Il papà in attesa: tra trasformazione interiore e il peso dell'assenza

La gravidanza, nell'immaginario collettivo, è spesso vissuta come un evento che appartiene esclusivamente alla sfera femminile. Questa visione parziale porta a sottovalutare le riflessioni maschili, i conflitti interiori e le profonde trasformazioni che attraversano i padri "in attesa". Come per la donna, anche per l'uomo l'attesa rimescola tutte le carte e la sua mente è "gravida" di pensieri ed emozioni mai provate prima. Alla gioia legata all'arrivo del figlio si aggiunge la paura del carico che questo comporterà e l'insicurezza riguardo al ruolo da assumere.

riflessioni di un futuro papà che osserva la crescita della pancia della compagna

Mentre un tempo al padre era richiesto solo di lavorare e garantire la sicurezza economica della famiglia, oggi le competenze richieste a chi esercita il ruolo paterno sono meno definite che in passato, talvolta contrastanti: da un lato quella di proteggere la compagna e provvedere ai suoi bisogni, dall'altro quella di contenerla emotivamente; manifestarle vicinanza e presenza e, allo stesso tempo, tollerare la distanza che deriva dall'essere il terzo nella intima relazione madre-figlio.

La ridefinizione del sé e il confronto con il passato

In qualche modo, il concetto di sé è rimesso in gioco e il futuro papà si trova a doversi ri-definire in relazione ai propri modelli maschili e al proprio modello paterno. Per i papà di oggi questo non è un compito facile perché, nei ricordi della propria infanzia - che affiorano con più frequenza nell'attesa di un figlio -, l'accudimento ricevuto è più spesso legato a figure femminili, come la madre o la nonna, mentre il padre è frequentemente sullo sfondo, a volte è temuto, altre è assente.

Questo spesso suscita rimpianto per ciò che non si è ricevuto dal proprio padre, bisogno di compensazione e voglia di recuperare, anche per se stessi e non solo per il nascituro, una figura di padre che possa risultare anche affettuoso con i figli. L'uomo si trova spesso impreparato ad affrontare il cambiamento sul piano dell'intimità e può accadere che viva la prorompente intimità madre-figlio come distruttiva per l'intimità della coppia, su cui si era fondato il legame con la compagna fino a quel momento.

Cosa accade ai padri durante la gestazione

Comprendere come vive la gravidanza il papà è tutto fuorché semplice. Nonostante sia principalmente la futura mamma a vivere cambiamenti importanti - basti pensare alla crescita della pancia e agli sbalzi ormonali -, anche l’uomo affronta nel corso delle settimane di gestazione un percorso personale altamente sfidante e da non sottovalutare. È importante, quindi, che il futuro papà sia consapevole e partecipe di quello che sta accadendo, così da essere pronto all’arrivo del neonato.

DIVENTARE PADRE | La GRAVIDANZA vista CON GLI OCCHI DEL PAPÀ

Agli uomini occorre più tempo per realizzare cosa significhi realmente avere un figlio e accoglierlo nella propria vita. Mentre la donna intreccia sin da subito un legame con il bambino che cresce dentro di lei, l’uomo tende a maturare la consapevolezza della nuova vita in arrivo con più lentezza nel corso delle settimane. Le reazioni all’annuncio della gravidanza sono estremamente soggettive: alcuni futuri papà si concentrano sull’organizzazione del post parto senza godersi “il viaggio”, altri si buttano a capofitto nel lavoro, rimandando la presa di coscienza.

La sindrome della "covata" e i cambiamenti fisici

Recenti studi hanno dimostrato che anche negli uomini, fin dai primi mesi della gravidanza della loro compagna, avvengono dei cambiamenti fisici. Si tratta perlopiù di variazioni ormonali come l’aumento di estradiolo, ossitocina e prolattina, da cui derivano una riduzione dell’aggressività e l’intensificarsi della sfera affettiva ed emotiva. Il futuro papà, inoltre, può vivere in prima persona i disturbi tipici delle prime settimane di gravidanza, come la nausea, i crampi alle gambe, la stanchezza e perfino l’aumento di peso.

