Giovanni Falcone: Una Vita Dedicata alla Giustizia e alla Lotta alla Mafia

Giovanni Falcone è stato un magistrato italiano che ha dedicato la sua vita alla lotta contro Cosa Nostra, divenendo uno dei magistrati più influenti e conosciuti della storia italiana. La sua figura è stata centrale nella rivoluzione del metodo investigativo contro la mafia, introducendo l'analisi dei flussi finanziari e promuovendo la collaborazione internazionale, elementi che hanno permesso di smantellare le fondamenta dell'organizzazione criminale. Il suo impegno ha portato Cosa Nostra alla più importante resa dei conti con la giustizia, il celebre Maxiprocesso. Falcone non si è mai sentito un eroe, ma solo un uomo dello Stato chiamato a fare il proprio dovere, consapevole che l'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, ma saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa.

Le Radici di un Destino: Nascita e Infanzia a Palermo

Giovanni Salvatore Augusto Falcone nacque a Palermo il 18 maggio 1939, terzo di tre figli, nel quartiere della Kalsa, un antico quartiere arabo nel cuore della città. La sua casa natale, in via Castrofilippo, non esiste più, demolita nel 1959. Il padre, Arturo Falcone, era direttore del Laboratorio chimico provinciale del comune di Palermo, mentre la madre, Luisa Bentivegna, era casalinga e figlia di un noto ginecologo della stessa città. I nomi Salvatore e Augusto gli furono dati in memoria dello zio materno, Salvatore Bentivegna, tenente dei Bersaglieri disperso in battaglia durante la Prima Guerra Mondiale, e per la passione del padre per la storia romana. Anche il fratello del padre, Giuseppe Falcone, morì in guerra come capitano nell'Aviazione.

La famiglia Falcone dovette abbandonare la Kalsa già nel 1940 a causa dei bombardamenti americani della Seconda Guerra Mondiale, rifugiandosi a Sferracavallo, una borgata marinara di Palermo. Dopo l'ulteriore bombardamento della passeggiata e dei palazzi del porto, avvenuto il 9 maggio 1943, si trasferirono dai parenti della madre a Corleone. Con l'armistizio dell'8 settembre 1943, Giovanni e la sua famiglia tornarono alla Kalsa, trovando ospitalità presso le zie Stefania e Carmela, sorelle del padre, poiché la loro casa risultò pesantemente danneggiata dai bombardamenti.

Giovanni frequentò le scuole elementari al Convitto Nazionale di Palermo, a lui intitolato nel 1999, le medie alla scuola "Giovanni Verga" e le superiori al liceo classico "Umberto I". A scuola aveva una media dell'otto e terminò il liceo all'età di 18 anni nel 1957 con il massimo dei voti. Crescendo, assorbì i valori che lo avrebbero guidato per tutta la vita: la madre gli parlava spesso dello zio bersagliere caduto sul Carso, e il padre dell'altro zio, capitano in aviazione, morto in combattimento. Giovanni frequentava l'Azione Cattolica e trascorreva gran parte dei suoi pomeriggi in parrocchia, facendo la spola tra quella di Santa Teresa alla Kalsa e quella di San Francesco. Nella prima conobbe padre Giacinto, che divenne il suo "cicerone" e lo portò a visitare il Trentino e Roma. In parrocchia si appassionò anche al ping-pong e in una partita giocò con Tommaso Spadaro, futuro "re della Kalsa", personaggio di spicco della malavita locale.

Giovanni Falcone da bambino con la sua famiglia
All'età di tredici anni, iniziò a giocare a calcio all'Oratorio, dove, durante una delle tante partite, conobbe Paolo Borsellino, più giovane di sei mesi, con cui si sarebbe ritrovato prima sui banchi dell'Università e poi in Magistratura.

