Un Mistero che Canta da Secoli: Il Significato Profondo di "Maramao perché sei morto?"

Poca gente si sofferma a riflettere su quanta storia possa trovarsi in una canzone, e certamente, pochissimi sanno quanta ne racchiuda una melodia apparentemente frivola che si intitola "Maramao perché sei morto?". Tuttavia, questo allegro motivetto, divenuto un classico della canzone italiana, entra nella storia di tre secoli differenti, celando dietro la sua orecchiabilità una trama complessa di origini popolari, satira politica e profonde implicazioni culturali. Non credo possano esistere in Italia persone che non conoscano questa canzone, che ha miagolato in radio dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, ma la sua risonanza va ben oltre una semplice melodia, radicandosi in un passato fatto di lamenti funebri, briganti e gerarchi derisi.

La Nascita di un Classico e il Suo Primo Successo: Un Inizio Radioso nel 1939

Era il 1939 quando un’appena diciottenne Maria Jottini (13 settembre 1921 - 16 luglio 2007), insieme al celebre Trio Lescano, vinsero la prima Gara nazionale per gli artisti della canzone indetta dall’Eiar (L'Ente italiano per le audizioni radiofoniche), portando così al successo il brano "Maramao perché sei morto". La canzone era stata scritta dal paroliere e compositore italiano Mario Panzeri, con la musica di Mario Consiglio. Questo allegro foxtrot, interpretato genialmente dal Trio Lescano e da un'orchestra quasi jazz, divenne popolare in tutte le case italiane e continuò per anni ad essere trasmessa dall'EIAR, la radio di Stato.

Maria Jottini e il Trio Lescano durante una performance

Il suo testo, particolarmente spiritoso, parlava di alcune gattine disperate per la morte di Maramao, un gatto di cui erano innamorate, e si chiedevano come potesse essere accaduta una cosa simile a un personaggio che aveva tutto ciò che gli serviva per una vita agiata, come pane, vino, una casa e un giardino con l'insalata. L’allegra canzonetta, con il suo ritornello orecchiabile, conquistò immediatamente il pubblico, ma il suo autore, Mario Panzeri, durante il regime fascista ebbe non pochi problemi con la censura, e "Maramao perché sei morto" non fece eccezione, gettando un’ombra inaspettata su un successo che sembrava destinato solo alla leggerezza. Francesco De Gregori ha confessato: "Io non avrei mai sospettato che una canzone come 'Maramao perché sei morto?' potesse procurare dei problemi con la censura".

"Maramao": Un Gatto con Tante Vite e un Passato Oscuro di Censura Fascista

Negli anni difficili della guerra, la canzone, cantata dal Trio Lescano e Maria Jottini, venne subito considerata dall’opinione pubblica una canzone della ‘fronda’. Questo termine veniva utilizzato per definire le canzoni apparentemente innocue, spiritose, a volte anche senza senso, che però si prestavano ad un uso antifascista oppure, più in generale, celavano degli attacchi rivolti a figure di potere. Il paroliere è già nella lista nera come autore di "Crapa pelada" (1936), tradizionale filastrocca infantile milanese ora musicata dal jazzista Gorni Kramer, altamente sospetta perché si adatta a meraviglia al più noto dei calvi, il Duce. E così l'hanno capita gli Italiani.

Il "caso" di "Maramao" scoppiò quando il 26 giugno 1939 morì il Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, il conte Costanzo Ciano, livornese, padre di Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri e genero di Mussolini. Poche settimane dopo la sua dipartita, a Livorno iniziarono i lavori per edificare un monumento a Ciano. Nottetempo, alcuni studenti burloni scrissero sul basamento i versi della canzone: "Maramao perché sei morto? Pan e vin non ti mancava, l’insalata era nell’orto, Maramao, perché sei morto?".

Per gli inquirenti si trattava dei versi di una canzone uscita proprio in quell'anno, "Maramao, perché sei morto?", di tale Panzeri, sospetta di alludere alla morte di Ciano, implicato in scandali e arricchimenti illeciti ("pan e vin non ti mancava…"). Apriti cielo! Le dittature, si sa, non brillano per senso dell'umour, e vigili urbani, poliziotti, carabinieri, questore, prefetto ecc., presero tutto drammaticamente sul serio, subodorando chissà quale complotto, congiura, cospirazione. "Un ennesimo episodio di fronda, un’opposizione nascosta e sotterranea, col dire e non dire, allo scopo di diffondere il discredito sul Regime".

