
Introduzione: Una Dottrina Costante nel Tempo
Il giudizio della Chiesa Cattolica sull’aborto procurato e volontario non è mai cambiato. La dottrina cattolica sul punto è “immutata e immutabile” (cfr. Paolo VI, Humanae vitae, 1968, n. 14). Questa posizione si fonda solidamente sulla legge naturale e sulla Sacra Scrittura, ed è stata tramandata nella Tradizione cristiana e unanimemente insegnata dal Magistero della Chiesa. Nel corso dei secoli, questa dottrina si è semmai arricchita di nuove sfaccettature che precisano, senza mai contraddirli, gli insegnamenti precedenti. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha svolto un ruolo cruciale nel definire e riaffermare questa dottrina attraverso numerosi documenti e interventi, fornendo chiarezza e orientamento ai fedeli e alla società in generale.
L'Immutabilità della Dottrina Cattolica e la Crisi del Senso Morale
L'aborto, definito dal Concilio Vaticano II come un "delitto abominevole" (Gaudium et spes, n. 51), è percepito oggi con una gravità ancora più lacerante. La percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi nella coscienza di molti. L’accettazione dell’aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è un segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale. Questa crisi rende sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita (Evangelium Vitae, 1995, n. 4).
Il Magistero della Chiesa ha criticato espressioni fuorvianti come aborto “terapeutico”, che porta l’attenzione sui “benefici” - solo presunti - della pratica abortiva per la donna. Tale espressione dimentica la valenza tutt’altro che terapeutica per il nascituro, sano o malato che sia. Allo stesso modo, è stata criticata l'espressione “interruzione volontaria di gravidanza”, che mette in risalto il processo cui va soggetta la donna, indipendentemente dagli effetti sull’altra parte in causa, cioè il bambino. Tali formulazioni tendono ad attenuarne la gravità nell'opinione pubblica (EV 58), celando la vera natura di un atto che è moralmente riprovevole. È chiaro che la Chiesa ha costantemente richiamato la società alla necessità di riconoscere il valore della vita umana in ogni sua fase, dal concepimento alla morte naturale.
La Chiesa di Fronte alle Nuove Forme di Aborto Precoce
La Chiesa ha denunciato con forza anche le forme “nascoste” di aborto precoce che sono state commercializzate e diffuse attraverso la via della contraccezione. Il Papa Giovanni Paolo II ha detto con chiarezza che alcuni contraccettivi sono in realtà abortivi, perché impediscono l’impianto dell’embrione nell’utero, mentre non impediscono spesso (o mai) la fecondazione (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, 1995, n. 13).
Successivamente è stata la volta della pillola del giorno dopo, anch’essa puntualmente smascherata negli interventi del Magistero. In particolare, nei discorsi di Giovanni Paolo II, si è posta in evidenza la manipolazione linguistica che ha tentato di definirla una semplice “contraccezione d’emergenza”. Questa persistente attenzione del Magistero sottolinea la vigilanza della Chiesa di fronte a ogni pratica che, direttamente o indirettamente, attenti alla vita nascente fin dal suo primo istante.
L'Impegno Etico e Politico dei Cattolici
Non stupisce dunque che gli interventi magisteriali traggano da questa ferma dottrina tutte le conseguenze per la vita sociale e politica. Essi riaffermano che l’oggettiva gravità morale dell’aborto investe chi vi fa ricorso, chi lo esegue e chi coopera consapevolmente ad esso. La responsabilità non è solo individuale, ma si estende anche al contesto sociale e legislativo.