Questo corredo di sintomi ha un nome: gli esperti parlano di sindrome della couvade (ovvero della “covata”). In sostanza, quando tra i due partner c’è una profonda empatia, il padre tende a somatizzare e a partecipare all’esperienza della gestazione in prima persona, come se la stesse vivendo in modo diretto. È stato anche dimostrato che i padri, proprio come le madri, hanno una naturale predisposizione all’accudimento del bambino. A fare la differenza è la modalità con cui questo atteggiamento si manifesta: seppure con alcune eccezioni, la madre è biologicamente sempre pronta ad accudire il suo piccolo, mentre questa capacità del padre necessita di essere in qualche modo “educata” e “attivata”.

Strategie per un coinvolgimento consapevole

Può capitare che il papà faccia fatica a giocare con il neonato o che lo avverta perfino come un “intruso” nelle sue prime settimane di vita. Tutto questo accade, nella maggior parte dei casi, quando l’uomo non ha vissuto la gestazione della propria compagna con coinvolgimento. Molti uomini lamentano di sentirsi esclusi o addirittura di percepirsi come terzi incomodi, quasi come se fossero di troppo, e questo determina che il padre spesso finisca per essere completamente assente in gravidanza.

Un primo modo per accompagnare gli uomini lungo il percorso della genitorialità consapevole è incentivare la loro presenza ai corsi preparto. Alle volte, però, questo può non essere sufficiente: alcuni papà, per esempio, hanno bisogno di avere uno spazio a loro dedicato, in cui potersi confrontare con psicologi e terapeuti. A tal proposito, stanno prendendo sempre più piede i cosiddetti Cerchi dei papà, gruppi di auto-aiuto in cui padri esperti aiutano i neo-papà e i futuri papà a riflettere sulla paternità e a condividere le loro emozioni. È importante, inoltre, la partecipazione ai controlli durante la gravidanza ed essere presenti alle ecografie. In questo modo, la futura mamma e il futuro papà iniziano a sentirsi una coppia di genitori.

L'ombra dell'assenza emotiva

Ci sono case in cui c’è qualcosa che fa più male dei litigi, delle porte sbattute e finanche di un’assenza fisica. Eppure, chi cresce lì dentro fa esperienza di una mancanza che ha il rumore del vuoto. È un’assenza che non si vede a occhio nudo perché il genitore c’è, accompagna, organizza, porta a scuola, firma i quaderni. Ma non sente. Non sintonizza. Non registra ciò che accade nello spazio emotivo del figlio.

In queste case, le parole diventano gusci: “Non è niente”, “Su, passa”, “Non farne un dramma”. Frasi ordinarie, apparentemente innocue, che però inviano un messaggio costante: “Quello che provi non conta, non trova posto dentro di me.” L’assenza emotiva non è cattiveria; spesso è la ripetizione inconsapevole di un copione antico: adulti che da bambini non sono stati contenuti e che, diventati genitori, hanno imparato a reggersi con l’efficienza, la razionalità, il fare - più che con il sentire.

Riconoscere le dinamiche del distacco

Il disallineamento è una caratteristica chiave: il bambino esprime un’emozione e il genitore risponde con un contenuto non sintonico. L’iperfunzionalità funge da difesa: si fanno cose, tante, per evitare l’imbarazzo dell’intimità emotiva. Alla base c’è spesso una ipoattivazione dell’assetto affettivo nei contesti prossimali: l’adulto modula verso il basso la risposta limbica, rifugiandosi nel controllo. Manca l’eco: il bambino manda un segnale e non riceve risonanza.

Sul piano psicoanalitico, potremmo dire che il bambino interiorizza un oggetto freddo: una presenza che garantisce logistica, ma non contenimento. La conseguenza più sottile è la confusione tra sicurezza e invisibilità: per sentirsi al sicuro, il bambino impara a cancellarsi - non chiede, non mostra, non pesa. L’assenza emotiva non lascia cicatrici vistose, ma scrive nei copioni relazionali: “Se mostro, perdo; se taccio, resto.” Ecco perché le frasi contano così tanto: sono il lessico quotidiano di questo patto tacito.

