La storia della medicina moderna è costellata di tappe che hanno radicalmente mutato la percezione dei limiti biologici umani. Tra queste, una delle più significative è senza dubbio la nascita della procreazione medicalmente assistita (PMA), un campo che ha trasformato il desiderio di genitorialità da destino immutabile a possibilità scientificamente gestibile.

L'alba di una nuova era: Louise Brown
Decorre proprio oggi il 40esimo anniversario della nascita del primo bambino concepito „in provetta“. Infatti, il 25 luglio 1978 venne alla luce una bellissima bambina, Louise Brown, che sarebbe diventata il simbolo delle tecniche di procreazione assistita. Al suo concepimento e alla sua nascita contribuirono il Dr. Robert Edwards e il Dr. Patrick Steptoe.
La nascita della piccola fu annunciata alla comunità scientifica nel 1978 sulla rivista Lancet dal biologo R.G. Edwards e dal ginecologo P.C. Steptoe, che avevano messo a punto la tecnica utilizzata, divenuta poi celebre con il nome di IVF (fecondazione in vitro) e che è valsa a Robert Edwards il Premio Nobel nel 2010. Prima di entrare nello studio di Steptoe, la storia di Lesley e John Brown non era molto diversa da quella di moltissime coppie che negli anni Settanta non riuscivano ad avere un figlio. I due si rivolsero a Patrick Steptoe, un ginecologo di Oldham noto per aver messo a punto una tecnica chirurgica innovativa per risolvere l’occlusione delle tube, il problema che impediva a Lesley di restare incinta. All’epoca però il medico lavorava già da vari anni a un progetto molto più ambizioso: poiché la chirurgia non sempre permetteva di ottenere il risultato sperato, aveva infatti iniziato a collaborare alle ricerche sulla fecondazione in vitro di Robert Edwards, scienziato dell’Università di Cambridge, molto esperto nella manipolazione di embrioni e gameti.
Il segreto e la nascita di un simbolo
Louise Brown nacque alle 23:47 all'Oldham General Hospital (Inghilterra), con un parto cesareo programmato: pesava 2,608 kg. Il parto fu ripreso su nastro. Per evitare la stampa, il ginecologo decise di ricoverare la donna e, per evitare la stampa, la registrò con il falso nome di Rita Ferguson. Lo stratagemma però fu presto svelato e in breve l’ospedale di Oldham fu preso d’assalto dalla stampa. Nessuno, tuttavia, riuscì a sapere in anticipo ciò che Steptoe era ben determinato a mantenere riservato.
Alla notizia di quella nascita, il mondo rimase di stucco. Persino fra gli addetti ai lavori gli scettici erano la maggioranza. E la ricerca di Robert Edwards e Patrick Steptoe era da molti ritenuta immorale e pericolosa, perché - si obiettava - se mai fosse andata in porto avrebbe certamente fatto nascere neonati deformi. La nascita di Louise ha scatenato un aumento vertiginoso delle richieste di IVF. Oggi, la fecondazione in vitro è una procedura di routine per i medici, ma non ovviamente per i genitori. In Danimarca, il 4 per cento di tutte le nascite è il risultato di procedure di IVF.
La vita del primo bambino nato in provetta | Retro Report
L'evoluzione tecnica: dal laboratorio alla clinica
Oggi, la procedura è stata messa a punto e migliorata, ma è rimasta essenzialmente la stessa. Innanzitutto, la madre deve assumere farmaci per la fertilità al fine di favorire la produzione di ovuli e di stimolare poi l’ovulazione. Attraverso un intervento chirurgico gli ovuli vengono raccolti subito prima che avvenga l’ovulazione. Nei primi tempi questo intervento era altamente invasivo, ma oggi la tecnica è stata affinata in misura considerevole e può durare appena 20 minuti.
Gli ovuli vengono portati in laboratorio e uniti allo sperma del padre in uno speciale mezzo di coltura e poi lasciati riposare. Dopo circa 18 ore, gli ovuli dovrebbero già essere fecondati e possono essere rimossi. In caso di basso quantitativo di spermatozoi, lo sperma può essere iniettato direttamente nell'ovulo, secondo un processo noto come iniezione di spermatozoi a livello intracitoplasmico (ICSI), che risulta in qualche modo più discutibile rispetto alla semplice IVF. Si stima che in questi 40 anni siano nati oltre 8 milioni di bambini in tutto il mondo grazie alle tecniche di procreazione assistita, e negli ultimi anni sono più di 1.200 i bambini che nascono ogni giorno a seguito dell’applicazione di queste metodiche.
