Una divinità della fertilità è un Dio o (prevalentemente) una Dea della mitologia che vengono associati con tutto quel che concerne l'ambito della fertilità, dalla gravidanza alla nascita degli esseri umani, ma anche in ambito animale e vegetale. In moltissime culture praticanti il politeismo esistono divinità della fertilità, solitamente note come Dee. Nei miti che circondano queste figure divine vi sono anche i germi dell'interpretazione temporale della vita, la nascita e la morte e la spiegazione del ciclo delle stagioni.
Le immagini dei simboli femminili sono spesso caratterizzate da fianchi larghi e grandi seni, elementi che richiamano la capacità generatrice e il nutrimento. Al contrario, i simboli di fertilità maschile sono invece talvolta itifallici, rappresentando la potenza fecondatrice necessaria alla continuazione della stirpe. Queste icone non erano mere rappresentazioni estetiche, ma pilastri fondamentali su cui poggiava la stabilità sociale e biologica di civiltà che vedevano nella continuità della vita l'unico antidoto al caos.

La cosmogonia della fecondità nel mondo antico
Molte divinità hanno assunto il ruolo di demiurghi, dando forma al mondo e agli esseri viventi. Coatlicue è una delle dee della vita, morte e rinascita; colei che ha dato alla luce la luna e le stelle, incarnando il paradosso del divino che crea attraverso il sacrificio. Parallelamente, Nüwa (女媧) sigilla il cielo squarciato usando delle pietre di sette colori diversi-ne risulta quindi l'arcobaleno. Si dice anche che abbia creato l'umanità; questa storia è stata raccontata in molti cartoni animati cinesi, evidenziando come la dea della fecondità, dell'arcobaleno e della creazione sia un archetipo universale.
Non meno importante è Fuxi (伏羲), fratello-marito di Nuwa, a cui vengono attribuite l'invenzione del sistema divinatorio Yi Jing, della metallurgia, della scrittura e del calendario, oltre a essere stato anche l'iniziatore di varie attività umane, tra cui l'allevamento degli animali, la pesca, la caccia e la musica. In questo contesto, Xi Wangmu (西王母), la Regina Madre dell'Ovest, si erge come dea della fecondità dotata di un'intensa attività sessuale e guardiana dei frutti dell'immortalità, collegando il desiderio carnale alla vita eterna.
Nel bacino del Mediterraneo e del Vicino Oriente, le figure si moltiplicano in una trama fitta di attributi e specializzazioni. Astart (Astoreth) è una dea della fertilità, dell'amore e del piacere, patrona delle prostitute e degli edonisti, la cui influenza era tale che le prostitute del suo tempio erano famose su tutto il Mare Librum. Tanit, Grande dea della luna, della maternità e della magia, appare come una donna velata e avvolta da piume di colomba, le quali le erano gradite e sacre, agendo come consorte di Baal Hammon.
Specializzazioni divine: dall'agricoltura alla nascita
La fertilità non riguardava solo l'uomo, ma l'intero ecosistema necessario alla sopravvivenza. Geinos era il dio dell'agricoltura, mentre Hay-Tau, in forma di albero, presiedeva alla vegetazione e alla foresta. Magos fungeva da dio dell'allevamento degli animali, essendo patrono dei pastori e degli allevatori. Tammuz, chiamato Adone dai greci, era il dio del raccolto, nato da un albero di mirra nel quale sua madre Myrrha era stata trasformata; in veste mortale era un giovane bellissimo, adorato dalla dea greca Afrodite.
Esistevano poi divinità legate a domini specifici: Resheph (Amurru), dio dei tuoni, della selva e della musica, assisteva Anat nei sacrifici, mentre Baltis era la dea del cielo, della gioia e della danza, protettrice delle donne e sorella spirituale della dea egizia Hathor. Quadesh, dea della luce stellare, della selva e dell'astrologia, formava una coppia complementare con Resheph. Eshmun, figlio di El e di Asherat-del-mare, era il dio della guarigione e della salute, a dimostrazione che la vita, una volta generata, necessitava di protezione costante. Agrotes presiedeva alla terra, ai cavalli, alla caccia e agli indovini, mentre Arsay incarnava la terra umida e le paludi.

