Qualche anno fa, girellando nei dintorni di Granada, udii cantare una popolana che addormentava il suo bambino. Così racconta Federico García Lorca all’inizio di un, almeno per me, interessantissimo libretto che si intitola Sulle ninne nanne. La pubblicazione, che ho scoperto grazie alla segnalazione di Concita De Gregorio nel suo struggente Una madre lo sa è in realtà la trascrizione di una conferenza tenuta dal grande poeta andaluso alla fine degli anni Venti del secolo scorso (o all’inizio dei ’30, non ne sono sicura) sul tema delle ninne nanne nella tradizione popolare spagnola. Peregrinando per la Spagna con un orecchio teso verso i canti delle mamme e delle balie, García Lorca scopre una verità che mi pare applicabile alla lettera anche alle nenie per bambini che si cantano in Italia, e che ho sempre trovato un po’ angosciante e in qualche modo incomprensibile: le canzoni e le filastrocche che dovrebbero accompagnare i bimbi tra le braccia di Morfeo sono piene di immagini inquietanti, oscure e spaventose.

Se in Spagna pretendono di rilassare i bambini con le storie di gitane malvagie, tori furiosi e mostri dalle sembianze indefinite, le mamme italiane cercano da decenni di far scivolare nel sonno i propri figli minacciandoli di abbandonarli tra le grinfie di orride befane, lupi cattivissimi e uomini neri (perché poi non sono mai bianchi, questi crudeli spaventa-bambini?). Oppure cercano di conciliare il sonno raccontando di ciotole vuote e di mense reali dove scarseggia perfino l’insalata. E non finisce mica qui. Basta una ricerca sommaria per scoprire, nell’ordine, cagne che rubano la pappa per portarla ai propri cuccioli (l’ossessione italica per il cibo, evidentemente, viene fuori anche qui), bambini costretti ad assopirsi perché passi loro “la bua”, piccoli mutanti con stelle al posto degli occhi e strane vecchie che si stagliano tremolanti sulle culle mentre i piccoli fanno la nanna. La tradizione napoletana, che pure conosco appena, invoca addirittura la Vergine Maria perché prenda con sé il bambino (se per poi restituirlo alla legittima madre, questo non è chiaro) e, soprattutto, ci regala l’intramontabile classico del lupo che mangia la povera pecorella - quanto la cultura popolare del lupo cattivo avrà influito sul destino, quello sì crudele, che sta piombando addosso a questi splendidi predatori?
Il top, per me, resta comunque la commovente Ninna nanna di Angelo Branduardi, mutuata da una ballata scozzese del Sedicesimo secolo (Mary Hamilton, celebre nella delicatissima versione di Joan Baez) che racconta di una serva costretta ad abbandonare il suo bambino nato da una relazione illecita con il re di Scozia. Nel brano, la culla con il piccolo addormentato viene affidata al mare, e sua madre piange fino all’alba per il dolore della perdita (nella versione originale, perché nel testo di Branduardi il rimpianto materno non è così esplicito). Roba da far impallidire Mosè. Ora, sarà anche vero che, come mi ha fatto notare mio nipote Daniele, i bimbi piccoli non possono comprendere il significato letterale di quello che cantiamo loro, però trovo quanto meno singolare che si cerchi di far dormire i bambini spaventandoli con immagini cupe e storie tristi, spaventose e pure anti ecologiche.
Le Radici Inquiete della Tradizione: Paura, Dolore e Sopravvivenza
Federico García Lorca trova una serie di spiegazioni che forse possono valere anche per la tradizione italiana (ma non so se qualcuno abbia fatto studi in proposito): molte ninne nanne sono state inventate da popolane disgraziate per le quali i figli erano sempre troppi, o troppo precoci, oppure da mogli infelici che cantavano i loro amori fedifraghi ai piccoli avuti dai mariti che detestavano. Quel che è certo, come scrive la De Gregorio nel suo libro, è che addormentare un bambino è talvolta un compito estenuante. Può essere un’esperienza tanto frustrante quanto catartica, aggiungo io. Questi canti tramandati di generazione in generazione, che associamo ad un momento sereno e roseo, come la comparsa di un bambino nella vita di una coppia, in realtà nascondono il lato più oscuro della maternità. Simili a lamenti e molto semplici da imparare, erano per le madri un modo per cantare il dolore vissuto a causa del distacco del proprio bimbo dal corpo e del parto.
