L'Italia, un Paese intriso di una ricca tradizione giuridica che affonda le sue radici nell'antichità, è stata a lungo celebrata come la "culla del diritto". Eppure, un'affermazione provocatoria e amara risuona da decenni: "L'Italia è la culla del diritto, e la tomba delle giustizia". Questa frase, attribuita al grande maestro del Diritto, l'avvocato e giurista Francesco Carnelutti, cattura un paradosso profondo che continua a turbare la coscienza nazionale. Se da un lato il nostro Paese vanta un retaggio giuridico monumentale, dal diritto romano del V secolo a.C. con le Dodici Tavole, fino alle figure illuminate come Bartolo da Sassoferrato, Verri e Beccaria, e persino alla Costituzione della Repubblica Romana, dall'altro si confronta quotidianamente con le criticità di un sistema che sembra talvolta tradire i suoi stessi principi fondanti. In questo contesto, l'idea di giustizia stessa si scontra con una realtà complessa, dove la legalità formale e sostanziale spesso divergono, generando frustrazione e disillusione.
La Culla del Diritto: Radici Storiche e Simboliche della Giustizia
Il rapporto tra legalità e giustizia è stato sempre controverso e molto dibattuto nel corso dei secoli, ma è nella simbologia che si ritrovano le tracce più profonde della sua evoluzione. L'analisi della simbologia che ha accompagnato l’immagine della giustizia nel corso dei secoli ci mostra l’evoluzione storica delle caratteristiche e delle prerogative ad essa attribuite. Nell’antico Egitto, la giustizia era personificata dalla dea Maat, il cui emblema era una piuma, quasi a significare la delicatezza della sua mano e della sua azione. La Dea Maat svolgeva una funzione fondamentale per la pesatura delle anime nel Libro dei Morti. Il defunto si presentava davanti al tribunale divino presieduto da Osiride, dio della morte. Anubi, dalla testa di sciacallo, poneva su un piatto della bilancia il cuore del deceduto, che per gli egizi era sede della coscienza, e sull’altro piatto veniva posta la piuma di Maat. Questa psicostasia, o “pesatura dell’anima”, mostrava che, se il cuore era più leggero della piuma, la persona aveva condotto una vita virtuosa e poteva accedere al regno di Osiride. Al contrario, se il suo cuore risultava troppo pesante, la sua coscienza era appesantita da errori e cattiverie, e l’organo veniva divorato da un animale mitologico mostruoso dalla testa di coccodrillo e dal corpo di leone.

Nell’antica Grecia, la dea della giustizia si chiamava Themis e già nel nome era contenuta la radice ϑe che vuol dire “legge”, “norma”, “regola”. Themis incarnava, infatti, l’ordine cosmico dell’universo, presiedeva ai doveri che legano gli uomini agli dei, garantiva le cose lecite ed impediva quelle illecite. Dalla sua unione con Zeus nacquero le Ore, personificazione delle stagioni, che Esiodo chiama Eunomia (disciplina) Dike (giustizia) Eirene (pace).
Nel Medio Evo, si consolidò la rappresentazione della giustizia come persona, quasi sempre una donna, spesso identificandola con una delle quattro virtù cardinali cristiane insieme alla Prudenza, alla Fortezza e alla Temperanza. La bilancia divenne un suo attributo costante, evocando l’idea di equilibrio, della misura, della ponderazione, nonché la capacità di soppesare e di ascoltare anche le ragioni degli ultimi, di coloro che “hanno fame e sete di giustizia”. Tuttavia, a partire dal XIII secolo, la Donna-Giustizia viene raffigurata anche con la spada, che rimanda all’idea della forza belligerante e cruenta, capace di ferire e seminare terrore. Questo contrastante connubio suggerisce che per essere efficace la Giustizia ha bisogno di saggezza, ma anche di potenza, di mitezza femminile come anche di vigore maschile. Come scrive Blaise Pascal nei suoi pensieri: «La giustizia senza la forza è impotente; la forza senza giustizia è tirannica. La giustizia senza forza è contestata, poiché i cattivi esistono sempre; la forza senza la giustizia è messa sotto accusa».
