La Concezione Comportamentista della Mente: Dalla "Scatola Nera" all'Apprendimento Modificabile

Il comportamentismo, noto anche come behaviorismo, è un approccio psicologico sviluppatosi tra l'inizio e la metà del Novecento. Esso si fonda sull'assunto che il comportamento degli organismi sia l'unica unità di analisi scientificamente studiabile della psicologia, in quanto unica istanza psicologica direttamente osservabile. Questa prospettiva, originariamente promossa da John B. Watson, concentra l'attenzione sullo studio del modo in cui le persone apprendono attraverso l'interazione con lo stimolo proveniente dall'ambiente circostante. In altre parole, il modo in cui agiamo, pensiamo e sentiamo è influenzato principalmente dalle circostanze esterne e dalle esperienze che abbiamo vissuto. Tra gli anni ’20 e ’60, la psicologia ridefinì radicalmente il suo oggetto di studio: non più la coscienza coi suoi contenuti privati ed accessibili solo all’introspezione, ma il comportamento umano misurabile e osservabile, per cui il “controllo del comportamento” e la “previsione” erano i suoi nuovi compiti. Il comportamentismo, integrando gli studi di fisiologia e l'ipotesi evoluzionistica, si propone come branca puramente oggettiva e sperimentale delle scienze con la pretesa di offrire la via per raggiungere la spiegazione dei fenomeni psichici, a condizione di abbandonare ogni riferimento a concetti o “entità” non suscettibili di verifica sperimentale, ogni richiamo di tipo introspezionistico o mentalistico, e di cercare spiegazioni solo sui materiali effettivamente osservabili e in linea di principio misurabili.

Le Origini e il Manifesto del Comportamentismo di John B. Watson

Il comportamentismo nasce nel primo decennio del Novecento. Il suo fondatore è considerato l’americano John B. Watson, il quale si formò in un contesto dominato dalla psicologia dell'introspezione e dalla psicoanalisi, che privilegiavano la coscienza, i vissuti interni e l'inconscio. Nel 1913, quando propose con forza una visione della psicologia come scienza naturale, Watson era già uno scienziato affermato, con credenziali impeccabili, e assunse il ruolo di promotore energico e combattivo di questo nuovo approccio proprio in un momento storico in cui la disciplina aveva bisogno di una figura capace di sostenerlo con decisione.

Secondo Watson, la mente umana è una “scatola nera”, il cui funzionamento interno è inconoscibile nonché estremamente soggettivo. Pertanto essa non può essere assunta come oggetto della psicologia. L’interprete più convinto della nuova prospettiva di ricerca è WATSON (1878-1958), fondatore del behaviorismo americano. Nel suo articolo “La psicologia così come la vede il comportamentista” (1913), assegnò alla psicologia il compito di studiare le condizioni che determinano il comportamento, e che egli individuava all’esterno dell’organismo, più che al suo interno, nelle catene causali di “stimoli e risposte” intese come unità minimali del comportamento. L’indagine si limitava a cogliere il semplice dato fenomenico per ricostruire le catene causali, lasciando fuori il mondo simbolico, intenzionale, mentale, per concentrarsi sull’osservabile, sui dati rilevabili. La mente umana è solo un sistema che fornisce risposte a stimoli provenienti dall'ambiente fisico o dall'organismo vivente.

Questa posizione nasce anche dall'influenza della fisiologia e dello studio sugli animali, che mostrava come molte risposte potessero essere spiegate in termini di stimolo-risposta. Le teorie dell'evoluzione di Darwin sostenevano che fra l'uomo e le altre specie animali non vi era una differenza dicotomica per la presenza o meno di un'anima. Studiare la psicologia degli animali poteva voler dire diverse cose; in particolare, se l'oggetto della psicologia è la coscienza, si sarebbe dovuti pervenire a conoscere la natura della coscienza dell'animale. Ciò è verificabile ad esempio considerando l'apprendimento: un ratto addestrato a percorrere un labirinto apprendeva una sequenza di movimenti invece che una nozione su come agire. La tesi di dottorato di Watson e il volume Animal Education offrono evidenze sperimentali sistematiche sull’apprendimento negli animali, contribuendo a fondare un approccio quantitativo e controllato allo studio del comportamento. Watson estende questa logica all'essere umano, sostenendo che anche emozioni, abitudini e tratti di personalità siano il risultato di apprendimenti costruiti nell'interazione con l'ambiente.

