L'immagine stereotipata e a tratti fiabesca dell'Irlanda come l'isola cattolicissima, dei santi e del monachesimo celtico, fortino 'papista' nell'Europa settentrionale, persiste spesso nel resto del mondo. Tuttavia, questa immagine non corrisponde alla realtà da un bel pezzo. L'avanzata implacabile della secolarizzazione nella terra di san Patrizio si è manifestata alla luce del sole nel giro di pochi anni, culminando in cambiamenti legislativi e sociali di portata storica. La crisi di credibilità della Chiesa irlandese, infatti, non è figlia unicamente dello scandalo degli abusi sessuali, ma di una concezione moralistica e sentimentale della fede che viene da molto lontano, unita a un sistema educativo che ha reso la fede disincarnata dalla realtà. Questo profondo fallimento dell'educazione ha contribuito a un radicale mutamento del tessuto sociale e morale del paese, che ha trovato espressione in referendum decisivi su questioni etiche fondamentali, come le unioni omosessuali e l'aborto.

Le Radici Storiche di una Fede Disincarnata e il Declino dell'Autorità Ecclesiale
L'origine di questa profonda trasformazione affonda le radici nella storia stessa dell'Irlanda. A partire dalle devastanti carestie degli anni Quaranta dell'Ottocento, fu introdotta una nuova forma di cattolicesimo, inteso come un tentativo di prevenire il ripetersi di simili catastrofi. Questo cattolicesimo era, come è stato osservato, altamente moralista, basato sulle regole e sentimentale; era molto semplicistico nella sua presentazione delle questioni morali fondamentali e abbastanza privo di una base ragionevole visibile. Questo approccio ha gradualmente fatto perdere credibilità alla proposta cristiana, portando molti a seguirla solo per motivi sociali o familiari. In questo contesto, la crisi degli abusi sessuali ha fornito un alibi per quelle persone che avevano già perso interesse per il cattolicesimo a causa del modo semplicistico e moralistico in cui era stato loro trasmesso per molti decenni, offrendo una facile scusa per giustificare il fatto di non voler più far parte della Chiesa.
Sotto molti aspetti, questa situazione rappresenta un profondo fallimento dell'educazione, e la Chiesa è in gran parte responsabile di ciò, per ragioni del tutto diverse. Dopo l'indipendenza nel 1921, la Chiesa assunse il controllo del sistema educativo, che fino ad allora era stato gestito dal governo britannico. Questo sistema era essenzialmente protestante, vale a dire che trattava il mondo come un insieme di soggetti diversi, ciascuno separato dagli altri. Una di queste materie era la religione, che è stata insegnata - da rappresentanti della Chiesa cattolica - senza connessione con la scienza, la matematica, l'educazione civica, la storia ecc. Pertanto, si potrebbe dire che la Chiesa è riuscita a educare generazioni di irlandesi al di fuori del cristianesimo, suggerendo loro che le basi della loro stessa generazione e della generazione del mondo in cui abitavano, potevano essere viste come un "soggetto" aggiuntivo - e in qualche modo facoltativo - nel programma.
Per molti anni, la Chiesa cattolica ha svolto un ruolo spirituale e sociologico contemporaneamente, fungendo quasi da governo morale dell'Irlanda dal tempo della grande carestia del 1845 fino all'indipendenza nel 1922. Dai giorni della carestia fino a qualche decennio fa, è stata anche il governo materiale del paese, assumendosi compiti sociali e amministrativi di cui il governo di Londra non si faceva carico e di cui il governo secolare irlandese all'indomani dell'indipendenza non era in grado di farsi carico. Se gli irlandesi hanno avuto accesso a scuola e servizi sanitari, per molti anni l'hanno avuto grazie alla Chiesa cattolica. Tuttavia, facendo tutto questo, il cattolicesimo irlandese ha assunto tratti oppressivi: nelle Magdalene Laundries le ragazze madri ed ex prostitute erano trattate come peccatrici da punire e riabilitare con severità, nelle scuole si praticavano punizioni corporali sugli studenti. A partire dagli anni Sessanta, la Chiesa ha cominciato a pagare il conto di tutto questo. Oggi, in Irlanda è difficile una discussione onesta ed equilibrata sulla Chiesa cattolica, poiché il dibattito si fa subito emotivamente e ideologicamente carico, riflettendo la profonda screditamento e la perdita di autorevolezza che l'istituzione ha subito.

