Benefici e rischi del consumo di placenta umana dopo il parto: un'analisi scientifica

La placenta umana, l'organo temporaneo deputato agli scambi metabolici tra madre e feto durante la gestazione, è al centro di un acceso dibattito contemporaneo. Sebbene venga descritta da alcuni come una panacea naturale, la pratica di consumarla dopo il parto - nota come placentofagia - solleva interrogativi critici circa la sicurezza e l'effettiva utilità clinica.

rappresentazione anatomica della placenta umana nel contesto post-partum

Origine della pratica e tendenze moderne

Il consumo di placenta non è una pratica nuova. Tradizionalmente, molte culture hanno incorporato la placenta nei loro rituali post-partum, credendo che potesse favorire il recupero della madre e il benessere del neonato. In Abruzzo, ad esempio, fino alla fine del XIX secolo, si faceva bollire una parte della placenta e il brodo da essa ottenuto veniva somministrato alle madri, credendo che aumentasse la produzione di latte. Inoltre, la placenta umana è stata un ingrediente in alcune medicine tradizionali cinesi, incluso l'uso di placenta essiccata, nota come ziheche, per trattare malattie debilitanti, infertilità e impotenza.

Negli ultimi anni, tuttavia, questa moda un po' New Age ha ripreso a spopolare grazie al coming out di personaggi famosi d'Oltreoceano e di casa nostra. A guidarli è la convinzione di presunti benefici per la pelle, l'umore e il rafforzamento del rapporto con il neonato, in virtù di un'ipotizzata iniezione di ormoni, minerali, vitamine e amminoacidi. Nicole Kidman, Claudia Galanti e Kim Kardashian sono solo alcuni dei personaggi noti che hanno promosso questa pratica.

La prospettiva biologica ed evoluzionistica

La placentofagia è una normalità nella maggior parte dei membri del gruppo tassonomico Eutheria. È stata osservata in animali che vanno dai roditori ai primati. Tra i motivi ipotizzati per questo comportamento vi sono la pulizia del nido per proteggere la prole dai predatori, l'apporto proteico per una madre sfinita e il possibile aumento della soglia del dolore post-parto mediato da oppioidi naturali.

Tuttavia, è essenziale operare una distinzione: l'ostetrica e portavoce del Royal College of Obstetricians and Gynaecologists Maggie Blott contesta la teoria applicata agli esseri umani, affermando: "Gli animali mangiano la loro placenta per ottenere nutrimento, ma quando le persone sono già ben nutrite, non c'è alcun beneficio, non c'è motivo di farlo".

Analisi dei benefici dichiarati vs. evidenze scientifiche

Secondo chi sostiene l'utilità di questa pratica, ingerire la propria placenta dovrebbe ridurre il dolore post-partum, migliorare il tono dell'umore, aumentare l'energia, accrescere la montata lattea e avere proprietà anti-invecchiamento. Eppure, le revisioni della letteratura scientifica dipingono un quadro ben diverso.

Un gruppo di ricercatori della Northwestern University ha analizzato dieci studi sulla placentofagia, concludendo: "Nonostante la pratica goda di una buona eco attraverso il web, non c'è alcun lavoro che attesti un effetto positivo per il corpo e per la mente". Anche uno studio condotto dall'Università del Nevada a Las Vegas ha mostrato che l'assunzione di capsule di placenta ha un effetto minimo o nullo sull'umore post-partum, sul legame materno o sull'affaticamento. In definitiva, non esistono prove che ne dimostrino i benefici; ciò che viene riportato dalle neo-mamme sono spesso solo valutazioni soggettive.

infografica che confronta i benefici presunti con i dati scientifici attuali

Rischi microbiologici e sicurezza alimentare

Oltre alla mancanza di prove sull'efficacia, il consumo di placenta comporta rischi concreti. Durante la gestazione, la placenta agisce come un filtro: secernendo ormoni e rifornendo il nascituro di ossigeno e nutrienti, elimina al contempo scarti e composti potenzialmente tossici. Di conseguenza, questo "setaccio" non è affatto sterile.

Il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ha recentemente emesso un avvertimento dopo che un neonato ha sviluppato una recidiva di sepsi da streptococco di gruppo B (GBS) in seguito all'ingestione di capsule di placenta contaminate da parte della madre. La prestigiosa istituzione sanitaria ha raccomandato di evitare l'assunzione di capsule di placenta a causa dell'inadeguata eradicazione degli agenti patogeni infettivi durante il processo di incapsulamento. È difficile, infatti, sradicare dalla placenta virus come l'HIV, lo Zika e quelli legati all'epatite, oltre a batteri resistenti agli antibiotici come lo stafilococco aureo.

L'impatto del trattamento sulla placenta

L'alterazione della placenta tramite processi come la disidratazione, l'incapsulamento o la cottura ne modifica inevitabilmente la composizione. Nessun nutriente placentare o ormone viene trattenuto in quantità sufficienti dopo l'incapsulamento della placenta per essere eventualmente assunto dalla madre dopo il parto in modo efficace. In sintesi, come affermato da Rebecca Baergen del Weill Cornell Medical Center: "Se avessi appena partorito e fossi colpita dalla depressione post-partum, cercherei trattamenti di provata efficacia, come quelli proposti dalla medicina moderna".

Parto della placenta (animazione 3D)

Considerazioni sulla gestione del post-parto

È opportuno distinguere tra baby blues e depressione post-partum. Il primo è una condizione temporanea di stanchezza e tristezza che si risolve entro dieci giorni. La depressione post-partum è una condizione più seria, caratterizzata da un mix di sbalzi d'umore e sentimenti di inadeguatezza. Affidarsi a rimedi basati su aneddoti improbabili, promossi dal passaparola sul web, rischia di distogliere le neo-mamme da interventi diagnostici e terapeutici tempestivi. La comunità medica suggerisce unanimemente che i medici dovrebbero scoraggiare questa pratica, data l'assenza di linee guida sulla sicurezza e la potenziale minaccia per la salute di madre e neonato.

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