Dal Dolore Nasce la Forza: Un Viaggio nella Profondità dell'Esistenza

Il dolore, nella sua radice essenziale, non assume affatto i tratti dell’univocità, ma della singolarità. Si manifesta in forme sfuggenti, abita orizzonti differenti, si radica nell’esperienza biografica e si intreccia con i legami sociali e simbolici, fino talvolta a fondersi intimamente con essi. Così, il dolore si fa esperienza, irriducibile e non univoca. In quanto tale, esso sfugge a ogni tipo di classificazione rigida, non lasciandosi catturare una volta per tutte né dal linguaggio medico né da quello comune. La singolarità del dolore risiede nella sua capacità di farsi espressione di senso, “fenomeno espressivo” che, nella virulenza del suo apparire e scomparire, del suo darsi e non concedersi, plasma dall’interno e dall’esterno la storia dell’umano. Il dolore è singolare perché, dunque, singolare è il suo modo di apparire come fenomeno. In questo strato di singolarità si conserva, tuttavia, qualcosa di universale: nella singolarità del suo apparire, il dolore si trasforma in richiamo e appello universale.

Una persona che medita mentre il dolore la attraversa

Il dolore si dice in molti modi; e in molti modi si vive. Esso parla dell’uomo malato o, usando un linguaggio caro alle Medical Humanities, parla all’uomo malato. Potremmo ora anche spingerci più in là e dire, senza il timore di scimmiottare, che il suo è un linguaggio che si rivolge all’uomo in generale.

Il Dolore tra Corpo e Anima: Una Visione Integrale dell'Umano

Già alla fine dell’Ottocento, Ludolf von Krehl invitava a considerare la malattia e il dolore come fenomeni che complessivamente toccano l’uomo nella sua interezza. L’essenza del dolore non è riscontrabile in un determinato organo, luogo o spazio, ma attraversa e pervade indistintamente “tutto l’umano”. Una concezione, questa, che trova ulteriore sviluppo nell’antropologia medica di Viktor von Weizsäcker, filosofo e medico del secolo scorso, nonché allievo di Krehl.

Weizsäcker avverte con lucidità i limiti intrinseci della medicina occidentale moderna, ridotta a un sapere quantitativo e deterministico privato di quella dimensione “patica” senza la quale rischia di trasformarsi in una disciplina sempre più fredda, distanziante e oggettivante. Il suo pensiero e i suoi scritti non sono soltanto riflessioni dall’alto valore teoretico, ma un vero e proprio intervento programmatico, un invito rivolto alla medicina affinché rinunci a ridurre l’uomo esclusivamente a puro oggetto (Objekt) analitico o descrittivo e si apra, invece, a una comprensione integrale della persona secondo l’assunto per cui «il processo vitale non fa i conti coi numeri» (Weizsäcker 2017, p. 52).

Diagramma che illustra il dualismo mente-corpo nella medicina tradizionale e una visione integrata

Weizsäcker, da medico, evidenzia il fatto che la medicina scientifica moderna corre sempre il rischio di trattare il paziente e il suo corpo come Gegenstand, cioè come un semplice oggetto di studio che “sta di fronte” a un soggetto valutante. In questo modo, in sintonia con una visione riduzionista delle cose, l’uomo viene de-soggettivato, privato della propria soggettività, con la conseguente perdita del contatto con la persona concreta e la sua storia. Sebbene l’aspetto tecnico sia inevitabilmente utile per il progresso scientifico della medicina, si dimentica spesso che il corpo da curare non ha soltanto le fattezze di una “quantità biologica”, ma appartiene a un soggetto animato che stringe costantemente relazioni, fisiche e di senso, con altri soggetti animati: «l’essenza dell’uomo ha una sua realtà solo come uomo tra gli uomini e possiede quindi una struttura sociale» (Weizsäcker 2017, p. 103).