Il panorama italiano e le sfide normative
A pochi anni dalla nascita di Louise Brown, anche l’Italia entra in una nuova, entusiasmante fase della storia della medicina. A voler essere precisi, il “miracolo” era già avvenuto a Napoli l’anno precedente, con la nascita di Alessandra Abbisogno, concepita grazie alla fecondazione in vitro. Alessandra Abbisogno ha avuto una duplice fortuna: quella di essere la prima italiana a nascere al termine di un percorso di procreazione medicalmente assistita e di non essersi mai sentita una «marziana».
Nonostante una legislazione piuttosto restrittiva in merito alla possibilità di ricorrere alla PMA (la legge 19 febbraio 2004, n. 40), i dati dei Certificati di assistenza al parto (Cedap) rilevano che negli ultimi anni la quota dei nati in Italia concepiti grazie alle tecniche di PMA si attesta attorno al 3%, nel 2004 erano appena l’1,2%. In Italia, il numero di trattamenti di procreazione assistita eseguiti è significativamente inferiore rispetto ad altri Paesi europei, con importanti differenze da Regione a Regione. Entrambi questi obblighi sono caduti con una sentenza della Corte costituzionale del 2009. Pertanto, è calata anche la frequenza di parti plurigemellari, che sono un ben noto fattore di rischio per gravidanza e parto.
Considerazioni biologiche e sociali
Nelle società moderne, ci siamo abituati a pensare che l’avere figli dipenda essenzialmente da una scelta individuale e culturale, dimenticando che invece la biologia gioca un ruolo ancora molto importante nella possibilità di realizzare i propri sogni di maternità e paternità. Le difficoltà a concepire non sono affatto rare: si stima che nell’arco della vita una donna su 6 riscontri un problema di infertilità.
La durata della vita si è allungata e con essa pare che si amplino tutti gli orizzonti. Tuttavia, non esiste prova che lo spazio fertile segua la stessa tendenza, anzi. Il momento migliore per concepire dal punto di vista biologico (prima dei 30 anni), purtroppo non coincide più con il momento “socialmente” più adatto (dai 30-35 anni). Non è un caso che nel 1970 l’età media al primo figlio fosse di 25 anni, mentre nel 2021 fosse 31,6.

La PMA talvolta concede un tempo supplementare, ma non può sempre fare miracoli: se le coppie vi ricorrono tardivamente, le probabilità di riuscita si assottigliano decisamente. Al momento, i tassi di successo per dare inizio a una gravidanza, calcolati per cicli iniziati, diminuiscono linearmente dal 18,1% per le pazienti con meno di 35 anni al 4,5% per quelle con più di 43 anni. La consapevolezza dei limiti biologici nella riproduzione umana dovrebbe essere promossa in maniera più decisa, anche con campagne informative, per evitare che la PMA si trasformi in una pericolosa illusione di eterna fertilità.
Etica e prospettive future
Mentre la maggior parte dei bambini che nascono viene accolta dai familiari euforici, i Brown avevano l'ulteriore presenza dei media di tutto il mondo, accompagnata da un intenso dibattito sulla validità e sull'eticità della procedura. I problemi di fondo riguardano il modo in cui gli embrioni si erano formati, vale a dire in laboratorio, non ricorrendo a "metodi naturali", e quale fine avessero fatto gli embrioni non utilizzati: saremmo forse di fronte ad un'altra forma di aborto? La Chiesa cattolica si è opposta in modo particolare alla fecondazione in vitro.
La normalità della gravidanza di Louise, che ha poi avuto figli concepiti naturalmente, è la risposta ad uno dei numerosi interrogativi sollevati all'epoca della sua nascita riguardo alla moralità e alla sicurezza di tale procedura. Le indagini condotte riguardo ai bambini concepiti in provetta hanno individuato argomenti sia a favore sia contro ad un potenziale aumento dei rischi di difetti congeniti. Ciò che emerge è la necessità di un equilibrio tra progresso scientifico e rispetto per i tempi biologici. Come sottolineato da chi ha vissuto in prima persona l'esperienza, la scienza deve essere al servizio della vita e non dei calcoli individuali o delle ambizioni professionali. La sfida per il futuro non risiede solo nel perfezionamento delle tecniche, ma nella capacità della società di sostenere le giovani generazioni, permettendo loro di armonizzare il desiderio di genitorialità con il percorso di autonomia e crescita.