"Sole con il proprio bimbo tra le braccia le donne si concedevano finalmente di gemere per un evento descritto sempre come roseo e meraviglioso e che invece provoca un dolore fortissimo. Questo bimbo a chi lo do? All'uomo nero forse, ecco che emerge la paura di mettere al mondo il proprio bambino in un mondo crudele, in pasto alla morte" ci spiega la professoressa ordinaria di psicologia e direttrice del master in "Death studies and the end of life" presso l'Università di Padova, Ines Testoni. Il primo elemento caratteristico delle ninne nanne fa riferimento alla sfera psico-sociale. Cosa ci dice il fatto che le ninne nanne siano così simili a lamenti funebri? Con le lamentazioni funebri le ninne nanne condividono la semplicità che le ha rese facilmente riproducibili e popolari. Questa somiglianza nasconde degli impliciti, ossia che la gravidanza e il parto possano essere intese come un lutto o una perdita, anziché come eventi lieti e occasioni di estrema gioia.
Bisogna intendere il parto dal punto di vista della dimensione intrapsichica materna, la quale fa i conti con la gravidanza, che è moltiplicazione all'interno e il parto, che è la divisione fuori. La moltiplicazione interna è definibile come un attaccamento intimo e radicale tra la mamma e il feto, che li porta ad avere ritmi circadiani e biologici simili e induce la donna a comprendere lo stato del bambino in base alle sue propriocezioni. Si tratta di un attaccamento che mai si proverà allo stesso modo nella vita, perché la madre da quel momento in poi non sarà mai più attaccata al suo bambino come quando era nel grembo materno. Capiamo dunque che il parto implica una divisione, una perdita di unità. Si tratta di un evento traumatico, ed è una violenza di tipo ostetrico trattare la madre come un'eroina che deve subire in silenzio, quando sta vivendo una sofferenza fisica devastante e questo distacco con il figlio.
Anche per il bambino è così traumatico il parto? Certo, Otto Rank parlava della nascita come di un trauma mortale e Melania Klein sottolinea come il pianto apparentemente inspiegabile e costante del bimbo non sia altro che la sua percezione della separazione dalla madre, come un trauma mortale. Dopo essere stato al sicuro nel grembo materno, nulla riesce a compensare i suoi bisogni come accadeva in quel luogo e il bimbo tra i forti stimoli del mondo si sente costantemente minacciato e dunque è terrorizzato. Ecco che intervengono le ninne nanne per porre freno a quel terrore… Esatto, la madre che ha vissuto il trauma del parto e della divisione dal suo bambino, che lo sente costantemente piangere per il terrore viene anche lasciata sola. Si pensa che le madri debbano subito essere pronte a reagire, il bimbo viene immediatamente posto loro sul petto perché lo allattino e loro si trovano con un esserino fragilissimo tra le braccia che grida per il terrore. In questo contesto fatto di dolore e solitudine si innesta quel lamento che è la ninna nanna. La donna si sente finalmente autorizzata a gemere, proprio per questo le ninne nanne non hanno il ritmo allegro tipico delle canzonette, perché non riuscirebbero a tirare fuori il vissuto materno.