La Formazione di un Magistrato: Studi e Primi Incarichi

Dopo il diploma, nel settembre 1957, Giovanni Falcone si trasferì a Livorno per frequentare l'Accademia Navale, con l'intenzione di diventare ufficiale e laurearsi in Ingegneria. Tuttavia, anziché essere assegnato ai corpi tecnici, fu destinato al corso per il ruolo di Stato Maggiore. Questa vita militare non fece per lui, e nel gennaio 1958, dopo soli quattro mesi, abbandonò l'Accademia. Tornò nella sua città natale e si iscrisse, al pari della sorella Maria, alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Palermo. In quegli anni ebbe modo di praticare diverse attività sportive con molta costanza, dedicandosi al canottaggio presso la Canottieri Palermo per tutti gli anni dell'università, sebbene avesse dovuto abbandonare il livello agonistico nel 1956 a causa di un infortunio. Frequenterà la piscina comunale fino a metà degli anni '80, quando la vita blindata a cui sarebbe stato costretto non glielo avrebbe più consentito.

Si laureò brillantemente nel 1961 e capì subito che la sua strada era la magistratura. Cominciò a studiare con questo obiettivo. Nel 1959, la famiglia Falcone fu costretta a trasferirsi in Via Notarbartolo a causa degli avvenimenti legati al cosiddetto "Sacco di Palermo", operato dall'allora assessore Vito Ciancimino. La loro abitazione venne demolita per fare spazio a una strada più ampia, progetto che poi non si realizzò. Nel corso della sua vita, Giovanni avrebbe poi cambiato tre case in quella stessa strada: una da ragazzo, una con la prima moglie Rita e poi un'altra ancora con Francesca, la seconda moglie.

A una festa, infatti, nel 1962, conobbe una ragazza, Rita Bonnici, maestra elementare di cinque anni più giovane laureata in Psicologia. I due si innamorarono e si sposarono due anni dopo, nel 1964, nella Basilica della Santissima Trinità del Cancelliere, proprio mentre Falcone stava tentando il concorso per la magistratura. Non tutti in casa furono contenti: il padre di Falcone non approvò la decisione, ma non la ostacolò, ritenendo la ragazza troppo diversa per educazione e abitudini dal modello delle famiglie della media borghesia palermitana dell'epoca.

Falcone vinse il concorso ed entrò nella magistratura italiana nel 1964. Dopo il tradizionale tirocinio come uditore a Palermo, nel 1965, a soli 26 anni, diventò pretore a Lentini, città in provincia di Siracusa. L'esperienza non fu entusiasmante, per via del quadro assolutamente precario dell'amministrazione della giustizia, con una gran mole di processi non tutti importanti e gratificanti. Il suo primo caso importante fu quello di una persona morta per un incidente sul lavoro.

Nel 1966, il giovane Falcone venne trasferito d'ufficio a Trapani, dove rimase per 12 anni. Lì il futuro simbolo della lotta alla mafia fece di tutto, dal sostituto procuratore al giudice istruttore, dal magistrato di sorveglianza a giudice civile della sezione fallimentare, esperienza che iniziò nel 1973. A poco a poco, nacque in lui la passione per il diritto penale. Fu proprio in quel periodo che Falcone maturò la sua attività e ebbe un primo assaggio di lotta faccia a faccia con la mafia. Nel 1967, istruì il primo processo importante, quello alla banda mafiosa del boss di Marsala, Mariano Licari, un "patriarca trapanese" il cui spessore Falcone percepì chiaramente. Il processo a Licari non arrivò a conclusione, trasferito in una sede diversa, ma quella battaglia gli fece intravedere una nuova strada da percorrere per potenziare le indagini e trovare altre prove: gli accertamenti patrimoniali sulla consistenza economica dei boss.

