Daniele Petrucci. Un nome e cognome di quelli che forse a Lovere dicono poco o nulla, ma che hanno segnato nel bene e nel male quello che sta succedendo nel mondo della scienza. Nato a Lovere il 10 novembre del 1921, Petrucci è stato una figura di spicco nel campo scientifico, un pioniere dell'inseminazione artificiale. La sua carriera lo portò a Bologna, dove si affermò come farmacologo di fama internazionale. Ma Petrucci è soprattutto il primo medico ad aver condotto un esperimento scientifico in provetta ed è il primo ad essere riuscito a fecondare un ovulo umano e mantenerlo in vita per quasi un mese. Bologna, 1961, la notizia fa il giro del mondo, ponendo le fondamenta di quella che sarebbe diventata la procreazione medicalmente assistita.

Radici Storiche della Procreazione e il Contributo di Petrucci
Per comprendere appieno l'importanza del lavoro di Daniele Petrucci, è essenziale fare un passo indietro e analizzare l'evoluzione della conoscenza scientifica e delle credenze sulla riproduzione umana. Dal Seicento, le conoscenze scientifiche progredirono, ma si ignorava, ancora a inizio Novecento, l'abc della riproduzione. Basti pensare che si riteneva la donna fertile durante il periodo mestruale e che nell'Ottocento fosse diffusa la teoria secondo cui un “omino” perfettamente formato fosse presente negli spermatozoi e la gestazione nel ventre femminile servisse solo a farlo crescere. Questa era la teoria del Preformismo, contrapposta all'Epigenesi, di cui parlava già Aristotele, a torto o a ragione considerato il precursore dell'embriologia sperimentale. Aristotele, infatti, assegnava al maschio la causa efficiente e al sangue mestruale la causa materiale, asserendo che l'embrione si sviluppava progressivamente a partire dal concepimento, situato a una settimana dall'inizio della mestruazione. Questa visione potrebbe far sorridere, eppure la condivisero persino molti teorici cattolici dei secoli seguenti, fino al 1859 quando Papa Pio IX decretò la sacralità della vita a partire dal concepimento.
Almeno fino al Seicento, la teoria aristotelica ebbe ampio seguito; in seguito, si aggiunsero gli Ovisti, convinti che “l'esserino” si trovasse nella cellula uovo. Molti scienziati si adoperarono per spiegare la formazione della vita, ma fino agli anni Settanta del Novecento gli embriologi non si interessarono troppo alle coppie che non potevano avere figli, piuttosto si ponevano il problema di capire le malformazioni e le anomalie dello sviluppo embrionale.

Il percorso verso la comprensione e la manipolazione della procreazione fu lungo e complesso. Già nel XVII secolo, si fantasticava sulla possibilità di creare una vita umana in provetta, come dimostra la parodia dell’uomo artificiale di Robert Boyle del 1686, un esperimento fittizio in cui si descriveva un essere umano formato in una covata e regolarmente nato, suscitando il deridere gli scienziati della Royal Society. Il concetto di "utero vagante" nell'interno dell'addome, in grado di spostarsi per ogni dove nel corpo, era associato all'isteria. Solo nel 1677, l'olandese Anton Van Leeuwenhoek osservò per primo al microscopio i "piccoli esseri viventi" nel seme maschile, portando alla teoria animalculista, secondo cui il piccolo essere vivente risiede nel seme maschile. Questa osservazione scosse le certezze sensoriali di una scienza antropoformica.
Lazzaro Spallanzani, nel 1784, fu un altro gigante in questo campo. Egli dimostrò il ruolo organico del seme maschile su uova femminili, attuando un esperimento di fecondazione extracorporea e intracorporea su vivipari. Spallanzani confutò altresì la teoria della generazione spontanea e descrisse l’inseminazione artificiale, specializzandosi successivamente in zoologia e botanica. La sua ricerca sul seme e sull'attivazione dell'uovo fu pionieristica. Un esempio notevole fu l'esperimento del 1780, quando raccolse il seme da un cane spaniel e lo iniettò nell'utero di una cagna, la quale partorì regolarmente 3 cuccioli. Questo dimostrava che la vita del feto dipende unicamente dall'incontro dell'uovo e dello spermatozoo.
