La culla è molto più di un semplice giaciglio per l'infanzia; è un simbolo potente intriso di storia, cultura e significati che trascendono la sua funzione primaria. Dalle sue prime forme, plasmate con materiali semplici, ai sontuosi manufatti artistici e alle sue profonde risonanze linguistiche e spirituali, il termine e l'oggetto "culla" hanno attraversato millenni, assumendo ruoli diversi e arricchendosi di molteplici interpretazioni. Questa analisi esplora l'etimologia, l'evoluzione storica, le implicazioni etnologiche e i ricchi significati figurati che fanno della culla un concetto fondamentale nell'esperienza umana.
L'Origine Lessicale e le Prime Forme
L'etimologia del termine "culla" affonda le radici nel latino. La parola deriva dal latino tardo cūnŭla, diminutivo di cūna, che significava appunto "culla". Questo termine latino cuna è ancora usato in vari dialetti italiani. La culla, nella sua funzione più generale, è l'apparecchio che serve da letto al bambino lattante, ma era soprattutto, in origine, ed è ancora presso i primitivi, un mezzo di trasporto. Si può definire perciò come il giaciglio trasportabile del bambino.
Nel dialetto canosino, ad esempio, esiste il sostantivo femminile "Navìchele", che indica una culla di legno a forma di navicella. L'etimologia di "Navìchele" è latina, da navicula (navicella). Questa culla si faceva dondolare lentamente, in dialetto "se nazzechève u menìnne", ovvero "si cullava il bambino". Tradizionalmente, la culla era una cesta ovale di stecche di legno o di vimini, posta su due supporti di legno convessi, che si faceva dondolare, anche con un piede, come è stato fatto per molti bambini nel corso delle generazioni. La forma a navicella di queste prime culle è particolarmente suggestiva, richiamando l'idea di un piccolo vascello che accompagna il neonato nei suoi primi viaggi nel mondo del sonno e dei sogni. Questa analogia si ritrova persino nei tempi attuali, dove il seggiolino usato in auto per trasportare i bambini piccoli viene chiamato "navicella", a dimostrazione di come il viaggio concettuale del termine continui.

Anche nell'antica Grecia, la culla, spesso un cesto a forma di navicella, era denominata, già nel IV secolo a.C., λίκνον (Lìknon, cesto, culla) o σκαϕη (scafe, barca). I Greci adoperavano delle culle (λίκνον o σκάϕη) in forma di barca per dondolare i bambini, confermando una tradizione molto antica legata a questa particolare foggia. Il lìknon, culla a navicella, viene rappresentata nei vasi attici, come culla primitiva di Dioniso bambino. Lo stesso dio Hermes viene rappresentato nella navicula greca, su un vaso del 540 a.C., di cui abbiamo ricevuto foto dal Museo Archeologico Nazionale di Atene.
La Culla nell'Antichità: Grecia e Roma
Le tracce della culla come oggetto e come concetto sono profondamente incise nella storia delle civiltà classiche. Nell'antica Roma, la culla era conosciuta come cuna o cunabula (plurale). Quest'ultima denominazione non indicava solo l'oggetto fisico, ma anche in senso figurato il luogo nativo, la prima dimora, come cita Cicerone. Questo senso figurato, che vedremo in dettaglio, è pervenuto fino a oggi nella lingua italiana, con espressioni come "la culla della civiltà".
La rilevanza della culla nell'antica Roma è testimoniata anche dalla presenza della Dea Cunina, che era invocata per proteggere i lattanti nella culla e propiziare sogni tranquilli. Plauto, nelle sue Commedie, ricorda spesso i termini cunae e cunabula, evidenziando la loro familiarità nel linguaggio comune dell'epoca.