Fu ancora a Trapani che il giovane magistrato si trovò a rischiare per la prima volta la vita: mentre era in carcere come giudice di sorveglianza, a Favignana, un terrorista appartenente ai nuclei armati proletari lo prese in ostaggio puntandogli un coltello alla gola, chiedendo e ottenendo di fare delle dichiarazioni alla radio in cambio del rilascio. L'esperienza trapanese non forgiò Falcone solo dal punto di vista professionale, ma lo cambiò anche dal punto di vista intellettuale e politico. Complice anche la scomparsa del padre nell'aprile 1969, il giudice cominciò ad allontanarsi in maniera vistosa dalla tradizione familiare. Dal punto di vista politico, si schierò a favore delle idee di Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, che votò alle elezioni politiche del 1976. Pur restando fuori dai partiti, Falcone fece parte anche del locale comitato a favore del divorzio e nel 1979 sostenne anche Aldo Rizzo, giudice istruttore del Tribunale di Palermo, che si era candidato come indipendente nelle liste del PCI nel collegio senatoriale di Trapani e Marsala.

Nonostante i successi professionali, Falcone si decise a chiedere il trasferimento a Palermo, che ottenne nel 1978. I pettegolezzi di una storia extra-coniugale della moglie col presidente del Tribunale lo convinsero a fare domanda per la sezione fallimentare del Tribunale della sua città natale. La moglie lo seguì, ma il tentativo di rimettere insieme i cocci del loro matrimonio fallì: i due divorziarono e Rita ritornò a Trapani, dove si sposò con Calogero Genna.

La ricostruzione 3D dell’attentato a Giovanni Falcone – Le dinamiche tecniche della strage Capaci

Il Metodo Falcone: L'Innovazione nell'Indagine Antimafia

Nel 1978, in seguito all'omicidio del giudice Cesare Terranova, Giovanni Falcone decise di tornare a Palermo, dove iniziò a lavorare all'Ufficio istruzione, sotto la guida di Rocco Chinnici. Lì incontrò Francesca Morvillo, anche lei magistrato, in servizio come sostituto alla Procura presso il Tribunale dei Minorenni dal 27 gennaio 1972. Proprio lì incontrò anche Paolo Borsellino, con cui iniziò a lavorare su centinaia di processi. Francesca usciva anch'essa da un matrimonio fallito da poco, tanto che i due non poterono sposarsi fino al 1986, in attesa delle rispettive sentenze di divorzio. Francesca Morvillo restò al fianco del marito, condividendo difficoltà e rinunce fino alla fine. Sarà uccisa nell'attentato di Capaci, insieme a lui, a soli 47 anni, unica donna magistrato in Italia vittima di un attentato mafioso.

Nel maggio 1980, Rocco Chinnici assegnò a Falcone l'indagine su Rosario Spatola, un boss le cui attività erano strettamente collegate alla mafia americana. Appena Falcone cominciò a leggere le carte delle indagini sull'imprenditore mafioso italo-americano Rosario Spatola, si rese conto di essersi imbattuto in un'inchiesta che riguardava i piani alti della mafia economica e finanziaria. Si trattava della più potente associazione criminale dell'epoca, che controllava il commercio mondiale della droga, reinvestendo gli enormi proventi in attività lecite dopo averli "ripuliti" attraverso le banche.

Fu proprio durante questa prima esperienza che iniziò a formarsi il cosiddetto "metodo Falcone", un innovativo impianto per l'istruzione dei processi di mafia, che utilizzava gli ordinari strumenti forniti dal codice adattandoli a una nuova visione del fenomeno mafioso. Falcone capì subito di trovarsi di fronte a una realtà criminale di straordinaria pericolosità, che lui riuscì, però, a districare e a ricostruire al processo. Le sue inchieste, pur avendo come campo di analisi il mondo della criminalità organizzata, coinvolsero direttamente anche quello della criminalità economica. L'intuizione forse più intelligente fu sintetizzata da una frase che Falcone amava ripetere a proposito delle indagini sui traffici di stupefacenti: "La droga può anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente." Una vera e propria filosofia d'indagine basata sull'attenzione ai documenti finanziari, agli scambi di assegni, alle impronte che il denaro lasciava dietro di sé e che caratterizzò il metodo di lavoro di Falcone, Borsellino e degli altri magistrati del futuro pool antimafia.