È in questo senso che Weizsäcker parla esplicitamente di «antropologia medica» (Weizsäcker 2017, p. 29), invitando la medicina a farsi scienza dell’uomo situato, incarnato, intrecciato inscindibilmente a un profluvio di relazioni e significati. Tra gli obiettivi di questa “nuova medicina” c’è quello di indagare il “senso” della malattia e del dolore, vale a dire il loro emergere come “modi” dell’essere umano, occorrenze che dicono in quel momento qualcosa di significativo circa il vissuto della persona.

Lungi dall’essere un mero sintomo da decifrare o un indice da misurare, il dolore si rivela come esperienza che eccede ogni riduzione tecnica o quantitativa. Esso si configura come evento dialogico che parla contemporaneamente al curato e al curante, creando un nuovo spazio imprevedibile di reciprocità terapeutica in cui la vulnerabilità si rende visibile e condivisibile. Significa riflettere su uno dei significati più propri ed enigmatici dell’esistenza umana.

Bioetica e Cure Palliative: L'Accompagnamento del Dolore

Tutto ciò si riflette direttamente nelle pratiche bioetiche e nei modelli di cura che pongono al centro dell’analisi la dignità della persona. Un’applicazione concreta di questa visione si trova, ad esempio, nella medicina palliativa, che ci invita a rileggere il dolore come un’esperienza esistenziale radicale da accompagnare. Un accompagnamento che porta alla generazione di dispositivi di cura che, pur non provocando nell’altro una piena o completa guarigione, attivano tuttavia dinamiche e sollecitazioni che risultano cruciali nella costruzione e ricostruzione delle relazioni tra curante e curato.

La sofferenza diventa parola, apertura, domanda di senso che parla del vissuto del paziente e chiede, nel suo dramma, di essere ascoltata; è parola che si fa essa stessa relazione e condivisione, aprendosi all’esperienza di cura e inverando un orizzonte curativo permeabile e sempre aperto che trascende il mero trattamento clinico ridotto alla sola gestione sintomatica della sofferenza, dove entrambi risultano toccati e interpellati dal flusso imprevedibile di un’esistenza che, lungi dall’essere nuda sopravvivenza, si rivela in tutta la sua carica significativa come domanda e ricerca di senso.

Mani che si stringono in segno di conforto e supporto

Le ferite dell’altro mi avvicinano all’altro, mi spingono a incontrare il suo mondo e a sostare nella sua prossimità, anche fino all’ultimo istante, se necessario. «La ferita che fa male», scrive Han, «è un’apertura primordiale verso l’Altro» (Han 2021, p. 64). Come nella commovente scena dipinta dal pittore Luke Fildes, in cui, pur nel fallimento di ogni diagnosi e nella consapevolezza che non c’è più nulla da fare, il medico sceglie deliberatamente di rimanere fino alla fine accanto al piccolo paziente sofferente, dando forma tangibile a quella categoria che Weizsäcker chiama Ent-scheidung, «decisione» (Weizsäcker 2017, p. Questo “rimanere” non conduce verso una riparazione organica, non salva il bambino dalla morte, ma si manifesta come una disperata e faticosa forma di cura, nella quale l’impotenza del medico si stringe attorno all’assoluta vulnerabilità del paziente, alla sua morte prossima. L’atto del rimanere, che scaturisce dalla scelta decisionale del medico, diviene l’accompagnamento che in qualche modo cura pur non guarendo, il non fuggire che significa rimanere raccolti silenziosamente all’ascolto, trattenersi presso l’altro e condividere la medesima esperienza. Si tratta, in altre parole, «di un’azione particolare perché si confronta con una vera alterità: il paziente è un altro, non un elemento astratto ma un altro individualizzato» (Canto-Sperber & Ogien 2024, p.

Il dipinto

L’esperienza del dolore innesca una vera e propria etica non dogmatica della narrazione che le medical humanities - e, più in generale, il vasto ambito che interessa da vicino i clinici e i professionisti dell’assistenza e della cura - non possono permettersi di trascurare. Ascoltare il linguaggio del dolore vuole dire, in fin dei conti, attivare un processo vitale (Lebensvorgang) e riconoscere la dignità del paziente sofferente, il quale, certamente, ha bisogno di cure mediche nel senso più tecnico e specialistico del termine, ma ha anche l’esigenza, niente affatto secondaria o minore, di entrare in relazione con il proprio curante, una “presenza” che sappia fermarsi e che, in tensione verso l’altro, «con affetto cerca la sua mano» (Weizsäcker 1990, p. 97).