Il capo della censura, Criscuolo, convocò immediatamente Panzeri. Il compositore riuscì però a dimostrare che la canzone era stata scritta prima della morte di Ciano, difendendosi così dalle accuse di propaganda antifascista. Mario Panzeri si dichiarò sempre estraneo alle eventuali implicazioni politiche dei suoi testi. Vero è che un gatto ha sette vite, ma non è il caso di sciuparle. Questa la storia di Maramao, il gatto più longevo che passerà alla storia per la sua spregiudicatezza.

Nonostante la sua difesa, le canzoni di Panzeri avrebbero avuto altri problemi con il regime. Ad esempio, la canzonetta tornò di moda qualche anno più tardi, nel 1940, alla morte di un altro "fascistone": Italo Balbo. Sempre nel 1940, Panzeri scrive "Pippo non lo sa", musicato da Kramer, mettendo alla berlina un buffo personaggio che "quando passa, ride tutta la città". E tutti vi riconobbero il fanatico e ridicolo Starace, segretario del Partito Fascista, odiatissimo dagli Italiani per il suo integralismo. In realtà, lo stesso Kramer in un’intervista del 1962 smentì la diceria: era solo uno scherzo all’amico musicista Pippo Barzizza.

Censura musicale durante il periodo fascista e la prima repubblica i casi di censura più clamorosi.

Ancora una: nel brano "Il tamburo della banda d'Affori" (1943), i versi "il tamburo principal della Banda d’Affori / che comanda cinquecentocinquanta pifferi" alludevano, per la censura, alla Camera dei Fasci (di 550 membri) e a Mussolini come suo capo-tamburo. Panzeri e Kramer sembravano andarseli a cercare.

Le Radici Antiche del Ritornello: Dal Lamento Funebre alla Satira Popolare

Ma oltre a nascondere, forse, una presa in giro di un noto gerarca fascista, questo brano dal ritornello orecchiabile ha radici antiche e profonde. Il titolo, attraverso l’onomatopea, può trarre in inganno e farci pensare a un simpatico gattone - Maramao - tuttavia la canzone si ispira ad un’antica filastrocca abruzzese intitolata "Scura maje" o "Mara maje" che significa ‘amara me’ o 'povero me': un significativo cambio di registro. "Maramao perché sei morto?" è un brano musicale che riprende un antico canto popolare abruzzese dell'alta valle del Vomano, raccolto e pubblicato nel 1928 (senza musica) da Estella Canziani nel libro "Attraverso gli Appennini e le terre degli Abruzzi".

"Mara Maje" e il Lamento Funebre: Un'Eco Antica di Dolore

La natura di questo canto popolare, ci appare forse più evidente dalla pellicola di Lina Wertmüller "Film d’amore e d’anarchia" del 1973, in cui Anna Melato, nei panni di una prostituta, intona l’antica filastrocca la quale, grazie all’arrangiamento di Nino Rota, si presenta più vicina alle sue vesti originali: ovvero quelle del lamento funebre. Questa forma di canto descrive in questo caso il senso di abbandono e di dolore di una donna divenuta vedova, che si ritrova costretta ad occuparsi da sola dei figli e della casa.

Il lamento funebre ha origine arcaica, può essere addirittura ricondotto a un periodo storico precedente al cristianesimo e il rituale comprendeva tutta l’area mediterranea. Queste cerimonie magico-religiose, perlopiù radicate in comunità contadine, durante il processo evolutivo del tempo, in alcuni casi hanno conservato il loro carattere pagano e in altri hanno assimilato elementi religiosi del mondo cristiano. È il caso del Sud d’Italia, settore di studio di Ernesto De Martino (Napoli 1908 - Roma 1965) il quale, nel libro "Morte e pianto rituale nel mondo antico" (1958), analizza il tema del cordoglio e della crisi spirituale-psicologica dovuta alla perdita di un proprio caro che l’uomo deve affrontare durante la vita.

Il pianto rituale, che costituisce il lamento funebre, è una cerimonia sociale, un momento catartico che collettivizza un dolore che nasce come individuale. La ritualizzazione del lutto, elemento costitutivo della natura umana, ha lo scopo di controllare il dolore e, come sostiene De Martino, il lamento funebre rappresenta una pratica che “preserva” l’individuo dall’estraniamento, dallo spaesamento e dal delirio causato dalla sofferenza. A tal riguardo è di particolare importanza la figura professionale della prefica. Una figura istituzionalizzata nel passato, che ricopriva un ruolo importante nell’universo folklorico del Meridione italiano.