Per seguire le varie tracce che coinvolgevano pezzi grossi della finanza, tra cui Michele Sindona, Falcone diventò un vero e proprio segugio di transazioni bancarie e patrimoniali di qua e al di là dell’oceano. Visto che per la mafia Palermo era la base operativa di traffici che oltrepassavano anche gli oceani, lo stesso era necessario fare per le indagini corrispondenti. Gli accertamenti bancari divennero il fulcro della nuova istruttoria. I direttori delle banche di Palermo ricevettero una richiesta d'invio di tutte le distinte di cambio di valuta estera, relative a un certo periodo di tempo. Nessuno, prima d'ora, si era mai addentrato così profondamente negli istituti di credito, ma soprattutto nessuno si era mai concentrato sulle connessioni tra un fatto e l'altro. Così, anche attraverso le verifiche bancarie effettuate dagli uomini della Guardia di Finanza guidati dal colonnello Elio Pizzuti e dal maresciallo Angelo Crispino e alle indagini serrate e perquisizioni compiute dagli agenti del dirigente Guglielmo Incalza della Squadra mobile, Falcone riuscì a cominciare a vedere il quadro di una gigantesca organizzazione criminale: i confini di Cosa nostra. Risalì così al rapporto fra gli amici di Spatola e la famiglia Gambino del New Jersey, rivelando i collegamenti fra mafia americana e siciliana.

Diagramma: Il
Falcone avvertiva l'esigenza di una collaborazione internazionale nelle indagini contro il fenomeno mafioso, attraverso mirate rogatorie all'estero che furono occasione per allacciare una rete personale di contatti con alcuni dei più validi inquirenti di quei Paesi. Nei primi giorni del dicembre 1980, si recò per la prima volta a New York per discutere di mafia e stringere una collaborazione con Victor Rocco, investigatore del distretto est. Entrando negli uffici del Procuratore Rudolph Giuliani, rimase stupito dall'efficienza e dai loro strumenti, fra i quali c'era per esempio il computer. Falcone seppe instaurare subito un rapporto di fiducia con Giuliani e con i suoi collaboratori Louis J. Freeh e Richard Martin, oltre che con gli agenti della DEA e dell'FBI. Grazie a questa collaborazione, riuscirono a sgominare il traffico di eroina gestito dalla famiglia Gambino, utilizzando come copertura la gestione di bar, ristoranti e pizzerie nel New Jersey (che sarebbe sfociata nella famosa inchiesta "Pizza connection" condotta dall'FBI). La stampa americana seguiva con attenzione questa sinergia e presentava la figura di Falcone con stima e grandissimo favore.

Il lavoro diede i suoi frutti e, infatti, il processo Spatola si concluse con condanne esemplari. Era la prima incrinatura nel muro dell’invincibilità di Cosa nostra. La stoffa di Giovanni Falcone fu subito chiara con l'esito del processo di Rosario Spatola. Purtroppo però, il giudice fin da subito dovette fare i conti con i suoi nemici, e in questo caso non si parla di mafia, bensì di componenti della magistratura stessa. Si trovò isolato dalle istituzioni, dai colleghi e dall'opinione pubblica, e si trovò fin da subito a difendere tenacemente le sue capacità di contrasto come se fosse un novellino. Nel gennaio 1982, Falcone chiuse l'inchiesta Spatola, rinviando a giudizio 120 indagati. A seguito del successo di queste indagini e dei rischi corsi, si decise di assegnargli la scorta nel 1980.

La Nascita del Pool Antimafia e le Grandi Inchieste

Le attività investigative del pool avevano ormai attirato l’attenzione della mafia. Il 29 luglio 1983, Rocco Chinnici fu ucciso con un'autobomba sotto casa, parcheggiata davanti alla sua abitazione. L’attentato sconvolse Giovanni Falcone e tutti gli altri giovani che stavano seguendo le indagini sulla mafia, ma nessuno tentennò. Due mesi dopo, il 1° ottobre, morì anche la madre di Giovanni, dopo aver avuto un primo infarto dopo l'omicidio del Generale dalla Chiesa.