In Francia, si cominciarono a compiere ricerche sulla fecondazione artificiale a partire dall'Ottocento, ma chi aprì la strada con i progressi più significativi fu J. Marion Sims (1813 - 1884), considerato il padre della ginecologia statunitense. Sims, però, è una figura controversa: un convinto schiavista, sperimentò procedure chirurgiche su donne nere, negando loro l'anestesia. Anche quando praticò su sei donne l'inseminazione artificiale fu particolarmente indelicato con loro. Va detto, a sua parziale discolpa, che almeno prospettò come la sterilità non dipendesse unicamente dalla donna, anche se era fermamente contrario alla donazione del seme. Egli condusse ricerche sulla fecondazione artificiale negli anni successivi, concentrandosi sull'infertilità maschile. Il dottor Hunter, nel 1789, aveva già realizzato la nascita da una donna il cui marito aveva una ipospadia, utilizzando un metodo di inseminazione con siringa, dal marito, a pochi giorni dal rapporto sessuale, approfittando dell'eccitazione della donna. Questo è considerato il primato remoto della fecondazione artificiale.
Già nel 1799, era stata eseguita la prima delle 400 fecondazioni riuscite dal dottor Thouret, il quale consigliava i risultati se l'operazione fosse eseguita a casa dei coniugi. Nel 1884, il dottor Panin di San Pietroburgo utilizzò il seme di donatore esterno alla coppia genitoriale, ampliando le possibilità, ma anche le problematiche etiche. Tra il 1899 e il 1900, Ivanoff, biologo russo, condusse inseminazioni artificiali nella riproduzione del bestiame, sottolineando l'importanza di tale tecnica per la ricchezza nazionale, e il Paese si adoperò in tal senso, adoperandosi nell'inseminazione degli animali domestici bovini, suini, ovini.

La Sfida Etica e Religiosa: Il Caso Bologna 1961
Il contesto sociale e culturale italiano, fortemente influenzato dalla morale cattolica, ha reso il cammino della procreazione assistita particolarmente arduo. Nel 1932, era stato pubblicato Il mondo nuovo di Aldous Huxley, che ipotizzava per tutti l'inseminazione artificiale, la conseguente eliminazione dei rapporti di coppia, la gestazione in incubatori e persone prodotte in serie per garantire ordine alla società. L'impatto dell'opera sulla ricerca scientifica fu enorme, ma anche alimentò paure e resistenze.
In Italia, tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Sessanta, il medico Daniele Petrucci si spinse oltre i confini del noto. Collaborando con la ricercatrice Laura De Pauli Santandrea all'Ospedale S. Orsola di Bologna, aveva escogitato una “camera nuziale” in cui incubava ovuli e spermatozoi riuscendo a mantenerli in vita più di un mese. La sperimentazione era stata avviata nel 1958, e Petrucci aveva già ottenuto almeno ventotto nascite da inseminazione artificiale realizzata su vetrini da microscopio, con le prime nascite avvenute a partire dal 1961 fino al 1973, anno della sua morte. L’idea era verificare se era possibile fecondare l'ovulo esternamente, se aveva una vita, come nutrirlo e che ambiente dargli.