Le prefiche erano delle ‘lamentatrici’, appositamente ingaggiate per piangere durante il rito funebre. Si trattava di donne non imparentate con il morto e perciò estranee a un coinvolgimento diretto con la morte. Il loro ruolo era quello di piangere forzatamente ma in modo ponderato, affinché si potesse costituire un’atmosfera ideale per poter permettere di giungere al superamento del fenomeno della morte. Le prefiche pertanto svolgevano il ruolo di mediatrici attraverso la ritualizzazione del pianto: il loro piangere, il loro gettare urla di dolore, il loro percuotersi il petto di fronte al corpo del defunto, erano come una danza, un canto, gesti e parole che venivano tramandati e ripetuti con consapevolezza; il loro ruolo sociale infatti era quello di consapevolezza chi era stato trafitto dalla disperazione e quello di arginare quella crisi e quel tormento che colpivano la psicologia dell’individuo.

Ma cosa ha a che fare il brano di ottant’anni fa, "Maramao perché sei morto?", con questo rituale funebre ben più antico? Il celebre ritornello è stato composto in un periodo di piena etnografia d’urgenza. Durante la prima metà del Novecento, infatti, il lavoro di molti antropologi fu caratterizzato da una sorta di pressione sociale, dovuta al timore della scomparsa e dell’oblio di diversi oggetti culturali, come è il caso del rituale del lamento funebre e della figura della prefica. Questa paura generò una grande creatività che vide l’utilizzo del materiale scaturito dalle ricerche etnografiche in diversi ambiti culturali come ad esempio la musica, la letteratura, il cinema, ecc.

Mappa delle tradizioni del lamento funebre in Italia

Maramao tra Banditi e Condottieri: Variazioni Popolari del Lamento

La filastrocca ha avuto diverse adattazioni popolari. Trae origini da un’antica ballata siciliana dedicata alla morte di un famoso bandito, Ciucciarello: "perché è morto Cicciarello se il pane e il vino non gli mancavano e se l’insalata cresceva nell’orto?". Nel testo italiano è rimasta la stessa immagine, riferita ad un immaginario "Maramao".

Un testo simile si ritrovava adattato nel dialetto di Avigliano, un piccolo centro del potentino, in un canto popolare ispirato alla figura di Giuseppe Nicola Summa, meglio conosciuto come Ninco Nanco, un soldato legittimista giustiziato nel 1864 a Lagopesole (qui ‘Maramao’ è sostituito da Nighe Nanghe). Operazione analoga riguarda Riccardo Colasuonno, un altro sfortunato soldato legittimista, questa volta pugliese - era nato ad Andria - e fucilato forse a Bari nel 1865. Poiché Colasuonno era soprannominato Ciucciariello, questa volta il noto ritornello, voltato in dialetto andriese, sostituisce Maramao con Ciucciariello.

Un'altra ipotesi, abbastanza suggestiva, è quella che sovrappone la frase "Maramao perché sei morto?" al celebre, Cinquecentesco "Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!". Per questioni di assonanza si è pensato a un riferimento a Fabrizio Maramaldo, soldato di ventura napoletano, che nel 1530, nel corso dell’assedio di Firenze, uccise il morente capitano fiorentino Francesco Ferrucci. Ferrucci, pronunciando la celebre frase: “Vile, tu uccidi un uomo morto”, diede vita all’epiteto ‘maramaldo’ - da cui il verbo maramaldeggiare - con cui si bollano le figure crudeli con i deboli.

Teoricamente possibile e suggestivo che, riportato di bocca in bocca, l’aneddoto possa essere diventato per ottusa assonanza popolare "Maramao perché sei morto". Oppure, una seconda ipotesi vuole che, ucciso vilmente il suo nemico, Maramaldo torni a Napoli a gozzovigliare ed è colto da morte improvvisa tra i bagordi. E allora il popolino avrebbe commentato: "Avevi tutto, cibo, vino, donne… Maramaldo, perché sei morto?". Un’ulteriore versione della storia vuole che Ferrucci prendesse a irridere il rivale dalle mura della città, storpiando il suo nome in "maramao" e facendo penzolare dei gatti dalle finestre, in modo che miagolassero.