Le ninne nanne raccontano solo questo dolore delle mamme? No, qui subentra l'aspetto archetipico culturale e quello psico-sociale che caratterizza le donne. Noi abbiamo la fortuna di aver vissuto in Occidente dagli anni Cinquanta in una società che ha saputo costruire relazioni di pace, ma abbiamo ereditato queste ninne nanne, simili a lamentazioni funebri, da donne che mettevano al mondo i figli mentre il compagno era in guerra e non sapevano se sarebbe sopravvissuto o no. Si tratta di madri che consolano il proprio bambino e pensano all'amato al fronte, di cui possiamo solo immaginare il sentimento di solitudine e paura nel lasciare il proprio bimbo a un mondo crudele fatto di morte e violenza. Non a caso una delle ninne nanne più famose canta "questo bimbo a chi lo do?" Esatto, "ninna nanna, ninna oh questo bimbo a chi lo do?" è da intendere come un interrogativo sulla persona a cui questo bimbo verrà affidato se il padre muore in guerra e la madre anche per esempio si ammala. La prima risposta è "lo darò all'uomo nero" che altro non è se non la morte. Il bimbo verrà lasciato tra le grinfie di un mondo malsano e violento.

Con che spirito le mamme di oggi cantano le ninne nanne? Da un lato diversamente, infatti anche il ritmo è molto diverso e meno funebre, almeno per le mamme che vivono in un contesto pacifico, tuttavia in quelle parole ancora oggi vive il dolore della separazione del parto e della solitudine in cui riversano moltissime puerpere. Una mamma, soprattutto se primipara, non può essere lasciata sola con il suo bambino, è una violenza inaudita. Per ovviare a questa solitudine, infatti, oggi esistono le doule della nascita, figura che si prende interamente carico della triade, mamma, partner e bambino, per aiutare la donna a riprendersi dal parto e tutta la famiglia a trovare un nuovo equilibrio.
Il Linguaggio Universale del Suono: Ritmo, Vibrazione e Connessione Emotiva
I bimbi piccoli sono disposti a tutto pur di evitare la separazione dalla madre e per ristabilire il contatto fisico: urlano, scalciano, si aggrappano e piangono. Il pianto provoca l’empatia dell’adulto, innesca emozioni, sollecita una risposta. Per l’antropologo Dean Falk la comunicazione vocale attraverso la ninna nanna risale probabilmente a molto prima che venisse in uso il marsupio, più di un milione e mezzo di anni fa. Le madri preistoriche, infatti, quando dovevano occuparsi delle faccende quotidiane, mettevano a terra i loro neonati. Questi sicuramente avranno protestato piangendo e lamentandosi, non gradendo di essere separati, anche se momentaneamente, dalle loro mamme. È probabile che le madri «[…] abbiano iniziato a mantenere il contatto con i figli vocalmente. La voce rasserenante avrà ogni tanto sostituito il conforto dell’abbraccio, mentre la madre altrimenti occupata conciliava il sonno del bimbo, assicurandolo della sua presenza».
Le ninne nanne sono canzoni speciali, si riconoscono anche se cantate in una lingua non familiare. Attraverso il ritmo uniforme, la regolarità e la ripetizione delle parole, la semplicità della struttura musicale, l’andamento lento della melodia, aiutano i bambini a crearsi dei modelli e a controllare le emozioni. E se assieme al canto, una mamma addormenta i propri piccoli cullandoli, il movimento dondolante, stimolando il sistema vestibolare del bimbo, aumenta l’attenzione, contribuisce allo sviluppo dell’equilibrio, soddisfa il suo bisogno di movimento. Le madri tendono ad attirare l’attenzione del loro bambino cantando più velocemente all’inizio; poi rallentano l’esecuzione per mantenere alta quell’attenzione.
In passato, nella famiglia patriarcale, il canto della ninna nanna spettava alle donne della famiglia, non solamente alla mamma. Tra i vari rituali dell’addormentamento dunque, la ninna nanna dovrebbe occupare un posto privilegiato. Una mamma che si appresta a cantare per il suo bambino può disporre di un ricco repertorio che appartiene alla tradizione infantile italiana e straniera. In commercio si trovano diversi libri, piacevolmente illustrati e corredati di CD. Non serve essere brave cantanti e in ogni caso la voce della mamma è sicuramente più gradita ai bimbi e da preferire, perché portatrice di emozioni vere. Da sempre le ninne nanne, come tutta la cultura musicale popolare, si sono prestate a essere cambiate, mescolate tra loro, modificate nel testo o nel profilo melodico. Ogni mamma può dunque inventare una ninna nanna per il suo piccolino. Oppure, può cambiarne una che conosce, adattandola con la propria fantasia al suo mondo.