Il momento più critico si verificò nel 1961. Daniele Petrucci, che aveva illustrato in un congresso medico la sua tecnica documentandola con un filmato, riuscì a concretizzare la sua scoperta con il primo tentativo nel 1961. Su una paziente italiana prelevò un ovulo maturo e dopo averlo fecondato in provetta si accinse a reinserirlo nell'utero della paziente in una clinica privata bolognese. Tuttavia, la suora responsabile della sala operatoria, rifiutando di prestare la sua opera, non garantì la sterilità della relativa attrezzatura, ritenendola un atto contrario ai principi morali. Petrucci si rivolse in Curia per ottenere il permesso di continuare l'intervento e lo stesso vicario, Monsignor Bettazzi, poi arcivescovo di Ivrea, recatosi in clinica, non riuscì a far recedere la suora dalla sua decisione. L'intervento fu annullato, e Petrucci decise di proseguire i suoi esperimenti in segreto.
Quando molti lo accusarono di sostituirsi a Dio, rispose: “Non faccio altro che raccogliere quello che Dio mi offre ad unirlo, perché in alto mondo non potrebbe avvenire”. Questo illustra il suo approccio pragmatico e la sua convinzione di agire non contro, ma in armonia con i processi naturali, semplicemente facilitandoli. Il prelievo dell'ovulo avveniva tramite un cudoscopio, messo a punto da una ditta tedesca, strumento che permetteva di operare per via vaginale, una tecnica avanzata per l'epoca. Nonostante le difficoltà e il segreto, Daniele nel frattempo bruciava le tappe, realizzando 28 nascite con inseminazione artificiale. L'unica via, oggi, è confidare nella testimonianza di uno di questi nati per vedere riconosciuto il primato del dottor Petrucci, la concretizzazione scientifica dei suoi esperimenti. In parecchi casi il ricercatore assistette alla nascita di questi bambini, seguendone i primi mesi di vita per assicurarsi che tutto funzionasse bene e, al proposito, la nuora Manuela ricorda di aver conosciuto nello studio del suocero, poco tempo prima che morisse, uno splendido bambino nato nel 1971.
La stampa aveva parlato di questi interventi, condannati a lungo dai quotidiani cattolici, sebbene il Vaticano non si sia mai espresso in proposito in maniera ufficiale e categorica sulla sua specifica opera. Tra verità non dette e interventi semiclandestini, stava prendendo piede la procreazione assistita, ma restava un tabù e le donne vi ricorrevano in totale discrezione. Quando espose i suoi studi a un convegno a Glasgow, lo sommersero di critiche e non gli permisero neppure di terminare l'intervento, evidenziando il forte rifiuto e l'ostilità che incontrava il suo lavoro pionieristico.
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L'Evoluzione della Scienza Riproduttiva e la Nascita di Louise Brown
Il clamore mediatico delle ricerche del biologo Robert Edwards (Premio Nobel 2010) e del ginecologo Patrick Steptoe cresceva intanto a livello internazionale. Tra gli ostacoli di ogni tipo da affrontare, fra cui la cronica mancanza di fondi, dovevano anche risolvere il problema della “capacitazione”, ossia i mutamenti necessari agli spermatozoi per fecondare la cellula uovo. Eppure, nel 1978 nacque Louise Brown, definita “la prima bambina in provetta”, sana e vitale del peso di 3000 grammi. Alla nascita della bambina, la notizia si sparse in tutto il mondo e l'Italia, fortemente influenzata dalla morale cattolica, si fece sentire tuonando persino dalle colonne dell'”Unità” e della “Repubblica”. Il dibattito che ne seguì, a livello mondiale, risentiva delle paure circa il timore dell'insorgenza di malformazioni frequenti nei concepimenti in provetta.
Di problemi etici si discuteva molto in Gran Bretagna, Australia, Francia, Stati Uniti e Germania, e così pure dell'esito degli embrioni non utilizzati. Sorsero ovunque comitati etici per la definizione di protocolli e il focus del discorso lentamente si spostò dall'inseminazione artificiale alla fecondazione in vitro e poi alla vita e sopravvivenza dell'embrione. La dottoressa Laura De Pauli, che aveva collaborato con Daniele Petrucci, ricorda che a Bologna il professor Daniele Petrucci aveva già ottenuto almeno ventotto nascite da inseminazione artificiale realizzata su vetrini da microscopio a pochi giorni dalla nascita di Louise Brown nel Regno Unito. Si trattava di un lavoro di laboratorio in vitro nel tentativo di risolvere il problema di donne che per l'occlusione delle tube ovariche non erano in grado di avere figli. Questa testimonianza postuma riconosce a Petrucci un primato cronologico non sempre pienamente riconosciuto a livello internazionale.