All'indomani dell'assassinio di Rocco Chinnici, come suo successore a dirigere l'Ufficio Istruzione venne mandato Antonino Caponnetto, anziano giudice in servizio a Firenze e quasi sconosciuto ai palermitani. Il 16 novembre di quell'anno, Caponnetto non solo riprese la prassi inaugurata dal suo predecessore, ma istituì ufficialmente il "pool antimafia". Il primo passo di Caponnetto fu una lunga conversazione con Falcone, che tracciò un quadro breve ma esauriente dei problemi di mafia e degli schieramenti. Secondo l'idea di Falcone, che Caponnetto condivideva, l'organizzazione di Cosa Nostra non sarebbe stata un insieme di bande con potere decisionale autonomo, ma un unicum, con una struttura verticistica. Il lavoro parcellizzato di un tempo venne sostituito con l'indagine équipe, la condivisione delle informazioni per cogliere le relazioni e le dinamiche delle strategie di Cosa nostra. Il pool lavorò incessantemente per raccogliere le prove per un'enorme inchiesta che sarebbe sfociata nel celebre Maxiprocesso. Il pool si allargò, includendo Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, e successivamente Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte.

La ricostruzione 3D dell’attentato a Giovanni Falcone – Le dinamiche tecniche della strage Capaci

La vera svolta epocale alle indagini sarebbe stata impressa con l'arresto di Tommaso Buscetta, il quale diventò uno dei primi mafiosi a decidere di collaborare con la giustizia italiana. I Corleonesi, capeggiati da Salvatore Riina, avevano deciso di eliminare Buscetta perché legato allo schieramento avversario, uccidendogli per vendetta due figli, un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti. Nel giugno 1984, in compagnia del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro del nucleo operativo della Criminalpol, Falcone si recò in Brasile per interrogare Buscetta e lì ebbe l'impressione che potesse essere disposto a collaborare. Lo Stato italiano ne chiese allora l'estradizione alle autorità brasiliane. Quando questa venne concessa, Buscetta tentò il suicidio ingerendo della stricnina per evitarla, ma venne salvato. Il 15 luglio dello stesso anno arrivò in Italia e decise definitivamente di collaborare.

Prima di procedere al primo interrogatorio, Buscetta avvertì Falcone della portata dirompente delle dichiarazioni che stava per rendere: "L'avverto, signor giudice. Dopo quest'interrogatorio lei diventerà forse una celebrità, ma la sua vita sarà segnata. Cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non dimentichi che il conto con Cosa nostra non si chiuderà mai. È sempre del parere di interrogarmi?". Falcone però gli comunicò che poteva continuare a parlare, e infatti iniziò l'interrogatorio, il primo di una lunga serie. Nei mesi successivi, il giudice riempì circa quattrocento pagine di verbali scritte a mano, nelle quali Buscetta rivelava per la prima volta la struttura di Cosa nostra ("famiglia", "mandamento", "Commissione") e i nomi degli affiliati alle varie "famiglie", nonché circa trent'anni di delitti, traffici illeciti e misfatti avvenuti nel palermitano. Di portata rivoluzionaria si rivelò anche la sua rivelazione circa l'esistenza di un organo direttivo dell'intera organizzazione, la cosiddetta "Commissione" o "Cupola", e che tutti gli omicidi di un certo rilievo erano imputabili ad essa e ai suoi componenti (si parlò in questo caso di "teorema Buscetta"). Talmente importante fu perciò la testimonianza di Buscetta, che Falcone ebbe a dire, anni dopo: "Prima di lui, non avevo - non avevamo - che un'idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare a gesti."

