Coronavirus e Fecondazione Assistita: Navigando tra Evidenze Scientifiche e Percorsi di Genitorialità

Introduzione

L'avvento del coronavirus SARS-CoV-2 ha generato un'onda di incertezza e preoccupazione in ogni ambito della vita quotidiana, inclusa la sfera della riproduzione e dei percorsi di fecondazione assistita. Inizialmente, gli effetti che la pandemia avrebbe avuto sulla salute riproduttiva maschile e femminile erano del tutto sconosciuti, alimentando dubbi e interrogativi tra le coppie desiderose di un figlio. Le ricerche condotte nel corso dell'ultimo anno e l'analisi approfondita dei dati disponibili hanno progressivamente chiarito le possibili ripercussioni del COVID-19 sull’apparato riproduttivo e sulla sua trasmissibilità. Questi studi hanno fornito risposte cruciali, consentendo agli specialisti di affinare l'approccio alla procreazione medicalmente assistita (PMA) in un contesto pandemico, ponendo sempre al centro la tutela della salute e della sicurezza dei pazienti e del personale medico.

Meccanismi d'Azione del Virus e Primi Sconvolgimenti sulla Procreazione Assistita

La malattia, denominata COVID-19, può manifestarsi con molteplici sintomi come la febbre persistente, la tosse, la polmonite, e altre complicanze. Il virus possiede sulla sua superficie una proteina denominata proteina S o "Spike" che funziona come una chiave. Detta "chiave" entra nella "serratura" la quale è il ricettore ACE2 e che si trova nella superficie delle cellule che saranno infettate. Questo meccanismo di ingresso virale nelle cellule ospiti ha molta importanza per quelle coppie che cercano di concepire, sia in forma spontanea sia per mezzo dei trattamenti di riproduzione assistita, poiché la presenza del recettore ACE2 è stata rilevata anche in tessuti riproduttivi.

Nei mesi iniziali dell'emergenza sanitaria globale, la comunità scientifica e le istituzioni sanitarie si sono confrontate con la necessità di comprendere appieno le dinamiche di trasmissione e l'impatto del virus sull'organismo umano, specialmente in condizioni delicate come la gravidanza e i trattamenti per l'infertilità. La Dott.ssa Daniela Galliano, Direttrice sanitaria della sede romana di IVI, Istituto Valenciano di Infertilità, multinazionale specializzata in fecondazione assistita, ha spiegato in una nota stampa che "Al momento non sembrano esserci prove della trasmissione del virus SARS-CoV-2 da madre a feto, così come non esistono prove di trasmissione del virus tramite trattamenti di fecondazione assistita". Questa affermazione ha fornito una prima rassicurazione fondamentale, ma la ricerca ha continuato ad indagare gli effetti più complessi e a lungo termine del virus sulla fertilità maschile e femminile.

SARS-CoV-2 Spike protein binding to ACE2 receptor diagram

Impatto del COVID-19 sulla Fertilità Maschile: Evidenze e Durata del Danno

Le ripercussioni del virus SARS-CoV-2 sulla fertilità sono state uno degli aspetti più indagati e dibattuti. Sebbene all’inizio dell’emergenza Coronavirus gli effetti sulla salute riproduttiva maschile fossero del tutto sconosciuti, le ricerche successive hanno offerto un quadro più chiaro. Per quanto riguarda l’uomo, è stato rilevato che non è stata riscontrata alcuna presenza di virus nella sua forma infettiva nel liquido seminale, suggerendo dunque l’assenza di trasmissione virale sia nella fase di contatto sessuale sia durante le procedure di Procreazione Medicalmente Assistita. Tuttavia, la questione non si è conclusa con questa rassicurazione iniziale.

Il SARS-CoV-2 mostra una sorta di trofismo per il tessuto testicolare e l’epididimo, il che ha sollevato interrogativi sulla potenziale compromissione della funzione riproduttiva a lungo termine. Di conseguenza, ai pazienti risultati positivi è sempre suggerito un follow-up della funzione endocrinologica e riproduttiva negli anni a seguire. Questa indicazione deriva dalla consapevolezza che, anche in assenza di virus infettivo nel liquido seminale, l'infiammazione o i cambiamenti ormonali indotti dall'infezione potrebbero avere effetti sulla produzione e sulla qualità degli spermatozoi.

