Il linguaggio è un organismo vivente, in continua evoluzione, capace di generare espressioni che, pur nella loro apparente immediatezza, racchiudono significati stratificati e a volte ambigui. L'espressione "ciucciati una cacca" si inserisce in questo contesto, rivelando una natura polisemica che spazia dal colloquiale e scherzoso all'indicazione di un disagio psicologico più profondo, legato a parafilie come la coprofilia.
L'interpretazione colloquiale e scherzosa: un viaggio tra metafore e maleducazione infantile
Nel linguaggio comune, in particolare nel contesto infantile o in situazioni di scambio verbale informale, "ciucciati una cacca" può essere interpretato come un modo colorito, seppur volgare, per esprimere disprezzo, fastidio o per liquidare in maniera sbrigativa una richiesta o un atteggiamento non gradito. Non è raro, infatti, che nel mondo dei bambini si manifesti una certa propensione all'uso di espressioni forti, talvolta apprese dagli adulti o create in un contesto di gioco e sfida.

Questo porta ad analizzare il comportamento dei bambini nei luoghi pubblici, come i giardinetti, che spesso si traduce in situazioni di difficile gestione per i genitori. Ad esempio, è comune osservare bimbi di poco più di un anno che spintonano per salire sullo scivolo. Una madre ha riportato la propria esperienza, raccontando come sua figlia di due anni, timida, si trovasse in difficoltà, piangendo e non riuscendo a salire, mentre gli altri genitori si facevano i fatti loro. Altro esempio citato è quello di bimbi di 3-4 anni che corrono, spintonano e buttano per terra i più piccoli "a mo' di giocatori di rugby". In tali circostanze, i nonni intervengono e sgridano, con scene colossali, mentre i genitori cercano di consolare i propri figli, spesso con la voglia di andarsene. Questa frustrazione è amplificata dalla percezione di bambini "molto maleducati", che strappano le palline dalle mani dei più piccoli, spintonano e non rispettano le regole del gioco.
Questa maleducazione diffusa può essere interpretata come un riflesso di dinamiche sociali più ampie. Molti genitori italiani, infatti, sono percepiti come spesso arroganti con gli insegnanti, il che può minare la capacità dei figli di riconoscere figure autorevoli di riferimento. Un noto professore di terapia familiare de La Sapienza a Roma ha persino evidenziato come i genitori immigrati siano terrorizzati dal fatto che i bimbi italiani siano particolarmente maleducati e possano insegnare le cattive maniere ai loro figli. Questa preoccupazione è condivisa anche da immigrati laureati in pedagogia o campi affini, che hanno ascoltato simili opinioni durante corsi di formazione professionale.
È anche possibile che l'attuale periodo di "confusione" per i genitori italiani, dovuto alla difficoltà di allevare bambini in una società poco supportante e con scarso accesso ai servizi pubblici per l'infanzia, influisca sul comportamento dei più piccoli. Molti bambini trascorrono gran parte del loro tempo con i nonni anziché con i coetanei, e questo potrebbe influire sul loro modo di relazionarsi con i pari, rendendoli forse troppo autoriferiti e autocentrati.
Il confronto con altre culture sembra rafforzare questa percezione. In aeroporto, ad esempio, si possono osservare madri svedesi con 4-5 figli al seguito che gestiscono autonomamente il check-in, con bambini quasi troppo silenziosi e composti. Al contrario, madri italiane con un solo figlio, accompagnate da padre e nonni, sono spesso costrette a urlare al piccolo "selvaggio": "non toccare, non correre, lì è sporco". Questa differenza culturale si estende anche all'atteggiamento verso il gioco e l'esplorazione: mentre in altre culture si dà per scontato che i bambini al parco possano arrampicarsi, giocare con la sabbia e cadere sull'erba, alcune madri italiane si preoccupano eccessivamente dello sporco, arrivando a dire: "non giocare con la sabbia che ti sporchi, tirati su che è sporco… ma devi sempre tornare dal parcogiochi con tutta la roba da lavare?".
Tuttavia, alcuni suggeriscono che la sfortuna possa giocare un ruolo in queste esperienze negative. Sebbene la maleducazione sia un problema diffuso, non tutti assistono a episodi "tremendi" o "eclatanti" con la stessa frequenza. È stato notato che l'intervento dei genitori è cruciale quando i bambini superano certi limiti. Alcuni si dichiarano pronti a diventare "belve" con i genitori che non seguono i propri figli. Si sono registrati casi di madri che, di fronte a prepotenze gravi, sono intervenute energicamente, ottenendo risultati positivi.
Il dilemma sull'educazione, tra il rispetto dei valori tradizionali e la necessità di preparare i figli a un mondo competitivo, è molto sentito. Alcuni si chiedono se insegnare valori come il rispetto degli altri non li renda più vulnerabili alla "legge del più forte". La risposta, spesso, è che il compito del genitore è formare un "essere umano decente", piuttosto che un "furbetto buzzurro nell'anima". L'obiettivo è insegnare il rispetto per il prossimo, ma anche a non essere ingenui, remissivi o rassegnati, a sapersi difendere e farsi valere quando si incontrano arroganti e "stronzetti".
La connotazione "cacofonica" e i modi di dire
Il termine "cacca", pur nella sua immediatezza scatologica, è anche alla base di alcune espressioni dialettali che, pur non direttamente legate all'espressione "ciucciati una cacca", ne condividono l'accezione di "fare una brutta figura". Ad esempio, il milanese "fa ona figura de cicolattee" (fare una figura da cioccolataio) e il piemontese "fè na figura da ciculaté" sono ben registrati nei dizionari e indicano il concetto di "fare una brutta figura". La fantasia interpretativa si è sbizzarrita sull'origine di queste espressioni, suggerendo persino un disprezzo per i cioccolatai per via delle figure di "poveri negri" carichi di sacchi di cacao o per il loro aspetto sporco. Tuttavia, un'ipotesi aneddotica lega il modo di dire a Carlo Felice di Savoia, che nel 1823 avrebbe visto un fabbricante di cioccolato girare per Torino in una carrozza più sontuosa della sua.