In ottobre, l'esempio di Buscetta venne seguito da un altro "uomo d'onore" palermitano, Salvatore Contorno (detto Totuccio), che tre anni prima era miracolosamente sopravvissuto a un agguato tesogli dai Corleonesi e aveva deciso anche lui di rendere dichiarazioni a Falcone, costituendo un'ulteriore conferma a quelle di Buscetta. Il 29 settembre 1984, le dichiarazioni di Buscetta produssero 366 ordini di cattura (la cosiddetta "ordinanza Spatola-Busca", dal nome dei due collaboratori).Alla fine del 1984, il pool era al massimo dell'impegno e dei risultati: in ottobre, in Canada, Falcone trovò le prove che gli avrebbero consentito di arrestare Vito Ciancimino con l'accusa di associazione mafiosa e di esportazione di capitali all’estero. Qualche giorno dopo, vennero arrestati per mafia anche gli intoccabili esattori di Palermo, Nino ed Ignazio Salvo. La città guardava sbigottita la sfilata di manette eccellenti.

Nel gennaio 1990, Falcone coordinò un'inchiesta che portò all'arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani, inchiesta che aveva preso l'avvio dalle confessioni del "pentito" Joe Cuffaro, il quale aveva rivelato che il mercantile Big John, battente bandiera cilena, aveva scaricato nel gennaio 1988, 596 chili di cocaina al largo delle coste di Castellammare del Golfo.

Nell'agosto 1985, dopo gli omicidi del commissario Giuseppe Montana e del vicequestore Ninni Cassarà (stretti collaboratori di Falcone e Borsellino), si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati. Caponnetto venne a sapere che nel mirino c'erano anche Falcone e Borsellino. Così, quando Caponnetto venne informato che dal carcere era partito l'ordine di uccidere anche Giovanni Falcone e il collega Paolo Borsellino, che dovevano scrivere l'ordinanza sentenza di rinvio a giudizio del Maxiprocesso, dispose il trasferimento dei magistrati e dei loro cari presso la foresteria del carcere dell'Asinara, un'isola sperduta della Sardegna che ospita un carcere di sicurezza. Lì poterono terminare la scrittura delle oltre 8.000 pagine della colossale richiesta di rinvio a giudizio per i 475 indagati a seguito delle indagini del pool, che finirono per abbracciare i più disparati settori di attività illecita di Cosa nostra, dagli omicidi (ad esempio i cosiddetti "delitti eccellenti" Giuliano, Basile, dalla Chiesa, Zucchetto e Giaccone) alle estorsioni, al traffico di droga, agli intrecci politico-affaristici e così via. Per tale periodo il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria richiese poi ai due magistrati un rimborso spese e un indennizzo per il soggiorno trascorso. I due magistrati e le loro famiglie per alcune settimane si trovarono a vivere quasi da reclusi. Tornarono a Palermo dopo un mese per consultare alcuni documenti custoditi nella cassaforte della Procura, carte necessarie a concludere il lavoro.

Il Maxiprocesso di Palermo: La Mafia alla Sbarra

L'8 novembre del 1985, il pool depositò l'ordinanza di rinvio a giudizio contro 475 imputati. L'ordinanza-sentenza portò così a costituire il primo grande processo contro l'organizzazione mafiosa denominata Cosa nostra, passato alla storia come il Maxiprocesso di Palermo, che iniziò in primo grado il 10 febbraio 1986 presso un'aula bunker appositamente costruita nel giro di pochi mesi a ridosso del carcere dell'Ucciardone. L'aula, definita dai giornalisti di tutto il mondo come l'"astronave verde" per il colore dei muri delle celle, era in cemento armato, in grado di resistere anche ad attacchi missilistici e di dimensioni tali da poter contenere i 476 imputati e centinaia di avvocati, permettendo ai giudici di lavorare in sicurezza.

L'aula bunker del Maxiprocesso di Palermo
Il dibattimento durò ventidue mesi e vide alla sbarra il gotha di Cosa nostra. Gli imputati erano accusati di 120 omicidi, estorsione, traffico di droga e associazione mafiosa. Molte prove significative - pazientemente riscontrate - vennero dal collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, il "boss dei due mondi".