Un altro simbolo controverso è quello della benda. L'immagine della giustizia bendata, che oggi è interpretata come segno di imparzialità, ha avuto un’evoluzione interessante. Secondo A. Prosperi, questa immagine risalirebbe al Cristo bendato, dileggiato e percosso. Tuttavia, alcune xilografie pubblicate in Svizzera e in Germania tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500 mostrano come la benda in origine fosse abbinata all’idea di follia e all’arbitrarietà dei giudizi, rendendo talvolta difficile distinguere i magistrati dai pazzi ciechi con il berretto a sonagli. Solo con l’entrata in vigore della Costituzione criminale carolina del 1532, voluta da Carlo V, il potere “rivendica” la benda e ne fa un tratto positivo della sua giustizia, facendola diventare il simbolo dell’imparzialità, quasi a dire al popolo: “la nuova Giustizia penale non vi guarda più, non vi riconosce, quindi non saprà chi siete quando venite in giudizio”.
La definizione di una condotta giusta, sia nella vita quotidiana che nel processo di codificazione giuridica, non è univoca. Criteri come “dare a ciascuno secondo il suo bisogno”, “dare a ciascuno secondo il suo merito”, o “dare a tutti in parti uguali” sono tutti opinabili e rinviano sempre ad una scelta discrezionale. Tuttavia, si può giungere alla giustizia più facilmente partendo dal suo contrario, dall’ingiustizia manifesta. G. Zagrebelsky sostiene che per accostarsi al tema della giustizia occorre uscire dal campo della ragion pura e adottare una prospettiva emozionale, l’unica che può farci afferrare il sentimento di giustizia. Le questioni di giustizia, più che essere questioni di ragione, sono questioni di emozione. La ragione può giustificare tutto, anche gli stermini più crudeli, ma l’emozione forse no, se è educata. Forse l’uomo è più integro dal punto di vista emozionale di quanto non lo sia dal punto di vista razionale.
Il ruolo delle emozioni nel processo di scelta - Intervista alla Dott.ssa Claudia Carabotta
Il mondo delle leggi e del diritto non è un universo asettico, lontano dall’affettività e dominato solo dalla logica. Non solo i nostri sentimenti e le nostre emozioni influenzano i nostri pensieri, e quindi anche i principi ideali e le norme a cui ispiriamo la nostra azione, ma la radice stessa della legalità risiede nell’attitudine alla socialità propria dell’uomo. L’educazione alla legalità, in definitiva, coincide con l’educazione alla socialità in senso globale, considerando anche le componenti emotive ed affettive della nostra identità. Il contributo di D. Goleman sull'intelligenza emotiva è molto utile in questo senso, identificando un insieme di capacità complesse, distinte dal quoziente intellettivo, che possono svilupparsi nel corso di tutta la vita. Tra queste, l’empatia appare la più idonea ad avvicinare al sentimento di giustizia, intesa non solo come capacità di sentire l’altro, ma anche come l’abilità di allargare il proprio orizzonte esistenziale attraverso l’altro, assumendosi la responsabilità del suo destino.
In questo senso, il sentimento di giustizia non è molto diverso da quel moto di solidarietà autentica verso le sofferenze degli altri che la nostra Costituzione ha reso un principio cardine del nostro ordinamento, distinguendo tra solidarietà politica, economica e sociale (articolo 2 Cost.). Il legame molto stretto tra solidarietà, giustizia sociale e democrazia è stato, peraltro, indagato anche recentemente da insigni giuristi come S. Rodotà, che scrive: «solo la presenza effettiva dei segni della solidarietà consente di definire democratico un sistema politico. L’esperienza storica ci mostra che, se diventano difficili i tempi per la solidarietà, lo diventano pure per la democrazia».

La famiglia e la scuola concorrono grandemente nel formare il nostro sentimento di giustizia. Esistono due forme di giustizia percepita in famiglia: la giustizia distributiva, che consiste nell’assegnazione di risorse concrete e simboliche (secondo equità, in base all’uguaglianza o per bisogno) nel ricorso a premi e punizioni e nella divisione dei compiti domestici. La percezione di giustizia dei genitori, soprattutto se procedurale e specie se attribuita alla madre, è risultata positivamente correlata al sentimento di rispetto e dignità personale dell’adolescente, al senso di importanza della famiglia per la propria identità, alla comunicazione all’interno della famiglia e alla collaborazione, nonché all’adesione alle regole di convivenza. Al contrario, l’ingiustizia percepita dai figli da parte dei genitori aumenta il rischio dell’insorgenza di disturbi psicosomatici, di stress psicologico, di depressione e di comportamenti regressivi violenti o antisociali.