Un ricordo particolare è legato alla volta in cui il pianto di mio figlio più piccolo è durato per delle ore. Dopo aver cantato tutto il repertorio che conoscevo, averlo cullato e coccolato a lungo, aver inventato rime e vocalizzazioni, non sapendo più cosa fare ho scelto una canzone che piaceva a me e ho iniziato a cantarla, avendo cura di rallentarla molto, di intonarla in una zona un po’ più acuta e di frammentarla con dei silenzi che via via rendevo sempre più lunghi. Il rito delle ninne nanne a casa mia si è protratto per anni.
MUSICA PER CALMARE IL NEONATO CON COLICHE E FARLO DORMIRE - Ninna Nanna Suono Bianco Per Neonati
L'ombra di "Rock-a-bye Baby" e altre Nenie Oscure
La pratica di cantare ninne nanne non è esente da controversie o da un retrogusto di inquietudine. L'idea di dover "reinventare la ruota" per trovare un modo per calmare un bambino urlante, provando persino suoni contemporanei o bagni sonori new-age, può portare a ricerche notturne che si trasformano in "strane piste storiche e maggiore ansia". La strategia iniziale di ricorrere a melodie non convenzionali spesso fallisce, portando a un ritorno automatico alla routine standard. E proprio la "standard bye baby routine" contiene testi che vengono definiti "oggettivamente terrificanti".
La celebre "Rock-a-bye Baby", per esempio, descrive un bambino in una culla sospesa su un albero, dove il vento fa oscillare il tutto. Poi, il proverbiale ramo si spezza, e l'intera struttura precipita al suolo. Questo scenario, per chi ha una professione dedicata alla sicurezza dei bambini come un infermiere pediatrico, può essere motivo di profonda riflessione. Le teorie sulle origini di questo testo spaziano dall'osservazione dei coloni inglesi delle madri native americane che appendevano culle di corteccia di betulla ai rami bassi, al vento che le cullava mentre lavoravano, fino a ipotetiche allegorie politiche sulla caduta della monarchia britannica. Indipendentemente dalla verità storica, la morbosità del testo è innegabile, tanto da spingere alla ricerca di versioni "sanitizzate", persino quelle reinterpretate da cartoni animati, nella disperata ricerca di un genitorialità "salutare".

Tuttavia, la ragione per cui questa specifica canzone funziona, secondo molti professionisti, ha poco a che fare con la sua arcana narrazione. Viene spesso citato il Dr. Harvey Karp e i suoi "cinque S" per calmare un neonato: swaddle (fasciare), side or stomach position (posizione laterale o prona), shush (fare "shhh"), swing (cullare) e suck (succhiare). A questa lista, nel contesto ospedaliero, si aggiunge spesso una sesta "S" non ufficiale: singing (cantare). Si osserva che quando un genitore tiene il bambino contro il petto e canta una melodia lenta e ripetitiva, i parametri vitali del bambino (frequenza cardiaca, respirazione) migliorano visibilmente. Il ritmo di una ninna nanna tradizionale mima il battito cardiaco adulto a riposo. Non è necessaria una bella voce; ciò che conta è il tempo lento e la vibrazione delle corde vocali, non la poesia del diciottesimo secolo.
Il testo della ninna nanna, anche quando macabro, offre un punto di partenza per discutere le pratiche storicamente insicure. Le raccomandazioni attuali per il sonno sicuro dei neonati (ABC: Alone, on their back, in a crib - soli, sulla schiena, nella culla) contrastano nettamente con le immagini di culle precarie. L'ambiente di sonno deve essere spoglio, il che rende l'abbigliamento del bambino l'unica variabile controllabile.
