La storia dell'Italia repubblicana è profondamente intessuta di cambiamenti sociali e legislativi che hanno ridefinito il tessuto della società, e in questo contesto, l'istituto del referendum abrogativo ha giocato un ruolo cruciale, soprattutto in temi eticamente sensibili come il divorzio e l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Sebbene l'istituto del referendum abrogativo fosse inserito sin dall’inizio in Costituzione, all’articolo 75, era necessaria una legge di attuazione ordinaria che ne regolasse in modo preciso il funzionamento. Questa legge mancò per ben 22 anni, fino alla sua approvazione nel 1970. Il ritardo è imputabile in particolar modo alla Democrazia Cristiana che, essendo il partito di maggioranza in Parlamento, era restia a mettere a disposizione delle opposizioni uno strumento che potesse in qualche modo disturbare gli equilibri politici scaturiti dalle elezioni. L’approvazione della legge del 25 maggio 1970, n. 352, fu un fattore per velocizzare il processo legislativo su temi sospesi da anni.
Il Contesto di una Nuova Società: L'Italia degli Anni Sessanta e Settanta
Il cambiamento era cominciato a metà degli anni Sessanta, grazie al boom economico, ma di fattori ce ne furono anche altri: le grandi migrazioni interne, la maggiore istruzione, la crescita dei consumi privati. Inoltre, presero forza vari movimenti all’interno della società italiana: quello femminista, quello per i diritti degli omosessuali e infine il movimento studentesco del Sessantotto. Le trasformazioni sociali furono assolutamente profonde, tant’è che Crainz ha potuto parlare di “grande trasformazione”, Vidotto di “nuova società”. Nonostante ciò, in questo periodo furono varate importanti riforme: il decennio si aprì con l’approvazione della legge sul divorzio; nel 1975 fu riformato il diritto di famiglia; nel 1978 fu disciplinata l’interruzione volontaria di gravidanza. Già nel 1970 fu data piena attuazione alla Costituzione: furono istituite le Regioni e venne emanata la legge che avrebbe consentito lo svolgimento dei referendum abrogativi.
Decisiva fu proprio l’approssimarsi dell’approvazione della legge sul divorzio. Dapprima la Chiesa con la CEI sin dal 1967, e poi sempre più anche la DC, resisi conto che sarebbe stato molto complicato evitare che la legge venisse approvata in Parlamento, cominciarono a vedere nel referendum abrogativo l’unica possibilità per salvare l’indissolubilità del matrimonio. La legge 25 maggio 1970, n. 352, che pure aveva varie restrizioni, come l'articolo 34 che prevedeva che, nel caso in cui il Parlamento venisse sciolto, il referendum sarebbe stato sospeso e rimandato ad almeno un anno dopo le elezioni, segnò un punto di svolta.
Il Precedente Cruciale: Il Referendum sul Divorzio del 1974
Di divorzio in Italia si parlava da tempi lunghissimi, basti considerare che la prima proposta per introdurre lo scioglimento del matrimonio è del 1878, e ce ne furono 11 tra quell’anno e il 1965, nessuna delle quali mai giunta a compimento. Soltanto negli anni Sessanta qualcosa cominciò a muoversi, anche per i cambiamenti sociali che nel frattempo stavano avvenendo in Italia. Nel 1965, infatti, il deputato socialista Loris Fortuna presentò una proposta di legge che consentiva e regolamentava il divorzio, ricevendo un’accoglienza tiepida da parte dei comunisti e ostile da parte cattolica e democristiana. Non appena la legge venne approvata in via definitiva alla Camera il 1° dicembre 1970 al termine di una seduta parlamentare tra le più lunghe della storia repubblicana, venticinque personalità della scienza e della cultura cattoliche espressero la volontà di raccogliere le firme per tentare di abrogare la legge tramite un referendum, nella convinzione che l’introduzione del divorzio non corrispondesse alla volontà della maggioranza dei cittadini italiani. Già nel giugno 1971 erano depositate più di un milione e trecentomila firme.