Il 16 dicembre del 1987, il dibattimento terminò. Il presidente della Corte d’Assise, Alfonso Giordano, lesse la sentenza. Tutti, il giudice a latere Piero Grasso, il pubblico ministero Giuseppe Ayala, i giurati popolari, centinaia di avvocati, restarono in piedi per ore ad ascoltare il lungo elenco di condanne. Ai 339 imputati vennero inflitti 19 ergastoli e 2665 anni di carcere totali, più undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare. Palermo e l'Italia scoprirono che la mafia non era impunibile. La sentenza segnò un successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia, divenendo il simbolo del riscatto dello Stato e della Sicilia. Era passata la tesi dell'unicità di Cosa nostra, nata all'epoca dell'inchiesta Spatola e confermata durante il Maxiprocesso da Tommaso Buscetta.

Ostacoli, Attentati e il Trasferimento a Roma

La partita non era chiusa, poiché il processo doveva affrontare altri due gradi di giudizio, e Falcone, durante un'intervista, frenò gli entusiasmi: "Non bisogna cullarsi nel trionfalismo."Nel dicembre 1986, Paolo Borsellino venne nominato Procuratore della Repubblica di Marsala e lasciò il pool. Antonino Caponnetto, intanto, si apprestava a lasciare l'incarico per ragioni di salute e raggiunti limiti di età. Alla sua sostituzione vennero candidati Giovanni Falcone e Antonino Meli. Tutti si aspettavano che fosse Falcone a prendere il suo posto, anche Caponnetto, che lo considerava il suo erede naturale per esperienza e capacità di indagine. Non la pensò così il Consiglio Superiore della Magistratura che, il 19 gennaio 1988, dopo una discussa votazione, nominò Meli a capo dell'Ufficio Istruzione.

Meli si insediò nel gennaio 1988 e finì con lo smantellare il metodo di lavoro intrapreso, riportandolo indietro di un decennio. Egli, infatti, diventò il nuovo capo del pool ma ne criticò il metodo di lavoro e, di fatto, cominciò a smantellarlo. Negò il principio cardine del Maxiprocesso, cioè la struttura unitaria di Cosa nostra, e assecondò invece la vecchia tesi della mafia come insieme di bande criminali. Frantumò i processi e li distribuì in vari uffici, col risultato disastroso di far perdere il nesso tra vicende che, senza un filo conduttore, diventavano poco comprensibili. Da qui in poi, Falcone e i suoi dovettero fronteggiare un numero sempre crescente di ostacoli alla loro attività.

Il 1989 fu l'anno dei veleni al palazzo di giustizia di Palermo. Falcone venne accusato in un anonimo di aver fatto ritornare in Italia il pentito Salvatore Contorno, esponente della mafia perdente, sterminata dai corleonesi di Totò Riina, e di averlo coperto nel progetto di eliminazione dei capimafia nemici usciti vincitori dalla guerra tra clan. Falsità espresse in lettere anonime, passate alla storia come le lettere del "corvo", e inviate a vari rappresentanti delle istituzioni.Il 21 giugno 1989, Falcone divenne obiettivo di un tentato attentato presso la villa di vacanza che aveva affittato all'Addaura: un borsone con cinquantotto candelotti di dinamite fu posto sulla scogliera dove il giudice era solito fare il bagno. Falcone notò qualcosa, chiamò la polizia e la bomba venne disinnescata, ma le circostanze risultarono poco chiare, soprattutto perché nello stesso periodo cominciarono a circolare delle lettere anonime che diffamavano il giudice e i suoi colleghi. La polizia, dunque, ritenne che il tentativo di colpirlo fosse riconducibile alla faida interna alla magistratura e al "corvo", che diffondeva false notizie sulle indagini. È lo stesso Falcone a spiegare il senso di un attentato i cui reali contorni non sono mai stati chiariti. Il giudice parlò di una manovra ideata in maniera perfetta da "menti raffinatissime", adatta a dar credito alle accuse delle lettere diffamatorie del "corvo". "Il contenuto delle accuse doveva essere il movente che aveva spinto la mafia a uccidermi. Sarei stato un giudice delegittimato perché scorretto, l'omicidio sarebbe stato giudicato quasi naturale."