Un recente studio condotto da Rocio Núñez-Calonge e il suo team, pubblicato il 30 giugno, ha approfondito proprio la durata di questo ‘danno’ sulla qualità spermatica, che era già stato dimostrato in precedenza come un effetto simile a quello provocato da qualsiasi stato infiammatorio e febbrile. Questo studio ha rivelato che negli uomini che hanno avuto Covid-19, gli spermatozoi risultano meno numerosi e più lenti, anche a distanza di oltre 3 mesi dall’infezione. Questo dato è emerso persino in casi in cui l’infezione è stata di grado lieve, indicando un potenziale danno a lungo termine sulla qualità spermatica che il virus Sars-CoV2 sembrerebbe apportare, e che è stato attentamente monitorato dai ricercatori durante e dopo la pandemia per valutarne gli effetti sulla fertilità.

La premessa doverosa è che le ripercussioni di questo virus sulla fertilità sono ancora da studiare e approfondire. Núñez-Calonge e il suo team hanno indagato sulla durata di tale effetto in pazienti seguiti da cliniche spagnole di fecondazione assistita. L’esperto ha spiegato: “Poiché servono circa 78 giorni per produrre nuovo sperma, ci è sembrato opportuno valutarne la qualità almeno 3 mesi dopo la guarigione” da Covid. L’ipotesi iniziale era che la qualità sarebbe migliorata con la produzione di nuovi spermatozoi, ma, come ha evidenziato lo studio, “così non è stato”.

Tra febbraio e ottobre, gli autori hanno arruolato 45 uomini, con un'età media di 31 anni, provenienti da 6 cliniche di riproduzione in Spagna. Tutti i partecipanti avevano una diagnosi confermata di Covid-19 lieve, e i centri disponevano delle analisi di campioni di sperma prelevati prima del contagio. Un ulteriore campione è stato prelevato tra 17 e 516 giorni dopo l’infezione, con un tempo mediano tra il prelievo pre-Covid e quello post pari a 238 giorni. I risultati hanno mostrato una differenza statisticamente significativa in diversi parametri: il volume di sperma è diminuito del 20% (da 2,5 a 2 millilitri), la concentrazione di spermatozoi è scesa del 26,5% (da 68 a 50 milioni per ml), la conta di spermatozoi ha registrato una riduzione del 37,5% (da 160 a 100 milioni/ml), la motilità totale è calata del 9,1% (dal 49% al 45%) e la quota di spermatozoi vivi ha subito una diminuzione del 5% (dall’80% al 76%). Dopo il Covid, rispetto a prima, metà dei pazienti avevano una conta spermatica totale inferiore del 57%. Non solo, ma anche a distanza di 100 giorni dall’infezione, la concentrazione e la mobilità degli spermatozoi non erano migliorate.

Questo suggerisce un impatto prolungato. Secondo Núñez-Calonge, “la compromissione dei parametri” indice di qualità “dello sperma potrebbe non essere dovuta a un effetto diretto del virus Sars-CoV-2”. È più probabile che “ulteriori fattori, attualmente sconosciuti, contribuiscono alla diminuzione di questi parametri a lungo termine”. Inoltre, lo studio non ha misurato i livelli ormonali, ma in effetti, "intense variazioni nel testosterone, attore chiave nella salute riproduttiva maschile, sono state precedentemente segnalate in pazienti maschi con infezione Covid". Questo evidenzia la complessità dell'interazione tra il virus e il sistema riproduttivo maschile, con processi infiammatori e alterazioni ormonali che potrebbero giocare un ruolo significativo. Per la corretta produzione degli spermatozoi (spermatogenesi), infatti, sono necessari dei livelli adeguati di testosterone. Si sono osservati livelli ridotti di questo ormone nei maschi infettati rispetto a quelli non infettati, un fatto che potrebbe spiegare parte delle alterazioni nella qualità seminale.