Esiste un tipo specifico di pianto che una ninna nanna non può risolvere: quello acuto e frenetico causato dalla dentizione. Durante queste crisi, anche una ninna nanna può essere inefficace. In questi casi, strumenti specifici come succhietti o mordicchietti in silicone morbido, magari raffreddati, diventano essenziali per alleviare il disagio.
È interessante notare come il tema della caduta, presente in "Rock-a-bye Baby", possa essere rielaborato anche in fasi successive dello sviluppo. I bambini, giocando con blocchi o costruzioni, possono ricreare scenari simili, elaborando concetti come "su", "giù", "cadere" e "consolare". Il crollo di una torre di blocchi, ad esempio, può diventare un'opportunità per cantare la parte della caduta, trasformando un potenziale spavento in una tappa dello sviluppo che insegna la gravità e il rapporto causa-effetto.
Il sonno infantile è un bersaglio mobile; adattarsi a nuove fasi, come la dentizione o la paura del buio, richiede flessibilità. Si cantano le canzoni "strane e morbose", si investe in abbigliamento confortevole e in oggetti da mordere. Il pericolo, tuttavia, non risiede nel cantare o cullare, ma nell'addormentarsi tenendo il bambino in braccio su una sedia, o nel lasciarlo dormire incustodito in un'altalena inclinata. Il trasferimento nella culla, su un materasso piatto e rigido, è un passaggio cruciale una volta che il bambino è addormentato. A volte, nonostante tutto, il bambino è semplicemente iperstimolato. Se si perde la finestra di sonno ideale, il corpo rilascia adrenalina, rendendo la ninna nanna un mero sottofondo al suo panico interno.
Il processo di dentizione, intenso e debilitante, può durare da tre a cinque giorni per dente, un periodo di sonno disturbato che si ripete ciclicamente, portando a un ciclo di affaticamento per i genitori. In questi momenti, le ninne nanne, sebbene confortanti, non possono sostituire il sollievo fisico offerto da un mordicchio freddo.
L'Eredità delle Nenie: Dalla Sopravvivenza all'Espressione Emotiva
Nenie che ipnotizzano, ammorbidiscono il clima di una stanza, emanano calore. Formule incantatrici che sanno di contatto, fusione, emozioni, contenimento. Cantilene altalenanti che evocano dondolii ancestrali, misteri antichi. Filastrocche che parlano il linguaggio dell’anima. Sono così le canzoni della culla, accompagnate perlopiù da quel gesto primordiale del cullare, il ninnare appunto. Inquietanti, oscure e minacciose nelle parole, fatte di orchi, lupi e befane cattive, le ninne nanne viaggiano su canali comunicativi diversi dalla parola. Non sono magiche, certo. Secondo alcuni studi le lullabies (in inglese) appartengono alla natura istintiva della maternità. Sono espressioni universali, del tutto simili infatti nelle diverse culture e nel tempo per quanto riguarda toni e modo di cantare.
All’inizio del secolo scorso il poeta spagnolo Federico Garcia Lorca studiando le ninne nanne del suo paese ne ha osservato il carattere poetico ma anche la tristezza che le caratterizza. Secondo il poeta, e oggi molti ricercatori sono concordi con lui, il senso di questo canto in parte è quello di aiutare una madre a dare voce alle preoccupazioni, cantare la propria fatica. Inizialmente i canti della culla infatti somigliavano a lamenti, lagne che esprimevano insoddisfazioni, difficoltà, fatiche legate alle condizioni di femmina, moglie e madre, la dura realtà sociale in cui la donna era costretta a vivere. Il loro testo era una sorta di preghiera rivolta a santi o forze soprannaturali con la richiesta di far addormentare il piccolo, “portarlo via” per far riposare la mamma esausta.