Come fu per la legge, anche il referendum ebbe un iter travagliato. Esso fu subito dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale ma nessuna delle forze in campo voleva che avesse luogo: non i democristiani, alcuni dei quali consideravano la consultazione referendaria un suicidio elettorale; non i partiti laici, né i comunisti, timorosi invece di una vittoria del sì; e nemmeno la Chiesa, che stava tenendo un atteggiamento cauto e timoroso. Proprio per questo, partirono immediatamente contatti e trattative tra i partiti (in special modo tra DC e PCI) e tra i partiti e la Chiesa con l’obiettivo di mettere mano alla legge e far cadere il referendum, o, con lo stesso fine, di inserire il divorzio nelle trattative per la revisione del Concordato. Alla fine, nel febbraio del 1972, per la prima volta in Italia si sciolsero anzitempo le Camere e si fissarono per il maggio successivo le elezioni. Per tutto il 1973 continuarono timidi tentativi di evitare il referendum. Solo a inizio 1974 la DC si convinse dell’inevitabilità del voto, anzi, il suo segretario Fanfani ne divenne acceso sostenitore. Egli pensava che questa fosse l’occasione per la DC di sconfiggere i partiti di sinistra e tornare a essere la dominatrice della scena politica italiana, convinto di una vittoria raggiungibile grazie al conservatorismo della società italiana, all’influenza della Chiesa e al voto delle donne.
Era favorevole all’abrogazione della legge anche il Movimento Sociale Italiano, mentre erano contrari i radicali, i socialisti, i repubblicani e i socialdemocratici. I comunisti, che non avevano mai voluto il referendum, divenuto inevitabile si impegnarono per il no, mentre i liberali lasciarono libertà di coscienza ai loro elettori. La campagna referendaria fu caratterizzata da toni molto accesi: Fanfani mise in guardia i mariti che le loro mogli sarebbero potute scappare con la domestica, mentre i gesuiti vedevano nel divorzio l’anticamera a un crollo morale della società caratterizzato da droghe, pornografia e omosessualità; Almirante affermò che votare no significava votare con le Brigate Rosse, la cui attività in quel periodo aveva preso particolare vigore; dall’altra parte, i comunisti esortavano a non votare come i fascisti dell’MSI. Non vennero, però, usati argomenti religiosi: i sostenitori del sì impostarono piuttosto una campagna volta a evidenziare quelli che per loro erano i rischi sociali, civili e addirittura igenico-sanitari del divorzio.

I risultati sorpresero molti, nonostante i sondaggi avessero fotografato abbastanza bene la situazione. Il 12 e 13 maggio 1974 si è svolto in Italia il primo referendum abrogativo. 33.023.179 elettori si recarono alle urne. Il no si impose con il 59,1% dei voti, mentre il sì si fermò al 40,9%. 19.138.300 elettori (59,26%) votarono contro l'abrogazione della legge. In totale, rispetto alle politiche del 1972, i partiti del sì persero il 6,6% dei voti, mentre il fronte del no guadagnò 8 punti percentuali. Donne e uomini si comportarono sostanzialmente in modo analogo, ma altre considerazioni possono essere fatte: i giovani erano mediamente più favorevoli al divorzio degli adulti e degli anziani, così come i sostenitori del no aumentavano all’aumentare del livello di istruzione; il divorzio, inoltre, incontrava maggior favore nei grandi centri abitati rispetto alla campagna e ai piccoli centri; sul fronte dei partiti la base più divorzista sembra essere stata quella comunista, anche più di quella dei partiti laici; nettamente antidivorzista era invece la base democristiana.
Il referendum ebbe delle conseguenze politiche. Anzitutto Fanfani pagò l’errore di calcolo con le dimissioni da segretario della DC; inoltre, sembrava che l’asse della politica italiana potesse spostarsi decisamente a sinistra, come fecero pensare le elezioni amministrative del 1975 e, in parte, quelle politiche del 1976. La spiegazione politica, però, non è sufficiente per capire i risultati del referendum.