Nell'antica Grecia, come già accennato, la culla era un oggetto comune e simbolico. Omero stesso la cita nell'Iliade, sottolineando la sua presenza nella vita quotidiana e nella cultura del tempo. La rappresentazione di divinità come Dioniso e Hermes in queste culle a navicella sui vasi attici non fa che rafforzare il loro significato culturale e la loro importanza iconografica. Hermes, figlio di Zeus, dio dei Pastori, adorato dai Romani con l'appellativo di Mercurio, è stato rinvenuto anche in una statuetta in bronzo nel sito archeologico di Giove Toro, a Canosa, nel 1980. Dopo essere stato nella culla, Hermes approdò nella ‘Saturnia Tellus’ virgiliana (Italia), con “I Greci in Occidente”, fermandosi a Canosa di Puglia nella civiltà della pastorizia, a dimostrazione della profonda interconnessione tra figure mitologiche e luoghi reali, dove la culla segna l'inizio di un viaggio.

L'Evoluzione del Termine e del Concetto nel Tempo
La presenza della culla e del suo significato continua ad essere documentata attraverso i secoli. Nella letteratura latina medievale, troviamo una citazione del 1668, di questo antico cesto di vimini o di legno nell’opera De Phisiologia Christiana (Amsterdam, MDCLXVIII) dello studioso e teologo olandese, Gerardus Joannes Vossius. Al capitolo V si legge: “nec e vimine minus, quam ligno, fiunt cunae, sive alvei, in quibus cunabula infantium”, a indicare che tanto di vimini, quanto di legno sono fatte le culle e anche gli alvei, in cui ci sono le culle degli infanti. Questo testimonia la continuità della sua forma e funzione attraverso il Medioevo e oltre. Un dipinto raffigura una madre che culla il bambino, un'immagine intramontabile che evoca tenerezza e cura.
Anche nei dialetti italiani si conserva l'antica radice latina. Nel dialetto veneto, per esempio, come riferito da interviste a bisnonne materne venete, si usa il termine latino “cuna” per indicare la culla, presente anche nel Trentino. Il Dizionario del Dialetto Veneziano di Giuseppe Boerio, Venezia 1867, riporta il termine «cuna, s.f. culla; cuna e zana, con il verbo cunàr, cullare, ninnare”. Il Boerio riporta anche alcuni proverbi familiari. Interessante è il lemma “zana” (di origine longobarda), che viene riportato da Giovanni Pascoli nella nota poesia “L’orfano (la neve)”: “Senti: una zana dondola pian piano, un bimbo piange, la neve fiocca, canta una vecchia)”.
Storia di una ninna nanna
Giovanni Pascoli, un secolo dopo, nelle sue poesie in Latino, ritrova la nostra navicula del ‘900. Ne “Il tuono” (Carmina, 1911, Thallusa,II, v. 163 e 164), descrive “il moto di una culla” con i versi: “Idem vagitus, puer idem, mater eodem / naviculam pellens solatur carmine nautam…Lalla, lalla, lalla”, che si traduce con “Il pianto del neonato è lo stesso, identico è il bambino, e con la stessa nenia la madre, muovendo la culla, fa rilassare il navigante, …Ninna nanna, Ninna nanna”. Questa è una materna e commovente poesia della mamma che culla il bambino, proprio come facevano i nostri nonni con la navicula canosina al neonato navigante. Quel dondolio della culla-navicella è, in fondo, il dondolio dell’abbraccio materno, un gesto universale di conforto e protezione che lega le generazioni.
Il Significato Figurato: Dalla Nascita alla Civilizzazione
Il termine "culla" trascende la sua accezione letterale di lettino per bambini neonati e lattanti, assumendo una ricca varietà di significati figurati che spaziano dalla prima età all'origine di concetti astratti e di intere civiltà. Fin dalla culla, o dalla nascita, la vita inizia. Morire in culla significa morire ancora bambino. L'espressione "dalla culla alla tomba" denota l'intero arco della vita, dalla nascita alla morte, e ha trovato applicazione anche in contesti sociali, come lo slogan adottato in Inghilterra (from the cradle to the grave) e in altri paesi per indicare il piano di assicurazione, previdenza e sicurezza sociale proposto da W. H. Beveridge nel 1942. In alcuni trattati di etnologia, questa espressione indica il ciclo dell’uomo.

