Il concetto di fertilità, inteso non solo come capacità biologica di generare vita, ma come forza cosmica che permea l’agricoltura, la natura e l’ordine sociale, ha rappresentato fin dalle origini dell’umanità uno dei pilastri fondamentali della religione e del mito. Da Ishtar in Mesopotamia a Chao Mae Tubtim in Thailandia, le divinità preposte a tale funzione non sono state soltanto madri benevole, ma figure complesse, liminali e spesso paradossali. Analizzare queste figure significa immergersi in una rete di simboli che collegano il profano al sacro, la terra al cielo e la vita alla morte.
La Figura di Ishtar: Tra Amore, Guerra e Paradosso
Ishtar è una divinità accadica, il cui culto sopravvive anche in epoca assira. Condivideva molti aspetti con una precedente dea sumera, Inanna (o Inana); il nome Ishtar deriva dalla lingua semitica degli accadi ed è usato per la dea dal 2300 a.C. circa in poi. Una dea dalle mille sfaccettature, Ishtar assume tre forme fondamentali. È la dea dell'amore e della sessualità e, quindi, della fertilità; è responsabile di tutta la vita, ma non è mai una dea madre. In quanto dea della guerra, viene spesso mostrata alata e con le armi. La mitologia la descrive anche come guaritrice, donatrice di vita e compositrice di canzoni e poesie.

I miti che la circondano esplorano la dualità della sua natura. Forse il mito più noto di Ishtar/Inanna racconta di come ella scelse il giovane pastore Dumuzi (in seguito chiamato Tammuz), come suo amante; successivamente si unirono attraverso il rituale chiamato “Matrimonio Sacro”. Poco dopo Dumuzi morì. In una versione, viene ucciso dai predoni e pianto dalla moglie, dalla sorella e dalla madre. In un altro, Ishtar/Inanna viaggia negli inferi e una volta lì deve sacrificare Dumuzi, offrendolo come suo sostituto, per potersene andare.
In altri miti, Ishtar controlla i temporali e le piogge, dichiara guerra al mondo divino e ruba il me (in sumero “uffici”) al dio Enki: questi sono difficili da definire; possono essere caratterizzati come poteri, proprietà o principi divini che consentono la continuazione dell'ordine, delle istituzioni e quindi della civiltà organizzata. Poiché la pratica è stata raccontata solo in letteratura, non è chiaro se il "Matrimonio Sacro" fosse puramente simbolico o una vera e propria rievocazione. Gli studiosi suggeriscono che incorpori forze contraddittorie fino a incarnare il paradosso: sesso e violenza, fecondità e morte, bellezza e terrore, centralità e marginalità, ordine e caos. Rivka Harris la vede come una figura “liminale”, mentre Zainab Bahrani, in Women of Babylon: Gender and Representation in Mesopotamia, la definisce l’incarnazione dell’“alterità”.
La Dea nel Contesto Buddista e Orientale: Kisshōten e Chao Mae Tubtim
L'evoluzione delle divinità della fertilità attraversa confini geografici e religiosi, fondendosi spesso con il buddismo e le tradizioni locali. Kisshōten (nota anche come Kichijōten, Kisshoutennyo e Kudokuten) è una divinità femminile giapponese, adattata tramite il buddismo dalla dea indù Lakshmi. Essa incarna la fortuna e la prosperità, un riflesso dello spostamento dell'attenzione dalla pura fecondità biologica verso una fertilità intesa come abbondanza spirituale e materiale.
Un esempio moderno e affascinante di questa sovrapposizione è Chao Mae Tubtim a Bangkok. Situato nel parco del Nai Lert Hotel, il luogo di culto è stato originariamente realizzato da Nai Lert, uno dei primi promotori immobiliari di Bangkok. La particolarità e la fama del sito è dovuta alla miriade di rappresentazioni falliche, di ogni dimensione, presenti nel santuario. Tubtim è la dea cinese cui sono devoti i marinai e le loro famiglie, ma con il tempo ha esteso la sua protezione alle donne desiderose di avere un bambino.