Ritratto di John B. Watson

I punti centrali del Manifesto del comportamentismo (1913) possono essere riassunti così: la psicologia come scienza naturale deve studiare l'essere umano con lo stesso rigore con cui la biologia studia gli organismi, usando metodi sperimentali e quantitativi. La centralità del comportamento osservabile implica che oggetto della psicologia siano azioni, reazioni, movimenti, secrezioni ghiandolari, tutto ciò che può essere registrato dall'esterno. L'esclusione della coscienza è fondamentale, poiché termini come "coscienza", "mente" o "stati interni" sono considerati non scientifici perché non osservabili direttamente. L'obiettivo principale della psicologia è la predizione e il controllo del comportamento: lo scopo è prevedere come una persona si comporterà in certe condizioni e modificare il comportamento cambiando gli stimoli ambientali.

Il comportamentismo di Watson si fonda su alcuni principi teorici che orientano sia la ricerca sia l'intervento sul comportamento umano. Il rifiuto dell'introspezione significa che i resoconti soggettivi ("come mi sento", "cosa penso") non sono considerati dati scientifici affidabili. La riduzione del mentale al comportamento implica che pensieri ed emozioni vengano interpretati come abitudini di risposta muscolare o ghiandolare, spesso molto fini e difficili da osservare, ma comunque comportamenti. Lo schema stimolo-risposta (S-R) è centrale: ogni comportamento è visto come risposta a uno stimolo; conoscere gli stimoli permette di prevedere le risposte. La centralità del condizionamento indica che l'apprendimento avviene soprattutto tramite associazioni tra stimoli e risposte, che si consolidano con la ripetizione. Watson ipotizza poche emozioni innate (come paura, amore, rabbia) che vengono poi modellate e ampliate dall'esperienza. Questi principi distinguono la posizione di Watson da altri comportamentisti successivi, che introdurranno concetti aggiuntivi, ma restano il nucleo del suo progetto teorico.

Il Condizionamento Classico: L'Eredità di Pavlov e l'Esperimento del Piccolo Albert

Un pilastro fondamentale del comportamentismo è la teoria del condizionamento classico, o pavloviano, che è ancorata allo schema stimolo-risposta. Il fisiologo russo Ivan Pavlov (1849-1936) è il primo autore che ha identificato il meccanismo del condizionamento classico. Egli osservò che, se a uno stimolo S, che normalmente provoca la risposta R, si associa ripetutamente un altro stimolo S2, che normalmente non produrrebbe la risposta R, allora, a seguito della ripetuta associazione, basta che si verifichi S2 affinché segua la risposta R. Ad esempio, Pavlov faceva precedere un suono alla somministrazione del cibo ai cani; con il tempo il cane apprendeva che, dopo il suono, gli sarebbe stato fornito del cibo; a seguito del condizionamento, il suono di per sé generava la salivazione del cane. Questo ha dimostrato che i cani avevano imparato ad associare il suono della campana con il cibo e a reagire allo stesso modo. Questo fenomeno è stato chiamato condizionamento classico.

Il comportamentismo di Watson si basa proprio su questo modello. Egli era influenzato non solo da Pavlov, ma anche dai riflessologi russi come Ivan Michajlovič Sečenov (che aveva affermato che gli atti della vita cosciente e inconscia non sono altro che riflessi) e da Bechterev che era in particolar modo interessato ai riflessi muscolari. Per il comportamentista, la ricerca sul condizionamento era di fondamentale importanza perché tramite questo paradigma poteva essere meglio definito l'ambiente in cui l'organismo agisce, e dove venivano elicitate determinate risposte.

Il condizionamento classico di Pavlov

Uno degli esempi più noti del comportamentismo di Watson è l'esperimento del piccolo Albert, condotto nel 1920 insieme alla collaboratrice Rosalie Rayner. Watson voleva mostrare che anche le emozioni possono essere apprese tramite condizionamento. Adottando il metodo del condizionamento classico e la teoria pavloviana della sostituzione dello stimolo, egli collegò il comportamentismo a una nuova metodologia sperimentale, capace di competere con l’introspezione di Titchener e con la psicoanalisi di Freud.