Il sistema divino romano: una necessità politica e sociale
Nella religione romana, gli Dei della fecondità e della nascita spesso si sovrapponevano. La natalità era molto importante, anche perché la mortalità dei neonati e dei bambini era molto alta, ed era alto pure il pericolo di mortalità nelle partorienti, tanto che Augusto emanò per legge che le donne che avessero partorito tre volte, indipendentemente dall'esito del parto, avrebbero potuto sfuggire all'autorità maritale sciogliendosi da un grave giogo.
La natalità era importante soprattutto per i figli maschi, futuri combattenti quando c'era da difendere la patria. Se mancavano i guerrieri Roma non aveva futuro e sarebbe dovuta soccombere sotto gli assalti nemici. In questo quadro, la figura della Dea Dia era preposta alla fecondità, e gli Arvali, sacerdoti della Dea Dia, invocavano nei loro riti quattro Dee che erano in realtà i quattro aspetti di un'unica divinità: Deferunda, Coinquenda, Commolenda e Adolenda.
Deferunda è colei che trasferisce, Coinquenda colei che taglia, Commolenda colei che polverizza, Adolenda colei che fa nascere. Sembra l'avvicendarsi di vita e morte dove Adolenda porta di nuovo alla nascita. Questa struttura ciclica riflette l'ossessione romana per la continuità, dove la fine di una fase era sempre propedeutica all'inizio di una nuova generazione.
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Protettrici del parto e dello sviluppo infantile
La gestione del parto a Roma era un compito divino distribuito tra numerose divinità specializzate. Intercidona, nel parto delle gravide, presiedeva al taglio del cordone ombelicale. Carmenta (Carmentis) era la Dea protettrice della gravidanza e della nascita, patrona delle levatrici. Al suo fianco, Antevorta e Postvorta assistevano i bimbi che stavano per affacciarsi alla vita: la prima invocata quando il nascituro si presentava in posizione regolare, cioè con la testa, affinché gli agevolasse il passaggio; la seconda nel caso più drammatico in cui fosse in posizione rovesciata.
Non meno fondamentale era Lucina, una delle Dee del parto, colei che porta alla luce, e Candelifera, dea il cui nome significa "Colei che porta la candela", invocata perché parte del processo di nascita di una nuova vita avverrebbe durante la notte, o perché simbolicamente porta alla luce il nuovo nato. Stimula, invece, era la divinità preposta all'assistenza delle donne gravide, stimolando la nascita del bambino.
Una volta avvenuto il parto, il bambino veniva affidato ad altre divinità protettrici. Alemonia era responsabile della salute del bimbo nel ventre materno, mentre Rumina tutelava l'allattamento, riconnettendosi al termine ruma (mammella). Abeona stava dietro al piccolo nei suoi primi, tentennanti passetti, perché non cadesse, non si spaventasse e non si facesse male. Pilumnus era il dio protettore dei neonati nelle case contro le malefatte di Silvano, mentre Deverra, insieme a Pilumnus e Intercidona, proteggeva le ostetriche e le donne in travaglio.
Il pantheon della natura, dell'acqua e del vigore maschile
Oltre alla sfera del parto, la fertilità era legata alle acque, ai campi e alla natura selvaggia. Diana, dea della caccia, della natura selvaggia, della luna e del parto, rappresentava l'estensione naturale del potere fecondatore nel bosco. Mefite, dea delle acque, veniva invocata per la fertilità dei campi e per la fecondità femminile, mentre Ferentina era dea dell'acqua e della fertilità. Vafuna, legata alle fonti e alla caccia, era soprattutto riconosciuta e invocata per la fertilità, anche delle donne.
Egeria era la dea romana delle fontane e del parto, fondendo l'elemento acquatico con la procreazione. Mater Matuta, divinità dell'alba e compagna di Giano, era venerata come protettrice delle partorienti e della fecondità. Alma era la Dea che portava la vita, una figura trascendente che riassumeva il potere generativo. Non mancavano divinità ctonie come Aeracura, dea legata alla fertilità che porta spesso una cornucopia e i cestini di mele, raffigurata seduta, con indosso una veste e portando vassoi o cesti di frutta.
La fecondità maschile e il concepimento umano erano parimenti presidiati. Consevio era la divinità di origine romana che presiedeva al concepimento umano. Priapo era il dio della fertilità maschile, mentre Luperco era il dio protettore della fertilità intesa come forza vitale grezza. Mutuno Tutuno rappresentava, nella complessa e articolata religione romana, la divinità matrimoniale fallica, similare a Priapo, garantendo che l'unione dei coniugi portasse al risultato sperato. Libero e Libera, divinità italiche della fecondità, completavano il quadro, con Libero anche nel ruolo di dio della vite, unendo la fertilità della terra a quella del corpo umano.

Il rapporto con il divino nell'ottica delle religioni monoteiste
È importante sottolineare come il cattolicesimo sia una religione monoteista e, come tale, i suoi santi non siano in alcun caso considerati come divinità; possono però essere intesi come patroni e protettori di particolari attività della vita quotidiana. Questa distinzione segna un solco profondo tra il politeismo antico, dove la divinità era parte integrante della natura e del processo biologico (si pensi a Min, dio della fertilità, della riproduzione e addirittura della lattuga nell'antico Egitto), e la visione religiosa successiva.
Mentre nelle culture antiche, come testimoniato dal culto di Marica, la fertilità era una forza che poteva essere invocata, manipolata tramite il rito e protetta attraverso una moltitudine di intermediari divini, il sistema romano si distingueva per la sua precisione burocratica. Non si invocava un dio generico, ma si rivolgeva la preghiera all'aspetto specifico della divinità che presiedeva a quel determinato momento della nascita o del ciclo agricolo.
Questa segmentazione del sacro riflette una mentalità pragmatica: non era sufficiente desiderare la vita; bisognava garantire che ogni singola fase del processo - dalla fecondazione gestita da Consevio, alla protezione nel grembo garantita da Alemonia, fino ai primi passi sorvegliati da Abeona - fosse sotto la tutela di una potenza soprannaturale. Questa è la vera natura del concetto di fertilità nell'antichità: una rete di sicurezza spirituale tessuta attorno alla fragilità dell'esistenza umana.