La culla estende il suo significato anche al luogo di nascita e del primo allevamento. Poeti come Foscolo scrivevano "Ebbi in quel mar la culla". In senso estensivo, è il luogo di origine e di sviluppo, come nella celebre locuzione "culla della civiltà" o "culla delle arti". Si pensi a Magonza, che è stata la culla della stampa, o all'Italia, spesso definita la culla delle arti belle.
Il concetto di culla si associa anche a luoghi geografici di particolare rilevanza storica, come "la miglior parte dell'oriente, culla del genere umano", evocando l'origine primigenia della specie. Questo dimostra come il termine possa indicare un inizio, una genesi fondamentale.
Non solo luoghi e civiltà, ma anche l'atto stesso di cullare assume un significato figurato. Il terzo significato riconosciuto è l'atto di cullare o di essere cullato, come in "fare la culla" o "addormentarsi senza culla", detto anche di chi è molto stanco, che si assopisce senza bisogno di essere dondolato. Il verbo "cullare" e il suo participio presente "cullante" descrivono un movimento che concilia il sonno o la tranquillità, diventando metafora di una sensazione di benessere e sicurezza, di una nenia o di un'armonia che ci culla. Un verso troppo noto che ci culla può essere un richiamo alla memoria e alla familiarità. La maretta che ci culla e ci accarezza richiama un'idea di quiete in movimento, di una dolce agitazione.
Numerose espressioni idiomatiche e letterarie arricchiscono il panorama semantico della culla. Si parla di "bambino di culla" per indicare un lattante. La culla può essere "calda" se è pronta per accogliere il neonato, oppure "rustica" per connotare semplicità. Vi sono riferimenti a contesti più ampi, come "il popolo sorge dalla culla", che simboleggia la nascita e lo sviluppo di una nazione. Nelle grammatiche, si dice che "stanno tutt'e due insieme presso la culla delle prime grammatiche" per indicare un'origine comune o una coesistenza fin dagli albori. La lingua, si dice, "ha senza sua fatica quella lingua nella culla e nelle fascie apparata", suggerendo un apprendimento naturale fin dalla tenera età.
In ambiti tecnici, il termine si adatta per descrivere oggetti o processi, come la "culla termostatica", una culla riscaldata artificialmente, o la "culla o colo" nella perfetta ammostatura. Il "legno ricurvo per la culla" sottolinea l'artigianato e la specificità della forma.
La culla assume anche valenze esistenziali e filosofiche, come in "l'uom tra bara e culla si perpetua" o "fra una tomba e una culla sta l'infinito", evidenziando la transitorietà della vita e il suo ciclo ininterrotto. "Io nella tomba troverò la culla" può significare un ritorno all'origine, un riposo finale che è anche un nuovo inizio. La culla può simboleggiare anche il riposo e la sicurezza, come il "lamento delle acque che diventa nenia sulla culla dei giganti" o il Po che "culla le isole di bionda sabbia".
Il significato figurato si estende all'idea di origine e sviluppo di un'epoca o di un movimento: "innalzare sul sepolcro d'un'epoca la culla d'un'altra" esprime il perpetuo rinascere e succedersi delle ere. La "culla delle postere generazioni" sottolinea l'impatto delle azioni contemporanee sul futuro. La grazia e la politezza che una persona "si ha portata dalla culla" suggeriscono qualità innate. Il "futuro criminale individuabile già della culla" è un'espressione che riflette discussioni sull'ereditarietà o sulle influenze precoci.
Questi numerosi esempi dimostrano come la "culla" sia un termine di straordinaria flessibilità semantica, capace di evocare la nascita, l'origine, la cura, il riposo, e l'inizio di ogni percorso, sia esso individuale, culturale o storico.