Il protocollo seguiva questi passaggi: un piccolo ratto bianco era lo stimolo neutro (SN), inizialmente indifferente per Albert, che non mostrava paura. Un forte rumore metallico improvviso era lo stimolo incondizionato (SI), che naturalmente provocava in Albert una reazione di spavento (risposta incondizionata). L'associazione ripetuta avveniva presentando il ratto insieme al rumore, più volte, finché Albert iniziava ad anticipare la paura. Infine, la risposta condizionata (RC) si manifestava: dopo alcune associazioni, la sola vista del ratto (diventato stimolo condizionato) suscitava in Albert una reazione di paura. Per Watson, questo dimostrava che una risposta emotiva può essere costruita artificialmente, sostenendo l'idea che molte paure infantili derivino da apprendimenti e non da predisposizioni misteriose.

Un aspetto centrale dell'esperimento su Albert è la generalizzazione dello stimolo. Dopo il condizionamento, il bambino non mostrava paura solo per il ratto bianco, ma anche per altri stimoli simili. Watson osservò che la reazione di paura si estendeva a: altri animali pelosi, ad esempio conigli o cani di piccola taglia, che condividevano caratteristiche visive con il ratto; oggetti con texture simili, come pellicce o maschere con barba, che evocavano la stessa qualità tattile/visiva. Per Watson, questo fenomeno confermava che l'ambiente non solo crea una risposta emotiva specifica, ma può amplificarla a molte situazioni vicine. In termini teorici, rafforza la sua tesi secondo cui l'individuo può essere profondamente plasmato dalle associazioni che l'ambiente costruisce nel tempo, anche quando non ne è consapevole.

Per Watson fu fondamentale anche lo studio dell'apprendimento nei bambini. Sempre per Watson la paura, l'amore e la rabbia erano le emozioni elementari e vengono definite in base agli stimoli ambientali che le elicitano. Watson riteneva che le leggi che regolano l'apprendimento fossero comuni ai diversi materiali da apprendere, siano essi emozioni o abitudini. Le spiegazioni dei processi psicologici superiori come il pensiero e i suoi rapporti col linguaggio erano un problema più difficile. Per Watson l'acquisizione del linguaggio avviene per condizionamento. Il bambino percepisce un'associazione tra un oggetto e il suo nome e per condizionamento il nome evoca la stessa risposta evocata dall'oggetto. Progressivamente al comportamento motorio delle corde vocali viene a sostituirsi una parte di movimenti per cui la parola viene solo pronunciata sotto voce. Watson riteneva che in questa maniera si venisse a formare il pensiero tramite un insieme di comportamenti motori dell'apparato fonatorio.

Nel secondo e terzo decennio del Novecento, le teorie psicologiche più in voga in America erano quelle di Mc Dougall e Freud ed in particolar modo la prima si caratterizzava per l'importanza attribuita agli istinti ereditari nell'uomo. Watson in un primo tempo accolse questa idea, ma poi optò per una posizione che da un lato non riconosceva l'utilità e la validità psicologica del concetto di istinto, dall'altro negava che l'uomo fosse al momento della nascita dotato di un bagaglio psicologico personale. Nel 1925 Watson affermò quindi che il neonato ha un repertorio di reazioni estremamente limitato, quali riflessi, reazioni posturali, motorie, ghiandolari e muscolari, ed interessano il corpo e non sono sicuramente tratti mentali. Il bambino nasce senza istinto, intelligenza o altre doti innate e sarà solamente l'esperienza successiva a caratterizzare la sua formazione psicologica. Secondo questa posizione l'uomo è totalmente il prodotto delle sue esperienze; vi è da notare che tale posizione è agli antipodi rispetto al libero arbitrio, il quale è completamente "eradicato". Questa è la base del suo ambientalismo radicale, spesso citato con la frase: "se gli venissero dati dodici bambini sani, potrebbe educarli in modo da farne, a scelta, un medico, un avvocato, un artista, un mendicante o un ladro, indipendentemente dalle loro inclinazioni, talenti o caratteristiche ereditarie." Con questa affermazione, Watson vuole sottolineare che l'ambiente è decisivo e che l'ereditarietà è ridimensionata.

Per Watson, una psicologia davvero scientifica deve puntare a prevedere e controllare il comportamento. Predizione significa che conoscere le leggi che collegano stimoli e risposte permette di anticipare come una persona reagirà in condizioni specifiche. Controllo significa che modificando gli stimoli (introducendone di nuovi, eliminandone altri, cambiandone l'intensità) è possibile cambiare le risposte. Per Watson, questo controllo può essere usato per ridurre comportamenti problematici e favorire abitudini più adattive.