Biotecnologie, Bioetica e la Ridefinizione dell'Umanità
Con l'avanzare delle biotecnologie, la nozione di famiglia legata ai rapporti di sangue è stata modificata, così come la concezione di identità personale, i sentimenti associati alle fasi più solenni dell'esistenza (concepimento, nascita, morte) e il ritmo dei cicli vitali. Ai vincoli di sangue, involontari, tendono sempre più a sostituirsi quelli elettivi. Si acuisce così la consapevolezza di un maggiore dominio della specie umana su se stessa e, insieme, l'angoscia di chi è chiamato a prendere decisioni dagli esiti talvolta imprevedibili.
La bioetica, diventata un campo di battaglia tra opposte visioni del mondo, riporta l'attenzione sulla corporeità sia a livello individuale che a livello di generazioni future mediante l'intervento sul patrimonio genetico. La bioetica, termine forse coniato dal cancerologo V.R. Potter (Potter, 1971), nasce con l'intento dichiarato di gettare un ponte tra scienza ed etica, due sponde che sembravano destinate a restare separate. Essa rappresenta un sapere di frontiera sia in senso locale, in quanto posta tra due spazi disciplinari originariamente separati, sia in senso temporale, perché giovane e in continua espansione grazie agli effetti in precedenza mai ipotizzati delle biotecnologie e, in particolare, allo sviluppo della genetica e della biologia molecolare. La bioetica è entrata a far parte dell'etica filosofica, rivitalizzando l'etica pubblica che sembrava essere stata, da una parte, assorbita dalla legislazione positiva e, dall'altra, relegata nella sfera della morale privata.
Essa contribuisce poi a spostare l'interesse dalla sfera dell'anima o dell'invisibile a quella della corporeità, accreditando la convinzione che non solo abbiamo un corpo, ma anche che siamo un corpo. L'etica cessa in tal modo di essere un tema specialistico dei filosofi ed entra, con minori mediazioni che nel passato, nelle sfere del senso comune, della medicina e del diritto. Data la sua crescente incidenza sulla società, la bioetica può quindi oggi rivendicare, con buoni argomenti, la propria autonomia rispetto all'etica tradizionale. Le questioni bioetiche sorgono, in Occidente, sullo sfondo di una crisi morale che è strettamente legata al venir meno di una serie di convinzioni, sia etiche che ontologiche. Con la rottura dell'unità religiosa ai tempi di Lutero, "non fu più possibile sperare di vivere in una società che potesse aspirare a un'unica concezione morale, dettata da un'unica autorità morale suprema" (Engelhardt Jr., 1986). La morale venne così sospinta nell'interiorità della coscienza individuale o dovette confondersi con il diritto positivo o i comandamenti delle Chiese e degli stati.

La bioetica, con il suo aggancio al corpo, ha ridato alla morale un carattere pubblico, visibile; ne ha fatto un patrimonio condiviso (se non altro di preoccupazioni). Essa si sta, infatti, “sviluppando come la lingua franca di un mondo che si interessa dell'assistenza sanitaria ma non possiede una concezione etica comune” (Engelhardt Jr., 1986). In un regime di 'politeismo' dei valori, non potendoci accordare sui principi morali ultimi, pur essendo di fronte a questioni ultime, siamo indotti a confrontarci con gli altri secondo proposte che si affidano al consenso e alla buona argomentazione.