Anche la percezione di giustizia e/o di ingiustizia nell’ambiente scolastico può essere correlata a variabili positive, come il successo scolastico, o a manifestazioni di disagio, quali l'abbandono scolastico o il bullismo. In particolare, la percezione di alti livelli di giustizia nell’istituzione scolastica aumenta il senso di comunità, inteso come sentimento di appartenere ad una struttura stabile ed affidabile all’interno della quale ognuno è importante per gli altri e può aspirare alla soddisfazione dei propri bisogni. Questa convinzione accresce anche le abilità di coping, l’autostima, l’autoefficacia scolastica e i comportamenti orientati alla classe. Tale percezione aumenta il rispetto delle regole e l’autoefficacia collettiva, ossia la convinzione condivisa dei membri del gruppo di avere insieme la capacità di produrre i cambiamenti desiderati. Infine, questo vissuto di giustizia aumenta il benessere psicosociale, inteso come benessere emozionale, psicologico e sociale. Di contro, la percezione di un’ingiustizia scolastica e dell’arbitrarietà di chi gestisce il potere aumenta i problemi di internalizzazione (demotivazione, stress emotivo, rabbia, frustrazione, ansia, depressione) e i sintomi psico-fisici (mal di testa, gastrite), e incentiva i problemi di esternalizzazione (assenteismo, sabotaggio, vandalismo, abbandono scolastico, uso di sostanze, bullismo). L’educazione alla giustizia resta un compito educativo fondamentale che attraversa tutte le dimensioni del vivere sociale, dagli affetti all’impegno lavorativo e alla vita politica. Richiede educatori credibili in grado di testimoniare l’adesione alle norme nel concreto della vita di tutti i giorni e non solo con le parole, evitando anche le derive e i rischi di un abuso di potere. In questo senso, conservano la loro cocente attualità le parole che Don Milani scrisse in un’accorata lettera ai giudici nel 1965: «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che dovranno tenere in tale onore le leggi da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando, invece, vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».
I Principi Fondamentali del Diritto Italiano ed Europeo
La "culla del diritto" italiana è saldamente ancorata a principi costituzionali che riflettono un'avanzata sensibilità in materia di giustizia e diritti umani. Le norme cardine previste nella Costituzione italiana, in specie, sono gli articoli 25 e 27. L’articolo 25, 2° e 3° c. Cost. sancisce la riserva assoluta di legge in tema di norme incriminatrici e delle relative sanzioni, stabilendo che «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso». Questo principio garantisce la certezza del diritto e protegge il cittadino da arbitrarietà.
Ancor più significativo per la natura della pena è l'articolo 27 Cost., che testualmente dispone: «La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra». Questo articolo stabilisce capisaldi fondamentali del sistema giuridico italiano: la presunzione di innocenza, il divieto di trattamenti inumani e degradanti e, soprattutto, la funzione rieducativa della pena.

Questi principi trovano riscontro anche a livello europeo. Il Trattato istitutivo della Costituzione europea del 2004 ha recepito l’articolo 49 della Carta europea dei Diritti, il quale recita: «Nessuno può essere condannato per un’azione o un’omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o il diritto internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato commesso. Se, successivamente alla commissione del reato, la legge prevede l’applicazione di una pena più lieve, occorre applicare quest’ultima. Il presente articolo non osta al giudizio e alla condanna di una persona colpevole di un’azione o di un’omissione che, al momento in cui è stata commessa, costituiva un crimine secondo i principi generali riconosciuti da tutte le nazioni».
Dopo la nota riforma dell’ordinamento penitenziario, avviata con la Legge 354 del 1975, il carcere venne considerato alla luce dell’articolo 27 della Costituzione. Negli anni ’80, il giudice costituzionale attribuì al principio rieducativo il “criterio finalistico principale” anche per gli ergastolani, stabilendo con sentenza 274 del 1983 che «la possibilità di ottenere una riduzione della pena […] incentiva e stimola nel soggetto la sua attiva collaborazione all’opera di rieducazione».
