso definiti "i tre cavalieri della natalità": il bonus nascite, il quoziente familiare per le detrazioni e un congedo parentale più ricco. A queste si aggiungono altre importanti modifiche e rinforzi.

Il Potenziamento del Congedo Parentale e Maternità

Un fronte significativo di intervento riguarda il “Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità” (Decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151), che è stato oggetto di diverse modifiche.La legge di bilancio 2025 ha introdotto nuove misure per i congedi parentali, apportando modifiche significative all’articolo 34, comma 1, del testo unico. In particolare, la Legge di Bilancio 2025 ha elevato l’indennità per un mese di congedo parentale, dal 60% all’80% della retribuzione. Questa modifica riguarda il secondo mese di congedo fruito entro il sesto anno di vita del bambino, sostituendo la precedente elevazione al 60% fissata a regime. Questi aumenti dell’indennità trovano applicazione con riferimento ai lavoratori dipendenti che terminano il congedo di maternità o di paternità successivamente al 31 dicembre 2023 per il primo mese all’80% e successivamente al 31 dicembre 2024 per il secondo mese all’80%. A tal riguardo, è importante rammentare che il personale scolastico gode già di una norma contrattuale di miglior favore, prevedendo che il primo mese di congedo parentale sia retribuito per intero. L’indennizzo di maternità, sia obbligatoria che anticipata (nei casi, per esempio, di condizioni di salute o di lavoro che non permettano lo svolgimento della propria professione alla donna incinta), è pari all’80% del salario tipicamente ricevuto in busta paga.

Il testo unico, con le recenti modifiche normative introdotte dal Decreto Legislativo del 30 giugno 2022, n. 105, prevede inoltre che a ciascun genitore spetti un periodo indennizzabile pari a 3 mesi non trasferibile all’altro genitore. Al genitore solo, ovvero il genitore nei confronti del quale sia stato disposto, ai sensi dell’articolo 337-quater del codice civile, l’affidamento esclusivo del figlio, sono riconosciuti 11 mesi (e non più 10 mesi) continuativi o frazionati di congedo parentale, di cui 9 mesi (e non più 6 mesi) sono indennizzabili al 30 per cento della retribuzione. Per i periodi di congedo parentale ulteriori ai 9 mesi indennizzabili per entrambi i genitori o per il genitore solo, è dovuta, fino al dodicesimo anno (e non più fino all'ottavo anno) di vita del bambino (o dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento), un’indennità pari al 30 per cento della retribuzione, a condizione che il reddito individuale dell'interessato sia inferiore a 2,5 volte l'importo del trattamento minimo di pensione a carico dell'assicurazione generale obbligatoria. L’indennità è calcolata secondo quanto previsto all'articolo 23 del T.U. La fruizione di tale modalità di congedo è subordinata all’attestazione da parte del medico specialista del S.S.N. Restano inalterate anche le disposizioni del Testo Unico che prevedono la possibilità di anticipare il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro della gestante rispetto ai 2 mesi antecedenti al parto, ove sia disposta l’interdizione anticipata su disposizione della A.S.L.

Decontribuzione per le Madri Lavoratrici

Un'altra misura significativa è l’eliminazione delle quote dei contributi previdenziali a carico delle lavoratrici. Questo sgravio fiscale è previsto per un anno se hanno due figli fino all’età di 10 anni del più piccolo, e in modo permanente per quelle con tre figli fino ai 18 anni del più piccolo. In concreto, per tutte le donne lavoratrici con due figli a carico, fino al compimento del decimo anno di età, sono previsti 40 euro al mese, per un totale di 480 euro nei dodici mesi, che saranno versati in un’unica soluzione a dicembre. Per chi, invece, ha tre o più figli a carico e un contratto indeterminato, gli incentivi previsti proseguiranno per tutto il 2026. Si tratta di un segnale importante per tutte le donne che desiderano vivere pienamente la gioia di essere mamme senza dover rinunciare alla propria professione ed alla carriera lavorativa.

Il Decreto Omnibus ha ulteriormente ampliato questa misura, stanziando oltre 100 milioni di euro aggiuntivi per il contributo destinato alle mamme lavoratrici, portando la dotazione complessiva a oltre 400 milioni per il 2025. Questa estensione include anche le lavoratrici autonome e quelle con contratti a termine, categorie troppo spesso escluse dai benefici previsti per il lavoro stabile. È un altro tassello della visione del governo Meloni: sostenere chi lavora, chi cresce figli e chi costruisce il futuro del Paese. Tuttavia, la sociologa Chiara Saraceno commenta che questa decontribuzione, pur essendo "sicuramente una buona cosa", esclude inspiegabilmente le Colf e riguarda solo chi ha già più di un figlio, senza fornire alcun incentivo a chi deve decidere se averne uno.