Nella partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, è importante ricordare che la difesa della vita umana nascente deve essere un punto centrale nei programmi dei politici cattolici. Pertanto, è del tutto naturale che la Chiesa ritenga decisive le posizioni sugli argomenti bioetici per la valutazione dei programmi stessi. I recenti interventi al Sinodo dei Vescovi sul comportamento dei cattolici impegnati in politica rispetto alla famiglia e all’aborto sono quindi perfettamente coerenti con il ruolo svolto dalla Chiesa. Essi ribadivano infatti come la dottrina cattolica sull’aborto (come pure la legge naturale) impegni oggi come ieri. Di conseguenza, gli elettori cattolici hanno il dovere di escludere dalle loro preferenze candidati che apertamente si esprimono contro la tutela della vita umana dal concepimento alla morte naturale. La Chiesa ha il dovere di considerare scomunicati latae sententiae gli uomini pubblici cattolici che consapevolmente trascurano tale dottrina, facendosi ad esempio portatori di messaggi elettorali che includono la diretta approvazione o la liberalizzazione dell’aborto, in ogni sua forma. Questa non è una restrizione della misericordia della Chiesa, ma un richiamo alla coerenza con i principi fondamentali della fede.
La Nota Dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede e le Questioni Bioetiche
Proprio al fine di aiutare al meglio la difficile azione e la delicata posizione dei cattolici impegnati in politica, nel 2003 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha emanato la Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica. Questo documento riprende le indicazioni di Evangelium vitae n. 73, in cui vengono esaminate le situazioni in cui i politici cattolici possono trovarsi, con i relativi orientamenti operativi.
Come precisava il 6 ottobre 2005 al Sinodo dei Vescovi il Card. Lopez Trujillo, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, “i politici e i legislatori devono sapere che, proponendo o difendendo i progetti di legge inique, hanno una grave responsabilità e devono porre rimedio al male fatto e diffuso per poter accedere alla comunione con il Signore che è via, verità e vita” (Interventi dei Padri Sinodali nella ottava Congregazione Generale di venerdì mattina, ZENIT, 7 ottobre 2005).
La questione era stata sollevata nella stessa sede il 4 ottobre dall’Arcivescovo Mons. Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Facendo riferimento al numero 73 dell’Instrumentum Laboris del Sinodo sull’Eucaristia, egli aveva ricordato che “troppi si accostano al Sacramento senza aver riflettuto sufficientemente sulla moralità della loro vita”. Aggiungeva che “alcuni ricevono la Comunione pur negando gli insegnamenti della Chiesa o dando pubblicamente supporto a scelte immorali, come l’aborto, senza pensare che stanno commettendo atti di grave disonestà personale e causando scandalo”.

Il tema è stato affrontato dai padri sinodali, essenzialmente per ribadire ulteriormente, in un tempo che per la sua profonda fragilità richiede particolare chiarezza sui valori di fondo, l’insegnamento millenario della Chiesa, in modo da offrire a tutti i fedeli aiuti sempre più mirati. Il clamore mediatico per le parole del Card. Trujillo e dell’Arcivescovo Levada, l’indignazione e l’annuncio di un presunto “irrigidimento” della Chiesa, che “vuole negare la comunione a chi sostiene l’aborto”, derivano spesso da un fraintendimento profondo.
È sufficiente precisare che “fare la comunione” non è nella Chiesa Cattolica un puro atto formale, o la “condivisione di un bel momento” con i fratelli nella fede, o un suggestivo ricordo della passione di Cristo a cui accede chi “si sente di farlo”. Piuttosto, è il mistero in cui si incontra la presenza reale di Cristo, del Signore della vita e della famiglia. L’Eucaristia rinnova il “sacrificio della Sua vita, che in essa resta presente. Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice, noi annunciamo la morte del Signore finché Egli venga, dice san Paolo”.
Il Card. Lopez Trujillo ha efficacemente sintetizzato la questione: “Si può permettere l’accesso alla comunione eucaristica a coloro che negano i principi e i valori umani e cristiani? La responsabilità dei politici e legislatori è grande. Non si può separare una cosiddetta opzione personale dal compito socio-politico. Non è un problema ‘privato’, occorre l’accettazione del Vangelo, del Magistero e della retta ragione!” È chiaro che questi argomenti appaiono forse troppo specialistici per la sete un po’ morbosa di scontri ideologici sui temi di bioetica che coglie talora il mondo dell’informazione, e a cui la gente si sta ormai abituando.