Il Gatto come Spirito del Carnevale e Simbolo Satirico

Oddio che mal di testa…. Dunque, siamo a Livorno nel 1939, imperante il Duce del Fascismo. E’ morto il gerarca livornese Costanzo Ciano, consuocero di Mussolini, presidente di quella parodia di Parlamento che è la Camera dei Fasci e delle Corporazioni. E il Regime gli sta erigendo un monumento. Ma nella notte studenti burloni vi affiggono un foglio con questi versi: Maramao perché sei morto? Pan e vin non ti mancava, l’insalata era nell’orto, Maramao, perché sei morto?

Per gli inquirenti si tratta dei versi d’una canzone uscita proprio in quell’anno, Maramao, perché sei morto?, di tale Panzeri, sospetta di alludere alla morte di Ciano, implicato in scandali e arricchimenti illeciti (“pan e vin non ti mancava…”). Apriti cielo! Le dittature, si sa, non brillano per senso dell’humour, e vigili urbani, poliziotti, carabinieri, questore, prefetto ecc., prendono tutto drammaticamente sul serio, subodorando chissà quale complotto, congiura, cospirazione (termini usati abitualmente in questi casi). “Un ennesimo episodio di fronda, un’opposizione nascosta e sotterranea, col dire e non dire, allo scopo di diffondere il discredito sul Regime”. Il capo della censura, Criscuolo, convoca immediatamente il Panzeri. “Ancora voi!”. Il paroliere è già nella lista nera come autore di Crapa pelada (1936), tradizionale filastrocca infantile milanese ora musicata dal jazzista Gorni Kramer, altamente sospetta perché si adatta a meraviglia al più noto dei calvi, il Duce. E così l’hanno capita gli Italiani. Il paroliere, però riesce a dimostrare che Maramao è stata scritta prima della morte di Ciano. Fatto sta che interpretato genialmente dal trio Lescano e da una orchestra quasi jazz, diventa popolare in tutte le case italiane, e continua per anni ad essere trasmessa dall’EIAR, la radio di Stato. Anzi, torna di moda qualche anno più tardi, nel 1940, alla morte di un altro “fascistone”: Italo Balbo. Questo Panzeri è recidivo. Nel 1940 scrive Pippo non lo sa, musicato da Kramer, mettendo alla berlina un buffo personaggio che "quando passa, ride tutta la città". E tutti vi riconoscono il fanatico e ridicolo Starace, segretario del Partito Fascista, odiatissimo dagli Italiani per il suo integralismo (è lui a ordinare il “voi” e la camicia nera, e a costringere gerarchi con la pancia a fare ginnastica e a gettarsi nel cerchio di fuoco), che ama esibirsi passeggiando sul Corso impettito in divisa. In realtà lo stesso Kramer in un’intervista del 1962 smentisce la diceria: era solo uno scherzo all’amico musicista Pippo Barzizza, “reo” di non essersi pronunciato nel 1939 (“Non lo so e non lo voglio sapere!”) alla domanda sui gusti musicali del pubblico: jazz americano o tradizione italiana? Ad ogni modo, Panzeri e Kramer le coincidenze sembrano andarsele a cercare. Infatti, un’altra loro canzone, La Banda d’Affori (1943), ha due versi micidiali: “Il tamburo principal della Banda d’Affori / che comanda cinquecentocinquanta pifferi”. Ebbene, 550 è proprio il numero dei membri della Camera dei Fasci, e il loro capo-tamburo - così pensa la Censura - non può che essere il Duce! “Quanti guai per una canzone, ma vi pare sensato?” lamenta un secolo prima della vicenda, il nostro G.G.Belli in un sonetto che la censura fascista non poteva conoscere (l’edizione completa di Giorgio Vigolo, che rese finalmente noto a tutti gli Italiani tutto il Belli, è del 1952). Perché altrimenti non avrebbe convocato il povero Panzeri. Ebbene, il sonetto Er canto provibbito è quello che rivela l’origine antica della filastrocca di Maramao, trasportandoci dunque al 1833. Lo scrittore Vitaliano Brancati incorre in un errore quando, in Ritorno alla censura (Bompiani), facendo quasi la versione in prosa del sonetto belliano Er canto provibbito scrive: "La notte del 10 febbraio 1831 un povero storpio arrancava per le vie di Roma cantando: Maramao, perché sei morto? Pane e vin non ti mancava, l’insalata avevi all’orto… Subito venne arrestato, sotto