Bonus Asili Nido e Bonus Nascite

Per quanto riguarda i servizi per l'infanzia, il governo ha annunciato l’aumento del Fondo per gli asili nido a 150-180 milioni, con l’obiettivo dichiarato del «nido gratis per tutti i secondi figli». Questo stanziamento, tuttavia, rappresenta circa un quinto di quanto la manovra ha destinato, per esempio, alle forze dell’ordine. Il bonus nido, pur potenziato, si scontra con la mancanza di asili in molte zone del Paese, come evidenziato dagli ultimi dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio sulle difficoltà che l’Italia sta avendo nel raggiungere gli obiettivi indicati dal PNRR in questo ambito. Il problema non è solo l'aiuto economico, ma la reale disponibilità di posti: se non ci sono posti sufficienti, occorrerà adottare soluzioni alternative, come baby sitter o nonni. Le prime costano e i secondi non sempre ci sono, specialmente in un paese in cui l'età media in cui si fa il primo figlio è di quasi 32 anni. Nonni e baby sitter, tuttavia, non possono rappresentare un sistema di welfare strutturato e universalmente accessibile.

È stato reintrodotto anche il "Bonus per le nuove nascite", un sostegno economico di 1.000 euro una tantum, che rievoca un'iniziativa simile del 2004. Per questa misura, il Governo ha stanziato 330 milioni di euro per il 2025 e 360 milioni per il 2026. Tuttavia, esperti come Saraceno sostengono che "bonus come questi servono a poco se si vogliono incentivare le nascite". Una persona che non ha un lavoro sicuro o una casa adeguata, difficilmente decide di fare un figlio perché ottiene 1.000 euro una tantum dallo Stato. L’introduzione di questo bonus, inoltre, secondo la sociologa, è un "ritorno alla frammentazione", che va in direzione opposta all’introduzione dell’Assegno unico universale. Si sarebbe potuto aumentare quest’ultimo, che è praticamente inesistente per i nuclei con un ISEE sopra i 40.000 euro.

Il Quoziente Familiare e l'Assegno Unico Universale

Il governo ha anche introdotto il quoziente familiare per le detrazioni fiscali. Il limite detraibile base è di 14.000 euro per chi ha un reddito tra 75.000 e 100.000 euro, e di 8.000 euro per chi ha un reddito superiore a 100.000 euro. Questi importi vengono moltiplicati per i coefficienti indicati in base al numero di figli a carico. Questa proposta, promossa dal Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, è stata molto commentata in quanto l'idea di calcolare le tasse in maniera proporzionale ai figli è da tempo una richiesta di diverse organizzazioni impegnate per le famiglie e la natalità. Gigi De Palo, presidente della Fondazione Natalità, ne ha parlato in termini positivi al TG2, dicendo di aver "rotto le scatole" affinché venisse introdotta la misura. Saraceno, pur condividendo che "le detrazioni dovrebbero tenere conto dei familiari a carico", si chiede se siano lo strumento più adatto nel contesto italiano e nel momento attuale, soprattutto considerando che, secondo gli ultimi dati ISTAT del 2023, le famiglie in povertà assoluta erano 2,2 milioni, per un totale di 5,7 milioni di persone.

L’Assegno unico universale, al centro di alcune polemiche estive, è stato confermato e rafforzato. La Legge di Bilancio ha stabilito che le erogazioni relative all’Assegno unico universale non rilevino nella determinazione dell’ISEE, l’indicatore per valutare la situazione economica dei nuclei familiari e ottenere sussidi pubblici. Questo contribuisce indubbiamente ad alleggerire il costo dei figli, specialmente nei primissimi anni di vita.

Tra Sostegno e Criticità: Un Dibattito Aperto sulle Politiche di Natalità

Nonostante l'impegno del governo, le misure adottate sono caratterizzate da luci e ombre, e giudicate da più esperti come ancora insufficienti per frenare un calo delle nascite che, per ragioni strutturali, continua. Il dibattito pubblico e accademico solleva diverse questioni critiche riguardo l'approccio del governo.