Oltre Watson: Il Neo-Comportamentismo e il Condizionamento Operante di B.F. Skinner

L'estremo radicalismo della posizione di Watson non era però accettabile e, dopo questa prima fase di behaviorismo cosiddetto “ingenuo”, negli anni Venti e Trenta le concezioni behavioristiche ricevettero una nuova sistemazione a opera di altri autori. Il cosiddetto “neocomportamentismo”, già in sviluppo dagli anni ‘30, attua una parziale revisione delle idee ispiratrici di Watson, attribuendo alla mente umana un ruolo più attivo nell’esplorazione dell’ambiente e nell’elaborazione delle conoscenze. Gran parte delle teorie dell'apprendimento elaborate fra il 1920 e il 1960 è riconducibile al comportamentismo.

Tra i principali autori che apportano delle novità alle classiche teorie comportamentiste possiamo annoverare B.F. Skinner (1904-1990), il quale introduce la teoria del “condizionamento operante”. Skinner fu probabilmente il più grande esponente storico del comportamentismo. Egli distingue il comportamento “rispondente”, frutto di riflessi innati, da quello “operante”, non emesso spontaneamente dall’organismo. Il comportamento rispondente è frutto di riflessi innati o condizionati con un meccanismo pavloviano ed evocato dagli stimoli appropriati (elicitato) indipendentemente dalla volontà del soggetto. Il comportamento operante, invece, frutto di condizionamento operante, si crea per associazione tra stimolo e risposta, e non tra due stimoli, ed è “emesso” spontaneamente dall'organismo. Questo secondo tipo di comportamento può essere determinato dalla possibilità di ricevere una ricompensa.

Skinner con i testi "The Behaviour of Organisms" del 1938 e "Science and Human Behaviour" del 1953, pose le basi per la scoperta delle leggi e dei più importanti paradigmi della materia, dando origine ad un modo nuovo di concepirne le cause e consentendo così di allargare in modo significativo le possibilità di influire sui comportamenti osservabili. Il suo grande merito è, infatti, quello di avere scoperto che i comportamenti umani sono prevedibili e controllabili attraverso un'opportuna gestione di due classi di stimoli dell'ambiente fisico: gli stimoli “antecedenti” che l'organismo riceve prima di attuare un comportamento e gli stimoli “conseguenti” che l'organismo riceve immediatamente dopo che il comportamento è stato posto in essere.

Schema del Condizionamento Operante nella Skinner Box

Il condizionamento operante introdotto da Skinner consiste nel fatto che i comportamenti possono essere modellati a seguito di particolari eventi gratificanti così da rivelarsi uno strumento potente di apprendimento. Burrhus Skinner è interessato all'osservazione del comportamento e alla sua relazione con le contingenze di rinforzo, cioè delle occasioni in cui ad una determinata risposta ha fatto seguito una ricompensa. Skinner studia il comportamento di ratti e piccioni immessi in una gabbietta, queste ultime prenderanno il nome di "skinner-box". Fra le varie risposte che l'animale può dare ne è scelta una (ad esempio, la pressione di una leva) di maniera che ad essa faccia seguito uno stimolo rinforzante (ad esempio un granello di cibo). Questo paradigma è detto condizionamento operante (o strumentale o skinneriano). Ad esempio (nella “gabbia di SKINNER”) il comportamento dell’animale che, in modo casuale scopre il modo per ottenere il cibo viene, come si dice, “rinforzato” e tende a consolidarsi, rendendo più agevole la scoperta del cibo nelle successive analoghe occasioni.

Questo paradigma è diventato uno schema fondamentale in psicologia e fisiologia per studiare anche altre variabili, ma è diventato una chiave di volta per spiegare apprendimenti complessi che apparivano inesplicabili sulla base del condizionamento classico. Quest'ultimo infatti si fondava sull'esistenza di reazioni incondizionate e sulla formazione di condizionamenti di second'ordine e quindi di ordine successivo. È chiaro invece che il condizionamento operante si applica a qualsiasi tipo di risposta perché ciascuno di essi può essere seguito da rinforzo.