Il ruolo delle emozioni nel processo di scelta - Intervista alla Dott.ssa Claudia Carabotta
Nasce da tale esigenza il concetto di personalizzazione della pena, che, nel caso dei delinquenti che destano maggior allarme sociale, può avvenire tramite le richiamate misure. Per converso, nel caso di soggetti che appaiano maggiormente recettivi in una prospettiva di recupero sociale, è stato inserito il principio di flessibilità delle modalità attuative della pena. Questa, pur essendo doverosamente predeterminata, può nei casi particolari essere oggetto di una sorta di ‘adattamento sartoriale’ alla personalità del singolo reo, attraverso un apposito percorso riadattativo - trattamentale. Da tale logica nascono le sanzioni sostitutive, che consentono di applicare misure limitative della libertà personale (libertà controllata, semidetenzione, affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare, semilibertà), meno costrittive della reclusione e che, non comportando un totale sradicamento, rendono più facile il riadattamento sociale del reo. Dalla stessa logica nascono gli istituti giuridici della liberazione anticipata e dei permessi premio, riconosciuti dall’ordinamento penitenziario. Ogni Paese deve, pertanto, fare del suo meglio «per adeguare il sistema penale e carcerario ai principi di umanità, consentendo ai carcerati una vita dignitosa durante la pena e dando loro la possibilità di progettare un futuro dopo aver effettivamente pagato per gli errori commessi». La dignità di ogni uomo, infatti, non è una variabile indipendente, ma il fondamento della civiltà.
La Tomba della Giustizia: Le Patologie del Sistema Penale e Carcerario Italiano
Nonostante questi nobili principi, la giustizia italiana versa in uno stato drammatico, rendendo attuale la seconda parte dell'espressione di Carnelutti: "tomba della giustizia". La situazione delle carceri ne è l'appendice più dolorosa e scandalosa. Si prenda il caso di Poggioreale a Napoli, o quello di Bologna, Palermo, Roma, Torino, e un po' ovunque, dove si riscontrano vere e proprie emergenze sanitarie, con detenuti che possono aspettare anche mesi, schiacciati dalle procedure burocratiche, prima di potersi sottoporre a una chemioterapia. È evidente che tutto ciò non ha nulla a che fare con l’esigenza di garantire sicurezza alla collettività.

Le criticità del sistema non si fermano alle condizioni carcerarie. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha giudicato inumano e degradante l’ergastolo ostativo cui fa ricorso la giustizia italiana. L’ergastolo ostativo è quello che nega al condannato la speranza di recuperare un giorno la libertà, e in Italia lo stanno scontando oltre mille detenuti. La Corte si è espressa sul caso di Marcello Viola, un mafioso, omicida e sequestratore. La CEDU ha ricordato che per la Convenzione europea dei diritti umani e, per la Costituzione italiana, la pena deve tendere alla rieducazione, e a nessuno può essere sottratto l’obiettivo del ritorno nel consesso civile. Ci toccherà adeguarci, nonostante i due statuti confliggano con l’evoluzione della sensibilità penale italiana, che poggia su due capisaldi: buttare le chiavi e marcire in cella. La nostra bizzarra accezione di pentimento, come se non fosse una faccenda da sbrigare con la coscienza, ma un baratto con gli inquirenti ("se parli e sputtani qualcuno, ti diamo un premietto"), è stata anch'essa implicitamente criticata dalla Corte, che, pur senza usare termini forti, ha fatto capire il proprio dissenso.
L'Italia è una sorta di sorvegliato speciale per la Corte dei diritti dell'Uomo di Strasburgo a causa delle ripetute violazioni accertate. Nel solo 2012, il nostro paese ha dovuto pagare 120 milioni di euro di indennizzi, la cifra più alta mai sborsata da uno dei 47 stati membri del Consiglio d’Europa. La ragione principale di queste condanne è "l'irragionevole durata dei processi", che riguarda oltre la metà dei ben 14.500 ricorsi pendenti. Per dare un’idea: un processo civile in Italia dura tre volte di più che in Germania, e il 70% degli altri paesi. Processi lunghi che scoraggiano il cittadino e minano il rapporto di fiducia con la giustizia. La durata media di un processo penale è di otto anni e tre mesi, il doppio del tempo che serviva nel 2010. Ma il 17% dei casi può richiedere anche più di 15 anni. Ancor peggio quello che accade in ambito civile dove il 20% dei procedimenti si protrae dai 16 ai 20 anni. È proprio il caso di dire: "Giustizia lumaca".

