Nel ricco e complesso pantheon etrusco, Turan emerge come una delle divinità più affascinanti e significative. Venerata come la Dea etrusca dell’amore e della fertilità, la sua figura si intreccia profondamente con gli aspetti più vitali della condizione umana e della natura stessa. La sua essenza, sebbene assimilabile per certi versi alle sue controparti greche e romane, possedeva caratteristiche uniche che la distinguevano e ne modellavano il culto e l'iconografia. Turan, infatti, incarnava una dimensione di divinità che andava oltre la semplice bellezza e l'attrazione fisica, abbracciando aspetti legati alla protezione e a una stabilità relazionale non sempre presente nelle mitologie contermini.
Turan: L'Identità della "Signora" Etrusca
Turan era la Dea etrusca dell’amore e della fertilità, un ruolo primario che la poneva al centro delle credenze relative alla procreazione e all'affetto. Nonostante le sue similitudini, era molto simile a Venere e Afrodite come attributi, condividendo con loro un'aura di bellezza e seduzione che le rendeva figure divine potenti e influenti. Tuttavia, la sua sfera d'influenza si estendeva anche ad ambiti meno convenzionali per le dee dell'amore: era anche protettrice dei naviganti, un aspetto che sottolinea la centralità del mare e dei commerci nella civiltà etrusca. Questa funzione aggiuntiva la rendeva una divinità completa, venerata sia per la prosperità della terra e della famiglia che per la sicurezza dei viaggi per mare.
Differiva dalle altre in vari aspetti, che ne scolpivano un'identità distintiva nel panorama religioso del Mediterraneo antico. Il suo nome significa “signora”, un appellativo che evoca un senso di autorità e rispetto, riflettendo forse una posizione di maggiore dignità e compostezza rispetto all'indole più capricciosa di altre dee dell'amore. Un'altra peculiarità riguardava la sua vita coniugale: il suo sposo era il Dio della guerra Laran, una coppia che univa amore e conflitto, fertilità e potenza marziale, in un equilibrio unico. Sembra che, al contrario delle altre Dee corrispondenti, non avesse avventure e figli con altri Dei ma vivesse una vita più tranquilla, un dettaglio che la distanzia dall'irrequietezza sentimentale che spesso caratterizzava figure come Afrodite e Venere. Gli Etruschi identificarono la greca Afrodite e la romana Venere con la loro dea Turan, una figura divina evidentemente connessa con l’amore, la fecondità e la bellezza, mostrando un processo di assimilazione culturale pur mantenendo le specificità della propria divinità.
I miti delle Dee Venere e Afrodite si mischiano al punto da farne un tutt'uno, rendendo difficile distinguere chiaramente le loro narrazioni. Entrambe sono mogli del Dio delle fucine del sottosuolo Vulcano o Efesto, storpio e lavoratore a cui non dettero nessun figlio, un elemento che aggiunge un tocco di malinconia alle loro storie divine. I miti di Venere riprendono in tutto quelli precedenti di Afrodite e nell’iconografia si ispirano molto alla Dea della bellezza etrusca, ma proseguono oltre la guerra di Troia, con Enea che, figlio suo e di Anchise, riesce a fuggire dalla città in fiamme per rifugiarsi nel Lazio, collegando la dea a eventi fondativi della storia romana. Il nome Venere invece significa “amore”, “bellezza” ed è legato soprattutto all’amplesso, all’innamoramento, definendo chiaramente la sua sfera d'azione. Talvolta a causa della sua bellezza e del suo carattere capriccioso e mutevole, Venere o Afrodite creava situazioni problematiche come la guerra di Troia o il tranello escogitato per il Dio Ares, evidenziando il lato più distruttivo e caotico dell'amore passionale. L’altro mito della nascita della Dea dell’amore la vede generata da Giove e Dione, partorita dal mare su una conchiglia, un'immagine iconica che ne sottolinea la natura primordiale e legata all'elemento acquatico.

Iconografia e Simbolismo di Turan
La rappresentazione di Turan nell'arte etrusca è ricca di simboli e dettagli che ne evidenziano le caratteristiche e i legami con la natura e il divino. Era spesso raffigurata con piccioni e cigni neri ai piedi, animali che, nella simbologia antica, erano strettamente associati all'amore, alla purezza e alla bellezza. I piccioni, in particolare, sono noti per la loro fedeltà e il loro volo leggiadro, mentre i cigni, con la loro eleganza, amplificano l'immagine di una dea sublime. Questi animali non erano semplici ornamenti, ma veri e propri attributi che ne rafforzavano il significato. Un esempio visivo di questa iconografia è offerto da una scultura di Turan con dei piccioni che le girano attorno, un'immagine che cattura la dinamicità e la grazia della dea.