Aborto: Definizione, Contesto Storico e Metodi Attuali
Con aborto (dal latino ab-orior, "non nascere", "non sorgere") si intende etimologicamente l'evento che causa la mancata nascita del bambino, oppure lo stesso feto non vitale conseguenza del processo abortivo. Può avere cause naturali, e in tal caso è detto aborto spontaneo, o essere procurato intenzionalmente, e si parla di aborto medico, aborto procurato o interruzione volontaria della gravidanza (IVG). La dottrina cattolica considera l'aborto alla stregua di un omicidio e dunque di un peccato mortale, considerando il feto come un essere vivente dal suo concepimento (cfr. statuto dell'embrione).
In campo legale, diverse legislazioni contemporanee hanno legalizzato l'aborto medico entro un certo limite di tempo dal concepimento (p.es. per l'Italia 90 giorni, cfr. legge 194/1978). Oltre questo limite, si configura il reato di infanticidio. In campo sociale, si confrontano le opinioni dei movimenti pro-choice ("pro-scelta", di matrice laicista e femminista), a favore dell'aborto, e pro-life ("pro-vita"), che salvaguardano i diritti dell'embrione e aiutano le madri in difficoltà a portare a termine la gravidanza. Dal punto di vista psicologico, gli effetti sono dibattuti: studiosi ed enti concordano nel considerare le donne che hanno abortito come a maggiore rischio sotto diversi punti di vista (ansia, depressione, suicidio).
Metodi abortivi sono presenti in diverse culture fin dall'antichità. Nella Grecia antica, Platone († 348/347 a.C.) fa citare a Socrate († 399 a.C.) l'aborto come uno dei compiti delle levatrici, senza rivestire tale mansione di connotazioni morali. Nella Repubblica, Platone suggerisce l'aborto (assieme all'infanticidio) per mantenere "pura" la razza dei cittadini. È soprattutto l'insegnamento di Aristotele († 322 a.C.) che ebbe ripercussioni nell'occidente cristiano. Come Socrate e Platone, Aristotele ammette la liceità dell'aborto con fini eugenetici e di controllo della crescita demografica, ma solo entro un dato periodo dal concepimento, prima che nello sviluppo compaiano sensazione e vita. L'antropologia aristotelica infatti prevede tre distinte anime, che compaiono in progressione durante lo sviluppo del feto: anima vegetale, anima animale, anima razionale.
La normativa e l'interpretazione romana circa l'aborto, in epoca repubblicana e imperiale, era complessivamente contraddittoria. Ad ogni modo la prassi greco-romana classica ammetteva la liceità dell'aborto, come anche l'infanticidio e l'abbandono dei neonati, previo l'assenso del padre. In particolare una legge citata dal Digesto e risalente agli imperatori Settimio Severo e Caracalla (inizio III secolo) impone l'esilio temporaneo alla donna che abortisce senza il consenso del marito. Una successiva glossa precisa che l'aborto, per essere punito, deve accadere prima del 40º giorno di concepimento.
La morale cattolica considera l'embrione come un essere vivente, e dunque la sua soppressione come ingiusto omicidio di un innocente. In alcuni autori, lungo i secoli, è riaffiorata la distinzione aristotelica tra feto formato e non formato, ma il magistero recente è riuscito a svincolarsi da questo retaggio considerando l'embrione come un essere umano a partire dal suo concepimento.
L'aborto non sembra essere stata una pratica diffusa tra gli ebrei. Il termine nèfel (cf. radice nafàl, "cadere"), indicante il feto abortito, ha solo 3 ricorrenze nel Testo Masoretico, tutte con valenza profondamente negativa (Gb 3,16; Sal 58,9; Qo 6,3). Il corrispettivo greco nella LXX, éktroma ("ciò che viene dalla ferita"), è presente in 2 Cor 15,8. L'unico passo veterotestamentario che accenna direttamente al processo abortivo è Es 21,22-25. Il caso trattato è involontario e, qui e altrove, non viene neanche presa in considerazione la possibilità di un aborto volontario. Si riscontra un'evoluzione dal testo ebraico (seguito anche dalla Vulgata) a quello greco: nella versione ebraica il colpevole è solo multato; nella versione greca, che recepisce Aristotele, la multa è inflitta se il bambino non era ancora formato, e se invece era formato il colpevole è reo di morte. L'evoluzione va ricondotta al diverso contesto: diversamente dal mondo ebraico, nel mondo greco-ellenista l'aborto era consentito, e i traduttori ebrei della LXX (III-II secolo a.C.) esplicitano la loro disapprovazione.