L'Emergere della Questione Aborto: Dal Reato alla Legge 194 del 1978
A differenza del divorzio, del quale, come visto, già si parlava nel periodo liberale, la discussione sull’aborto in Italia è molto più recente. In Italia l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata dalla legge un reato penale: il codice Rocco del 1931, ancora in vigore per alcune parti, collocava l’aborto tra i delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe ed era punibile con il carcere. Questo, però, non riusciva a evitare il ricorso all’aborto clandestino, molto rischioso per la vita stessa della donna che vi ricorreva. Sul punto fece particolare scalpore il numero di “Noi donne” (rivista dell’UDI) del febbraio 1961, nel quale era pubblicata una coraggiosa inchiesta secondo la quale ogni cento gravidanze regolari, ce ne erano cinquanta che venivano interrotte con pratiche non raramente mortali. Si stimano, infatti, circa 3 milioni di aborti con 20.000 decessi di donne all’anno, per tutti gli anni Settanta.
Se la situazione era questa, si dovette aspettare l’inizio degli anni Settanta perché qualcosa si mosse, in particolar modo grazie al crescente movimento femminista e all’attività del Partito Radicale. Finalmente cominciò a muoversi anche il Parlamento. Dopo i primi tentativi del 1971, nel 1973 sarà ancora una volta il socialista Loris Fortuna a proporre una legge che regolamentasse l’aborto, secondo la quale era possibile interrompere la gravidanza a insindacabile giudizio del medico, qualora ci fossero stati rischi per la salute fisica o psichica della madre, o rischi di malformazioni fisiche o mentali per il nascituro; era inoltre prevista l’obiezione di coscienza. La proposta, però, non aveva la maggioranza in Parlamento, anzi, solo il Partito Repubblicano si accodò ai socialisti, mentre mantennero un atteggiamento estremamente cauto i comunisti (che non volevano compromettere l’avvicinamento alla Democrazia Cristiana) e la stessa DC.
L’anno cruciale, in cui il tema conquistò ancora più rilievo nel panorama politico nazionale e pose le basi per l’approvazione di un disegno di legge, fu il 1975. Venne messa in piedi, infatti, una campagna referendaria promossa proprio dal Partito Radicale, da L’Espresso, tramite il suo direttore Livio Zanetti, e dal Movimento di liberazione della donna, che in poco tempo raccolsero quasi 800mila firme. Il referendum fu calendarizzato ma poi rinviato per lo scioglimento delle Camere. Nello stesso anno Gianfranco Spadaccia (segretario dei radicali), Adele Faccio (Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’aborto) ed Emma Bonino furono arrestati con l’accusa di associazione a delinquere e procurato aborto. Il 5 febbraio una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L'espresso, presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, il 15 aprile del 1976 veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, che però non ebbe seguito perché il presidente Leone fu costretto a sciogliere le Camere per la seconda volta.
Intanto, però, la Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975, stabilì un punto importante: «non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare». Una sentenza che dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 546 del Codice Penale. Questa sentenza consentì il ricorso all’IVG per motivi gravi motivando che non era accettabile porre sullo stesso piano la salute della donna e la salute dell’embrione o del feto.

Nei mesi successivi si alternarono proposte di legge fino a quella presentata nel 1977 alla Camera dai partiti socialisti, liberali, repubblicani, comunisti, socialdemocratici e democratici proletari, con prima firma di Vincenzo Balzamo (PSI). L’opposizione del Movimento Sociale Italiano e della Democrazia Cristiana fu superata in Senato, nel maggio 1978, anche grazie ad alcuni membri democristiani che votarono contro la linea del partito. L’approvazione della legge n. 194/1978 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” è il punto di approdo della rivendicazione portata avanti durante tutto l’arco degli anni Settanta dai movimenti femminili e femministi e dalle componenti più avanzate dello schieramento politico parlamentare per affrontare e risolvere la piaga dell’aborto clandestino. Nello spirito della tutela sociale della maternità, l’obiettivo principale della legge è la deprivatizzazione del problema dell’aborto, di cui lo Stato e la società intera devono farsi carico, proteggendo la maternità e cancellando il dramma sociale dell’aborto clandestino. Prima del 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata reato dal codice penale italiano, che lo puniva con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto che alla donna stessa. La legge 194, da allora consente alla donna, nei casi previsti, di poter ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza). Il testo permette alle donne di abortire fino al novantesimo giorno successivo al concepimento, per motivi di salute, economici, sociali o familiari. Oltre questo limite, in Italia, è invece concesso esclusivamente solo l’aborto terapeutico.