Oltre agli animali, la dea era contornata da figure femminili alate, spesso nude dette Lase, simili alle ninfe o agli angeli. Le Lase erano divinità minori, ancelle o accompagnatrici di Turan, la cui presenza rafforzava il legame della dea con il mondo femminile, la bellezza e forse anche la protezione e l'ispirazione. La loro nudità, comune nell'arte antica, non era meramente estetica ma simboleggiava la purezza, la fertilità e la forza vitale. In arte la troviamo rappresentata con le ali, e su uno specchio, conservato al British Museum, anche con piccole ali ai piedi, un dettaglio che potrebbe simboleggiare la sua natura celestiale o la rapidità dei suoi interventi.
Non stupisce che la maggior parte delle immagini di questa dea a noi pervenute si trovino sugli specchi, degli accessori strettamente legati alla bellezza e al mondo femminile. Questi oggetti, usati quotidianamente dalle donne etrusche, diventavano supporti ideali per veicolare l'immagine e il culto di una divinità che incarnava la bellezza e l'amore. L'incisione decorava la parte posteriore dello specchio, dalla superficie leggermente concava (sull’altra, leggermente convessa e lucidata, ci si specchiava), trasformando uno strumento di vanità in un veicolo di devozione e arte. Ad esempio, uno specchio custodito nel Museo (fig. 1) mostra Turan/Afrodite insieme con Paride, Elena e una figlioletta: la scena illustra una interpretazione del mito molto particolare, incentrata non tanto sull’infedeltà di due amanti, ma sulla vita familiare di una coppia, offrendo una prospettiva etrusca sulla narrazione greca. Su un altro specchio in bronzo etrusco, esposto al primo piano del museo, sono incise quattro figure: a sinistra la coppia formata dagli amanti Laran (Marte) e Turan; a destra Elena e Paride, coppia nata proprio per l’intercessione della dea. Queste raffigurazioni non solo attestano la centralità di Turan, ma anche la sua interconnessione con i grandi miti del mondo antico, filtrati attraverso la sensibilità etrusca.

Il Nome di Turan: Radici e Significati
L'analisi del nome di Turan offre ulteriori spunti sulla sua natura e sul suo ruolo nel contesto etrusco e mediterraneo. Il nome è molto simile al greco “tyrannos” (signore), tanto che le due parole potrebbero derivare da una stessa antichissima base. Questa connessione linguistica suggerisce un'origine comune o un'influenza reciproca tra le culture, sottolineando il concetto di autorità e preminenza associato alla dea. L'appellativo di "signora" riflette la sua posizione elevata e il suo potere nel pantheon etrusco.
Tuttavia, il significato del suo nome non si esaurisce qui. Si può accostare anche al verbo etrusco “turuke” (dare in proprietà), un'interpretazione che arricchisce ulteriormente il suo profilo. Questa associazione potrebbe collegare Turan non solo all'amore e alla fertilità intesi come sentimenti e capacità procreative, ma anche alla trasmissione di beni, alla fondazione di legami familiari attraverso il matrimonio, e forse alla protezione della proprietà e dell'eredità. Tale sfumatura evidenzia un aspetto pratico e giuridico del suo dominio, confermando la sua influenza sulla struttura sociale e familiare. Un incensiere etrusco, datato intorno al 300 a.C., attesta l'antichità e la persistenza del suo culto, mostrando come il suo nome e la sua figura fossero profondamente radicati nella pratica religiosa e nella vita quotidiana.
04 - Etruria fuori d'Etruria: il caso della Campania
I Santuari di Turan e le Testimonianze Archeologiche
Le tracce archeologiche del culto di Turan sono fondamentali per comprendere la sua importanza e la sua diffusione. Un luogo di culto di notevole rilievo era il santuario del porto di Gravisca, collegato con un emporio commerciale, che ospitava il culto della dea, venerata dagli Etruschi come Turan e dai mercanti greci come Afrodite. Questa doppia dedicazione testimonia l'apertura culturale degli Etruschi e la loro capacità di integrare divinità straniere, o di riconoscere le proprie in quelle altrui, in un contesto di scambi marittimi e commerciali intensi. Gravisca, come porto cruciale, vedeva in Turan la protettrice dei naviganti, garantendo prosperità e sicurezza in mare, consolidando il suo ruolo al di là della fertilità terrestre. Le iscrizioni e gli studi archeologici condotti in questi siti, come quelli menzionati da A. J. Johnston e M. Pandolfini in "Gravisca. Scavi nel santuario greco", forniscono dettagli preziosi sulla pratica cultuale e sull'identificazione delle divinità.
