La procreazione medicalmente assistita (PMA) rappresenta una delle frontiere più affascinanti e complesse della medicina moderna. I bambini nati con tecniche di procreazione medicalmente assistita sono ormai numerosissimi in tutto il mondo, configurandosi come una realtà consolidata che interroga costantemente le nostre concezioni di genitorialità, biologia e legame affettivo.

Le radici storiche: dall'intuizione al presente
La storia della fecondazione assistita in Italia affonda le radici in un passato non troppo lontano, ma denso di cambiamenti. Trentanove anni fa il quotidiano “la Repubblica” annunciava così la nascita della prima bambina concepita in provetta, per merito di una équipe interamente italiana: “Si chiama Eleonora, ha due genitori naturali, Alfredo e Laura Zaccheddu, e un padre putativo, il professore Ettore Cittadini, che a Palermo dirige la clinica ostetrica dell'Università”.
Il processo descritto all'epoca appariva come un miracolo tecnologico: “I medici di Palermo hanno prelevato la cellula uovo dall'addome della madre aspirandola con un laparoscopio, l'hanno messa su una piastra Petri con uno speciale mezzo nutritivo, hanno aggiunto gli spermatozoi del marito e hanno allevato l'uovo fertilizzato per il periodo in cui avrebbe sostato nell'ovidotto. Quindi hanno inserito quello che ormai era un embrione nell'utero della madre, passando per la vagina”. A voler essere precisi, il “miracolo” era già avvenuto a Napoli l’anno precedente, con la nascita di Alessandra Abbisogno, concepita grazie alla fecondazione in vitro. In ogni caso, a pochi anni dalla nascita di Louise Brown - prima bambina al mondo concepita in provetta nel Nord dell’Inghilterra - anche l’Italia è entrata in una nuova, entusiasmante fase della storia della medicina.
Evoluzione delle tecniche e contesto legislativo
Dal 1978 ad oggi le tecniche si sono via via diversificate ed evolute, diventando sempre più sofisticate ed efficaci. Nonostante una legislazione piuttosto restrittiva in merito alla possibilità di ricorrere alla Pma (la legge 19 febbraio 2004, n. 40), i dati dei Certificati di assistenza al parto (Cedap) rilevano che negli ultimi anni la quota dei nati in Italia concepiti grazie alle tecniche di Procreazione medicalmente assistita si attesta attorno al 3%, mentre nel 2004 erano appena l’1,2%.
Le tecniche stanno anche aumentando la loro efficacia: in Europa nel 2018 il tasso medio di gravidanza per trasferimento di embrioni è stato del 34,1% a seguito di una Fivet, del 32,1% dopo Icsi, del 34,3% dopo trasferimento di embrioni congelati e del 49,6% dopo donazione di ovuli. Un altro aspetto positivo riguarda la gestione delle gravidanze multiple: si è ridotta la necessità di trasferire più embrioni. Secondo una versione originaria della legge 40 del 2004, per ogni ciclo di fecondazione non si dovevano produrre più di tre embrioni e tutti gli embrioni dovevano essere impiantati contemporaneamente. Entrambi questi obblighi sono caduti con una sentenza della Corte costituzionale del 2009. Pertanto, è calata anche la frequenza di parti plurigemellari, che sono un ben noto fattore di rischio per gravidanza e parto. In generale, nelle gravidanze che il Registro italiano sulla Pma è riuscito a seguire e monitorare, nel tempo si osserva anche un minore rischio di gravidanze con esito negativo.
Presentazione CMR. Centro Medicina Riproduttiva e Procreazione Assistita
Il dilemma del rivelare le origini
"Mio figlio è nato con la riproduzione assistita. Glielo dico?" Questa è una domanda che molti genitori si pongono. La letteratura scientifica già da anni ha evidenziato come non ci siano differenze nella crescita di bambini nati grazie alla procreazione assistita rispetto a quelli concepiti naturalmente. Si suppone che l’effetto psicologico risultante dal dire a un bambino che è dato dalla procreazione assistita sia minore rispetto a quello di un caso di adozione, poiché non scaturisce dal rifiuto o perdita dei suoi progenitori, bensì dalla generosità di una donatrice che ha desiderato aiutare i suoi genitori a concepire un figlio.