Sebbene Hull credesse nell'utilità della teoria, Skinner vi fu invece in linea di principio contrario. Ciò nonostante risulta semplicistico non considerare l'operato di Skinner per quanto concerne i cosiddetti "eventi privati". Lo scienziato, infatti, considera che le risposte osservabili (comportamenti manifesti o "risposte pubbliche") non siano le uniche da analizzare, fu il primo in questa linea. Skinner introduce l'idea secondo la quale le risposte "private" (o "covered"), tali come il pensiero e le auto-verbalizzazioni, seguono le stesse leggi che regolano il comportamento manifesto. Vi è, essenzialmente, continuità tra risposte pubbliche e private: ciò è dimostrabile attraverso l'osservazione della discriminazione stimolativa. Una risposta verbale vocale di tipo privato (pensiero) può fungere da stimolo discriminativo per una risposta motoria manifesta (es.: penso "Ho le mani sporche" e dopo mi accingo a lavarle).

Un notevole apporto teorico fu fornito da C. Hull - che formulò una serie di postulati la cui dimostrazione deve stare alla base dello studio del comportamento - e dai suoi collaboratori della scuola di Yale, in particolare da K. W. Spence, che pose l'accento sulla necessità di studiare le “variabili intervenienti” poste tra stimolo e risposta, “nascoste nel sistema nervoso dell'organismo”, “costrutti ipotetici” che possiamo dedurre dal comportamento in presenza di determinati stimoli.

Le Mappe Cognitive di Edward Tolman e la "Molarità" del Comportamento

L'opera di Tolman rappresenta uno dei tanti casi anomali, in un certo senso divergenti, all'interno della scuola comportamentista. Seppure in una posizione distaccata rispetto agli altri behavioristi, da cui fu spesso accusato di “mentalismo”, Edward Tolman si occupa di indagare ancora più approfonditamente la relazione tra comportamentismo e apprendimento. Egli introduce la mappa concettuale nel comportamentismo, ossia una rappresentazione mentale della meta e dello spazio da attraversare per raggiungerla.

Per Tolman il comportamento deve essere molare e non molecolare, non deve limitarsi alle singole risposte muscolari o ghiandolari. Tiene conto dello scopo e alcuni processi intervenienti tra stimolo e risposta. Tolman riteneva l'esistenza di uno "specifico psicologico" definito dalla sua "molarità" (cioè ulteriormente non scomponibile), evidenziando l'importanza degli scopi e degli obiettivi nel modellare il comportamento umano, suggerendo che il significato e lo scopo delle azioni influenzino il modo in cui vengono apprese e svolte.

Considerando uno studio condotto da Tolman su topi in labirinti, mentre i comportamentisti classici si sarebbero concentrati semplicemente sul comportamento osservabile dei topi nel labirinto, Tolman ha introdotto il concetto di "molarità del comportamento", ossia l'idea che i topi non si limitassero a risolvere il labirinto meccanicamente, ma fossero influenzati dalle loro aspettative e dai loro scopi. Tolman ha dimostrato che i topi sembravano avere una mappa mentale del labirinto e tendevano a raggiungere il loro obiettivo più velocemente quando erano motivati da una ricompensa.

Diagramma della Mappa Cognitiva di Tolman

L'Influenza dell'Ambiente Storico-Culturale: Lev Vygotskij

Infine Lev Vygotskij (1896-1934) si concentra sull’interazione dell’individuo con l’ambiente storico e culturale in cui vive, sebbene si discosti in parte dal comportamentismo classico. Vygotskij si concentrò sulla psicologia dello sviluppo ritenendo fondamentale l’interazione dell’individuo con l’ambiente storico e culturale in cui vive. Il veicolo principale di tale interazione è il “linguaggio”: nei suoi rapporti con la realtà sociale circostante il bambino assimila dapprima il linguaggio, che gli serve da sostegno all’azione, dato che rafforza con la parola l’azione che sta compiendo; solo in seguito il linguaggio viene interiorizzato e diventa pensiero. Si ritiene, così, che le “funzioni interpsichiche”, relative al rapporto tra diversi soggetti, precedono le “funzioni intrapsichiche”, ossia quelle interne alla mente. La "scoperta" delle opere di Jean Piaget, sino allora, per motivi prevalentemente linguistici, pressoché sconosciuto agli studiosi nordamericani, e la conseguente rivalutazione della considerazione evolutiva nello studio del comportamento, assieme alla conoscenza del lavoro compiuto tra le due guerre dagli studiosi russi, che, pur senza contatti con il mondo occidentale, si erano mossi in una direzione sotto certi aspetti analoga a quella dei seguaci del behaviorismo, sono stati importanti apporti al cenobehaviorismo.