La tradizione cristiana convisse, nei primi secoli, con la liceità dell'aborto ammesso dalla cultura greco-romana, e avvertì la costante necessità di salvaguardare la vita nascente. L'aborto, come anche l'infanticidio e l'esposizione (l'abbandono dei neonati a fame, bestie e volatili), erano equiparati all'omicidio. Tra le principali opere e autori, l'aborto è condannato dalla Didachè (fine I secolo), dalla Lettera dello pseudo-Barnaba (130 ca.), dall'Apocalisse di Pietro (125-150), che descrive fantasiosamente i patimenti inflitti alle madri dai loro bambini uccisi, e dagli Oracoli Sibillini (ca. 180).
Metodi di Aborto Attuali:
- Aspirazione (Vacuum Aspiration): È la metodologia maggiormente diffusa, utilizzata solo entro le prime otto settimane di gestazione.
- Dilatazione e Revisione della Cavità Uterina (D & R): Dall'ottava alla dodicesima settimana di gestazione, sono eseguite solitamente la dilatazione e la revisione della cavità uterina.
- Dilatazione ed Evacuazione (D & E): Utilizzata per gravidanze che superano le dodici settimane; questa procedura consiste nella dilatazione del canale cervicale attraverso l'uso di dilatatori osmotici o meccanici.
- Induzione farmacologica dell'aborto: È l'ultimo metodo di interruzione di gravidanza introdotto nella medicina tradizionale. Con questo metodo il distacco del feto dall'utero è chimico e non è necessario nessun intervento di natura chirurgica sul corpo della donna. È, a volte, confusa erroneamente con la pillola del giorno dopo, un metodo di contraccezione di emergenza che non ha nulla a che fare con l'aborto farmacologico.
- Isterotomia: Raramente utilizzato a causa dei gravi rischi per la fertilità e la salute della donna, questa tecnica consiste nell'asportazione del feto tramite taglio cesareo. È un metodo efficace negli aborti dalla sedicesima settimana alla nascita, ma vietato dalla legge italiana per questo scopo.
L'Embrione come Persona Umana: Fondamento della Dottrina
La morale cattolica, in particolare quella del magistero recente, considera l'embrione come un essere umano a partire dal suo concepimento. L'embrione è un essere umano a tutti gli effetti in quanto dotato di un proprio patrimonio genetico diverso da quello dei genitori e di un sistema nervoso centrale, ritenuto sede della coscienza. Pertanto il feto è una persona umana avente gli stessi diritti della madre. Né la legge né il singolo ha dunque il diritto di decidere sulla vita della nuova creatura.
Non possono essere accettate le considerazioni sulla mancanza dell'"autonomia vitale" nel feto, considerazioni portate avanti da molti sostenitori dell'aborto. Il motivo è che essa non si dà neppure in altri stadi della vita: lo stesso bambino appena nato muore se abbandonato a sé stesso, vecchi e malati terminali muoiono pure facilmente quando non ricevono attenzione adeguata. L'embrione, fin dal concepimento, deve essere trattato come una persona. Dovrà essere difeso nella sua integrità, curato e guarito, per quanto è possibile, come ogni altro essere umano.
San Tommaso († 1274), il principale teologo cattolico, accolse l'opinione di Aristotele circa lo sviluppo progressivo dell'embrione, attraverso i tre stadi di anima vegetale, animale e razionale, col pieno sviluppo del feto al quarantesimo giorno per il maschio, al novantesimo per la femmina. L'aborto del feto già formato è equiparato a un omicidio, e Tommaso sembra non chiarire la responsabilità per l'aborto del feto non formato. Tuttavia, parlando dell'incarnazione di Cristo, Tommaso afferma che al momento dell'incarnazione Gesù fu potenzialmente già completo, cioè già dotato di anima razionale. Questa evoluzione del pensiero teologico ha portato alla chiara affermazione odierna della personalità dell'embrione fin dal concepimento.