Diagram of male reproductive system showing potential areas of viral tropism

Il Coronavirus e la Fertilità Femminile: Un Quadro in Evoluzione

Analogamente agli uomini, anche per quanto riguarda la donna, l'indagine sugli effetti del SARS-CoV-2 sull'apparato riproduttivo è stata fondamentale. Esiste un rischio teorico di infezione dell’apparato riproduttivo femminile, data la presenza del recettore ACE2 in alcuni tessuti. Tuttavia, uno studio condotto da Clinica Eugin su due pazienti positive e pubblicato nel settembre 2020 sulla rivista scientifica Human Reproduction ha evidenziato la totale assenza di tracce di virus nei gameti femminili. Questo risultato è stato un importante passo avanti nel rassicurare le donne e gli specialisti riguardo la sicurezza dei gameti durante i trattamenti di fecondazione.

Ulteriori approfondimenti hanno corroborato questa visione. I dati disponibili dalla letteratura attuale suggeriscono che è altamente improbabile che il virus possa trovarsi negli ovociti o nello sperma. Non ci sono dati conclusivi sulla presenza del Covid negli organi riproduttivi femminili, e gli studi immunoistochimici non hanno segnalato la presenza del virus nelle ovaie. Non ne sono state osservate tracce nel tratto riproduttivo femminile, in secrezioni vaginali, nel fluido amniotico, né nella zona peritoneale. Questi riscontri contribuiscono a delineare un quadro rassicurante in termini di trasmissione diretta del virus attraverso i gameti femminili o il tratto riproduttivo.

Ciononostante, la ricerca continua a esplorare gli effetti indiretti del COVID-19 sulla funzione ovarica. Alcuni studi hanno riscontrato differenze nella composizione di alcune proteine e ormoni presenti nel liquido follicolare che contengono gli ovociti. Ad esempio, una ricerca intitolata "SARS-CoV-2 infection negatively affects ovarian function in ART patients" (Herrero H. et al., 2022) ha suggerito che l'infezione da SARS-CoV-2 potrebbe influenzare negativamente la funzione ovarica in pazienti sottoposte a trattamenti di riproduzione assistita. Questo potrebbe essere legato ai processi infiammatori scatenati dal virus, che possono essere più o meno generici o localizzati. Detti processi possono tradursi in una risposta immunitaria di difesa con la produzione di diversi tipi di proteine (citochine) pro-infiammatorie. Questo tipo di complicazione è in relazione alla gravità della malattia e con l’età del paziente, e potrebbe indirettamente influenzare la qualità degli ovociti o la risposta ovarica ai trattamenti. La comunità scientifica è quindi impegnata a comprendere meglio queste interazioni complesse per ottimizzare le strategie di trattamento e consulenza per le donne che desiderano una gravidanza.

COVID-19 e Gravidanza: Rischi, Trasmissione e Precauzioni Essenziali

La gravidanza è un periodo delicato, durante il quale il corpo della donna subisce significative modificazioni fisiologiche e immunologiche. Una donna incinta è, per definizione, una paziente a rischio dinnanzi a qualsiasi malattia, e questo vale anche per le infezioni respiratorie, incluso il COVID-19. La Dott.ssa Galliano ha sottolineato che “alcune infezioni, come ad esempio quelle del tratto respiratorio, sono comunque pericolose per una donna incinta. Le donne in gravidanza infatti si trovano in uno stato di immunodepressione, che le porta ad essere maggiormente esposte a eventuali patologie”. Per questo motivo, alle donne in stato interessante è raccomandata prudenza e di seguire scrupolosamente le norme previste in questo periodo, come lavarsi spesso le mani con acqua e sapone o con un disinfettante per mani a base di alcool, mantenere la distanza di almeno 1 metro dalle altre persone, evitare di toccarsi il viso, gli occhi, il naso e la bocca con le mani, ecc.