La Società Senza Dolore: Una Critica alla Fuga dalla Sofferenza

Nella società contemporanea, l’idea di dolore è sempre più percepita come qualcosa da evitare o ridurre al minimo. Ogni giorno, farmaci, terapie e approcci psicologici ci promettono sollievo e resilienza, lasciandoci intravedere una vita senza sofferenza. Questa fuga dal dolore, tuttavia, non è una costante storica né una necessità universale. Antiche civiltà e pensatori consideravano il dolore come parte integrante dell’esperienza umana, un insegnamento essenziale che conferiva profondità all’esistenza. Da qui parte la riflessione di Byung-Chul Han, il filosofo sudcoreano che ne La società senza dolore critica con forza la ricerca ossessiva di una felicità che rifugga qualsiasi forma di sofferenza. Per Han, la paura del dolore e la spinta a rimuoverlo sono diventate centrali in una società che, nel tentativo di anestetizzarsi, rischia di perdere il contatto con sé stessa.

Copertina del libro

Superando la dimensione fisiologica, Han vede nel dolore un’esperienza fondamentale che apre all’individuo nuove possibilità di significato, di crescita e di autentica libertà. Nelle società antiche, il dolore era considerato un aspetto fondamentale e ineludibile della condizione umana. Filosofie e religioni, dal pensiero greco antico alla tradizione giudaico-cristiana, interpretavano il dolore come un’esperienza integrata alla vita stessa, necessaria per dare significato alla sofferenza e per raggiungere un’esistenza piena. Per gli antichi Greci, ad esempio, il dolore era legato all’idea di tragedia e accettato come parte del ciclo naturale di vita e morte. Senza dolore, si pensava, non era possibile una nuova vita. In questo senso, il dolore non era visto come un nemico da sconfiggere, ma come un mezzo per conoscere sé stessi e dare senso alla vita. Attraverso il dolore, l’individuo sperimentava un confronto diretto con la propria mortalità e le proprie limitazioni, acquisendo così una consapevolezza profonda dell’esistenza.

Con l’avvento della modernità e l’affermazione del pensiero scientifico, il dolore ha subìto una profonda trasformazione, passando da esperienza esistenziale e simbolica a fenomeno clinico da diagnosticare e trattare. La medicina ha iniziato a considerare il dolore come sintomo di un problema fisico da risolvere, scomponendolo in elementi misurabili e isolandolo dalle componenti psicologiche e culturali che tradizionalmente l’accompagnavano. Questa visione del dolore, ripresa e sviluppata nell’Illuminismo, ha portato alla nascita di una cultura in cui la sofferenza viene progressivamente medicalizzata e depurata di significati simbolici e profondi. L’obiettivo è diventato eliminare il dolore a tutti i costi, considerandolo un’anomalia da correggere piuttosto che un’esperienza da affrontare e comprendere.

La società moderna non si limita a evitare il dolore; ne fa un bersaglio da annientare attraverso la farmacologia e la psicoterapia, trattandolo come una malattia da curare. Han critica l’ideologia neoliberista della resilienza, che trasforma ogni trauma in un’opportunità di performance, come se il dolore fosse solo un intralcio da superare nel nome della produttività. Il dolore, svuotato di significato, viene interpretato come un fallimento personale e trattato come una patologia dell’efficienza, anziché come una manifestazione naturale della condizione umana. Ma è proprio in questa corsa alla rimozione della sofferenza che Han individua una pericolosa ipersensibilità: per assurdo, più il dolore viene evitato e medicalizzato, più la soglia di tolleranza diminuisce.