Temi spaventosi, minacciosi si ritrovano in effetti nelle ninne nanne cantate in tutto il mondo. Incisa in una piccola tavoletta di argilla con una scrittura cuneiforme è stata rinvenuta la ninna nanna più antica tra quelle conosciute, scritta quattromila anni fa da uno scriba babilonese. La ninna nanna come momento di canto pubblico ha probabilmente rappresentato nel passato l’occasione di dare voce ai moti più segreti dell’animo femminile, all’ambivalenza del sentimento materno. Lo racconta lo psicoterapeuta Gaetano Persico, cultore di psicofisiologia clinica, nel suo affascinante libro “La ninna nanna. Dall’abbraccio materno alla psicofisiologia della relazione umana”.

La ninna nanna può essere considerata un’estensione della lingua semicantata spontanea ed esclusiva utilizzata per rivolgersi a bambini che ancora non hanno sviluppato il linguaggio. Studi approfonditi indicano che i bambini sono naturalmente musicali e hanno un ottimo senso del ritmo. La capacità di elaborare stimoli musicali diversi e discriminare modelli ritmici è innata. La predisposizione alla percezione musicale (non c’entra con il talento) è presente fin dalla nascita. Alcune ricerche hanno dimostrato che i neonati reagiscono alla musica dissonante con attivazione dei centri dell’aggressività e della paura e già a un giorno di vita sono in grado di rilevare differenze tra ritmi. Il canto è un mezzo potente di connettersi al proprio bambino, di saldare il legame emotivo. Dalla ventiquattresima settimana il feto è in grado di sentire i suoni del mondo esterno, anche se in modo più ovattato e ristretto. Ci sono prove emergenti inoltre che la musica possa giocare un ruolo importante nello sviluppo del bambino. È stata avanzata l’ipotesi che la ninna nanna abbia influenze positive sulla sopravvivenza infantile per la capacità di regolare l’eccitazione e migliorare l’umore del neonato facilitando alimentazione, sonno e crescita. Oltre ad aiutare il rilassamento, i canti della culla svolgono scopi educativi. Cantare ad un bambino è un modo naturale ed efficace per insegnare parole nuove e suoni. Cantiamo dunque le ninne nanne, non importa essere intonate! Un feto inizia ad elaborare i segnali uditivi a circa 25 settimane. Cominciando in gravidanza si ha il vantaggio di insegnare al piccolo motivi che possono essere riutilizzati dopo la nascita.
Ninne Nanne Horror: Un Fenomeno Universale di Paura Velata
Non sono contenta né di svegliarmi né di leggere di notte, ma tra le due e le quattro del mattino succede qualcosa che non riesco a scacciare: leggo notizie che sapevo di non sapere, editoriali, sciocchezze, mi indigno, mi esalto, mi stanco, mi riaddormento. In una di queste notti ho letto qualcosa che non sono più capace di ritrovare: le ninne nanne horror. Le ninne nanne hanno come scopo preciso quello di far addormentare i bambini, di solito i bambini molto piccoli, neonati che stanno in braccio o nella culla e che forse non sono ancora particolarmente interessati alle parole, non le capiscono ancora, a loro basta la voce dolce e ripetitiva della mamma.
Mia madre dice che mi cantava: "Passerotto non andare via", di Claudio Baglioni, era appena uscito il disco. Certo, anche se ci avessi capito qualcosa, non poteva turbarmi lei che lo lascia e però balliamo ancora dai, ma sì è lo stesso. Però non è una ninna nanna horror. In "Sabato pomeriggio" nessuno fa paura a nessuno, nessuno minaccia di morte nessuno. Ho letto invece che una ninna nanna russa, Bayu Bayushki Bayu, parla di un lupo che vuole rapire il bimbo, la ninna nanna giapponese parla della morte senza lacrime della tata, la ninna nanna islandese, Bìum Bìum, parla di una faccia spettrale alla finestra e quella inglese parla di una culla che cade. So che ce ne sono molte altre, che parlano di bambini morti di fame, o che vogliono una mela ma quella mela non esiste. Io conosco una ninna nanna italiana che in effetti è inquietante: "ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo dò, lo darò all’uomo nero che lo tenga un mese intero, lo darò alla Befana che lo tenga una settimana". Non è una bella prospettiva per un neonato andare da solo dall’uomo nero. La mia ninna nanna però finisce così: no no no, lo darò alla sua mamma che gli canti la ninna nana. Dopo una serie di minacce, di prospettive raccapriccianti (perché un bambino innocente dovrebbe andare a rischiare il freddo e il carbone dalla Befana?), dopo un altro po’ di suspense viene deciso che questo bambino viene, per il momento, messo in salvo tra le braccia della sua mamma. Fino alla prossima volta che non dorme?