L'Irlanda e la 'Rivoluzione Tranquilla': Dalle Unioni Omosessuali all'Aborto
Questa stagione di profondo cambiamento ha assunto il volto di Leo Varadkar, esponente di centrodestra eletto premier dal Parlamento nel 2017, e attuale Taoiseach. Varadkar non ha mai nascosto la sua omosessualità ed anche il suo sostegno alla causa 'arcobaleno': come primo ministro ha partecipato in testa al corteo ai gay pride di Belfast e Montréal in compagnia del partner Matthew, che lo affianca spesso anche nelle visite istituzionali. La manifestazione di questa avanzata implacabile della secolarizzazione si è vista chiaramente tra il 2015 e il 2018, quando la maggioranza degli irlandesi ha votato prima la legalizzazione delle unioni omosessuali e poi l'abrogazione dell'VIII emendamento della Costituzione che proibiva l'aborto in ogni sua forma. Prima ancora c'era stata l'introduzione della legge che consente l'adozione di minori da parte di coppie dello stesso sesso.
Il governo irlandese “snobba” la Chiesa cattolica e va avanti, come dimostrato in un incontro tra tre ministri e quattro vescovi, guidati dal cardinal Seàn Brady, avvenuto nel palazzo del governo. La riunione prese una piega che la Chiesa definì “sconcertante”. Il vescovo Colm O’Reilly precisò che la posizione della Chiesa “non è cambiata, soprattutto perché noi rivendichiamo il diritto degli innocenti a rimanere vivi”. Nonostante ciò, il governo proseguì nel suo progetto legislativo.
L'aborto anche in Irlanda
La Lunga e Contorta Storia della Legislazione sull'Aborto in Irlanda
L'Irlanda ha avuto una delle leggi sull'aborto più restrittive in Europa per decenni, una conseguenza diretta dell'influenza cattolica. Nel 1983, il paese aveva deciso di abolire l'interruzione di gravidanza con un referendum costituzionale che aveva introdotto il cosiddetto "ottavo emendamento". Questo emendamento, confermato dal 63 per cento degli elettori, equiparava il “diritto alla vita del nascituro” al “diritto alla vita della madre” e di fatto rendeva l'interruzione di gravidanza illegale in quasi tutte le circostanze, tranne nel caso in cui fosse a rischio la vita della donna. In quel caso, le ragioni del voto vanno ricercate nella storia e nella composizione religiosa della popolazione irlandese, una delle maggiori roccaforti del cattolicesimo con il 78,3% di credenti nel 2016.
Nonostante la sentenza del 1992 della Corte Suprema che stabiliva un'unica eccezione - l'interruzione potesse essere praticata nei casi in cui fosse «reale e sostanziale» il rischio per la vita della partoriente - fu introdotto solamente un emendamento alla Costituzione, il tredicesimo emendamento, che permetteva alle donne di andare all'estero per abortire. Tuttavia, questo non ebbe nessuna conseguenza pratica significativa: in quegli anni la decisione se praticare o meno l'interruzione di gravidanza era sempre rimasta a discrezione dei medici, i quali sia per convinzioni religiose che per paura di conseguenze personali - a causa dell’incertezza legislativa - si erano rifiutati di eseguirla. Le donne che abortivano illegalmente in Irlanda rischiavano fino a 14 anni di carcere, anche se non venivano puniti gli aborti eseguiti all'estero, e migliaia di donne ogni anno ricorrevano a questa soluzione viaggiando prevalentemente nel Regno Unito. Negli ultimi 35 anni, si stima che 150.000 donne irlandesi siano andate in Inghilterra per abortire. Secondo i dati del ministero della Salute britannico, tra il 1980 e il 2015 sono state 165.438 le donne residenti in Irlanda che si sono rivolte a servizi sanitari inglesi e gallesi per abortire, e nel 2016 erano 3265.