Lo spostamento delle frontiere della vita come conoscenza, genesi, qualità, durata ed esito, modifica l'orizzonte di aspettative del singolo e, pertanto, la comprensione che ciascuno ha di sé e degli altri. Molte condizioni che apparivano legate alle dure e imperscrutabili necessità del mondo si trasformano in oggetto di scelta, in un 'antidestino' (Rodotà, 1997), ponendo la questione se quanto è tecnicamente possibile sia anche lecito. Il poter conoscere in anticipo la probabile durata della nostra esistenza, o la natura delle malattie (come la corea di Hungtinton) da cui noi stessi e i nostri figli saremo verosimilmente affetti, ha implicazioni enormi, non da ultimo per i datori di lavoro e le compagnie di assicurazione. Il ventaglio delle possibilità che si allarga implica una diminuita fiducia nella potenza e nel carattere normativo delle presunte leggi di natura così come finora le abbiamo interpretate. Ciò implica anche una complementare tendenza a privilegiare, soprattutto nel futuro, un maggior tasso di artificialità nel proprio corpo o il prevalere di sentimenti acquisiti, per esempio di paternità o maternità affettive, invece che di legami di sangue.
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Le biotecnologie non si fermano tuttavia al mondo umano, sebbene siano a esso finalizzate. Trasformano, infatti, le modalità del mangiare (mediante alimenti geneticamente modificati, come semi, piante e ibridi in precedenza non ottenibili), del curarsi (mediante farmaci prodotti con tecniche dell'ingegneria genetica o mediante le costruzioni di modelli di malattie indotte in animali transgenici). Gli organismi geneticamente modificati sono ormai un prodotto industriale a larga diffusione su cui convergono gli sforzi di potenti multinazionali che beneficiano attualmente anche del fatto che il 12 maggio 1998 il Parlamento europeo ha approvato una direttiva che consente la brevettabilità dei materiali biologici. Si ha così la creazione di organismi vegetali inattaccabili a certe larve. Per esempio, inserendo nel DNA di alcuni vegetali un gene del batterio Bacillus thurigiensis, che secerne una specifica tossina, si tengono lontane le larve di lepidotteri come l'Heliotis zea.
La materia vivente diventa trasportabile da un corpo all'altro, viene resa compatibile operando, mediante la biologia molecolare, sui geni. Si mettono così in relazione esistenze e storie umane differenti, che si incontrano anche oltre la morte. Cadono virtualmente le barriere tra le specie: il cuore di un maiale può essere usato per un uomo.
Dilemmi Contemporanei e la Separazione tra Generazione e Fecondità
Nell'ambito della bioetica, vengono analizzati i problemi esistenziali che derivano dalla separazione tra generazione e fecondità, in particolare nei casi della fecondazione artificiale eterologa e dell'ovodonazione. La medicina è stata considerata a lungo un sapere che asseconda la natura, che si limita ad aiutarla nei processi di guarigione messi in atto dall'organismo. L'abitudine a 'lasciar fare alla natura' è stata tuttavia qualitativamente e quantitativamente intaccata nell'età moderna mediante scienze e tecniche tese al pieno dominio dei processi spontanei naturali. Solo che finora ci si era limitati al controllo della natura esterna e del presente, mentre oggi tale progetto di controllo si estende anche alla natura interna all'uomo e riguarda persino le generazioni future.
Ciò significa che, mentre nel passato la tecnica aveva trattato la natura soprattutto come materia fisica, inanimata, oggi, invece, l'uomo stesso e, più in generale, la materia vivente, nella sua costituzione ereditaria, sono diventati oggetto specifico delle biotecnologie. Queste pongono in discussione convinzioni, abitudini e idee millenarie, ritenute sinora fondate sulla roccia di evidenze incrollabili o addirittura sull'autorità della rivelazione divina. Nulla, per esempio, è apparso finora meno dubbio del fatto che un individuo viene al mondo, secondo i vecchi e collaudati metodi della riproduzione sessuata naturale, con un corpo e una mente soggetti a malattie e malformazioni congenite soffrendo, godendo e morendo assieme a tutti i suoi organi. Eppure le biotecnologie ci obbligano a riformulare rapidamente, anche a livello di senso comune, molti dei parametri grazie ai quali la vita quotidiana si è orientata nel succedersi delle generazioni, come la nozione di identità personale, la rete di relazioni affettive di parentela, il ruolo della sessualità, le norme etiche e giuridiche che regolano i diritti dei singoli e delle famiglie, i cicli vitali, la grana, la varietà e l'intensità di determinate passioni.