Il passaggio dal mare alla fertilità è mediato dall'oggetto dell'offerta: il khik bhalad. Si dice che l’usanza sia partita da qualche donna che, dopo aver pregato proprio Tubtim perché le facesse il dono di diventare mamma, a “grazia ricevuta”, abbia deciso di premiare la dea con l’offerta di una riproduzione fallica. Gran parte del moderno buddismo ha le sue radici nell’antico induismo indiano, e molti rituali e simboli spirituali sono condivisi da entrambe le religioni. Questi falli particolari, chiamati lingam, devono la loro origine al mitico dio indù Shiva. Osservando il santuario, ci si rende conto che non c’è nulla di kitch o volgare: è un luogo di speranza, dove donne portano fiori di loto bianchi e gelsomino, chiedendo un pargoletto felice e sano.
Radici Indù e la Dea Madre nelle Civiltà Antiche
La storia della fertilità è inscindibile dalla Valle dell'Indo. Tremila anni prima dell'apparizione del Devīmāhātmya, una civiltà avanzata come quella dell'Egitto e della Mesopotamia sorse sulla vasta pianura alluvionale dei fiumi Indo e Sarasvatī. Le statuine in terracotta pre-Harappan condividono caratteristiche comuni: capelli riccamente elaborati, collane ornate, facce simili a uccelli, fianchi larghi e seni pieni.
Le civiltà della valle dell'Indo
Spesso rappresentano la forma femminile dalla vita in su, quasi a suggerire una dea della terra che emerge dal suolo. Alcune, con le mani sul petto, suggeriscono una madre benevola e nutriente. Altre, spesso incappucciate e con visi truci, talvolta a forma di teschio, suggeriscono una dea del mondo sotterraneo che è la guardiana dei morti e forse del seme interrato. La rappresentazione delle dee in aspetti graziosi o terribili è una duplice distinzione che è passata nella Valle dell'Indo e continua a caratterizzare la religione indù fino ai giorni nostri. Parvati è la sintesi di questa dualità: simbolo di fertilità, amore e devozione, ma anche emanazione della forza creatrice Shakti, senza la quale Shiva sarebbe vuoto.
La Fertilità come Metafora: Oltre il Biologico
Il concetto di divinità della fertilità si è trasformato, col passare dei millenni, in una categoria filosofica complessa. Nel Buddhismo tibetano, l'espressione "donna sterile" assume un significato metaforico profondo, diventando un esempio di non-entità, come il "figlio della donna sterile", che illustra l'assurdità di trarre conclusioni sull'assenza di una cosa basandosi sull'assenza di qualcos'altro di non correlato.
Mentre in molte culture antiche la fertilità era una preghiera rivolta al divino per garantire la continuazione della stirpe, nelle tradizioni filosofiche orientali, la sterilità diventa lo strumento logico per descrivere la vacuità (sunyata) o l'impossibilità dell'Anima come entità permanente. La transizione dal rito del lingam alla riflessione logica sulla "donna sterile" segna il passaggio dall'adorazione della forza vitale biologica alla comprensione metafisica dell'essere.

I culti della fertilità, intesi come sistemi di culto della natura, miravano a salvaguardare la produttività di piante, animali e persone, eseguendo riti per evitare la siccità e la sterilità. Sebbene il monoteismo abbia spesso condannato tali pratiche, definendole "detestabili", la persistenza di queste figure divine - da Ishtar a Parvati, fino a Chao Mae Tubtim - testimonia un bisogno umano costante: quello di relazionarsi con l'ignoto attraverso il simbolo della vita, cercando di armonizzare il caos del mondo naturale con l'ordine della civiltà organizzata. La fertilità non è, dunque, solo biologia, ma una vasta e ininterrotta narrazione che lega l'umanità ai cicli eterni della terra e del cosmo.