l’imputazione di alludere al recente funerale del papa. Ma perché doveva alludere al papa? Quale riferimento poteva esserci fra l’insalata all’orto e i giardini vaticani? Queste domande, prima di noi, se le fece Gioacchino Belli, in uno dei sonetti rimasti inediti sino a pochi anni fa”. Doppio errore di Brancati, che crede ingenuamente che il Belli avesse scritto di un episodio accaduto la notte precedente. Innanzitutto, il sonetto del Belli è stato scritto l’11 febbraio del 1833, non del 1831. Ma anche se lo avesse scritto nel 1831, non poteva narrare un episodio accaduto la notte precedente, visto che il sonetto si riferisce al periodo immediatamente successivo alla morte di papa Pio VIII (“recente funerale”), che avvenne il 1 dicembre 1830. Il funerale, quindi, deve essersi tenuto pochi giorni o settimane dopo, entro dicembre o gennaio, mentre l’11 febbraio 1831 (data del Brancati) era già regnante il nuovo papa Gregorio XVI (si insediò il 2 febbraio 1831). Ecco il sonetto del Belli: ER CANTO PROVÌBBITO Sta in priggione, ggnorzí, ppovero storto! Io da l’abbíle sce faría la bbava. Sta in priggione: e pperché? pperché ccantava jer notte: Maramào, perché ssei morto. Ebbè? ssi è mmorto er Papa? e cche cc’entrava de dì cche ccojjonassi er zu’ straporto? E cché! ttieneva l’inzalata all’orto er Zanto-Padre? e cché! fforze maggnava? Teste senza merollo: idee brislacche. Duncue puro a ccantà cce vò er conzenzo de sti ssciabbolonacci a ttricchettracche! Io me sce sento crèpa da la rabbia. «Ma», ddisce, «è bben trattato»: eh, bber compenzo d’avé la canipuccia e dde stà in gabbia. Roma, 11 febbraio 1833 Versione. Il canto proibito. Sta in prigione, sissignore, povero storpio! Io dalla bile farei la bava. Sta in prigione e perché? Perché cantava ieri notte “Maramao perché sei morto”. E con questo? Se è morto il Papa? E che c’entrava dire che schernisce il suo funerale? E che? Forse aveva l’insalata nell’orto il Santo Padre, e che, forse mangiava? Teste senza midollo, idee bislacche! Dunque, anche per cantare ci vuole il permesso di questi sciabolonacci da marionette! Io mi sento morire dalla rabbia. Ma, dice, è ben trattato. Eh, bel compenso avere la canapuccia e stare in gabbia. Il Belli, come si vede, riporta in modo sbrigativo la filastrocca, come cosa popolare nota e risaputa da tutti. Segno, dunque, che era molto più antica del suo secolo. E infatti lo stesso Belli annota sotto questo sonetto: «Antica canzone volgare: Maramao, perché sei morto? / Pane e vin non ti mancava: / L’insalata avevi all’orto: / Maramao, perché sei morto?» Un gatto, certo. Del resto basta vedere come l’interpreta il disegnatore sulla copertina dello spartito musicale del Panzeri nel 1939. L’autorevole Vigolo, nell’edizione del 1952, scrive in nota: “La voce maramao accompagnata col gesto delle cinque dita sgranate a ventaglio vuol dire anche “rubare” e forse deriva da un’onomatopea del miagolio de’ gatti”. Però aggiunge, a scanso di ulteriori scoperte: “Non è nemmeno da escludere qualche possibile attinenza col nome di Fabrizio Maramaldo, tanto più che il nome Maramau si incontra già alla fine del ‘500 nelle maschere della Commedia dell’Arte, raffiguranti simili tipi di spacconi, quali i capitani Bombardone, Malagamba, Francatrippa ecc.” Questo Maramaldo era un capitano di ventura napoletano al servizio dei Medici contro l'esercito della Repubblica Fiorentina. Nel 1530, alla battaglia di Gavinana, trafisse a morte un suo prigioniero ferito e inerme, il capitano Francesco Ferrucci che gli gridò: "Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!". Teoricamente possibile e suggestivo che, riportato di bocca in bocca, l’aneddoto possa essere diventato per ottusa assonanza popolare "Maramao perché sei morto". Oppure, seconda ipotesi, ucciso vilmente il suo nemico, Maramaldo torna a Napoli a gozzovigliare ed è colto da morte improvvisa tra i bagordi. E allora il popolino: "Avevi tutto, cibo, vino, donne

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