Cambia prospetticamente il sistema dei sentimenti che scandiscono i momenti più solenni dell'esistenza umana: il concepimento, la nascita, la paternità e la maternità, la morte. Quel che appariva imposto dalle dure leggi della necessità o dall'imperscrutabile volontà di Dio si trasforma in oggetto di scelta, permettendo di essere padri sociali quando si è sterili, madri all'età della menopausa o figli di genitori sconosciuti (perché nati da una donna a cui è stato donato il seme o da un 'utero in affitto' o da una vedova ad anni di distanza dalla morte del marito). Quel che, inoltre, si mostrava inseparabile moralmente o naturalmente - sessualità e procreazione, grazie ai contraccettivi, in particolare a quelli farmacologici, oppure procreazione e figura parentale, grazie alle tecniche di fertilizzazione - si disaggrega, trasformando la precedente energia di legame affettivo in energia fluttuante e inquieta, che non sa ancora come distribuirsi e che provoca sconcerto e dolore. Si scaricano così sull'individuo responsabilità inedite e gravose, gli si abbandonano scelte che costituivano una volta la più gelosa prerogativa degli stati o delle Chiese. Ciascuno è pertanto posto di fronte a scenari metafisici che lo impegnano anche sul futuro remoto: vita e morte, scansione del ciclo vitale proprio o altrui, trapianto d'organi, gestione del patrimonio genetico. Infatti, è già plausibile che si possa intervenire sia sulla linea somatica, a scopi terapeutici, mediante l'inserimento di pezzi del DNA nella cellula staminale corretta, sia manipolando la linea germinale di un individuo, così che le modificazioni inserite entrino costitutivamente a far parte del suo genoma e vengano trasmesse per via ereditaria.
Aumenta il divario tra le possibilità di innovazione e la loro recettività a livello sociale, culturale e religioso. Si verificano, spesso, reazioni di rigetto o di forte differenziazione e si approfondisce il solco tra le norme etiche o religiose consolidate e gli atteggiamenti più aperti e sensibili alle opportunità generate dalla ricerca scientifica. Succede talvolta che, nella difesa a oltranza delle proprie ragioni e dei propri dogmi, vengano toccati livelli di radicalità tali da porre il cittadino in aperto contrasto con le leggi del proprio paese e da spingere il credente o a opporsi al magistero della propria confessione, o ad accettarne le direttive volte a combattere quanti attentano al suo credo.

Il Dibattito sulla Sacralità e Qualità della Vita
Per rendersi conto della grandezza dei problemi, si pensi soltanto alle polemiche sulla inseminazione artificiale, sullo statuto dell'embrione o sulle terapie geniche che già si prospettano per intervenire sul genoma umano. Si può dire che sostanzialmente la linea di frattura passi tra due concezioni, tra la difesa della sacralità e della gratuità della vita (sostenuta dai credenti delle religioni rivelate, ma non solo) e quella dei fautori della qualità della vita.
I primi, che rivendicano talvolta il carattere semplicemente razionale delle loro posizioni, riconoscendo norme morali assolute "da rispettare sempre e comunque, senza eccezioni" (Melina, 1988; Sgreccia, 1988; Cattorini, 1990), incentrano i loro argomenti sull'idea di persona, ossia sull'unicità di ogni individuo umano e sulla sua differenza dagli altri animali: "L'io è irriducibile a cifra, a numero, ad atomo, a cellule, a neuroni […] In ogni uomo, in ogni persona umana, il mondo tutto si ricapitola e prende senso, ma il cosmo nello stesso tempo è travalicato e trasceso. In ogni uomo sta racchiuso il senso dell'universo e tutto il valore dell'umanità: la persona umana è un'unità, un tutto e non una parte di un tutto."