Il Comportamentismo Radicale e il Cenobehaviorismo: Nuovi Orizzonti

Dopo la fase del neo-behaviorismo, è seguita dopo la seconda guerra mondiale una nuova fase, chiamata da D. E. Berlyne, che ne è uno dei più validi rappresentanti, del “cenobehaviorismo”. Essa è stata contrassegnata da una serie di apporti di diversa natura, che hanno giocato in vario modo da autore ad autore, tanto da render difficile darne un quadro riassuntivo globale. Il behaviorismo radicale riporta un certo equilibrio rispetto al behaviorismo metodologico che si occupava esclusivamente di eventi antecedenti esterni. Esso non insiste sulla verità mediante accordo e può pertanto considerare eventi che si svolgono nel mondo privato entro la pelle. Non definisce questi eventi inosservabili e non li respinge come soggettivi.

Questi apporti possono essere comunque così sintetizzati: la considerazione delle nuove scoperte che venivano realizzate in campo neurofisiologico, e in particolare quelle sull'attività del sistema reticolare e sull'arousal; la “scoperta” delle opere di Jean Piaget, sino allora, per motivi prevalentemente linguistici, pressoché sconosciuto agli studiosi nordamericani, e la conseguente rivalutazione della considerazione evolutiva nello studio del comportamento; la conoscenza del lavoro compiuto tra le due guerre dagli studiosi russi, che, pur senza contatti con il mondo occidentale, si erano mossi in una direzione sotto certi aspetti analoga a quella dei seguaci del behaviorismo.

A tali apporti va aggiunta la profonda influenza che hanno avuto sulla psicologia, soprattutto nordamericana, la cibernetica, la teoria dell'informazione, la teoria statistica della decisione e, più di recente, la linguistica, in particolare l'opera di N. Chomsky (pur essendo il pensiero di questo studioso criticato spesso dai behavioristi per il suo innatismo). Il panorama teorico si è venuto così articolando maggiormente e si è fatto più complesso e, se la collocazione di alcuni autori in questa corrente di pensiero è relativamente agevole, per altri, soprattutto per quelli che hanno reagito al behaviorismo di tipo watsoniano e al neo-behaviorismo di tipo hulliano o skinneriano, rivalutando l'importanza dei processi cognitivi, il problema è più delicato. Così, da un lato vi è l'opera di autori come il citato Berlyne e lo psicologo canadese D. O. Hebb, su cui ha avuto un'influenza predominante la neurofisiologia, vista però non in senso riduzionistico ma funzionale. Dall'altro vi sono stati contributi di varia natura; particolarmente significativa a questo proposito l'opera di G. A. Miller, studioso soprattutto del linguaggio e della teoria dell'informazione, che in collaborazione con uno psicologo matematico, E. Galanter, e uno psiconeurologo, K. H. Pribram, ha dato con Plans and the Structure of Behavior (Metodi e struttura del comportamento) una delle più importanti opere teoriche della psicologia contemporanea, in cui nell'ambito dello studio del comportamento si rivalutano i processi cognitivi e si rifiuta una concezione dell'uomo semplicistica in puri termini stimolo-risposta.

Rappresentazione del cervello con indicazione delle aree attivate durante l'apprendimento

Oltre la Psicologia: Applicazioni e Interdisciplinarità del Comportamentismo

Il comportamentismo ha trovato una vasta gamma di applicazioni pratiche in diversi campi, estendendo la sua influenza ben oltre la psicologia pura e aprendo nuove prospettive interdisciplinari.

Come teoria filosofica, il behaviorismo ha rappresentato, soprattutto nell'opera di G. Ryle, la negazione della teoria cartesiana delle due sostanze separate, quella corporea e quella spirituale. Secondo Ryle, le asserzioni relative a fatti o attività “spirituali”, considerati come indipendenti e concomitanti rispetto a fatti o attività materiali, non hanno ragion d'essere, perché non aggiungono né tolgono nulla alla descrizione degli eventi materiali di cui sarebbero l'aspetto “interno”. Il behaviorismo filosofico vuol essere dunque la confutazione di ogni metafisica che ammetta sostanze spirituali, o un'attività spirituale separata da quella materiale osservabile.