La Culla Sacra e Simbolica
Al di là dei significati storici e figurati, la culla assume un valore profondamente sacro e simbolico, in particolare nella tradizione cristiana, legandosi alla nascita del Bambino Gesù. Il termine latino cunabula lo ritroviamo scritto su una lamina di argento, "CUNABULA D. N. JESU CHRISTI", sulla teca aurea della reliquia della santa culla, della "mangiatoia" (ad praesepem), dove fu posto il Bambino Gesù. Questa preziosa reliquia è custodita nella Basilica Papale di Santa Maria Maggiore in Roma, portata secondo la tradizione da Sant’Elena. Si tratta di un ovale a culla con cinque asticelle di acero. Le ricognizioni archeologiche hanno confermato la provenienza di legno di acero di duemila anni dalla Palestina, confermando l'autenticità storica della reliquia.

Nel 2019, Papa Francesco ha donato un pezzo di questa reliquia al Custode di Terra Santa, Padre Francesco Patton. Questo frammento è stato portato nella cerimonia dell’Avvento 2020, alla Grotta della Natività di Betlemme, in processione riservata alla Chiesa Francescana di Santa Caterina del XII secolo, creando un ponte spirituale tra Roma e la Terra Santa, e riaffermando il legame tangibile con il luogo di nascita di Cristo. Abbiamo trasmesso questa pagina di studio della culla o navicula alla Custodia di Terra Santa in Betlemme e con gioia abbiamo ricevuto il messaggio da Padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa. Egli, che custodisce dallo scorso Natale un nostro manufatto della Stella della Natività a 14 punte con la lampada ad olio della Luce della Pace di Betlemme, ha esteso il suo saluto ai Parroci della Chiesa locale e alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Con fraterni saluti, fr. Francesco Patton, ha ringraziato per la segnalazione e il ricordo, augurandosi che il Bambino di Betlemme, il nostro Signore Gesù Cristo, possa portare un anno di serenità e di ritorno alla normalità dopo la tribolazione.
In questo duro anno, evocando un'immagine contemporanea di conforto, pensiamo a “La Dottoressa con la mascherina che culla l’Italia” nel commovente disegno del sapiente Franco Rivolli. Questa immagine, simile all'amore e alla cura della Beata Vergine Maria nel mistero di Betlemme, ci invita a lasciarci cullare dalla cura fraterna e dall’amore, in un senso di protezione e speranza.
Uno Sguardo Etnologico e Antropologico sulle Cullette
L'analisi etnologica rivela una sorprendente varietà e al contempo un'assenza della culla in diverse culture del mondo, indicando come le necessità ambientali e le tradizioni culturali abbiano plasmato le pratiche di allevamento dell'infanzia. La culla, definita come il giaciglio trasportabile del bambino, manca del tutto al continente africano, all'Arabia, all'India e all'Asia di sud-est, e quasi totalmente all'Oceania e all'America intertropicale. La sua necessità nei paesi caldi è minore, poiché in queste regioni il bambino riposa spesso su un giaciglio a terra e viene trasportato direttamente sul corpo della madre, con la faccia rivolta a questa. Le modalità di trasporto variano: sul dorso o sul fianco, come per i Negri; trattenuto da un lembo ripiegato della veste materna, come per i Nordafricani, gli Arabi, i Giapponesi, o con il "tipoy" dell'America Meridionale; oppure, dove la veste manca, da una fascia o rete o sacco di materia vegetale o di pelle.
La culla australiana, la più semplice di tutte, possiede già i caratteri essenziali, consistendo di un unico pezzo di legno scavato a trogolo. L'area indonesiana, invece, possiede la forma a trogolo, che si porta orizzontale come in Australia, ma è composta di più pezzi di legno. In alternativa, si trovano culle a paniere, di giunchi intrecciati, sovente con apparecchi per la deformazione della testa del bimbo, come a Celebes.