I Referendum sull'Aborto del 1981: La Legge 194 Messa alla Prova
Come accaduto per il divorzio, immediatamente dopo l’approvazione della legge ci si mosse per proporre referendum abrogativi. In questo caso c’era una novità: le proposte di referendum erano tre. Tra il 17 e 18 maggio del 1981 milioni di persone si recarono a votare ribadendo il loro appoggio alla legge 194. Alle urne si presentò più del 79% degli aventi diritto, per decidere su ben cinque quesiti, di cui due sull’IVG. Le elezioni politiche del 1979 furono positive per il Partito Radicale, che passò dall'1,1 al 3,5% di consensi.
Uno dei quesiti, il quarto, era stato promosso dal Partito Radicale, che chiedeva la totale liberalizzazione della pratica abortiva, eliminando il divieto per le ragazze minorenni o per chi ne facesse uso dopo i primi 90 giorni di gestazione, entro i quali la 194 lo permette. I radicali, poi, volevano estendere anche alle case di cure private la possibilità di attuarla. La proposta radicale mirava ad abolire una serie di articoli della legge 194, con l’obiettivo di liberalizzare completamente l’aborto, abrogando di tutti i procedimenti, gli adempimenti e i controlli, di tipo amministrativo o anche giurisdizionale, riferiti all'interruzione volontaria della gravidanza, come pure tutte le sanzioni per l'inosservanza delle modalità configurate dalla legge 194 del 1978. Il testo del quarto quesito chiedeva l'abrogazione di numerosi articoli e commi della legge 22 maggio 1978, n. 194, inclusi quelli relativi alle anomalie o malformazioni del nascituro, alle procedure e alle modalità di intervento, alle sanzioni per chi causa l'interruzione senza osservare le modalità indicate, e le disposizioni riguardanti le donne minorenni o interdette.
L’altro quesito sull'IVG, il quinto, era stato proposto dal Movimento per la Vita, un’associazione nata qualche anno prima proprio con l’obiettivo di contrastare l’aborto, ed era appoggiato dal mondo cattolico. Anche Papa Giovanni Paolo II, infatti, si espresse a favore di una mobilitazione per la difesa del diritto alla vita, dopo la promulgazione della legge 194. Questa proposta, di segno opposto al quesito precedente, era una “massimale”, volta ad abrogare ogni circostanza giustificativa ed ogni modalità dell'interruzione volontaria della gravidanza, quali sono previste dalla legge 194 del 1978. Il testo del quinto quesito richiedeva l'abrogazione di articoli e commi della legge 194 che disciplinavano le condizioni (dopo i primi novanta giorni), le motivazioni (anomalie, malformazioni, salute fisica o psichica), le procedure e le relative sanzioni.
Le posizioni in campo ricalcarono in massima parte quelle già viste in occasione del referendum sul divorzio, con minime differenze: il fronte laico, in particolare, registrò la defezione dei radicali che sostenevano il no al referendum del Movimento per la vita, ma il sì al referendum da loro proposto; repubblicani, liberali e socialdemocratici si schierarono per un duplice no, ma lasciarono libertà di coscienza ai loro iscritti; la Democrazia Cristiana appoggiò il referendum del Movimento per la vita, ma chiarì sin da subito che non era disposta ad assumersi l’onere della campagna referendaria. Dopo mesi di dibattiti, il paese arrivò spaccato a quei giorni di metà maggio, ma la risposta della popolazione fu netta.

I referendum si svolsero il 17 maggio 1981. L’attacco alla legge 194 non passerà: la proposta radicale ottenne poco più dell’11,5% dei voti con il ‘fronte del no’ all’88,5%. Con l’88,42%, equivalenti a 27.395.909 voti, la proposta radicale fu bocciata a fronte dei 3.588.995 Sì (11,58%). Mentre sulla questione promossa dal Movimento per la Vita ci fu meno scarto: il No si impose con il 68% contro il 32% che votò a favore. La proposta dei cattolici raggiunse il 32,1% contro il 67,9% del ‘fronte del no’. In provincia di Modena, la proposta dei radicali ottenne il 7,33% dei ‘sì’ e il 92,67% dei ‘no’; quella del Movimento per la vita ottenne 21,36% di ‘sì’ e 78,64% di ‘no’. In un paese e in una società divisa, il 68% della popolazione si dichiarò favorevole a mantenere la legge 194 intatta, quella che depenalizzò l’interruzione volontaria di gravidanza.