Altre testimonianze significative provengono dai contesti museali, che offrono una visione diretta dell'iconografia e del mito. L’8 marzo al MAF (Museo Archeologico Nazionale di Firenze, presumibilmente) è un'occasione per raccontare le donne nel mondo antico, includendo i volti più noti del museo, la vita quotidiana e il mito. Questa iniziativa evidenzia come le figure divine femminili, e Turan in particolare, siano ancora oggi oggetto di studio e valorizzazione. La prima Afrodite che accoglie i visitatori si trova al piano terreno, nell’ambiente di passaggio oltre l’ingresso del museo: si tratta di una scultura in marmo probabilmente italico. Questa statua, identificata come l’Afrodite “tipo Louvre-Napoli”, derivante da un prototipo verosimilmente di bronzo della fine del V sec. a.C., attribuito allo scultore Callimaco, mostra la continuità e l'influenza dell'arte greca. La copia esposta sarebbe da datare ancora in tarda ellenistica (I sec. a.C.), indicando la persistenza di certi canoni estetici nel tempo.
Non si tratta solo di Afrodite greca o romana. Un’altra Afrodite, o meglio Turan, come la chiamavano gli Etruschi, si trova al primo piano del museo, incisa su uno specchio in bronzo etrusco. Questa incisione decorava la parte posteriore dello specchio, dalla superficie leggermente concava, mostrando la cura e l'attenzione per gli oggetti quotidiani trasformati in opere d'arte sacre. Nello specchio sono incise quattro figure: a sinistra la coppia formata dagli amanti Laran (Marte) e Turan; a destra Elena e Paride, coppia nata proprio per l’intercessione della dea. Questa rappresentazione è preziosa per capire come gli Etruschi percepivano le relazioni divine e i grandi miti.
Altre immagini di Afrodite si trovano rappresentate sui vasi attici esposti al secondo piano del museo, e anche queste sono legate al ciclo della guerra di Troia, o meglio alla sua ragione scatenante. La guerra tra Greci e Troiani scaturì infatti a seguito del rapimento di Elena, moglie di Menelao, da parte di Paride, principe troiano. Ma perché Elena fu rapita? La causa furono proprio le trame di Afrodite, che nella gara di bellezza con Atena ed Era corruppe il giudice Paride con la promessa dell’amore della più bella tra le donne, appunto Elena. Questo episodio mitologico, noto come il Giudizio di Paride, è spesso rappresentato. Su un’anfora a figure nere, databile al 510 a.C., le tre dee sono condotte da Hermes, messaggero degli dei, al cospetto di Paride, che dovrà scegliere la più bella. Sul vaso François, invece, nel fregio principale, Afrodite partecipa accompagnata da Ares al corteo divino in onore delle nozze di Peleo, mostrando la sua presenza in contesti di celebrazione e legame divino.

Dei della Fertilità in Etruria: Il Caso di Vei a Cannicella
L'indagine sulle divinità etrusche della fertilità non può prescindere da figure complementari o distinte da Turan, che arricchiscono il quadro della religiosità etrusca. Un esempio emblematico è rappresentato dal santuario di Cannicella, vicino a Orvieto, un sito di grande interesse archeologico che ha rivelato la presenza di un'altra importante dea legata alla fertilità. L'area archeologica della Necropoli e del Santuario Etrusco di Cannicella è stata interessata da interventi di pulizia e riqualificazione. Questo complesso, legato probabilmente a divinità del sottosuolo e a pratiche religiose connesse con la celebrazione dei defunti, è stato sistematicamente esplorato tra il 1977 ed il 1999, rivelando una storia millenaria. Degli apprestamenti liturgici facevano parte una serie di canalette legate alla circolazione di acqua e all’offerta di liquidi, suggerendo riti di purificazione e libagioni. Importante è la scoperta di una fossa entro cui, dopo la distruzione romana del santuario, vennero accumulati resti delle decorazioni dell’edificio sacro, vasellame e numerosissimi resti di animali, offrendo un'istantanea delle pratiche cultuali interrotte. Per la realizzazione del santuario, che in virtù delle dimensioni contenute ricorda una vera e propria cappella cimiteriale, vennero rasi al suolo alcuni sepolcri precedenti, evidenziando la sacralità e la preminenza del nuovo luogo di culto. L’area del santuario continuò ad essere frequentata nel corso dell’Età Romana, quando vennero realizzate una serie di vasche, e medievale, come dimostrato tra i ritrovamenti più interessanti, alcune tombe longobarde, a testimonianza di una continuità d'uso del sito attraverso i secoli.