Nell'Eurasia si trovano tutte le forme che dal trogolo primitivo hanno condotto alle culle più moderne e familiari. Le popolazioni indigene della Siberia e i Lapponi usano ancora culle fatte di un sol pezzo di legno a forma di barchetta o, composte di più pezzi, a forma di piatto ellittico o di cassetta quadrangolare. La cinghia serve per il trasporto, in posizione orizzontale, ma si usa anche per la sospensione nella tenda o all'aperto e per cullare il bambino. Appaiono anche i dispositivi per la protezione del capo. Per i bimbi più grandi, la culla ha in vari luoghi, come tra gli Ostiachi, una spalliera rialzata che consente la posizione a sedere e si porta sul dorso.
Da queste forme a funzioni molteplici e che possiamo dire non ancora differenziate, sono venuti i tre tipi comuni tra le popolazioni più civili dell'Eurasia: il tipo a sospensione, tuttora frequente tra i contadini scandinavi, ma anche in qualche zona dell'Europa meridionale; il tipo a cassetta o paniere, ancora facilmente trasportabile (in Portogallo, anche sulla testa), diffuso nell'Asia centrale, tra i Mongoli e i Turchi (compresi i Jakuti), e in Europa, dove ancora nel Medioevo era la forma più comune; e infine la forma a dondolo, che ci è più familiare.
Passando agli indigeni dell'America, culle di tipo eurasico primitivo, a trogolo o a canoa, si trovano tra gli Indiani del nord-ovest, come i Salish e i Chinook, dove si portano anche sul dorso, sebbene probabilmente per imitazione dalle altre forme più diffuse. Tipi simili si sono osservati nei Pueblos, come i Tao, e si vedono negli antichi codici pittografici messicani: è probabile che in America, come nel mondo antico, questo sia stato il tipo originario. Esso è però dovunque in uno stato residuale e non ha dato sviluppi diretti. La forma normale dell'oggetto usato per il riposo e per il trasporto del bambino è, invece, un apparecchio che pare un compromesso fra il sacco e la culla, essendo il bambino strettamente legato su di esso e portato sulla schiena in posizione verticale, con il dorso rivolto al dorso della madre.
Questa culla nelle sue forme più semplici può essere un vero sacco rigido di pelle, come per i Comanche, o una gerla di erbe intrecciate, o una cassetta di legno, o una gerla di giunchi, comune quest'ultima nella California e nel Messico. Più diffusa, specie tra le genti mobili, è una struttura piana, un graticcio o una lettiga, su cui il bambino è legato avvolto nelle sue fasce, o è applicato il sacco destinato a contenerlo. Queste culle verticali si trovavano un tempo nella regione andina fino alla Patagonia, ma ebbero tra gli Indiani del nord lo sviluppo maggiore, nella varietà delle forme, nella ricchezza della decorazione (celebri, a questo riguardo, le culle dei Sioux), nei dispositivi per la protezione e per la deformazione del capo. La culla verticale, se non è usata per il trasporto, può essere appesa o appoggiata, e in qualche caso può essere infissa nel terreno. Forme indipendenti di culle a sospensione, orizzontale, sono le piccole amache usate nel Brasile orientale e nelle Guiane, e in passato anche tra gli Indiani del nord-est.
Nonostante la distribuzione ad aree staccate, la culla sembra aver avuto un unico centro di origine. Il Pflug la collega giustamente al ciclo culturale totemico e ritiene che dall'Australia l'invenzione si sia diffusa verso il nord, nell'Eurasia e, da questa, per lo Stretto di Bering, nell'America. Tuttavia, in Australia la cultura totemistica ha diffusione limitata e il fatto che tale regione conservi una forma primitiva dell'oggetto non basta a farla ritenere la patria di esso. Più probabilmente la culla è di origine asiatica e dall'Asia il ciclo culturale dei grandi cacciatori nomadi, la civiltà del totem, la diffuse verso gli altri continenti. Si è veduto che le culture tropicali degli agricoltori primitivi non l'hanno adottata che in via affatto eccezionale. Per contro, la cultura pastorale e le maggiori civiltà agricole occidentali hanno adottato e sviluppato l'oggetto sino alle forme che ci sono familiari. È indubbio, inoltre, che l'uso della culla è legato al costume della deformazione della testa in molte di queste culture.