Gli altri temi lanciati dal partito dell’allora segretario Francesco Rutelli riguardavano l’abrogazione dell’ergastolo, il porto d’armi e il fermo di polizia (tutti bocciati). I quesiti sottoposti al voto popolare furono per l'abrogazione del fermo di polizia, dell'ergastolo, del porto d'armi e le due proposte sull'aborto. Questi quesiti furono anch'essi bocciati. Il quesito sull'abolizione del Tribunale Militare venne superato dal Parlamento. Il testo del primo quesito chiedeva l'abrogazione del decreto legge 15 dicembre 1979, n. 625, convertito in legge con legge 6 febbraio 1980, n. 15 (la Legge Cossiga, concepita per affrontare l'emergenza terrorismo). Il secondo quesito chiedeva l'abrogazione degli articoli 17, comma primo n. 2 (l'ergastolo) e 22 del codice penale approvato con regio decreto 10 ottobre 1930, n. 1398, ossia l'abolizione della pena dell'ergastolo. Il terzo quesito proponeva l'abrogazione dell'art. 42, comma terzo del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, relativo alle norme sulla concessione di porto d'arma da fuoco, che conferiva facoltà a questore e prefetto di rilasciare licenze.
La Legge 194 Oggi: Tra Fragilità e Controverse Applicazioni
A differenza del divorzio, che non fu mai più messo in discussione, il diritto all’aborto è ancora oggi un diritto che di tanto in tanto deve difendersi da offensive reazionarie e proibizioniste. Si può ricordare, come uno degli ultimi eventi in questo senso, il Congresso delle Famiglie tenutosi a Verona nel 2019 - al quale parteciparono anche alcuni ministri leghisti del primo governo Conte - dove ci si scagliò ripetutamente contro l’aborto, e durante il quale venne distribuito un raccapricciante e macabro gadget rappresentante un feto di plastica. Non è solo in Italia a essere così così delicata la situazione.
Recentemente, le democrazie occidentali sembrano essere influenzate, e a volte cedere, alle sirene del sovranismo. Dall’elezione di Donald Trump nel 2016, alla consolidazione del potere di Viktor Orbán in Ungheria e del partito conservatore Diritto e Giustizia in Polonia, passando per il 41% dei voti ottenuti da Marine Le Pen in Francia - sufficienti per sfiorare, ma non vincere, la presidenza del Paese lo scorso aprile - fino alle elezioni italiane del 25 settembre, quando l’ondata della destra ha vinto la maggioranza in Parlamento e raggiunto il 44% dei voti a livello nazionale. Pur con alcune differenze, i leader dell’estrema destra europea hanno sempre mostrato scarsa tolleranza per le persone appartenenti alla comunità LGBTQ+ e per i diritti delle donne, viste come madri e mogli prima che come individui indipendenti. In Ungheria, per esempio, di recente il regime di Orbán - riconosciuto come antidemocratico anche dal Parlamento europeo - ha deciso che le donne dovranno auscultare il battito del feto prima di poter effettuare l’intervento, un chiaro tentativo di manipolazione psicologica.
La campagna elettorale di Fratelli d’Italia è invece stata caratterizzata da un atteggiamento controverso nei confronti dell’aborto. Giorgia Meloni ha infatti più volte ripetuto che non intende modificare la legge 194, ma “applicarla totalmente” per garantire alle donne “il diritto a non abortire”. Fin dalla sua genesi la legge 194 ha seguito un percorso travagliato e litigioso, con battaglie dentro e fuori dal Parlamento, dove era osteggiata soprattutto dalla Democrazia cristiana e dal Movimento sociale italiano, il partito di ispirazione neofascista il cui simbolo, la fiamma tricolore, campeggia ancora oggi nel logo di Fratelli d’Italia. Di conseguenza, la legge che abbiamo tuttora è il risultato di un compromesso tra obiettivi inconciliabili, che cerca di tenere insieme la necessità di proteggere la vita ma anche il diritto delle donne a decidere della propria. Secondo i movimenti femministi dell’epoca la legge 194 avrebbe dovuto essere “un primo passo”, uno strumento normativo da migliorare, che però non è mai stato adeguato e perfezionato. Oggi, infatti, pur essendo passati più di quarant’anni e diversi governi - almeno in teoria - progressisti, la legge è ancora piena di falle e viene spesso mal applicata.