Nel 2013, il Parlamento aveva approvato una legge che consentiva l'aborto nel caso in cui la gravidanza mettesse a rischio la vita della donna. Tra i motivi di rischio era prevista anche la minaccia di suicidio e quindi il disagio psichico. Il provvedimento, chiamato “Protection of Life During Pregnancy Bill”, norme per la protezione della vita in gravidanza, era stato considerato molto importante, ma la legge aveva trovato da subito forti opposizioni sia da parte di chi è genericamente contrario all'aborto, sia da parte di chi lo considera un diritto. La legge, tuttora in vigore, ha infatti un'applicazione molto limitata: non prevede per esempio la possibilità di interrompere la gravidanza in caso di stupro, di incesto o di anomalie del feto. Sebbene includa tra i rischi che consentono il ricorso all'interruzione volontaria la minaccia di suicidio della donna, e quindi il disagio psichico, l'iter per ottenere l'autorizzazione ad abortire è però molto difficile e prevede che la donna venga sottoposta, alla fine, a diversi giudizi specialistici.
Un tragico caso che ha scosso la nazione e ha catalizzato il dibattito è stato quello di Savita Halappanavar, morta nel 2012 a Galway per le conseguenze della negazione di un aborto, avvenuta nonostante avesse contratto una sepsi. La legge irlandese le negò l'interruzione di gravidanza. La sua morte ha fatto vergognare molti in Irlanda, e i suoi genitori in India espressero grande felicità per il risultato del referendum successivo sull'aborto, indicando l'impatto profondo di questo evento sulla coscienza nazionale.

Il Referendum del 2018: Una Scelta Decisiva per l'Irlanda
Venerdì 25 maggio, gli irlandesi sono stati chiamati a votare per un referendum sull'interruzione volontaria di gravidanza, per decidere se abrogare o no l'articolo 40.3.3 della Costituzione (conosciuto come l'ottavo emendamento) e per decidere se dare al Parlamento il potere di introdurre una nuova legge, meno restrittiva. Se fosse prevalso il “Sì”, l'ottavo emendamento sarebbe stato eliminato, ma la legge attuale sarebbe rimasta in vigore fino all'approvazione di una nuova norma, la cui proposta era stata costruita attraverso un lungo percorso.
Dopo mesi di udienze e discussioni, l'Assemblea dei cittadini aveva raccomandato di garantire il diritto a interrompere la gravidanza in una serie di circostanze: quando la salute fisica o mentale della donna è a rischio, nei casi di stupro e di gravi anomalie fetali. Proponeva anche di permettere l'aborto in caso di generica anomalia fetale e per motivi socio-economici. A quel punto un comitato del Parlamento era stato incaricato di esaminare le indicazioni dell'Assemblea: aveva votato a favore dell'abrogazione dell'ottavo emendamento, ma aveva rifiutato la raccomandazione di abortire per generica anomalia o per motivi socio-economici. La proposta finale del governo, se l'ottavo emendamento fosse stato abrogato, stabiliva di consentire l'interruzione della gravidanza senza restrizioni fino alla dodicesima settimana e oltre la dodicesima settimana quando la vita della donna, la sua salute fisica o mentale sono a rischio o in presenza di gravi anomalie fetali. La proposta di legge prevedeva l'obiezione di coscienza per i medici, obbligando però i medici obiettori a indirizzare la donna incinta a un altro professionista non obiettore.