Il comportamentismo o behaviorismo sociale, sorge come rivale del formalismo, nel periodo (1890-1910) in cui la sociologia inizia il suo processo di professionalizzazione e di istituzionalizzazione. Il behaviorismo dà anzitutto una nuova definizione dell'oggetto della sociologia, rifiutando quella formalistica che concepiva tale scienza come studio di forme sociali a priori: oggetto della sociologia diviene il comportamento dell'individuo. In secondo luogo, il behaviorismo cerca di formulare nuovi metodi empirici di studio sociologico, ponendo una forte esigenza di controllo e misurazione dei fatti sociali e tentando in tal modo di qualificare la sociologia come scienza empirica. Lo studio del comportamento viene condotto con una costante sottolineatura del fattore esperienza e dei fattori ambientali: l'obiettivo principale è di mettere in luce la regolarità con cui in determinate circostanze gli individui reagiscono. Il behaviorismo si sviluppa nella storia della sociologia in una serie di forme strettamente equivalenti, ma distinte e parallele. Un primo ramo del behaviorismo, in ordine di tempo, è quello che è stato definito comportamentismo pluralista, del quale si può considerare iniziatore G. Tarde: qui i dogmi, i sentimenti, le leggi, i costumi sono studiati con un metodo storico e statistico, che isola le ripetizioni dei fenomeni e li spiega. Un secondo ramo del behaviorismo è quello cosiddetto dell'interazionismo simbolico, nel quale possono essere fatti rientrare autori come Cooley, Thomas, Znaniecki, G. H. Mead: questa scuola, in parte influenzata dal pragmatismo, pone come proprio problema principale quello della personalità e del rapporto fra personalità e struttura sociale, facendo largo uso di dati raccolti da storie di casi specifici.

La teoria behavioristica tende a far rientrare i fenomeni economici tra i fenomeni del comportamento. Questa tesi è sostenuta da Wesley C. Mitchell il quale auspica che l'economia cessi di essere un sistema di logica pecuniaria, uno studio fondato su “equilibri statici”, per acquisire, invece, maggior rapporto con la realtà, nell'ambito, appunto, dello studio del comportamento. Il behaviorismo (o behavioral economics) si contrappone all'ipotesi neoclassica secondo cui le scelte degli individui risultano pienamente razionali nel senso che, da un lato sono note tutte le alternative possibili, dall'altro si è in grado di scegliere quella che dà luogo alla massima utilità. Tale ipotesi sul comportamento degli individui viene criticata dai behavioristi con diverse motivazioni: una delle principali viene riassunta nel principio di razionalità limitata enunciato da H. Simon; altre motivazioni teoriche d'invalidità dell'ipotesi neoclassica sono in genere legate a scarsità informative del soggetto che sceglie. Con riferimento agli studi sull'impresa, i behavioristi contrappongono allo schema neoclassico, elegante da un punto di vista formale ma a volte difficilmente applicabile alla realtà industriale, un approccio di tipo empirico, basato su studi statistici e sull'approfondimento di case studies. In tal senso è famoso il libro di Cyert-March del 1963 intitolato A Behavioural Theory of the Firm.

Dopo le scoperte di Skinner, un numero crescente di ricercatori ha progressivamente messo a punto innumerevoli tecniche per la modificazione dei comportamenti in quasi tutti gli ambiti di applicazione e, a partire dalla metà degli anni settanta, anche in ambito organizzativo e nello specifico campo della Sicurezza sul lavoro, attraverso molte applicazioni concrete ad opera di importanti ricercatori. Attualmente, grazie alla diffusa attivazione di tali metodiche scientifiche in molti contesti applicativi a livello internazionale, in particolare nel nord America, sono disponibili numerosi studi che ne documentano l'efficacia e diversi manuali riportanti strategie e tecniche scientifiche utilizzabili per lo sviluppo di comportamenti di sicurezza in azienda, al fine di ridurre l'influenza della componente legata all'errore umano nella dinamica della maggior parte degli eventi incidentali.

Eredità e Limiti: Confronto con il Cognitivismo e Applicazioni Moderne

La scuola behaviorista sino agli anni Sessanta aveva esercitato un dominio pressoché assoluto sulla psicologia sperimentale, particolarmente statunitense, ma ha perso in seguito la propria centralità; in generale la maggior parte dei ricercatori aderisce ad altre correnti di pensiero, prima tra tutte il cognitivismo. Il comportamentismo di Watson, nella sua forma originaria, può essere considerato una visione parziale del funzionamento psicologico: trascurare completamente pensieri, significati e relazioni interne non rende conto della complessità dell'esperienza umana.