Un primo elemento ambiguo della legge 194 si riconduce in parte a quanto detto da Meloni in campagna elettorale: i consultori familiari, che dovrebbero informare, guidare e sostenere le donne nel percorso di gravidanza o eventualmente nelle procedure abortive, in Italia nella maggior parte dei casi non funzionano a dovere, soprattutto a causa dello scarso radicamento sul territorio. Secondo una legge del 1996, sul territorio nazionale dovrebbe essere attivo un consultorio ogni 20 mila abitanti. In realtà, l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato che in media è attivo un consultorio ogni 35 mila abitanti, quasi la metà della frequenza stabilita. Le regioni più virtuose sono la Valle d’Aosta, con una struttura ogni 10mila abitanti, e la Basilicata, con una ogni 16mila. A queste si aggiunge la provincia autonoma di Bolzano, che ha il tasso migliore in tutta Italia: un consultorio ogni 9.751 abitanti. I consultori fanno anche i conti con la mancanza cronica di personale, tanto che in alcuni casi medici e psicologi devono spostarsi continuamente da una sede all’altra per garantire i servizi minimi.
Secondo le linee guida del Ministero della Salute, i consultori dovrebbero anche rilasciare le certificazioni necessarie per abortire e gestire le procedure per l’aborto farmacologico in day hospital, ossia quello che non prevede interventi chirurgici ma avviene per via farmacologica orale. Nell’agosto del 2020, il Ministero della Salute ha modificato le linee guida per l’aborto farmacologico, stabilendo che questo può essere effettuato fino a 63 giorni dopo il concepimento - al posto dei 90 in vigore per l’intervento tradizionale - sia in ospedale che nei consultori, senza necessariamente dover ricorrere all’ospedalizzazione. Di fatto, però, non tutte le regioni hanno recepito il cambiamento nelle normative, e ancora oggi l’aborto farmacologico senza ricovero è possibile solo in poche aree del Paese, come il Lazio e, da questa settimana, l’Emilia Romagna. In tutti gli altri casi è necessario ricorrere al regime in day hospital o all’aspirazione, situazioni che espongono le donne a inutili complicazioni psicologiche, facendo crescere l’ansia e il senso di inadeguatezza.
Negli ospedali, così come nei consultori, infatti, non è raro incappare nei presidi organizzati dalle associazioni pro-vita, che cercano fino all’ultimo di dissuadere le donne, puntando anche sulla colpevolizzazione infondata delle loro scelte. In Liguria, lo scorso maggio proprio Fratelli d’Italia ha depositato una proposta di legge per istituire sportelli “pro-vita” in tutte le strutture ospedeliere in cui si effettuano Ivg. Ad aprile, invece, la regione Piemonte, governata dal forzista Alberto Cirio, ha istituito un fondo da 400mila euro per sostenere le attività di queste associazioni. Oltre a favorire l’accesso all’Ivg, i consultori familiari dovrebbero anche informare le donne sui loro diritti e sulle opzioni a disposizione, assisterle durante la gravidanza e, come afferma l’articolo 2 della legge 194, “contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”.
Se quindi l’applicazione della prima parte della 194 ha ampi margini di miglioramento, la seconda risulta invece magistrale: gli obiettori di coscienza, infatti, protetti dall’articolo 9 del testo, sono ovunque e sono tantissimi, e il problema sembra essere sotto gli occhi di tutti tranne che della politica. Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, nel 2020 il 64,6% dei ginecologi presenti sul territorio nazionale erano obiettori di coscienza, e in alcune regioni, soprattutto al Sud, il dato superava l’80%; mettendo a rischio, in modo del tutto legale, il diritto di migliaia di donne. È il caso per esempio dell’Abruzzo, del Molise, della Basilicata e della Sicilia, ma anche della provincia autonoma di Bolzano, dove l’84,5% dei ginecologici si rifiutava di praticare l’Ivg.