Le Campagne Pro-Vita e Pro-Choice: Argomenti e Controversie
La campagna referendaria è stata intensa e, a tratti, molto "emotiva". I sostenitori della causa pro-choice amavano ripetere: "se devono farlo in Inghilterra, a questo punto che lo facciano qui". Quest'argomentazione ha avuto una certa influenza nella vittoria del 'Sì', ed era parte di una strategia globale basata su eufemismi ed evasioni. C'è stata e c'è ancora tutta una serie di semplificazioni sull'argomento: 'stiamo parlando di una semplice procedura'; 'ha a che fare con la scelta di una donna e il suo diritto a proteggere la sua vita/salute'; 'le donne irlandesi lo hanno sempre fatto comunque, quindi potrebbero farlo anche in Irlanda'. Il primo ministro Leo Varadkar, leader del partito di centrodestra Fine Gael, si è schierato a favore dell'abrogazione dell'ottavo emendamento e ha fatto campagna elettorale, definendo il risultato "un momento storico per le donne" e "il culmine di una rivoluzione tranquilla che si è sviluppata negli ultimi 10 anni".
Dall'altro lato, la campagna contro l'abrogazione dell'ottavo emendamento è stata basata su argomenti e immagini classiche (mistica della maternità, piedini, feti, bambini non nati) e con alcune scorrettezze. I cosiddetti “anti-abortisti”, sostenuti dalla Chiesa in un paese dove quasi l'80 per cento dei residenti si identificava come cattolico, continuavano a ripetere, per esempio, che votando “sì” sarebbe stata permessa l'interruzione di gravidanza fino al sesto mese di gravidanza, cioè in qualsiasi caso oltre le 24 settimane, un'affermazione poi smentita.
Uno degli avversari più tenaci della 'rivoluzione tranquilla' in atto è John Waters, editorialista della rivista americana "First Things" e volto molto noto in patria. Waters ha criticato duramente la campagna pro-aborto, definendola "formidabile, spietata e profondamente corrotta". Ha denunciato che "vaste quantità di denaro straniero sono state illegalmente 'pompate' nella campagna pro-aborto per anni", e che "i media erano quasi totalmente schierati a favore dell'aborto, e allo stesso modo il sistema politico". Per lui, il cosiddetto "dibattito" è stato una messa in scena gestita da giornalisti corrotti al fine di garantire che argomenti scomodi non fossero ascoltati dal pubblico. Ha sostenuto che "un aborto equivale all'uccisione volontaria di un essere umano innocente" e che la strategia globale dei pro-choice si basa su eufemismi ed evasioni per nascondere "la vera natura di ciò che davvero è l'aborto e costruire una discussione spuria fatta di eufemismi ed evasioni per suggerire a un pubblico credulone che le questioni in ballo sono i 'diritti riproduttivi' o il benessere della 'madre' che non vuole essere una madre". John McGuirk, un altro sostenitore della causa pro-life, ha espresso compassione per le donne in difficoltà, ma ha avvertito che i casi "eccezionali" (rischio vita, stupro) rappresentano solo lo 0,3% di tutti gli aborti, e che l'introduzione dell'aborto per tali ragioni conduce poi al 99,7% di aborti per scelta.

Il Ruolo della Chiesa Cattolica nel Referendum
Il ruolo della Chiesa cattolica è stato oggetto di particolare attenzione. In Italia e altrove c'era stupore per il basso profilo della Chiesa in questa circostanza. In Irlanda, la Chiesa cattolica era screditata e aveva perso la sua autorevolezza. Il movimento pro-life ha fatto di tutto per non essere associato alla Chiesa cattolica nel corso della campagna referendaria per non essere accomunato nel discredito, ribadendo in ogni occasione che non era in discussione una questione confessionale o religiosa, ma una questione di diritti umani.