Frasi tipiche e il loro impatto sullo sviluppo

Esistono frasi che, ripetute nel tempo, scolpiscono l'identità del bambino. Quando un genitore dice "Non è successo niente, smettila di piangere", il messaggio implicito è che il corpo del bambino sia sbagliato quando sente. Se il genitore esclama "Hai tutto, di cosa ti lamenti?", si crea un divorzio tra realtà esterna e realtà interna. Il bambino impara a non fidarsi del proprio sentire.

illustrazione metaforica di un dialogo mancato tra genitore e figlio

Frasi come "Io alla tua età già facevo…" introducono una comparazione svalutante che spegne l’esplorazione, trasformando il figlio in un oggetto di paragone con un sé ideale. Anche "Lasciami in pace, non vedi che sono stanco?" insegna al bambino che la richiesta di contatto è una minaccia. L'amigdala impara che chiedere equivale a un pericolo, portando il bambino a contrarsi e a diventare invisibile.

Le conseguenze dell'assenza nel tempo

La ferita dell’assenza emotiva non produce sempre sintomi eclatanti. Spesso si mimetizza in tratti apprezzati socialmente: autonomia, efficienza, responsabilità. Eppure, sotto la superficie, agisce su tre piani: la regolazione emotiva, l’immagine di sé e i copioni relazionali. Si cercano partner emotivamente poco disponibili, perché la mente riconosce come “casa” ciò che conosce.

Non è colpa di nessuno: i genitori emotivamente assenti spesso sono stati a loro volta bambini non sintonizzati. Ma responsabilità e colpa sono cose diverse: possiamo prenderci la responsabilità di cambiare il finale, oggi. Il lavoro consiste nel ricostruire una grammatica emotiva interna, dove ogni stato trova un nome, un posto, un ritmo di regolazione. E, soprattutto, nel sostituire la voce fredda con una voce che accoglie senza negare.

Verso una paternità autentica

A mio padre non saprei cosa scrivere perché non ho mai avuto un vero papà. A chi è papà invece scriverei che una vita senza un padre è una vita a metà. Alla fine sopravvivi, anzi riesci a vivere anche bene se sei circondato dall’amore sincero di chi ti è sempre stato vicino, ma senti comunque che qualcosa manca. Il vero papà non è quello biologico ma colui che giorno dopo giorno ti cresce nonostante tutto.

Provo tanta invidia per chi è stato cresciuto così. Papà, ti scrivo come se ci fossi realmente, chiedendoti anche solo uno sguardo su questa vita. Essere un vero padre significa esserci nonostante tutto, guardare i tuoi figli come fossero una parte di te, come se senza te non potessero sopravvivere. A niente servono i soldi senza la presenza, perché il denaro senza amore è come il veleno.

Siamo tutti figli in attesa di un padre assente. Siamo tutti figli di un tempo che rappresenta l’era del tramonto dei padri, la cui rappresentazione patriarcale che li voleva come bussole infallibili o come bastoni pesanti per raddrizzare la spina dorsale si è esaurita irreversibilmente. Il padre assente, secondo Charmet, compare raramente sulla scena famigliare e delega il ruolo genitoriale completamente alla madre.

Si è diffusa sempre di più l’idea che ognuno di noi sia il prodotto della propria storia: un’infanzia difficile, una madre inadatta, un padre assente: pensiamo siano la causa di ciò che siamo diventati. Il lavoro psicologico insegna invece che la nostra storia può diventare l’alibi in cui rifugiarci per i nostri fallimenti, per le relazioni che non funzionano, per gli obiettivi che ci siamo dati e che non riusciamo a raggiungere. Guarire dall’assenza emotiva non significa riscrivere il passato, ma cambiare la voce che lo racconta dentro di noi. A quel bambino che ha imparato a non disturbare possiamo dire: “Adesso puoi bussare. Qui c’è posto.”

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