Un aspetto cruciale per le future mamme e gli specialisti è la questione della trasmissione verticale, ovvero la possibilità che il virus possa essere trasmesso dalla madre al feto durante la gravidanza. Su questo fronte, la ricerca ha fornito dati rassicuranti ma con alcune sfumature. "Al momento non sembrano esserci prove della trasmissione del virus SARS-CoV-2 da madre a feto", ha spiegato la Dott.ssa Galliano. Questa posizione è supportata da diversi studi. Ad esempio, "Secondo un recente studio della rivista The Lancet - prosegue la dott.ssa Galliano - che ha analizzato 9 donne in stato interessante affette da COVID-19, le caratteristiche cliniche della polmonite COVID-19 nelle donne in gravidanza sono simili a quelle riportate in pazienti adulti non gravidi che hanno sviluppato polmonite da COVID-19." Questo suggerisce che la manifestazione clinica della malattia non è intrinsecamente più grave nelle donne incinte rispetto alla popolazione generale adulta.

Inoltre, il Royal College of Obstetricians & Gynaecologists afferma che, poiché non vi sono prove di infezione fetale intrauterina con COVID-19, si ritiene attualmente improbabile che vi siano effetti congeniti del virus sullo sviluppo fetale. “Sempre secondo il Royal College of Obstetricians & Gynaecologists - aggiunge la dott.ssa Galliano - non vi sono dati che suggeriscano un aumento del rischio di aborto spontaneo o perdita precoce della gravidanza in relazione a COVID-19. I casi riportati da studi precedenti riguardanti SARS e MERS non dimostrano una relazione convincente tra infezione e aumento del rischio di aborto spontaneo o perdita del secondo trimestre.” Queste affermazioni offrono un notevole sollievo alle donne in attesa e alle coppie.

COVID: VACCINO CONSIGLIATO ALLE DONNE IN GRAVIDANZA | 13/08/2021

Tuttavia, la ricerca ha continuato ad evolvere. Per quanto riguarda infine la trasmissione verticale del virus durante la gravidanza, ossia la possibilità di contagio del feto, la ricerca italiana “Analysis of SARS-CoV-2 vertical transmission during pregnancy” condotta nell’ottobre 2020 ha analizzato in maniera seriata gravidanze positive al COVID-19, evidenziando solo rari casi di sieroconversione fetale endouterina. Questo indica che, sebbene non sia la norma, in situazioni eccezionali una trasmissione possa avvenire, ma non con la frequenza e la gravità temuta inizialmente. Non possiamo confermare che il risultato di un’infezione durante la gravidanza possa essere innocuo per il suo feto o meno, il che ribadisce la necessità di cautela e prevenzione.

Data la natura mutevole della situazione pandemica e la necessità di tutelare al massimo la salute delle future madri e dei loro bambini, alcuni centri hanno adottato un approccio prudente. Ad esempio, si consiglia di non realizzare embryo-transfer in donne con infezione attiva, evitandone così i rischi potenziali. Questa raccomandazione è in linea con il principio etico fondamentale che orienta i valori dei centri dedicati alla riproduzione assistita, ovvero fornire un’attenzione speciale a tutti i pazienti, ma considerando sempre che, attualmente, la cosa fondamentale è il bene comune per tutti. Centinaia sono gli articoli scientifici pubblicati che equiparano la capacità degli embrioni vitrificati di impiantarsi a quella degli embrioni in fresco. Nel Centro Medico Manzanera, ad esempio, si riportano le stesse percentuali di successo sia usando gli embrioni in fresco che gli embrioni vitrificati. Una volta realizzata la vitrificazione, tanto per gli embrioni quanto per gli ovociti, il tempo si ferma, offrendo una valida alternativa sicura per posticipare l'impianto in caso di necessità. Se è risultata contagiata dal coronavirus, oltre ad aspettare che finisca lo stato di allarme, bisognerà aspettare che passi la quarantena della sua infezione e che il test del virus sia negativo, prima di procedere con il transfer embrionario.

Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) in Tempo di Pandemia: Le Sfide e le Strategie

La pandemia di COVID-19 ha avuto un impatto profondo sulle nostre vite in una molteplicità di aspetti quotidiani e ha imposto una riconsiderazione di molte pratiche mediche, inclusa la Procreazione Medicalmente Assistita. Dopo un primo stop forzato nella fase più acuta dell’emergenza sanitaria, le attività sono riprese a pieno regime e attualmente non sono previste limitazioni alla possibilità di svolgere trattamenti di PMA. Tuttavia, l’interruzione iniziale ha avuto delle conseguenze significative. In base alle stime della Società Italiana Riproduzione Umana (SIRU), i trattamenti di Procreazione Medicalmente Assistita non effettuati nei mesi di marzo, aprile e maggio, condurranno a circa 4500 nascite in meno. Questo dato evidenzia l'effetto diretto e quantificabile della pandemia sui tassi di natalità assistita.

Oltre alla riduzione delle nascite, è emerso che il ritardo nei trattamenti può avere un impatto negativo sulla probabilità di successo. Secondo il recente studio “Prioritizing IVF treatment in the post-COVID 19 era: a predictive modelling study based on UK national data” condotto su circa 10.000 cicli, ritardare di sei mesi l’inizio dei trattamenti di Procreazione Medicalmente Assistita provoca una significativa riduzione delle probabilità di ottenere una gravidanza. Questo è particolarmente rilevante per le coppie che già affrontano sfide legate all'età o alla riserva ovarica. Non consigliamo di ritardare o rinviare un percorso di fecondazione assistita per non incidere negativamente su gruppi di pazienti infertili, soprattutto considerando che il trascorrere del tempo ha un’influenza molto negativa sulla fertilità.

Di fronte a queste sfide, i centri di riproduzione assistita hanno dovuto adattare il loro approccio. L’ASRM (American Society for Reproductive Medicine) ha, a questo proposito, fornito precise raccomandazioni. Queste hanno come obiettivo la tutela della salute e della sicurezza dei pazienti, così come del personale. Si tratta di una guida che affronta una lacuna nelle attuali linee guida che riguardano la COVID-19, che menzionano solo indirettamente l’infertilità e il suo trattamento. Le coppie che si stanno sottoponendo a terapie di PMA non devono dunque sorprendersi se il loro centro di riferimento decide di assumere precauzioni anche importanti; è per il bene comune. Le raccomandazioni generali valgono sempre, quindi prima tra tutte, è valida l’indicazione ad attuare ogni necessaria azione per mitigare il rischio e per mantenere il distanziamento sociale. Anche i viaggi non essenziali, soprattutto nelle zone ad alto impatto, dovrebbero essere evitati quando possibile. Inoltre, data la scarsità di dati relativi all’impatto e al rischio potenziale di COVID-19 sulla gravidanza, sul feto e sul benessere del bambino, si è suggerito di prendere fortemente in considerazione l’annullamento di tutti i trasferimenti di embrioni, sia freschi che congelati, in particolari fasi dell'emergenza o in presenza di infezione attiva.

Queste direttive hanno contribuito a ristabilire la fiducia e a garantire che, nonostante le difficoltà, i percorsi di PMA possano essere proseguiti in sicurezza. Gli specialisti in infertilità conoscono bene la realtà delle donne in cerca di una gravidanza, magari da anni: “Hanno un desiderio profondo di diventare madri - spiega Filippo Maria Ubaldi, presidente della Società Italiana Fertilità e Sterilità-Medicina della Riproduzione (Sifes-Mr) - e spesso il tempo gioca contro di loro. La pandemia le ha già messe in grande difficoltà per lo stop ai trattamenti, la difficoltà di spostarsi e viaggiare.” Questa consapevolezza ha guidato gli sforzi per ripristinare e ottimizzare l'accesso ai trattamenti, garantendo al contempo la massima protezione.

La Vaccinazione Anti-COVID-19 e il Percorso di Maternità: Tra Cautela e Urgenza

La questione della vaccinazione anti-COVID-19 ha introdotto ulteriori considerazioni per le coppie in cerca di una gravidanza e per le donne incinte. Una delle domande più frequenti che ha circolato tra le coppie desiderose di un figlio è stata proprio: “Posso fare il vaccino e procedere con la Pma, oppure inizio il percorso di fecondazione assistita e rimando l’immunizzazione?”