È vero che geneticamente c’è una differenza, un’incognita, una parte di mistero, poiché la legge protegge sia i genitori che i donatori. Anche se questa legge dovesse cambiare, non potrebbe mai essere retroattiva. Esistono dei libri e dei racconti per bambini molto ben scritti su questo argomento, che tentano di spiegare ai bambini, sin da un’età molto precoce, la donazione di ovociti o la donazione di seme, affinché possano capire perché i loro genitori hanno avuto bisogno di aiuto per concepirli. Con il tempo sono scomparsi i tabù e i pregiudizi sull’argomento e questo facilita la comunicazione con la famiglia e i figli. Come unica differenza si evidenzia un distress maggiore in madri che non hanno detto al figlio sulle proprie origini rispetto a quelle che hanno affrontato l’argomento.
Analisi clinica e salute del bambino
Sebbene sia comune leggere che i bambini concepiti mediante tecniche di PMA abbiano un maggior rischio di basso peso alla nascita e di parto pretermine, il più delle volte questo è dovuto al fattore di infertilità (e non alla tecnica utilizzata per trattarlo) oppure al fatto che il trasferimento di più di un embrione può aumentare la probabilità di gravidanze gemellari (più soggette a complicanze sia per la madre che per i feti). Proprio per ridurre i rischi legati alle gravidanze gemellari e tutelare la salute dei propri pazienti, S.I.S.Me.R. opera con estrema attenzione.
Inoltre, durante il percorso di PMA è possibile eseguire screening genetici dei genitori e dell’embrione che vanno a diminuire drasticamente i rischi di concepire bambini affetti da anomalie. I bambini nati da PMA crescono in modo perfettamente normale e mostrano, talvolta, uno sviluppo cognitivo migliore rispetto ai loro coetanei. Per quanto riguarda gli stessi bambini non sono state notate differenze globali di gruppo per quanto riguarda la presenza di disturbi psicologici.
Dinamiche familiari e qualità della relazione
La creazione di queste nuove tipologie di famiglie impone di porsi delle domande importanti sulle conseguenze psicologiche per il bambino. È importante ricordare a questo proposito che vi possono essere atteggiamenti negativi nei confronti delle nuove tecnologie di fecondazione assistita, le quali possono talvolta essere giudicate immorali o innaturali. Tuttavia, a tutte le età non emergono difficoltà nel clima e nel calore della relazione genitoriale, non ci sono differenze nel tempo di gioco, le madri riescono a rispondere ai bisogni del bambino e non emerge un particolare conflitto.
Le ricerche scientifiche, dunque, escludono la possibilità che ci sia un effetto negativo sulla qualità della relazione tra genitori e figli, in assenza di un vincolo genetico, specialmente se c’è un clima sereno di accettazione della modalità di concepimento e si arriva anche a condividerlo. Da recenti studi emerge che le madri di bambini concepiti tramite fecondazione assistita esprimono più calore nei riguardi dei propri figli, sono più coinvolte emotivamente con i propri figli, interagiscono di più con essi e riportano un minore stress associato alla loro maternità rispetto al gruppo di madri che hanno concepito i propri bambini per via naturale.
Inoltre, i bambini nati da fecondazione assistita sono generalmente il risultato di gravidanze profondamente desiderate e pianificate per le quali i genitori hanno investito molte risorse emotive, economiche e di tempo, sviluppando quindi un elevato livello di consapevolezza del loro progetto familiare. Analogamente i padri da fecondazione assistita interagiscono di più con i loro figli e contribuiscono di più alla qualità del parenting rispetto ai padri di figli concepiti naturalmente. Un’ulteriore prova del fatto che la mancanza di un legame genetico tra uno o entrambi i genitori e il bambino non ha particolari conseguenze negative nel rapporto genitori-figli, viene dalla scoperta che le famiglie adottive sono simili a quelle da fecondazione assistita rispetto ai modelli di parenting.