Interessante è anche il legame tra "cioccolata" e "cacca", che "anche i bambini" sanno essere facilmente scambiabili. Questo rimanda al volgare italiano "fare una figura di merda" e al volume di Roberto Esposito intitolato "Figure di merda". Si ipotizza che l'espressione "fare una figura da cioccolatino" (ancora vivissima in alcune zone dell'Emilia, come Parma e Piacenza), che oggi appare un innocuo riferimento a un dolcetto, avesse in origine una connotazione più volgare, sinonimo di "fare una figura da culo" o "fare una figura di merda". Il "cioccolatino" (parmigiano "cicolatén", milanese "cicolattin") nell'Ottocento non indicava solo il dolcetto, ma anche, figuratamente e scherzosamente, l'ano. Questa connotazione più scurrile potrebbe essere stata "occultata" dai lessicografi per ragioni eufemistiche, a favore di espressioni come "cioccolataio" o "cioccolatiere", più accettabili nel linguaggio delle "persone per bene". Il suffisso "-ino", in questo contesto, potrebbe essere stato reinterpretato come un suffisso d'agente, come "-aio" o "-iere", indicando un mestiere "sordido", come quelli legati alle "artes sordidae".

La "cacca" come sintomo di un disagio psicologico: la coprofilia
Al di là dell'uso colloquiale, l'espressione "ciucciati una cacca" può involontariamente toccare corde più sensibili e complesse, riconducibili a problematiche psicologiche come la coprofilia. La coprofilia è una parafilia caratterizzata da un particolare interesse per gli escrementi, che diventano oggetto di piacere e, in alcuni casi, di eccitazione sessuale.
Un giovane di 24 anni ha raccontato la sua esperienza, rivelando di praticare la coprofilia nei momenti di stress, manipolando le proprie feci per eccitarsi. Questa pratica è emersa dopo aver curato un disturbo ossessivo-compulsivo e viene vissuta come un "rituale" tipico dello schema ossessivo-compulsivo. Sebbene la sua sessualità sia generalmente "normale", la coprofilia si manifesta come una risposta all'ansia. Il giovane ha iniziato a eliminare il senso di colpa, consapevole che potrebbe rafforzare lo schema ossessivo-compulsivo. Si chiede se, di fronte all'ansia, sia sufficiente resistere all'impulso di andare in bagno per "fare quella cosa", anche se l'ansia è forte.
Gli esperti sottolineano che la coprofilia, al di là di ogni pregiudizio, può comportare rischi per la salute a causa del contatto con sostanze di rifiuto. Dal punto di vista psicologico, la comparsa di questa parafilia dopo la conclusione di un precedente trattamento per un disturbo ossessivo-compulsivo suggerisce che il meccanismo sottostante potrebbe aver spostato il suo oggetto di interesse. Non è un "tornare indietro", ma un "aggiungere dei pezzi" al percorso terapeutico. L'ansia non è un disturbo in sé, ma un sintomo di un disturbo più ampio che riguarda la personalità.

Alcuni psicoterapeuti suggeriscono un approccio strategico breve, che si concentra sulle emozioni legate ai gesti e sull'esperienza di cambiamento, piuttosto che sulla ricerca della causa. Altri propendono per una terapia del "profondo" per risolvere le radici dell'ansia. In ogni caso, il consiglio unanime è di non affrontare il problema da soli, ma di consultare un professionista. Il "sconfiggere" il sintomo senza comprenderlo e accoglierlo potrebbe portare alla sua riapparizione sotto altre forme. È importante che il paziente impari a gestire l'ansia e a trovare alternative al rituale, senza vergognarsi di provare ansia o di porsi domande.
In casi estremi, la coprofilia può essere correlata alla coprofagia (l'ingestione di feci), spesso nell'ambito di giochi sessuali improntati a sadismo o masochismo, come espressione di sopraffazione o sottomissione. Questa pratica, chiamata "scat", comporta seri rischi per la salute a causa della trasmissione di batteri e virus. La presenza di epatite, ad esempio, rende le feci il principale veicolo di trasmissione. La coprofilia e la coprofagia sono state esplorate anche in produzioni pornografiche o d'autore, come "Salò o le 120 giornate di Sodoma" di Pasolini o "Pink Flamingos" di John Waters.
L'espressione "ciucciati una cacca", quindi, si rivela un esempio lampante di come il linguaggio possa essere un veicolo di significati disparati, dalle banali manifestazioni di maleducazione infantile alle espressioni di un disagio psicologico profondo che richiede attenzione e comprensione.