Sebbene l'opposizione tra religiosi e laici nasconda e distorca la pluralità di posizioni esistenti sulla bioetica, anche in campo laico - intendendo il termine nel senso di un pensiero antidogmatico, tollerante ed esposto al dubbio e all'eventuale rettifica delle posizioni acquisite - attualmente si parla molto di persona. In quest'ambito, però, il concetto di persona rappresenta il tentativo di trovare un comune denominatore che ponga l'accento sulla dignità di ogni singolo uomo. Evitata la nozione tomistica di persona quale individua substantia rationalis naturae, sostanza indivisibile della natura razionale, risulta difficile legare la persona alla sola dimensione psicologica dell'autocoscienza, il che escluderebbe, per esempio, il feto a un certo momento del suo sviluppo.
Da parte laica il tema della qualità della vita viene visto in questi termini: "Il motto cattolico potrebbe essere 'valori etici eterni nelle situazioni nuove'; il motto laico 'a situazioni nuove forme etiche nuove', ispirato dal timore del male che in situazioni nuove possono involontariamente produrre forme etiche vecchie" (Scarpelli, 1996). U. Scarpelli ha ben riassunto il senso delle intenzioni e delle posizioni dei laici: "Procederò dunque nel mio ragionamento etsi Deus non daretur, cioè da laico. Laico, infatti, non è il negatore di Dio (la negazione di Dio è essa stessa una proposizione su Dio, un parlare dell'ineffabile) ma chi ragiona fuor dell'ipotesi di Dio accettando i limiti invalicabili dell'esistenza e della conoscenza umana […] Ma nell'etica non c'è verità. I valori di vero e di falso convengono alle proposizioni del discorso descrittivo-esplicativo-predittivo, non convengono alle proposizioni del discorso prescrittivovalutativo; la stessa varietà storica dei principi convince che essi sono frutto di processi culturali, sociali e personali, e non sono riconducibili a un'astratta e metastorica zona della verità immediatamente intuibile da ogni intelletto. L'etica è dunque nei suoi principi logicamente arbitraria, ma questo non significa che sia umanamente arbitraria. Nell'esperienza e nella problematica etica ciascuno è impegnato con il suo condizionamento organico e culturale, con il suo carico di legami e di affetti."
Intanto cresceva il numero di coppie ansiose di ricorrere alla fecondazione in vitro, nonostante il peso mediatico degli antiabortisti e la posizione della Chiesa di Roma, contraria alla separazione tra atto sessuale e procreazione e a tutte le pratiche di contraccezione. Eppure molti cattolici avevano assunto un atteggiamento pragmatico grazie anche al fatto che l'adozione era permessa e controllata dalla legge che garantiva la piena genitorialità. Concludendo, i paventati scenari catastrofici non si sono realizzati: niente fabbriche di bambine e bambini da scegliere in base alle caratteristiche gradite, nessun maggiore controllo dell'uomo sul corpo della donna e nessun degrado della società imputabile alle tecnologie riproduttive. L'innovazione continua, come dimostrato dalla riattivazione ovarica in vitro di K., spinge costantemente i confini della scienza e della discussione etica.
Un Retroscena Inaspettato: La Vita di Daniele Petrucci Oltre la Scienza
La figura di Daniele Petrucci non si esaurisce nel suo ruolo di pioniere scientifico. La sua vita fu complessa e ricca di eventi che ne definiscono un carattere forte e anticonformista, spesso in contrasto con le convenzioni del suo tempo. Petrucci viveva in Borgo Santa Maria, di fronte al Monastero delle suore di clausura (Santa Chiara), e suo padre Angelo era primario dell'ospedale di Lovere. Oltre alla sua rivoluzionaria ricerca sulla fecondazione artificiale, emergono dettagli di un passato che rivelano un lato meno conosciuto, ma altrettanto significativo, della sua persona.