La Questione della Conciliazione Lavoro-Famiglia e la Reale Condizione delle Madri Lavoratrici

Giorgia Meloni ha voluto particolarmente sottolineare l'intenzione di «smentire il racconto che l'incentivo alla natalità è un disincentivo al lavoro delle donne». Tuttavia, i dati disponibili mostrano una realtà ben diversa e inconfutabile, che sarebbe davvero difficile smentire. Nel 2022, il divario di occupazione tra uomini e donne si è attestato al 17,5%. Le cose cambiano drasticamente in presenza di figli minori: nella fascia di età 25-54 anni, se c’è un figlio minore, il tasso di occupazione per le mamme si ferma al 63%, contro il 90,4% di quello dei papà. Con due figli minori, l'occupazione femminile scende addirittura al 56,1%, mentre crescono i padri che lavorano (90,8%), con un divario che arriva a 34 punti percentuali. Il congedo di paternità, inoltre, è fermo a soli 10 giorni, e il lavoro di cura continua a gravare in modo sproporzionato sulle spalle delle madri. Questi dati suggeriscono che le donne devono ancora scegliere tra famiglia e carriera, e queste ragioni hanno contribuito al minimo storico delle nascite in Italia nel 2022, con 392.598 registrazioni all’anagrafe. Ciò significa che quasi la metà delle genitrici italiane è disoccupata; difficile dire quante per scelta, ma nel solo 2020, più di 30mila donne con figli hanno rassegnato le dimissioni.

Il rapporto annuale di Save The Children, 'Le Equilibriste - La maternità in Italia 2023', faceva già il punto su una situazione tutt'altro che positiva, evidenziando come solo il 63% delle donne con figli minori abbia un lavoro. Anche il rapporto 'Le Equilibriste. La maternità in Italia 2022', diffuso per il settimo anno consecutivo, mostrava i valori delle regioni italiane dove essere madri è più o meno semplice, con il Nord in cima e il Sud, seppure in basso nella classifica, ma in ripresa nei servizi alla prima infanzia.

La Selettività delle Politiche e la Mancanza di un Approccio Onnicomprensivo

Una delle critiche più consistenti è che al centro dei cambiamenti in tema di lavoro, per una spinta alla natalità, rientrano due gruppi precisi: le famiglie numerose e le madri, non, quindi, i giovani in generale. Questo suggerisce una mancanza di intervento "a monte". È un problema significativo, perché ad aprile 2024 l'Eurostat ha fornito dati aggiornati al 2021 sul tasso di disoccupazione giovanile italiano, rivelando che un giovane italiano su 4 tra i 15 e i 29 anni (poco meno del 25%) è attualmente a rischio povertà. All'interno dell'Unione Europea, la percentuale si riduce al 20% circa, rendendo il tasso italiano allarmante e collocando il Paese al quinto posto tra i peggiori paesi europei.

La ricercatrice in Demografia Alessandra Minello, su Il Fatto Quotidiano, si chiede se le genitrici debbano essere considerate "cittadine di serie A che meritano benefit per avere soddisfatto il loro compito, contro cittadine che non meritano la stessa attenzione". Non sarà uno sgravio fiscale a permettere alle madri di scegliere serenamente tra famiglia e lavoro, specialmente in un contesto di disoccupazione giovanile e povertà, dove crearsi una famiglia può essere un'impresa immane se non impossibile.

Un'altra critica riguarda l'esclusione delle famiglie straniere dal discorso sulla natalità, nonostante il loro contributo possa tamponare la denatalità, come avviene in paesi come la Francia, dove una quarta generazione di figli e nipoti di immigrati (oggi cittadini francesi) ha fatto e fa la sua parte. La questione "madri che devono fare figli" è trattata con più foga dalla destra, ma in modo tradizionalista e conservatore. Meloni non fa cenno all'importanza dei flussi migratori per far rialzare uno Stato che invecchia e non figlia, e, come sottolineato, "ovviamente non concepisce nessuna forma di nucleo famigliare che non sia quella etero".

Infine, la priorità del governo Meloni, secondo le sue stesse parole, non è primariamente sui giovani disoccupati, le partite IVA o i lavoratori sottopagati. La premier ha spiegato con chiarezza che la priorità è soprattutto il rinnovo del contratto del comparto sicurezza, ritenendo inaccettabile che un poliziotto guadagni per lo straordinario poco più di 6 euro l'ora, meno di quanto prenda un collaboratore domestico. "Bisogna intervenire. La priorità per noi è rinnovo comparto difesa e sicurezza", ha affermato.