Ecco, un conto sono le favole: abbiamo stabilito che l’orrore non va edulcorato, che è giusto rappresentare il male e non cambiare il finale di Cappuccetto Rosso. Perché sennò questi bambini cresceranno senza avvertire mai il pericolo, il tragico e nemmeno la possibilità della delusione. Sappiate che le vostre madri possono abbandonarvi nel bosco o trasformarsi in streghe, e che il lupo cattivo esiste e vuole mangiarvi. E’ per il vostro bene, tutto questo male, ma è anche molto divertente.
Invece le ninne nanne perché sono così spaventose? Addormentare un bambino sussurrandogli parole crudeli sembra avere a che fare con la vendetta dei genitori: se non dormi il lupo ti rapisce, lo spettro ti cattura. Con tutto l’amore del mondo, con la voce dolce, ma con una prospettiva horror che, se il neonato la capisse, sarebbe un trauma eterno. E in effetti è inquietante, ma reale, che tutto il bene del mondo stia sempre insieme alla minaccia del mostro. Soprattutto di notte. Meglio Claudio Baglioni. Sussurrate con amore, tramandate da generazioni, le ninne nanne sembrano carezze sonore per addormentare i bambini, ma dietro alcune delle più celebri si celano significati sorprendenti e spesso inquietanti. Non sono semplici melodie, ma frammenti di storia popolare, superstizione e sopravvivenza.
Prendiamo ad esempio “Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do”. Sapevi che originariamente parlava di miseria, abbandono e perfino morte? In alcune versioni antiche, la madre prometteva di dare via il figlio a briganti, streghe o lupi pur di non vederlo morire di fame. Queste nenie erano uno sfogo, un grido silenzioso delle madri dell’epoca, che vivevano in condizioni durissime. Secondo una ricerca dell’Università di Bologna, molte ninne nanne tradizionali italiane fungevano da “sfogatoio psicologico” per le donne, specie in periodi di guerra, povertà e lutti. Non tutte le nenie sono semplicemente poetiche: alcune contengono vere e proprie minacce, avvertimenti o ammonimenti velati. Pensiamo a “Fais dodo, Colas mon p’tit frère” in Francia o “Rock-a-bye Baby” in Inghilterra. Quest’ultima, dolce solo all’apparenza, racconta di una culla che oscilla su un albero e che, al primo vento forte, cade rovinosamente a terra. Fine tragica per una ninna nanna. Ma perché questo tono cupo? Gli antropologi suggeriscono che in molte culture le ninne nanne fossero strumenti per tenere sveglia l’attenzione della madre o per proteggere il bambino con parole “scaramantiche”, come accade in molte culture africane e asiatiche. Le minacce (fittizie) erano un modo per esorcizzare il pericolo reale. Anche la celebre “Lullay, thou little tiny child” inglese affonda le radici in un evento tragico: la strage degli innocenti narrata nei Vangeli, trasformata in canto popolare medievale. Lo sapevi che la più antica ninna nanna conosciuta risale a oltre 4000 anni fa? È scritta in lingua sumera, incisa su una tavoletta di argilla e indirizzata a un bambino troppo piagnucoloso. Il testo? Suona più o meno così: “Basta piangere, altrimenti il demone verrà a prenderti”. Sì, anche i sumeri usavano la paura per far dormire i bambini.