Secondo i dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità, al momento non c’è nessuna evidenza scientifica di un effetto negativo dei vaccini sulla fertilità maschile o femminile. Questa è una rassicurazione fondamentale. Fino ad oggi, è noto che ci siano stati casi in cui il vaccino anti Covid potrebbe aver causato un qualche tipo di ritardo nelle mestruazioni, ma ciò non pregiudica in alcun modo il trattamento di riproduzione assistita, né giustifica il suo ritardo. Inoltre, per quanto riguarda le donne incinte, gli studi effettuati dimostrano che le donne vaccinate nell’ultimo trimestre di gestazione hanno trasmesso gli anticorpi al feto; tanto che, alla nascita, sono stati rilevati nel neonato gli anticorpi al virus. La trasmissione degli anticorpi è stata riscontrata anche attraverso il latte materno, offrendo una protezione passiva ai neonati.

La Società europea di riproduzione umana ed embriologia (Eshre) pochi giorni fa ha precisato come “manchino informazioni sul possibile effetto della vaccinazione COVID-19 sul trattamento di riproduzione assistita o sulla futura gravidanza. Di conseguenza, non è possibile fornire raccomandazioni generali sul fatto che uomini e donne che tentano di concepire attraverso la riproduzione assistita possano ricevere il vaccino prima di iniziare il trattamento”. L’Eshre ribadisce però che “per le donne con comorbilità che le mettono a maggior rischio di COVID-19 e/o complicazioni della gravidanza, si dovrebbe prendere in considerazione l’incoraggiamento alla vaccinazione prima di tentare il concepimento. Lo stesso vale per le donne in cui il rischio di esposizione all’infezione da SARS-CoV-2 è alto e non può essere evitato”.

Di fronte a questa incertezza, gli specialisti hanno dovuto bilanciare le esigenze individuali con le raccomandazioni generali. Il presidente della Sifes-Mr, Filippo Maria Ubaldi, ha sottolineato: “Chiaramente l’attenzione principale si rivolge alla futura mamma, sul suo stato di salute, sulla presenza di altre malattie croniche che possano esporla a rischi di forme gravi di Covid-19 o di complicanze della gravidanza; o ancora sulla sua professione, nell’ipotesi in cui possa rappresentare un ulteriore fattore di esposizione al virus Sars-Cov-2.”

Questo ha portato a considerare diversi scenari per le aspiranti madri:

  1. Aspirante mamma che lavora nella sanità: come parte del personale medico, paramedico o amministrativo, e deve sottoporsi a breve alla vaccinazione nel quadro della campagna vaccinale in corso. Ubaldi ha spiegato: “Ci stanno contattando molte donne che hanno già la data stabilita per fare la vaccinazione, e che però devono anche sottoporsi a un trattamento di Pma nell’imminenza.” In questo caso, la raccomandazione è chiara: si può fare il vaccino, “perché il tempo che trascorre fra la prima e la seconda dose, più la manciata di giorni che la Società europea di riproduzione umana ed embriologia (Eshre) consiglia di aspettare dopo aver completato il ciclo vaccinale, non cambiano granché nella riuscita della Pma, e consentono di mettersi al sicuro dai rischi relativi al virus.” La priorità è la protezione dal COVID-19, senza compromettere significativamente le possibilità di successo della PMA.

  2. Aspirante mamma che si vaccinerà verosimilmente fra 5-6 mesi: in questa categoria rientra “la stragrande maggioranza delle pazienti dei centri di infertilità - evidenzia il presidente Sifes-Mr - che farà il vaccino a giugno, luglio, forse anche oltre. Ci domandano: devo aspettare il vaccino o posso intanto iniziare il percorso di Pma?” Per queste pazienti, i fattori cruciali come l’età e la riserva ovarica prevalgono. Il trascorrere di 5-6 mesi o più, può fare davvero la differenza e ridurre le chance di successo per la Pma. “Sappiamo che l’aumento dell’età materna si traduce in una riduzione del tasso di gravidanza e soprattutto in un aumento del rischio di aborto: per queste coppie, in presenza di una riserva ovarica scarsa, il tempo è oro,” ha concluso Ubaldi. In questi casi, la decisione dovrebbe essere discussa con il ginecologo, tenendo in considerazione i criteri di urgenza relativi alle condizioni generali della paziente, alla sua età e/o alla riserva ovarica.