La ricostruzione 3D dell’attentato a Giovanni Falcone – Le dinamiche tecniche della strage Capaci

Il lavoro di Falcone, intanto, non si fermò. La sua vita lavorativa, però, era ostacolata da più parti e così nel 1991 Giovanni Falcone accettò la proposta del ministro Claudio Martelli e assunse l’incarico al Ministero di Grazia e Giustizia di Roma, come direttore degli Affari Penali. Iniziò a lavorare a una nuova strategia nazionale antimafia. Creò, infatti, prima la Direzione Nazionale Antimafia (DNA) e promosse, poi, l’istituzione della Direzione Investigativa Antimafia (DIA). Nel 1990, alle elezioni dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, Falcone fu candidato per le liste "Movimento per la giustizia" e "Proposta 88" (nella circostanza collegate): l'esito fu però negativo.

Il 30 gennaio 1992, intanto, la Cassazione riconobbe valido l’impianto accusatorio che aveva già portato alla sentenza di primo grado del Maxiprocesso. La Suprema Corte ripristinò gli ergastoli e le condanne per boss e gregari che erano stati annullati in appello. Il cosiddetto "teorema Buscetta" fu sancito definitivamente. Il Maxiprocesso, dunque, aveva funzionato e ora tutte le condanne ai boss erano definitive. Questo fu un colpo durissimo per Cosa Nostra.

Il Sacrificio di Capaci: Un'Eredità Immortale

È proprio in seguito alla conferma definitiva della sentenza del Maxiprocesso dalla Cassazione che il super boss Totò Riina decretò la condanna a morte per Giovanni Falcone. E la mafia colpì.

Il 23 maggio 1992, Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo erano di ritorno da Roma. All’aeroporto c’era una scorta di 3 auto blindate ad accoglierli. Alle 17 e 56 (o 17:58, secondo altre fonti), mentre il convoglio era sull’autostrada A29, all’altezza del paese siciliano di Capaci, al chilometro 5, cinquecento chili di tritolo fecero saltare in aria un intero tratto dell'autostrada, distruggendo il corteo. Morirono sul colpo tre agenti della scorta: Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo furono gravemente feriti e morirono poco dopo. Altri tre rimasero feriti e cercarono di aiutare il magistrato e la moglie.

Monumento a Capaci in memoria della strage
Il sacrificio di Falcone segnò uno spartiacque nella lotta alla mafia. La società civile reagì con sdegno e si mobilitò. Nacquero associazioni, movimenti, leggi. Nel 2006, le sue frasi più celebri vennero scolpite nel cuore del Paese. Giovanni Falcone è stato un magistrato italiano che ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia. È stato tra i primi a comprendere la struttura unitaria e verticistica di Cosa Nostra, creando un metodo investigativo diventato modello nel mondo. La rigorosa ricerca della prova, le indagini patrimoniali e bancarie, l'ostinata caccia alle tracce lasciate dal denaro e il lavoro di squadra sono stati i suoi fari, le armi con le quali, insieme al pool antimafia, ha istruito il primo Maxiprocesso a Cosa nostra, il suo capolavoro. Oltre 40 anni fa Giovanni Falcone capì che le mafie si apprestavano a varcare i confini italiani e teorizzò l’importanza della cooperazione giudiziaria internazionale. A lui, al suo lavoro, al suo sacrificio è stata intitolata la risoluzione approvata all’unanimità da 190 Paesi nel corso della X Conferenza delle Parti sulla Convenzione di Palermo del 2000 contro il crimine transnazionale, che si è tenuta a Vienna.

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