Il Magistero Pontificio e i Documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede
Tra i documenti del magistero, la più antica condanna dell'aborto si trova nel provinciale Concilio di Elvira (attuale Granada), tenutosi in una data non precisabile tra il 300 e il 312.
Paolo VI, nell'enciclica Humanae vitae (1968), afferma tra l'altro che "è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l'interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l'aborto direttamente voluto e procurato".
Successivamente, con l'autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi - che a varie riprese hanno condannato l'aborto e che nella consultazione precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina - Giovanni Paolo II ha dichiarato in Evangelium Vitae che "l'aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente".
Documenti specifici della Congregazione per la Dottrina della Fede:
- Dichiarazione Quaestio de abortu (1974): Pubblicata il 18 novembre 1974, è dedicata interamente all'argomento e chiarisce che il peccato di aborto si ha dall'inizio del concepimento.
- Istruzione Donum vitae (1987): Del 22 febbraio 1987, non aggiunge nulla di nuovo all'insegnamento del magistero, ma tratta anche di alcune biotecnologie di fatto abortive, come sperimentazioni embrionali, fecondazione assistita e (potenzialmente) diagnosi prenatale (che può concludersi con IVG nel caso di "tare genetiche").
A questi si aggiungono documenti e messaggi delle singole conferenze episcopali, come quelli opera della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e i pronunciamenti dei vescovi generali della CEI.
Il Codice di Diritto Canonico del 1917, promulgato da Benedetto XV, impone la scomunica latae sententiae, senza distinzione di giorni dal concepimento. Questo è riaffermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) sull'aborto:Il Catechismo tratta dell'aborto all'interno della trattazione del quinto comandamento, "non uccidere".
- 2270: La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l'essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita.
- 2271: Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato e rimane invariabile. L'aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale: "Non uccidere il bimbo con l'aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita" (Didaché); "Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo degno dell'uomo. La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura".
- 2272: La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. "Chi procura l'aborto, se ne consegue l'effetto, incorre nella scomunica latae sententiae" (CDC, can. 1398) "per il fatto stesso d'aver commesso il delitto" (CDC, can. 1314) e alle condizioni previste dal diritto. La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della misericordia, ma sottolineare la gravità del gesto.
- 2273: Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano innocente rappresenta un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione. "I diritti inalienabili della persona dovranno essere riconosciuti e rispettati da parte della società civile e dell'autorità politica; tali diritti dell'uomo non dipendono né dai singoli individui, né dai genitori e neppure rappresentano una concessione della società e dello Stato: appartengono alla natura umana e sono inerenti alla persona in forza dell'atto creativo da cui ha preso origine. Tra questi diritti fondamentali bisogna, a questo proposito, ricordare: il diritto alla vita e all'integrità fisica di ogni essere umano dal concepimento alla morte" (Donum vitae). "Nel momento in cui una legge positiva priva una categoria di esseri umani della protezione che la legislazione civile deve loro accordare, lo Stato viene a negare l'uguaglianza di tutti davanti alla legge. Quando lo Stato non pone la sua forza al servizio dei diritti di ciascun cittadino, e in particolare di chi è più debole, vengono minati i fondamenti stessi di uno Stato di diritto".
- 2274: L'embrione, poiché fin dal concepimento deve essere trattato come una persona, dovrà essere difeso nella sua integrità, curato e guarito, per quanto è possibile, come ogni altro essere umano. La diagnosi prenatale è moralmente lecita, se "rispetta la vita e l'integrità dell'embrione e del feto umano ed è orientata alla sua salvaguardia o alla sua guarigione individuale".
- 2275: "Si devono ritenere leciti gli interventi sull'embrione umano a patto che rispettino la vita e l'integrità dell'embrione, non comportino per lui rischi sproporzionati, ma siano finalizzati alla sua guarigione, al miglioramento delle sue condizioni di salute o alla sua sopravvivenza individuale" (ibidem). "È immorale produrre embrioni umani destinati a essere sfruttati come "materiale biologico" disponibile" (ibidem). "Alcuni tentativi d'intervento sul patrimonio cromosomico o genetico non sono terapeutici, ma mirano alla produzione di esseri umani selezionati secondo il sesso o altre qualità prestabilite".