Grafico che mostra la relazione inversa tra eliminazione del dolore e soglia di tolleranza

Secondo Han la società moderna soffre di quella che chiama “la sindrome della principessa sul pisello”, un’ipersensibilità che porta gli individui a percepire come insopportabili anche i disagi più piccoli. L’eliminazione sistematica del dolore condurrebbe a una fragilità psicologica tale da rendere l’individuo incapace di tollerare anche le difficoltà minime. Tutto ciò rende gli individui iperprotetti e ipersensibili, incapaci di affrontare il minimo attrito nella loro vita quotidiana. Byung-Chul Han, nelle sue opere, ci invita a ripensare il dolore non come qualcosa da eliminare, ma come un’esperienza preziosa e trasformativa. In questo senso, anche il concetto di fallimento può essere ripensato e accolto. Il fallimento, inteso come uno strumento attraverso cui comprendere la nostra vera natura, ci permette di accettare la nostra fragilità e di imparare dai nostri limiti.

La Trasformazione del Dolore in Forza: Un Percorso Personale e Psicodinamico

La domanda “Come si trasforma il dolore in forza?” tocca un nodo profondo che riguarda il funzionamento della psiche. Dal punto di vista psicodinamico, il dolore nasce spesso dal conflitto tra parti interne di noi: l’Io, che cerca di mantenere un equilibrio, e il Super-Io, che rappresenta regole, ideali, aspettative, talvolta molto severe. Il passaggio dalla resistenza alla lotta, o meglio alla trasformazione, avviene quando quel dolore non è più solo qualcosa da subire o sopportare, ma diventa materiale da pensare, da integrare. Significa riconoscere che il dolore porta con sé un messaggio sul nostro vissuto, sui nostri bisogni, e che può diventare energia vitale se non resta represso o scisso.

Metafora visiva del dolore come un blocco che si trasforma in energia

Un concetto chiave è proprio questo: non si tratta di cancellare il dolore, ma di dargli un senso, permettere all’Io di dialogare con esso invece di esserne sopraffatto o di negarlo attraverso i meccanismi di difesa (come la rimozione, l’evitamento, l’isolamento del sentimento). Per questo, la “forza” che si cerca non è qualcosa da conquistare dall’esterno, ma piuttosto la capacità di riconoscere, accogliere e sublimare quel dolore, trovando modi creativi, affettivi e simbolici di esprimerlo. In termini semplici: il dolore diventa forza quando smette di essere un nemico da sopportare e diventa un compagno scomodo, ma portatore di verità su chi si è, su ciò che serve e su dove si vuole andare.

Molti terapeuti suggeriscono che, per poter vivere una vita piena ed appagante e liberarsi del peso del dolore, è necessario attraversarlo. Il dolore, di per sé, è un’esperienza che consuma se rimane chiuso e non viene elaborato. Può però diventare forza quando lo si integra, quando non lo si vive soltanto come ferita ma anche come parte della propria storia che ha insegnato qualcosa, che ha lasciato un’eredità emotiva da cui trarre risorse.

In concreto, questo significa allenarsi a guardare ogni volta al “dopo”: non solo al momento difficile, ma a ciò che si vuole costruire oltre di esso. La lotta prende forma quando il dolore non è più un peso che immobilizza, ma un carburante che spinge a proteggere sé stessi, a perseguire i propri obiettivi, a vivere in coerenza con ciò che conta davvero. La forza, in questa esperienza, nasce proprio dal riconoscere che quel dolore fa parte di sé, ma non definisce più. L'ulteriore step di miglioramento che si può cercare di fare, forse, è più vicino di quanto si possa in questo momento immaginare. Perché non ha bisogno di trasformare il dolore in forza. Comprendere, accettare e lasciare quel dolore lì dove si trova: ecco il vero atto di coraggio, la vera forza, la rinascita. Dall'autocompassione si possono, poi, muovere passi importanti di crescita lavorando su concetti come gratitudine, gentilezza, orgoglio, i pilastri dell'autostima. Quando si percepisce di poter contribuire con le proprie migliori qualità al benessere del mondo e degli esseri viventi che lo popolano, allora quel benessere tornerà indietro ancora più forte. Agire secondo i propri valori è ciò che dona uno scopo vero all'esistenza.