Nel referendum sull'aborto, i vescovi si sono nascosti deliberatamente, lasciando ai laici il compito di sostenere la difesa della protezione del nascituro, ma spesso attaccando gli stessi laici se avevano l'impressione che questi fossero andati oltre. I media hanno cercato di dipingere entrambe le questioni come una battaglia tra "progresso" e cattolicesimo, ma in realtà non c'era quasi nessuna presenza cattolica istituzionale ufficiale su nessuno dei due campi di battaglia. L'unica rilevanza del fattore cattolicesimo si è dovuta al fatto che, nonostante l'assenza della Chiesa nella mischia, i media sono stati in grado di rappresentare entrambe le questioni come un'eroica battaglia contro le forze del tradizionalismo, dell'oscurantismo e della reazione. Tuttavia, in entrambi i casi, il nucleo delle argomentazioni avanzate contro le trasformazioni proposte riguardava i diritti umani: il diritto delle famiglie e dei genitori, in un caso, e il diritto fondamentale a nascere nel caso del secondo referendum. Non c'è da meravigliarsi che anche una parte di cattolici praticanti abbia votato per il Sì, perché sono vittime della propaganda come tutti gli altri, o a causa della trasmissione semplicistica e moralistica della fede per molti decenni.

Le Voci delle Donne Irlandesi: Storie di Dolore e Lotta
Durante la campagna referendaria, sono emerse storie personali strazianti che hanno avuto un impatto significativo sull'opinione pubblica. Vicky Wall, a 24 settimane dalla sua gravidanza, ha ricevuto la diagnosi di trisomia 18 per il feto. Le è stato offerto l'aborto, ma ha scelto di non farlo, volendo "far capire che le donne meritano qualcosa di più dell'aborto. L'aborto è un atto violento per una donna. Fa male e uccide un bambino". La sua bambina, Liadan, è morta dopo 32 settimane, ma Vicky e il suo compagno hanno passato del tempo con lei come una famiglia amorevole.
Dall'altro lato della barricata, Claire Cullen Desol, alla quarta gravidanza, ha raccontato la sua esperienza con la terza figlia, Alex, a cui è stata diagnosticata la sindrome di Patau, una condizione che la rendeva incompatibile con la sopravvivenza. Claire chiese di partorire subito, ma i medici si rifiutarono in base all'VIII emendamento, perché il parto sarebbe stato considerato un aborto. Claire ha descritto come fosse disperata: "Qualcosa si poteva fare e le persone lo sapevano, tutti conoscevano lo stato in cui mi trovavo. Era noto che non ero in grado di lavorare, non potevo badare ai miei figli, sapevano che non stavo bene. A scuola stavo per crollare a causa degli attacchi di panico. Non ero in grado di fare la spesa. Non potevo andare avanti ma tutti se ne fregavano. Non importava chi fossi, non importava che la mia salute mentale fosse assolutamente a pezzi. Tutto ciò che importava era che io e la bimba fossimo vive, perché ero incinta, contava solo questo. Quando sei incinta e sei viva è considerato sufficiente ma non può esserlo per te."
Anche l'attivista Janet O’Sullivan ha condiviso la sua esperienza di viaggio verso l'Inghilterra per abortire, descrivendo il senso di vergogna e la presenza di manifestanti che si radunavano sapendo che i giovedì o i venerdì molte donne irlandesi si recavano per tale scopo. Queste e molte altre storie personali, profondamente private e strazianti, hanno spinto le persone ad ascoltare e a rispondere, contribuendo al cambiamento dell'opinione pubblica. Catherine Dunne, scrittrice irlandese, ha sottolineato come il coraggio di donne sole e di altre insieme ai loro partner, che hanno scelto di parlare pubblicamente dello stigma sopportato quando hanno dovuto scegliere di porre fine alle gravidanze, abbia determinato un enorme cambiamento nelle ultime settimane della campagna.
L'aborto anche in Irlanda
I Risultati e il Significato del "Sì"
I risultati del referendum del 25 maggio 2018 non hanno lasciato margini al dubbio: il Sì all'abrogazione ha vinto con oltre il 66% dei suffragi (precisamente il
tags: #chiesa #irlanda #aborto #repubblica