Se si fa un confronto con quanto accade in altri paesi, le differenze sono abissali. In Italia, solo per il primo grado un contenzioso civile richiede 492 giorni, contro i 289 giorni in Spagna, i 279 giorni in Francia e i 184 giorni in Germania. Pesante anche la situazione presso le corti d’Appello: il settore penale registra un costante aumento della durata dei procedimenti, con 998 giorni: 194 in più dal 2008 e ben 213 dal 2006. Per far rispettare un contratto, in Francia bastano 390 giorni, in Germania 394, nel Regno Unito 399. In Italia? La giustizia lumaca costa alle imprese qualcosa come circa 2 miliardi e 300 milioni l’anno. Il costo medio sopportato dalle imprese italiane è di circa il 30% del valore, contro il 19% della media OCSE. Se per le procedure di fallimento avessimo la durata che hanno in Germania, che è inferiore di un terzo rispetto all’Italia, potremmo risparmiare 1,2 miliardi l’anno. Con queste condizioni di sostanziale incertezza del diritto nella proprietà e nella possibilità di potersi vedere riconosciuti i propri diritti, fare “impresa” è sempre più difficile. Una situazione che da una parte disincentiva l’investitore straniero a venire in Italia; e, al contrario, incentiva l’imprenditore italiano ad andare all’estero. Se un investitore può scegliere tra Italia, Francia, Germania e Inghilterra, dove la giustizia civile è molto più efficiente, perché dovrebbe venire in Italia?
Un altro aspetto critico riguarda i detenuti in custodia cautelare nelle carceri italiane, circa 68mila. Il 42% è in attesa di giudizio definitivo, scontando una pena prima della condanna. La metà di questo 42% verrà dichiarata innocente. C’è chi sconta ingiustamente, c’è chi non sconterà mai: ogni anno circa 165mila fascicoli vanno in prescrizione, di fatto un’amnistia strisciante e quotidiana. Un colpevole che non pagherà mai la sua colpa, un cittadino che ha subito un torto che non sarà mai risarcito. La prescrizione, un istituto che esisteva già ai tempi in cui ad Atene si mettevano le basi della democrazia, è sinonimo di certezza del diritto e tutela le libertà e i diritti di ogni cittadino. Ma la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, recentemente introdotta, porta semplicemente alla non celebrazione di molti appelli, a imputati condannati ad attendere chissà quanti anni per vedere riconosciuta la loro innocenza dopo una sentenza errata di primo grado, ma anche a veri colpevoli espiare una pena dopo che dal delitto sono trascorsi chissà quanti anni. La pena verrebbe scontata da una persona diversa da chi era stato l’autore del fatto, sicuramente più vecchia, quasi certamente cambiata, forse già rieducata, rendendo inutile la pena che dovrebbe avere valore di rieducazione.
Il ruolo delle emozioni nel processo di scelta - Intervista alla Dott.ssa Claudia Carabotta
A ciò si aggiungono preoccupanti segnali di un declino nella cultura giuridica e nel rispetto delle istituzioni. Si è persino arrivati ad avere un ministro della Giustizia che ha dimostrato di non conoscere la differenza tra dolo e colpa, l’ABC di uno studente del primo anno, e che chiede decreti ingiuntivi su sentenze, una bestialità assoluta per chi è addetto ai lavori. Perla delle perle, ha sostenuto che il processo penale si conclude sempre con una sentenza di condanna, con buona pace della presunzione di innocenza e altri principi costituzionali e di democrazia. Come ha osservato un giurista di elevato spessore e di indubbia moralità come Sabino Cassese, tutti dovrebbero ascoltare e riflettere su queste questioni. Questi episodi confermano l'impressione che l'Italia, ai giorni nostri, sia diventata, piuttosto che la culla del diritto, la culla dell’odio e del fango, almeno come viene percepito attraverso i media.
Eredità e Rispetto: Un Capitolo Chiuso con Amarezza
In questo scenario di contraddizioni, la cronaca recente offre spunti di riflessione su quanto la mancanza di rispetto e la superficialità possano infangare il ricordo di figure storiche e l'onore di famiglie che hanno segnato il destino del Paese, esemplificando ulteriormente l'idea di "tomba della giustizia" intesa come assenza di equità e rispetto nel dibattito pubblico. La notizia della morte di S.A.R. Vittorio Emanuele IV, Principe di Napoli, ha evidenziato come il mancato riconoscimento del suo titolo sia stato considerato una grande offesa fatta a quelli che hanno mantenuto la fedeltà a Casa Savoia negli anni, un segnale che la parola "rispetto" non appartiene più a questo Paese.