La Culla nell'Arte e nella Storia del Design
La culla non è stata solo un oggetto funzionale, ma anche un elemento significativo nell'arte e nel design attraverso i secoli, riflettendo lo status sociale, l'estetica dell'epoca e le consuetudini. Inventari e rappresentazioni attestano le svariate forme della culla, quasi tutte adatte al movimento a dondolo.
Le più semplici sono evidentemente le culle popolane che vanno dal cesto pressoché simile a quello ancor oggi in uso, alla culla lignea come una sezione di tronco d'albero. Una forma particolare è quella a guisa di amaca sospesa con cordicelle alle travi del soffitto, rappresentata nel dipinto di Simone Martini in Sant'Agostino di Siena, dimostrando la varietà delle soluzioni adottate. Disadorne culle popolane smontabili nelle quattro sponde che si compongono ad incastro si possono osservare in dipinti e sculture del XV secolo, come nella Galleria Colonna a Roma, dove Niccolò Alunno raffigura La Madonna che libera un fanciullo dal demonio, o nella Porta principale della Cattedrale di Pisa, nella scena de La nascita della Vergine. Queste culle, pratiche e essenziali, raccontano la quotidianità delle famiglie meno abbienti.

Le culle signorili descritte in antichi documenti erano spesso molto ornate e di materiali preziosi, espressione del lusso e del potere. Le più antiche giunte fino a noi sono in legno con sobri ornati intagliati o dipinti, tra cui ricorrono sempre più frequenti gli stemmi gentilizi. Ricordiamo la culla intagliata della collezione Bagatti-Valsecchi a Milano, risalente alla Lombardia del XVI secolo; quella dipinta e dorata (1500) della casa Cavazza a Saluzzo; e un'altra del Museo artistico industriale di Milano, testimonianze di un'arte applicata alla vita domestica aristocratica.
Nel tempo e nei diversi luoghi la culla ebbe varianti peculiari. In talune culle lorenesi si vede prevalere la forma a balaustri quasi sempre con manici per dondolare, simili alle culle tedesche dello stesso periodo (XV secolo) inguainate in due robusti piedi curvi. Dal XVI al XVII secolo, un gruppo di culle inglesi si presenta con baldacchini rotondi o quadrati, con insegne gentilizie scolpite, con motti e date incise, trasformando la culla in un vero e proprio status symbol. Lo sfarzoso addobbo delle culle secentesche completava con pesanti drappeggi la linea del mobile, creando un ambiente sontuoso e protetto per il neonato.
Ed ecco che, nel XVIII secolo, la culla emerge dalle stoffe soffocanti e assume la graziosa forma di navicella oscillante fra due alti sostegni, un design che unisce eleganza e funzionalità, richiamando le antiche forme a barca. Fra le culle di questo genere più vicine a noi è da ricordare la ricchissima culla con sculture e bassorilievi argentei disegnata dal Prud'hon e offerta da Parigi a Maria Luisa per la nascita del re di Roma, un capolavoro di arte e celebrazione regale. A Napoli è mostrata con orgoglio la ricca culla a dorature e delicati bassorilievi che la città offrì a Margherita e Umberto di Savoia per la nascita del principe ereditario, a simboleggiare l'affetto e l'omaggio della città alla casa reale. Queste opere non erano solo culle, ma vere e proprie dichiarazioni di regalità e speranza per il futuro.