Oltre alla scultura nota come “Venere di Cannicella” - che fu scolpita nel marmo dell’isola di Paro in Grecia, verso la fine del VI secolo a.C. - l’area sacra ha restituito importanti terrecotte architettoniche. Tra queste spicca un acroterio - l’acroterio è una decorazione sommitale di un edificio - in terracotta raffigurante il matricidio di Oreste, databile al 480 a.C. circa ed oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Piazza Duomo, a riprova della commistione di influenze artistiche e mitologiche.
Ma chi era la bella dea, detta Venere di Cannicella? Era Vei. Questa divinità era sconosciuta fino agli anni ’80 del secolo scorso, come spiega Vittoria Lecce, funzionario archeologo del Museo nazionale etrusco di Villa Giulia. Il suo nome non compare sul Fegato di Piacenza né fra le divinità etrusche tramandate dalle fonti antiche, rendendo la sua riscoperta particolarmente significativa. Le iscrizioni e lo studio dei dati archeologici hanno permesso la “riscoperta” di questa figura divina, che ad oggi risulta venerata in molte grandi città etrusche, come Cerveteri, Tarquinia (presso il porto di Gravisca), Vulci, Orvieto e Veio; quest’ultima città addirittura porta lo stesso nome della dea. Si trattava quindi di una divinità importante, probabilmente fra le più antiche del pantheon etrusco, le cui radici affondano in un passato più remoto e meno documentato.
Secondo una suggestiva interpretazione, “Vei” potrebbe aver avuto lo stesso significato del termine latino “vis”, da intendere specificamente come “forza generatrice”. Questa etimologia suggerisce un legame intrinseco con la potenza creativa e vitale. Il nome, qualunque sia stato il significato originario, definisce certamente una dea preposta alla rigenerazione del ciclo vitale, sia umano sia della natura, un ruolo fondamentale per una società agricola come quella etrusca. Non a caso “Ati” (Madre) era uno dei suoi attributi, enfatizzando il suo carattere materno e nutritivo. Per le sue caratteristiche, Vei venne assimilata alla Demetra dei Greci e alla Cerere dei Romani, divinità della terra, dell'agricoltura e della maternità, mostrando un parallelismo nelle funzioni e nelle credenze.
Il culto di Vei, come argomenta l'archeologa Lecce, comprendeva il dono di primizie alla divinità e di simboli legati alla fertilità, pratiche comuni nelle religioni agrarie per ingraziarsi la divinità e assicurarsi buoni raccolti. In diversi santuari sono state rinvenute “ollette” (recipienti da fuoco) - destinate probabilmente alla preparazione di zuppe di cereali - e rappresentazioni di uteri femminili. Questi doni richiamano la capacità di Vei di assicurare la fertilità dei campi e la fecondità umana, attraverso la protezione della gravidanza, sottolineando la sua influenza su aspetti cruciali della vita quotidiana e della sopravvivenza.
Non sembra sia esistito un modo “etrusco” di raffigurare la dea: le immagini note derivano da iconografie greche, legate soprattutto a Demetra ma anche ad Afrodite. È il caso della cosiddetta Venere della Cannicella, una scultura di importazione realizzata in marmo greco e rinvenuta a Orvieto, dove era quasi certamente utilizzata per il culto di Vei. La dea è nuda, in origine la statua era completata da gioielli e forse era anche rivestita di stoffe preziose, indicando il suo status elevato e la riverenza con cui era trattata. I seni appaiono “consumati”, tanto che uno venne restaurato in antico: probabilmente in alcune occasioni i fedeli potevano toccare la statua per assicurarsi la protezione della divinità, come accade ancora oggi in alcuni santuari cristiani, evidenziando una continuità nelle pratiche votive popolari. L’assimilazione di Vei con Demetra favorì anche la diffusione dei misteri eleusini (riti segreti che si celebravano in origine nel santuario di Demetra a Eleusi) in Etruria: agli iniziati veniva promessa una sorte migliore nell’aldilà o una “rigenerazione”, ovvero una nuova vita dopo la morte, offrendo speranza e conforto riguardo al destino ultraterreno. È interessante notare - dai segni di ciò che rimane dell’avambraccio destro della divinità - che Vei appoggiava la mano destra al ventre, un gesto simbolico che rafforza il suo legame con la maternità e la fecondità, completando il ritratto di una dea potente e venerata per la sua capacità di generare e sostenere la vita.