L'Opposizione e la Proposta di Congedo Parentale Paritario

Nel contesto di questo dibattito, le forze di opposizione hanno tentato di proporre un approccio differente al sostegno della maternità e della paternità. Il martedì 24 febbraio, alla Camera, i partiti di centrodestra che sostengono il governo Meloni hanno bocciato una proposta di legge sul congedo parentale paritario. Questa proposta, presentata dal centrosinistra il 5 febbraio 2025 e a prima firma della segretaria del PD Elly Schlein, intendeva equiparare i mesi di sospensione dal lavoro previsti per le madri e per i padri ed era stata sottoscritta da tutti i rappresentanti dei partiti di opposizione.

La proposta di legge mirava a modificare il Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità. Nel nostro ordinamento esistono il congedo parentale e il congedo obbligatorio. Il congedo parentale è pari a un massimo di undici mesi e può essere usufruito fino al dodicesimo anno di età del bambino da entrambi i genitori, per non più di sei mesi per le madri e di sette mesi per i padri. L’intento era quello di rendere più equa la distribuzione dei congedi tra i genitori.

Il Nodo delle Coperture Finanziarie e il Ritardo della Relazione Tecnica

I partiti di centrodestra hanno giustificato la bocciatura affermando che la proposta delle opposizioni non aveva le necessarie coperture finanziarie per essere attuata, come illustrato da una relazione tecnica del governo, verificata dalla Ragioneria generale dello Stato. Per coprire le spese derivanti dall’attuazione della legge, la proposta prevedeva uno stanziamento di tre miliardi di euro all’anno a partire dal 2025, grazie ai risparmi di spesa e alle maggiori entrate derivanti dalla rimodulazione e dall’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD). Questi sussidi sono misure statali che procurano un vantaggio economico a produttori e consumatori, provocando però un danno all’ambiente. Un esempio di SAD era l’accisa più bassa - poi parificata dal governo a partire dal 1° gennaio - per il diesel rispetto a quella sulla benzina, giudicato ambientalmente dannoso perché il diesel (o gasolio) contribuisce al grave problema dell’inquinamento atmosferico.

Secondo la relazione tecnica della Ragioneria dello Stato, i fondi individuati dalla proposta delle opposizioni sui congedi non sarebbero stati sufficienti a coprire le spese. Il documento sottolinea che innalzando dall’80 al 100 per cento la retribuzione del congedo per le madri, si prevede una spesa di 520,8 milioni di euro per il 2026, progressivamente crescenti fino a 636,6 milioni dal 2035. La relazione specifica, inoltre, che si tratta di un calcolo sottostimato perché tiene conto solo delle spese delle persone iscritte all’INPS e non delle lavoratrici libere professioniste iscritte ad altre casse di previdenza. In sintesi, la proposta avrebbe comportato costi per 3,7 miliardi di euro nel 2026, in crescita negli anni successivi fino a 4,6 miliardi di euro annui dal 2035, calcolando solo i costi relativi a lavoratori e lavoratrici iscritti all’INPS. Si tratta di cifre superiori a quelle effettivamente previste dal progetto di legge, che prevedeva uno stanziamento di tre miliardi all’anno, e dunque non sostenibili dal punto di vista economico.

Oltre alle criticità finanziarie, le opposizioni hanno criticato il centrodestra per non aver dato loro abbastanza tempo per correggere il testo, lamentando un ritardo da parte del governo nell’invio della relazione tecnica. La Commissione Lavoro della Camera, tramite il suo presidente Walter Rizzetto (Fratelli d’Italia), aveva chiesto al governo di avere la relazione entro 15 giorni, ossia entro il 5 febbraio. La relazione tecnica sarebbe servita anche per apportare correzioni al testo proprio dal punto di vista finanziario. Tuttavia, Rizzetto ha deciso di rinviare il testo direttamente in aula, senza modifiche sulle coperture. L'esame del provvedimento è iniziato alla Camera il 20 febbraio, mentre la relazione tecnica è stata depositata dal governo solo quattro giorni più tardi, il 24 febbraio, evidenziando le criticità riguardo le coperture finanziarie della proposta. Alla luce di queste critiche, i partiti di centrodestra in Commissione Bilancio hanno chiesto la soppressione del testo della proposta, confermata poi dall’aula della Camera. La deputata Cecilia Guerra (PD) ha dichiarato a Pagella Politica: «Se avessimo avuto quella relazione nei tempi richiesti avremmo potuto intervenire sul problema delle coperture, invece non ci è stato dato tempo per correggere la nostra proposta».