La biologia umana e i limiti dell'infertilità
La durata della vita si è allungata e con essa pare che si amplino tutti gli orizzonti. Questo impone una considerazione. Nelle società moderne, ci siamo abituati a pensare che l’avere figli dipenda essenzialmente da una scelta individuale e culturale, dimenticando che invece la biologia gioca un ruolo ancora molto importante nella possibilità di realizzare i propri sogni di maternità e paternità. Le difficoltà a concepire non sono affatto rare: si stima che nell’arco della vita una donna su 6 riscontri un problema di infertilità, ossia che dopo 12 mesi in cui prova ad avere figli non riesca a concepire.
Gli studi condotti in diversi Paesi mostrano che l’infertilità è legata a cause fisiologiche nella donna solo nel 20-35% dei casi, a condizioni fisiologiche dell'uomo nel 20-30% dei casi, mentre nel 25-40% dei casi è dovuto a problemi di entrambi i partner. Una serie di fattori individuali contribuisce ad accrescere il rischio di infertilità: ad esempio l’obesità, l’assunzione di alcool o droghe, particolari patologie come l’endometriosi, l’assunzione di farmaci, come i chemioterapici. Il miglioramento delle condizioni di vita e dell’alimentazione ha ridotto l’età al menarca, anticipando quindi anche la fine del periodo fertile. A partire dai 37 anni, le donne non hanno più il 90% degli ovuli.
Disallineamento tra tempi biologici e sociali
Il momento migliore per concepire dal punto de vista biologico (prima dei 30 anni), purtroppo non coincide più con il momento “socialmente” più adatto (dai 30-35 anni), perché i ventenni sono occupati giustamente ad accrescere il loro capitale umano e cercare un lavoro che dia un reddito adeguato e con qualche garanzia di certezza; hanno bisogno di tempo per formare una relazione stabile e cercare un’abitazione. Non è un caso che nel 1970 l’età media al primo figlio fosse di 25 anni, mentre nel 2021 fosse 31,6. Oggi la proporzione di nati da madri over 40 in Italia è tra le più alte in Europa, sfiorando il 9%.
Purtroppo, però, più tardi si inizia a provare ad avere figli, più tardi ci si accorge delle eventuali difficoltà e più è difficile correre ai ripari, anche utilizzando la riproduzione assistita. Ad esempio, le donne fecondate con tecniche a fresco con gameti della coppia hanno in media 36,9 anni (gli ultimi dati dal registro europeo riportano un’età media in Europa di 35 anni per il 2017). La Pma talvolta concede un tempo supplementare, ma non può sempre fare miracoli: se le coppie vi ricorrono tardivamente, le probabilità di riuscita si assottigliano decisamente.
La sfida del successo: tra attesa e realtà
All’aumentare dell’età, il rapporto tra gravidanze ottenute e cicli iniziati subisce una progressiva flessione, così come aumenta il rischio che la gravidanza faticosamente ottenuta non si concluda felicemente. I tassi di successo per dare inizio a una gravidanza, calcolati per cicli iniziati, diminuiscono linearmente dal 18,1% per le pazienti con meno di 35 anni al 4,5% per quelle con più di 43 anni. Nel nostro Paese la possibilità di avere un bambino dopo un tentativo di Fivet (con le attuali regole) è del 30% circa per le donne sotto i 35 anni, ma solo del 10% circa per le donne 40 e 44 anni e si azzera quasi per donne di più di 45 anni.
La consapevolezza dei limiti biologici nella riproduzione umana dovrebbe essere promossa in maniera più decisa, anche con campagne informative, per evitare che la Pma si trasformi in una pericolosa illusione di eterna fertilità che in tarda età potrebbe rivelarsi invece una totale delusione, con tutto il carico di sofferenza che un fallimento comporta nei soggetti coinvolti. Ci vorrebbe anche un altro piccolo miracolo: una serie di cambiamenti che riescano a riallineare i tempi biologici con quelli sociali, sostenendo veramente le giovani generazioni nel loro percorso di autonomia e crescita. La medicina può supportare il desiderio di genitorialità, ma rimane una componente di incertezza biologica che richiede una gestione consapevole, informata e supportata da un contesto sociale capace di accogliere le sfide delle moderne configurazioni familiari.
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