Alla luce di tutto ciò, non si può prevedere cosa succederebbe se il referendum del 1981 per l’abrogazione dell’aborto si tenesse oggi, anche se è assolutamente possibile che i cittadini decidano di salvaguardare, ancora una volta, questo diritto tormentato, a prescindere dal loro schieramento politico. A vederlo ora, però, il risultato di quarantun anni fa appare come un successo enorme, ma allo stesso tempo fragile e contingente, legato a tempi e contesti diversi da quelli attuali. Se da sempre la legge 194 è rimasta debole e indecisa, a causa della scarsità dei consultori, dell’eccessivo ricorso all’obiezione di coscienza in molte regioni e del lavoro svolto dalle associazioni pro-vita, lo spostamento verso destra dell’opinione pubblica italiana - e in molti casi anche europea - contribuisce a gettare ombre su un testo che andrebbe tutelato e migliorato, cose che ora sembrano difficili da fare.
Legge 194. Meno aborti, ma con il boom delle pillole del giorno dopo
L'Istituzione del Referendum Abrogativo in Italia: Un Percorso Costituzionale
La Costituzione italiana prevede che un referendum abrogativo, per essere valido, debba avere un’affluenza pari ad almeno il 50% + 1 degli aventi diritto. Il dettato costituzionale pone, infine, due condizioni all'approvazione della proposta soggetta a referendum: la partecipazione alla votazione della maggioranza degli aventi diritto (cioè degli elettori della Camera dei deputati) e il raggiungimento della maggioranza dei voti validamente espressi. L'articolo 75 dispone che si procede allo svolgimento del referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente forza di legge, quando lo richiedano cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Le modalità di attuazione del referendum sono riservate alla legge ordinaria, la legge 25 maggio 1970, n. 352.
L’istituto del referendum abrogativo è stato utilizzato in Italia ben 67 volte, per la maggior parte delle quali, 39, fu raggiunto il quorum, cosa non avvenuta nelle altre 28. Complessivamente in Italia si sono tenuti 67 referendum abrogativi con un’affluenza media del 52%: 39 hanno superato il quorum e 28 no. Il primo referendum abrogativo fu quello sul divorzio del 1974, nel quale votò l’87,7% dei 37,6 milioni di elettori. Nel 1978 si tennero due referendum: uno per abolire la Legge Reale che prevedeva un inasprimento della legislazione penale per combattere il terrorismo e uno per abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Nel 1981 i referendum furono 5: l’affluenza fu pari al 79,4%, ma nessun quesito passò. Nel 1985 si tenne un referendum in merito alla norma che l’anno precedente aveva tagliato la scala mobile, cioè quello strumento che serviva a indicizzare automaticamente i salari in funzione degli aumenti dei prezzi di alcune merci al fine di contrastare la diminuzione del potere d’acquisto. L’affluenza fu pari al 77,9% e i contrari vinsero con il 54,3%. Il 1987 fu un altro anno di referendum con 5 quesiti: l’affluenza fu pari al 65,1% per tutti e 5. Nel 1990 gli elettori italiani furono chiamati a votare sulla caccia, sull’accesso dei cacciatori a fondi privati e sull’utilizzo dei pesticidi. Fu la prima volta che dei referendum non arrivarono al quorum, fermandosi a un’affluenza del 43%. L’affluenza fu pari al 77% e tutti i quesiti passarono. Anche il 1997 fu un anno ricco di referendum, anche se fallimentari visto che l’affluenza si fermò al 30,2%. L’affluenza si fermò al 32% e i referendum fallirono. Nel 2003 si tennero due referendum per estendere a tutti i lavoratori il diritto al reintegro nel posto di lavoro per i licenziati senza giusta causa e per abrogare l’obbligo per i proprietari terrieri di dar passaggio alle condutture elettriche sui loro terreni. Nel 2009 si tennero 3 referendum dove l’affluenza si fermò tra il 23 e il 24%.
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