La polemica tra questa impostazione e il behaviorismo è particolarmente vivace e verte soprattutto sulla liceità di studiare i processi “mentali”, negata dai behavioristi, che ritengono che lo studio dello psicologo debba limitarsi al comportamento e che parlare di “mente” sia fare della metafisica e non della scienza. Il cognitivismo è una corrente di pensiero nell'ambito della psicologia che si focalizza sull'analisi dei processi mentali interni, come la percezione, il pensiero, la memoria e il linguaggio, per comprendere il comportamento umano. Questo approccio considera la mente umana come una "scatola nera" da esaminare, concentrandosi su ciò che accade all'interno della mente per influenzare il modo in cui le persone interpretano e interagiscono con il mondo che le circonda. Al contrario del comportamentismo, che considerava inattingibili i processi mentali, il cognitivismo afferma che l’oggetto degli studi debba essere non solo il comportamento ma anche, e soprattutto, gli stati e i processi mentali. La ricerca in campo cognitivista, quindi, approfondisce con maggior attenzione argomenti quali la percezione, la memoria, l’attenzione, il ragionamento e il linguaggio, attraverso anche l’utilizzo di molti nuovi strumenti, in primo luogo i “diagrammi di flusso”.

Il condizionamento classico di Pavlov

Tuttavia, il contributo del comportamentismo resta fondamentale per diversi motivi: ha reso la psicologia più sperimentale, insistendo su misurazione e osservazione, ha spinto la disciplina verso metodi più rigorosi. Ha mostrato il peso dell'apprendimento: l'idea che molte paure, abitudini e comportamenti siano appresi ha aperto la strada a interventi mirati. Ha influenzato la pratica clinica: molte procedure di cambiamento del comportamento derivano, in ultima analisi, dalla sua concezione di condizionamento e di ruolo dell'ambiente. Sebbene sia stato più volte proclamato come paradigma teorico superato, in particolare dal cognitivismo, le scoperte del comportamentismo, come gli studi sul rinforzo e le leggi del condizionamento, restano valide ancora oggi.

Il comportamentismo ha trovato una vasta gamma di applicazioni pratiche in diversi campi. Ecco alcune delle principali aree in cui il comportamentismo è stato applicato con successo:

  • Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT): La terapia comportamentale si concentra sulla modifica del comportamento indesiderato attraverso tecniche come il condizionamento operante e il controllo degli stimoli. Le idee di Watson sul condizionamento delle emozioni hanno contribuito a gettare le basi di molte tecniche usate oggi per lavorare su paure e ansia. Alcuni collegamenti diretti sono l'esposizione graduale (se una paura è stata appresa associando uno stimolo a una risposta di ansia, è possibile ridurla esponendosi allo stimolo in modo controllato, senza che si verifichi l'esito temuto) e la desensibilizzazione emotiva (ripetere l'incontro con uno stimolo temuto in condizioni di sicurezza può indebolire l'associazione tra stimolo e paura). L'idea di fondo è che, se le emozioni possono essere condizionate, possono anche essere ricondizionate.
  • Educazione: L'uso di rinforzi positivi e strategie di modifica del comportamento è ampiamente applicato in aule di tutto il mondo per incoraggiare il comportamento desiderato e gestire comportamenti problematici.
  • Organizzazioni e Management: Il rinforzo positivo è spesso utilizzato come strategia per motivare i dipendenti e migliorare le prestazioni sul posto di lavoro.
  • Pubblicità e Marketing: Nel mondo del business, le aziende cercano di associare il loro marchio a esperienze positive o desiderabili per i consumatori, al fine di influenzare le loro scelte di acquisto.
  • Modifica del Comportamento Applicata (ABA): Il comportamentismo viene utilizzato per aiutare le persone con disturbi dello spettro autistico (ASD) a sviluppare abilità sociali, comunicative e comportamentali. L'ABA si concentra sull’apprendimento di nuovi comportamenti sociali e di adattamento attraverso l’uso di tecniche comportamentali.

Comprendere Watson significa quindi capire una radice importante di come oggi pensiamo al rapporto tra esperienza, ambiente e comportamento. Capire il pensiero di Watson ci ricorda una cosa importante: il nostro comportamento non è qualcosa di fisso, ma anche il risultato di esperienze, associazioni, ambienti che ci hanno plasmato nel tempo. Se molte paure, abitudini o modi di reagire si sono appresi, allora in alcuni casi possono anche essere compresi, messi in discussione e, quando serve, cambiati.

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