La Naca e le varianti pugliesi: un viaggio tra etimologia e tradizione

Il termine "culla" nei dialetti pugliesi non è un semplice vocabolo, ma un intreccio profondo di storia, cultura materiale e influenze linguistiche che attraversano millenni. Dalla naca salentina alla navìchele canosina, ogni termine racconta il modo in cui le diverse comunità pugliesi hanno interpretato il primo giaciglio dell'infanzia, legando il dondolio al ritmo della vita quotidiana e alla protezione del neonato.

La Naca: tra pelle di montone e radici greche

In gran parte del Salento, il termine per indicare la culla è naca. Questa parola non è un semplice sinonimo, ma rimanda a un oggetto specifico, profondamente radicato nel passato di queste terre. La naca era originariamente costituita da una pelle di montone (poi sostituita da un panno grossolano) montata su un telaio di legno, a formare un giaciglio incavato. Il tutto era spesso sospeso con corde sul letto matrimoniale; nei modelli più sofisticati, un’ulteriore corda più sottile e penzolante consentiva alla madre di dondolarla comodamente stando a letto o mentre sfaccendava nei paraggi.

L'etimologia della voce è di origine greca: nel greco arcaico e classico, nake designa proprio la pelle di pecora o di capra. Il particolare utilizzo di questo materiale ha determinato il passaggio semantico verso il significato di culla. È interessante notare come lo stesso termine si sia evoluto in altri centri del Salento, assumendo in alcuni casi il significato di grosso ramo che si distende orizzontalmente, o diventando naca-naca (l'altalena) a Maruggio. Vanno dunque respinte etimologie datate che legavano la parola all'ebraico nachat (quies) o al greco nokar (dormitio).

rappresentazione antica di una naca sospesa in una casa contadina

Le variazioni regionali: da Cùnula a Navìchele

Mentre il Salento predilige la naca, procedendo verso nord il panorama cambia drasticamente. Nel Gargano settentrionale, nel Subappennino a nord di Lucera e nel dauno-irpino, la "culla" deriva il suo nome direttamente dal latino CUNULA, diminutivo di cuna. Ad esempio, a Sant'Agata di Puglia troviamo la forma cònnela.

Più a nord, nell'area canosina, la tradizione linguistica conserva il termine navìchele. Si tratta di una culla di legno a forma di navicella. L'etimologia latina, navicula, descrive perfettamente questa forma a barca che, come dimostrano le fonti storiche, era utilizzata sin dall'antica Grecia e dall'antica Roma per dondolare i bambini. Il lìknon (cesto a navicella) compare già nell'Iliade di Omero e trova rappresentazione nei vasi attici, legando indissolubilmente l'infanzia alla simbologia della navigazione e del moto ondoso.

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Il dondolio e la ninna nanna

Il concetto di cullare è intrinsecamente legato a quello di movimento e, talvolta, di fatica. Il verbo scotulare (scuotere) è spesso associato all'atto di far oscillare la naca. Alcuni studiosi propongono un'etimologia basata sul latino cùtulum (strumento per scuotere, da quàtere), che si collega anche a termini come cutulizzu (usato a Nardò per descrivere la scossa di un terremoto) o al leccese cutullare (ancheggiare).

La cultura popolare ha trasformato questo dondolio in un rituale sonoro tramite le ninnenanne. Le espressioni propiziatorie per indurre il sonno, come alavò, vovò o ninnellu, accompagnano da secoli il riposo dei bambini pugliesi. Un canto di autocommiserazione riportato da Ernesto De Martino in "Sud e magia" recita: "La naca ca m’aveva nachè / era de ferre e non se tuculeva" (La culla che mi doveva cullare era di ferro e non dondolava), sottolineando come la qualità del giaciglio fosse spesso specchio delle condizioni sociali della famiglia.

La divisione linguistica della Puglia

Per comprendere perché il termine cambi passando da una provincia all'altra, occorre guardare alla complessa stratificazione dialettale regionale. Il tratto principale che separa i gruppi italoromanzi pugliesi è il trattamento delle vocali atone. Nei dialetti alto-meridionali (come il dauno), le vocali post-toniche subiscono il noto mutamento in /ə/ (scevà), mentre questo non accade nel gruppo salentino, che si avvicina maggiormente agli idiomi meridionali estremi.

Questa distinzione si riflette anche nella morfologia e nella fonetica:

  • Zona centro-settentrionale: Caratterizzata da metafonia e, spesso, dalla presenza di vocali "indistinte". Qui la culla è la cònnela.
  • Zona salentina: Conserva una maggiore fedeltà alle vocali originali e presenta fenomeni fonetici differenti, come il rafforzamento fonosintattico. Qui la culla resta, quasi ovunque, la naca.

mappa dialettale della regione Puglia evidenziante la soglia messapica

Oltre la lingua: il valore simbolico della culla

Il termine latino cunabula non indicava solo il mobile fisico, ma anche il luogo nativo, la prima dimora, assumendo un valore figurato potente, come quando si parla della "culla della civiltà". Questa eredità è giunta fino a noi non solo nel linguaggio, ma nelle reliquie sacre. La sacra culla del Bambino Gesù, custodita nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, ne è l'esempio più alto. Le ricognizioni archeologiche hanno confermato che si tratta di un oggetto in legno di acero risalente a duemila anni fa, la cui forma a navicella richiama proprio quella navicula che ancora oggi, nel dialetto di Canosa, definisce il primo, sacro rifugio del neonato.

La persistenza di queste radici dimostra come il dialetto non sia una lingua "morta" o destinata a scomparire, ma una struttura viva che modella ancora oggi il nostro modo di descrivere il mondo, dalle piccole faccende domestiche alle cerimonie che toccano il sacro. Che si chiami naca, cònnela o navìchele, la culla resta, in tutta la Puglia, il simbolo primordiale dell'abbraccio materno e dell'inizio del viaggio umano.

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