La Legalizzazione dell'Aborto in Italia e le Questioni Bioetiche Correlate
L'Italia ha legalizzato l'aborto nel 1978 con la legge 194/1978. Tale legge inizia affermando che lo stato garantisce il diritto alla vita. Tuttavia, l'aborto è permesso a discrezione della donna nei primi 90 giorni di gestazione; tra il quarto e quinto mese è possibile abortire solo per motivi di natura terapeutica. Il mondo cattolico, insieme ad altri settori della società, ha promosso referendum per abrogare la legge sull'aborto o per renderla più restrittiva. Questo perché una legge civile non può mai essere moralmente neutrale sull'aborto; quando autorizza una pratica intrinsecamente malvagia, essa non può che essere un "toccana dell'immoralità" (EV 70). Non si tratta solo di una questione giuridica, ma di una valutazione morale implicata in ogni legge che tocca il diritto fondamentale alla vita.
Negli ultimi anni è particolarmente discusso il rapporto tra aborto (spontaneo e indotto) e cancro al seno (ipotesi ABC, "Abortion Breast Cancer"). Da un lato, diversi studi hanno riscontrato una predisposizione a questo tumore delle donne con un passato di aborto, d'altro lato altri studi, e i pronunciamenti ufficiali di enti medici, hanno rifiutato tale correlazione. Il principale ente sanitario mondiale, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO), aveva pubblicato online una breve linea-guida ("fact-sheet") nella quale concludeva che "gli studi non mostrano un effetto consistente dell'aborto indotto al primo trimestre sul rischio di cancro al seno nel resto della vita". Il documento è stato disponibile tra il 2004 e maggio 2011, quando è stato rimosso, senza che sul sito sia disponibile un altro fact-sheet sull'aborto. I meccanismi biologici di tale ipotetico rischio non sono chiari ma complessivamente intuibili: al momento non c'è una posizione medica univoca riconosciuta a livello globale.

La "Cultura della Morte" e l'Appello della Chiesa per la Vita
La Chiesa, attraverso il Magistero, denuncia quella che definisce la "cultura della morte", un insieme di fattori sociali, politici e culturali che minano il rispetto per la vita umana. Questa cultura trasforma un "delitto" in un "diritto" (EV 11), contraddicendo l'esigenza etica fondamentale di riconoscere e proteggere il diritto alla vita in tutti, senza alcuna discriminazione. Si tratta di una violazione delle leggi della logica e di un approccio irrazionale, in contrasto con la dignità della persona.
La contraddizione insita nella "cultura della morte" si manifesta quando si invoca il diritto alla scelta per un atto che distrugge la vita di un essere umano innocente. Si cerca di spacciare per certe teorie prive di fondamento che negano la piena umanità dell'embrione o il suo diritto inalienabile alla vita. L'aborto è una pratica che può essere ricondotta al principio generale "bonum faciendum, malum vitandum" (il bene va fatto, il male va evitato). Per la Chiesa, l'aborto è intrinsecamente immorale e non si può collaborare alla sua applicazione.
La Chiesa è consapevole delle acute e laceranti angustie vissute da molte donne che hanno abortito. In un contesto dove si addensano fitte nebbie di errori e confusioni socialmente diffusi, la Chiesa offre un messaggio di speranza e riconciliazione. Alle donne che hanno abortito, il Magistero, in particolare con Evangelium Vitae, si rivolge con parole di comprensione: "la ferita non s'è ancora rimarginata" (EV 99). La Chiesa riconosce il peso di una decisione sofferta, forse drammatica, e invita a non abbandonare la speranza. Attraverso il sacramento della Riconciliazione, è possibile trovare la pace e la riconciliazione, anche con il proprio bambino, che ora vive nel Signore. Questo appello alla misericordia e alla vita è la forza trainante della missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, una testimonianza del Vangelo della vita.
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