Il ritardo è stato motivato dal governo con l'impegno della Ragioneria generale dello Stato nell’esame del decreto “Milleproroghe”. Walter Rizzetto ha spiegato a Pagella Politica: «Non vedo nulla di maligno da questo ritardo. Ho parlato varie volte con Daria Perrotta, la ragioniera generale dello Stato, e mi ha confermato come il ritardo nell’invio della relazione fosse dovuto al fatto che la stessa ragioneria generale era occupata con l’esame del decreto “Milleproroghe”». Il decreto “Milleproroghe” è un provvedimento corposo che i governi ogni anno utilizzano per prorogare diverse norme in scadenza o rinviare l’entrata in vigore di alcune. Nonostante il tema del congedo parentale paritario sia considerato importante anche da esponenti della maggioranza, come la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone, che si è detta «assolutamente favorevole a livello di interventi che consentano di portare sempre più donne al lavoro», la bocciatura della proposta ha sollevato forti critiche da parte dell'opposizione, con Arturo Scotto (PD) che ha definito «allucinanti» le dichiarazioni della ministra, dato che «la maggioranza compattamente ha bocciato la proposta di legge Schlein sui congedi paritari obbligatori, senza nemmeno poterla discutere».

Prospettive Storiche e Confronti Internazionali

La tutela della maternità in Italia ha una storia relativamente recente. È solo a partire dagli anni ‘50, con la legge 26 agosto 1950, n. 860, che si è iniziato a delineare un quadro normativo più strutturato. Prima di allora, il sostegno alle madri lavoratrici era limitato o inesistente. Oggi, l’indennizzo di maternità, sia obbligatoria che anticipata, è pari all’80% del salario. La società italiana ha subito profonde trasformazioni: fino a pochi decenni fa, nelle case era normale che un genitore fosse dedicato alla cura della casa e dei figli; oggi, invece, entrambi i genitori lavorano fuori casa. Questo non è un cambiamento da poco e richiede politiche che riconoscano e supportino la nuova realtà familiare.

Il confronto con altri paesi europei e non solo rivela approcci diversi e spesso più avanzati nel sostegno alla famiglia e alla natalità. In Norvegia, ad esempio, i genitori possono usufruire di 46 settimane di congedo indennizzato al 100% oppure di 56 settimane pagate all’80%. In Spagna, dall’inizio del 2021, è in vigore una nuova legge sul congedo parentale che prevede 16 settimane non trasferibili, retribuite al 100%. Anche la Francia, dopo la proposta di rendere obbligatorio lo smart working alle donne incinte, nel 2021 ha registrato un netto aumento delle nascite, attribuito anche agli incentivi in termini di welfare. Questi esempi dimostrano che politiche più generose e inclusive possono avere un impatto positivo sui tassi di fertilità.

Confronto congedi parentali in Europa

Le Sfide Strutturali e Culturali per la Natalità in Italia

Secondo l’OCSE, l’approccio migliore per i Paesi preoccupati per i tassi di fertilità sarebbe quello che promuove “una maggiore uguaglianza di genere e una più equa condivisione del lavoro e della cura dei figli”. Questo è un tema che anche Secondo Welfare ha messo al centro del suo rapporto “Famiglia, Asili, Servizi, Temi”. Saraceno e l’Alleanza per l’infanzia non sono gli unici a sollevare perplessità sulle misure per natalità e famiglia contenute nella Legge di Bilancio 2025. È un punto sollevato anche dalla Commissione Europea nel 2024, nelle raccomandazioni che ogni anno emette per ogni Stato UE.

Saraceno argomenta che “è difficile fare delle politiche pro natalità soltanto agendo sugli incentivi monetari” per due motivi fondamentali. Il primo è che la riduzione delle nascite “è un fatto culturale in tutti i paesi, anche quelli più generosi”. Il secondo è che in Italia le donne faticano a conciliare molto più che altrove, “sia perché gli uomini contribuiscono poco, sia perché mancano i servizi”. Queste considerazioni evidenziano che, al di là degli incentivi economici, per invertire realmente la rotta demografica in Italia è necessario affrontare sfide strutturali e culturali profonde, investendo in un sistema di welfare più robusto, in servizi per l'infanzia accessibili e diffusi, e promuovendo una reale parità di genere nella condivisione delle responsabilità familiari e lavorative. La discussione sulle politiche di maternità e natalità in Italia è, quindi, ben lungi dall'essere conclusa, richiedendo un approccio che vada oltre gli interventi specifici per abbracciare una visione sistemica e lungimirante.

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