Quello che si è visto nei media, con il Principe fatto vedere con le manette ai polsi, nonostante fosse stata dimostrata la sua innocenza per i reati a lui imputati e per cui lo Stato italiano aveva pagato migliaia d’euro di risarcimento (somma poi devoluta in beneficenza), ha generato profondo rammarico. Anche i giornali che si considerano conservatori, come il Giornale e Libero, hanno intitolato con espressioni come "L’ultimo non Re d’Italia" e "La nuova erede al trono che non c’è", ferendo chi invece si aspettava commenti consoni a una persona la cui famiglia fece l’unità d’Italia. C'è chi ha pensato ai grandi giornalisti di una volta, a cosa avrebbero scritto, convinto che figure come Indro Montanelli, Mario Cervi o Giorgio Torelli, o lo scrittore Giovannino Guareschi, fedele e leale a Casa Savoia, non avrebbero mai permesso una cosa simile. I tempi, purtroppo, cambiano in peggio, e tutti siamo diventati dei giudici irriverenti ed irrispettosi.
Il periodo storico che cambiò la vita di Sua Maestà Vittorio Emanuele IV fu il referendum del 1946, che doveva scegliere tra la repubblica e la Monarchia. Vinse la repubblica con uno scarto minimo, ma come si venne a conoscenza, ci furono dei brogli elettorali. Il Re Umberto II decise che non si spargesse del sangue per Casa Savoia, pensando ai 9 morti tra i monarchici a Napoli. Pertanto il Principe, da bambino, dovette imbarcarsi da Napoli con la sua mamma e le sue sorelle. Quel bambino, che fin poco prima aveva giocato con i suoi amici, ignaro di quello che stava accadendo, se ne andava in esilio. Una parola che il suo vocabolario non contemplava, ma che era come un sigillo che lo avrebbe segnato per sempre. Da quel giorno rimase in esilio per 57 anni, un periodo che segnò tutta la sua esistenza. L’esilio, una delle pene più terribili imposta dalla repubblica democratica italiana a tutti i discendenti maschi di Casa Savoia, cessò solo nel 2003, ma i mezzi di comunicazione non hanno mai sottolineato questo aspetto della sua vita. Persino la Chiesa non ha mosso un dito per omaggiare il Re Umberto II che donò la Sacra Sindone al Papa, un atteggiamento indifferente la cui ragione ancora sfugge a molti.
La vita di S.A.R. Vittorio Emanuele di Savoia è stata come quella del padre, vissuta nell’impossibilità di poter andare nella terra dei propri avi. Il cielo dove era nato non aveva gli stessi colori della patria, dove la sua famiglia era nata e vissuta. Re Umberto II, un uomo la cui vita fu contraddistinta da onestà, umanità e profonda fede cattolica, espresse in un momento di grande tristezza le sue emozioni, in una lettera a Lucifero che recitava: «Il Re è partito in esilio, con la tristezza nel cuore, con le lacrime agli occhi… Sono partito senza rancore per la mia Patria. Sono partito, per non dividere gli italiani tra loro. Così come da Re difesi il mio popolo, così da esule continuo a difenderlo. Spero che, quando sarà l’ora, potrò dormire il sonno eterno nel mio suolo natio. E, dall’estero, deluso e intristito nel cuore, mi rammarico». Parole che testimoniano il dramma di un uomo che, pur costretto all'esilio in terra straniera, mantenne un amore incrollabile per l'Italia e il desiderio di un ritorno, anche solo postumo, nel suo paese. L'atteggiamento dello Stato e della società italiana nei confronti di questa eredità storica, spesso superficiale e privo di quella "correttezza e lealtà" che Umberto II auspicava, è un'ulteriore manifestazione di quella "tomba della giustizia" che trascende la mera sfera giuridica per toccare quella del rispetto e della memoria. La grande e impegnativa eredità spirituale che rimane al figlio S.A.R. Emanuele Filiberto, dopo la morte di S.A.R. Vittorio Emanuele IV, chiude un capitolo importante della storia italiana, ma lascia aperto il dibattito sulla capacità del Paese di onorare il proprio passato e di garantire una giustizia piena, non solo legale ma anche morale, a tutti i suoi protagonisti.