Lasciare stare lì quella sofferenza di un passato che non torna, accoglierla gentilmente quando si presenta sotto forma di pensieri o emozioni difficili, e poi, altrettanto gentilmente, spostare di nuovo l'attenzione sulle proprie priorità, su quello che è veramente importante, il momento presente, l'unico momento in cui possiamo prendere decisioni sagge per il nostro benessere. E parte di quella saggezza ha radici salde e floride proprio nel grande dolore che si è vissuto.

Spesso si pensa che trasformare il dolore significhi eliminarlo. La sofferenza rimane sterile se rimane solo resistenza. Diventa forza quando le attribuiamo un significato: cosa ti ha insegnato? Cosa ti ha mostrato di te? La lotta non è assenza di dolore, ma la scelta di muoversi anche se il peso c’è. Resistere permette di arrivare fin qui, e non è poco. Ora, forse, ci si può chiedere: quali sono le prime piccole azioni concrete che incarnano la vita che si desidera? Il dolore diventa forza anche quando lo condividiamo, quando ci permette di costruire connessioni autentiche. La distinzione tra “resistere” e “lottare” è molto significativa: resistere è restare in piedi nonostante il peso, lottare invece implica un movimento attivo, una direzione scelta.

Il dolore, quando trova spazio per essere accolto ed elaborato, smette di essere solo un peso e può diventare materia viva: memoria, esperienza, sensibilità, perfino motivazione. La forza che si cerca non è qualcosa che si può trovare all'esterno, ma qualcosa che si possiede già. La storia di resilienza ne è la prova. Spesso, trasformare il dolore in forza significa imparare a vederlo non più come un peso, ma come una parte della storia che l'ha resa la persona che si è oggi. Significa dargli un nuovo significato, un senso. Il dolore in sé non è negativo, ma un alert, un campanello d'allarme.

La Resilienza: Non Solo Sopravvivenza ma Crescita

La domanda su come trasformare il dolore in forza non ha una risposta unica o universale ma sicuramente permette degli spunti che possono essere approfonditi. Forse non si tratta tanto di eliminare il dolore o combatterlo ma piuttosto di imparare ad integrarlo nella propria storia: il dolore diventa trasformativo quando non rappresenta solo un peso che portiamo passivamente ma quando lo integriamo nella nostra esperienza. Questo definisce anche una differenza tra “resistere” e “lottare”, ovvero nel passaggio che va dall’evitare o sopportare passivamente a scegliere in maniera attiva e consapevole una direzione che porti ad un cambiamento.

La resilienza, quale capacità ricostruttiva a seguito di un trauma, dalla resistenza e dalla capacità di recupero, si differenzia per la caratteristica della flessibilità, che permette di realizzare un virtuoso processo di adattamento continuo. A seguire una logica tradizionale di tipo lineare, viene abbastanza naturale suddividere il mondo in bene e male, positivo e negativo. Il dolore per una grave perdita ci pone di fronte ai limiti della ragione e del ragionamento, da sempre o quasi ritenuti la strada maestra per la gestione e la risoluzione dei problemi. Cercare di superare il trauma facendosene - come si dice - una ragione, tentare di nascondere o attutire il dolore scacciando il ricordo, lascerà la ferita sempre aperta e la persona incapace di metabolizzare l’evento, cristallizzandolo in un eterno presente.

Albero che cresce su una roccia, simbolo di resilienza

Permettiamo di tornare allo sport, che è stato fondamentale per la formazione del carattere. Sul finire della sua maestosa carriera di giocatore di basket, un giorno all’ultimo minuto di gioco di una partita Kobe Bryant sente qualcosa che si spezza: è il suo tendine di Achille che è andato in frantumi. In quel momento lui con un gesto tanto disperato quanto come non mai resiliente prova con le mani a riaggiustarsi il tendine, poi invece di accasciarsi va in lunetta per tirare i due tiri liberi che gli spettavano per il fallo subito (e naturalmente li segna entrambi). Può essere la fine della sua carriera, ma negli spogliatoi a fine partita lui reagisce così: “Ci sono sfide più grandi al mondo che un tendine d’Achille. Ecco, questa è la versione propulsiva della resilienza, quella che trasforma l’azione da difensiva in offensiva, quella che ti spinge a crescere attraverso il dolore. Perché è proprio nei momenti di crisi che si devono nutrire sentimenti più forti, superiori slanci inventivi.