  3. Donne in gravidanza: Esattamente come precisato nel documento di recente condiviso e sottoscritto dalla più importanti società scientifiche italiane di ginecologia, pediatria, neonatologia e rianimazione (tra cui SIGO, AOGOI, AGUI, AGITE, FNOPO, SIN, SIMP, SIP, ACP, SIAARTI), la vaccinazione è una scelta personale. La donna deve in tutti i casi essere informata in maniera esaustiva dal suo medico di fiducia sui potenziali rischi del vaccino, ma anche sui rischi connessi all’infezione da COVID-19 in gravidanza, sia per la salute materna che fetale.

In sintesi, la pandemia ha richiesto un approccio flessibile e individualizzato, con una forte enfasi sulla consulenza medica personalizzata per guidare le coppie nelle loro decisioni cruciali.

Graphic showing vaccinated pregnant woman and baby with antibodies

Sicurezza e Affidabilità nei Trattamenti di PMA con Donazione di Gameti

Nel contesto delle preoccupazioni generate dal COVID-19, un aspetto che merita particolare attenzione è la sicurezza dei trattamenti di PMA che coinvolgono la donazione di gameti, ovvero la fecondazione eterologa. Molti dubbi degli aspiranti genitori, anche se il peggio sembra ormai alle spalle, ruotano intorno alla possibilità e soprattutto alla sicurezza di ricorrere alla riproduzione assistita, inclusa quella con donazione, in un'era post-pandemica. La Dott.ssa Daniela Galliano, ginecologa e responsabile del Centro PMA IVI di Roma, ha rassicurato sulla sicurezza della fecondazione eterologa, affermando: “Certamente, i donatori hanno un ruolo fondamentale nell’aiutare i pazienti a far avverare il proprio sogno di genitorialità. Per questo, nelle nostre cliniche garantiamo che ricevano le migliori cure e la massima assistenza medica, ponendo i nostri donatori e i nostri pazienti sempre al centro di ogni trattamento.”

La sicurezza in questo tipo di trattamenti è garantita da protocolli estremamente rigorosi per la selezione e lo screening dei donatori, che sono stati ulteriormente rafforzati e mantenuti inalterati anche durante e dopo la pandemia. I donatori si sottopongono a visite cliniche e psicologiche, si realizzano visite mediche complete per scartare la presenza di alterazioni dell’apparato riproduttivo e prevedere la risposta ai farmaci del trattamento.

Un aspetto cruciale dello screening è la verifica dell’assenza di malattie trasmissibili. Si verifica l’assenza di malattie trasmissibili come l’HIV, l’epatite e la sifilide. Oltre a queste, si ottiene anche il gruppo sanguigno e l’Rh, informazioni fondamentali per la compatibilità. In ultimo, ma non meno importante, si realizza uno studio genetico approfondito che include il cariotipo, che ci dà informazioni sui cromosomi, oltre al TCG (Test di Compatibilità Genetica). Quest'ultimo test ci permette di ridurre il rischio di trasmissione di oltre 600 malattie genetiche conosciute. Vengono accettate solo le candidate che rispettano tutti i requisiti e che siano completamente preparate sia per il procedimento che stanno per compiere sia per la responsabilità che la donazione comporta.

Questo elevato standard di screening e selezione assicura che, anche in presenza di un virus come il SARS-CoV-2, il rischio di trasmissione attraverso i gameti donati sia efficacemente minimizzato. Come evidenziato dalla Dott.ssa Galliano e dalla letteratura attuale, è altamente improbabile che il virus possa trovarsi negli ovociti o nello sperma, e i protocolli di sicurezza dei centri di PMA sono progettati per mitigare ogni rischio potenziale, rendendo l'eterologa una via sicura e affidabile per molte coppie.

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