Il 3 agosto del 1943, Daniele Petrucci scrive al capo partigiano 'Montagna' (Giovanni Brasi) della 53° Garibaldi, in una lettera che recita: “caro Brasi, fin qui viaggio ottimo e soste altrettanto ottime. Dovunque sono passato, Monza, Dalmine, Milano, Varese, Pavia, Bergamo regna il perfetto ordine e ho potuto constatare che tutte le voci tendenziose che ci sono giunte dal lontano Lovere, sono fandonie. Non incendi, non cannonate, non scioperi…Mi è parso un vero miracolo, e voi sapete che non sono poeta, incontrare questa Italia nuova e libera, tanto cosciente e tanto coerente alla sua situazione…il nostro compito ora è quello di prestare tutta la propria opera con l’esempio e con lezione per permettere ai capi di venirne fuori al più presto e nel modo più onorevole della guerra. Anche perché il trattamento degli alleati e dei nemici non deve assolutamente dare adito a rosee illusioni. Si tratta di ragionare e di agire come se fossimo soli. Dite questo agli amici, perché sappiano uniformarsi alla gravità e alla delicatezza del momento. Prima di quanto crediate ci sarà riconoscenza e un posto d’onore per tutti quelli che se lo saranno meritato. Cordiali saluti, da Dani Petrucci”.
Questo documento dipinge un Petrucci già impegnato in un contesto di grande tensione storica, mostrando un uomo che osservava e analizzava la situazione politica e sociale con lucidità e senso critico. La sua attitudine all'osservazione e alla riflessione, fondamentale nella scienza, si manifestava anche nelle sue convinzioni civili.
In un ulteriore passaggio storico, nel giugno 1944, Daniele Petrucci incapperà in un procedimento del Tribunale Straordinario di Bergamo, dove gli vengono imputati diversi capi d’accusa: “…dopo aver militato nel PNF compiuto atti di violenza contro fascisti, offrendo vino e danari per affermare il Segretario del Fascio di Castro, intimando alla maestra Rosa Clerici di salutare a pugno chiuso alla comunista, dicendo che era quello il saluto che si doveva fare, per avere chiesto esplosivi in una vicina cava per servirmene per scopi sovversivi….assoldare diverse persone con pacchi di carta moneta per la lotta partigiana contro i tedeschi….” Il 3 giugno 1944, la Corte, composta dal presidente Gigi Bainotti e dai giudici Arturo Bianchi e Antonio Fontana, riterrà l'imputato Daniele Petrucci colpevole dei capi d’imputazione di devastazione, saccheggio, violazione privata di domicilio, e lo condannerà alla pena di 18 anni di reclusione e alle spese. Ma l'imputato si era reso 'latitante irreperibile'.
Questi aspetti della vita di Petrucci, sebbene distinti dalla sua ricerca scientifica, rivelano una personalità complessa e coraggiosa, capace di prendere posizioni decise in momenti di crisi e di sfidare l'autorità, sia essa politica o religiosa. La sua latitanza suggerisce una determinazione a non conformarsi, una caratteristica che si rifletterà anche nella sua persistenza nella ricerca scientifica sulla procreazione assistita, nonostante le critiche e l'opposizione che incontrò. La sua storia personale aggiunge profondità alla figura di un uomo che, in diversi ambiti della vita, ha mostrato la volontà di andare oltre i limiti imposti dal suo tempo, anticipando dibattiti e cambiamenti che avrebbero segnato profondamente la società e la scienza. Oggi, la tecnologia non ha confini, e il percorso tracciato da figure come Daniele Petrucci continua a influenzare il dibattito su scienza, etica e il futuro dell'umanità.
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