Un altro aspetto spesso dibattuto sono le abilità di coping, ovvero la capacità di affrontare e gestire gli eventi stressanti o critici. Tali abilità di per sé non fanno la differenza. Il dolore e la sofferenza per un trauma o una perdita sono ferite aperte nell’anima, e quando il dolore è troppo sconvolgente l’unica via di salvezza è congelarsi per non sentirlo. In questi casi il terapeuta deve guidare la persona a non cancellare la propria memoria, ma a ricollocarla nel passato in maniera che non dilaghi nel presente. I resoconti fatti dai sopravvissuti all’Olocausto sia in America che in Israele riferiscono la difficoltà dell’aver dovuto affrontare una società incredula, nella quale era stato loro impedito di raccontare e condividere gli orrori della propria esperienza. Come indica Nardone, ognuno costruisce la realtà che gestisce, oppure, come direbbe Huxley, «la vita non è quello che ci accade, ma quello che facciamo con ciò che ci accade». Questa frase lapidaria riassume in sé tutta la forza della resilienza: la scoperta o riscoperta di concrete possibilità di senso, la fiducia nel significato della propria esistenza e nella dignità della propria persona.

Tousignant ed Ehrensaft (2005), per esempio, mettono in risalto come i bambini israeliani si siano potuti salvare psicologicamente grazie al riconoscimento e alla simpatia ricevuti da tutti i Paesi esteri e alla conseguente attribuzione dello status di eroi.

Il Ruolo delle Relazioni e del Supporto Sociale

Ma in che modo le nostre relazioni e i legami di supporto condizionano la capacità di essere resilienti? La presenza di una solida relazione supportiva e di vicinanza emotiva permette al bambino di superare momenti di crisi e diviene un patrimonio esperienziale su cui poter far affidamento anche per il futuro. Pure la relazione psicoterapeutica può rappresentare per il paziente la possibilità di sperimentare, in alcuni casi per la prima volta, una relazione particolarmente significativa.

Rappresentazione di una rete di supporto sociale

Norris et al. (2009) considerano la resilienza come un set di capacità adattive e collegate in rete che includono aspetti chiave quali lo sviluppo economico, il capitale sociale, l’informazione, la comunicazione e la competenza di comunità. Un esempio ci viene dallo Sri Lanka che, malgrado la scarsità di risorse materiali e la mancanza di infrastrutture, riuscì ad attivare un sistema di soccorso e di aiuto a distanza di poche ore dal terribile tsunami del 2004, grazie alla presenza di preesistenti reti sociali. Landau e Saul (2004) hanno studiato proprio come la narrazione, ovvero il racconto di ciò che è avvenuto e delle proprie risposte, abbia contribuito alla ripresa positiva dopo l’11 settembre a Manhattan. La resilienza non è dunque un puro fenomeno individuale, ma anche, e inevitabilmente, relazionale e sociale.

Crescita Post-Traumatica: Dai Limiti alla Rivoluzione Interiore

Quando la vita è dolce, ringrazia e festeggia. Quando è amara, ringrazia e cresci. È questo il sottotitolo del libro “Agrodolce” di Shauna Niequist. Il ringraziamento per tutte le cose che ci succedono, belle e brutte, è alla base della ricerca della pienezza e della vera felicità. Persino le situazioni che ci provocano dolore meritano un certo grado di ringraziamento, dato che sono la base della nostra crescita intellettuale, emotiva e spirituale. Il dolore e le esperienze amare, difatti, sono potenti fertilizzanti per costruire la nostra più profonda crescita personale. Una sofferenza a partire dalla quale possiamo avviare cambiamenti trascendentali per creare una versione migliore di noi stessi.

Un fiore che sboccia da un terreno arido, simboleggiando la crescita dopo la difficoltà

A metà degli anni ’90, gli psicologi Richard G. Tedeschi e Lawrence G. Calhoun hanno realizzato alcune ricerche sulla crescita post-traumatica (la sigla inglese è PTGI e deriva da Posttraumatic Growth Inventory). Gli studiosi hanno rilevato che il 90% delle persone che vivono un evento traumatico (e il conseguente dolore) è esposto almeno a uno dei fattori della crescita post-traumatica. Tedeschi e Calhoun hanno definito la crescita post-traumatica come il cambiamento psicologico positivo vissuto come conseguenza delle avversità e di altre sfide, con lo scopo di raggiungere un livello di funzionamento più alto. Questo insieme di circostanze rappresenta una sfida importante per le risorse di adattamento delle persone, per il loro modo di vedere il mondo e di affrontare il dolore derivato dalla perdita.

La crescita post-traumatica nasce durante i tentativi di adattamento a nuclei altamente negativi, i quali possono dare vita ad una forte angoscia psicologica. Si tratta di realtà, come le grandi crisi personali, che tendono a generare sgradevoli reazioni psicologiche. La crescita post-traumatica non è una conseguenza diretta del trauma, ma è una lotta che l’individuo intrattiene con la nuova realtà, segnata dalle tracce dello shock. Alcune di queste sono cruciali per determinare il grado della crescita post-traumatica.

Infografica che spiega i fattori della crescita post-traumatica

Ci sono alcuni fattori che possono essere indizi di crescita post-traumatica e che sono associati alla crescita di adattamento dopo l’esposizione al trauma. In questo senso, è stato dimostrato che la spiritualità è fortemente legata alla crescita post-traumatica. Di fatto, molte delle credenze più intrinsecamente spirituali sono il risultato dell’esposizione al trauma. Il supporto sociale si è rivelato essere un ammortizzatore per la malattia mentale e la risposta allo stress. Durante la crescita post-traumatica, non solo si ottiene un alto livello di supporto sociale, ma esistono anche prove neurobiologiche che esso modula una possibile risposta patologica alla tensione. È stato anche scoperto che, nel corso della crescita post-traumatica, la capacità di accettare situazioni che non possono essere cambiate è fondamentale per l’adattamento. Gli esperti sono giunti alla conclusione che un accordo con la realtà è un segnale importante di crescita post-traumatica.

Tutti conosciamo storie di persone che sono diventate più forti e che hanno dato un senso profondo alla loro esistenza dopo una tragedia. Tant’è che su questo fenomeno sono state cucite le figure di grandi eroi, sia reali sia di fantasia. Ad esempio, se facessimo una lista di supereroi di fantasia, sicuramente in essa apparirebbero Superman, Batman o Spiderman. Batman e Spiderman, così come tanti altri eroi appartenenti al mondo fantastico, sono impegnati in una crociata contro il crimine dopo che le persone a loro più care sono state uccise. Superman rappresenta un altro tipo di tragedia, ma tale personaggio si fa più interessante se parliamo della storia dell’attore che fu tra i primi ad interpretarlo.

Christopher Reeve, l’attore che interpretò il primo film di Superman uscito al cinema, rimase tetraplegico a causa di un incidente a cavallo, tragedia che lo portò persino a considerare il suicidio. Una vera e propria ironia della sorte. Tuttavia, è stato proprio in questo momento che Reeve ha fatto emergere il vero Superman che c’era in lui dato che, con la stessa determinazione del personaggio che interpretava, divenne tra le persone più attive nella lotta e nella difesa degli individui con lesioni al midollo spinale. Questo è solo un esempio di come un limite serio, una malattia grave o una perdita profonda possano dare luogo ad una rivoluzione interiore. Questo terremoto carico di dolore è la circostanza tragica che poi induce a tirare le fila nella nostra mente. È così che, con la nuova esperienza di vita, possiamo riorganizzare i nostri pensieri e le nostre idee in modo molto più efficace. Il trauma e le ferite, per l'individuo, o le catastrofi e i disastri, per le comunità, nonché il modo in cui le persone rispondono a tali eventi rappresentano una sorta di sfida conoscitiva e interpretativa.

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