Il nome di Innocent Oseghale, un 30enne (poi 36enne) pusher nigeriano, è indissolubilmente legato a una delle cronache nere più dolorose degli ultimi anni in Italia: l'omicidio di Pamela Mastropietro. Sebbene il vasto dibattito pubblico e giudiziario si sia concentrato sulle accuse di omicidio, occultamento di cadavere e violenza sessuale, emergono anche dettagli personali della sua vita, inclusa la menzione di una compagna incinta in un momento cruciale delle indagini. Questa circostanza si inserisce nel più ampio e complesso quadro delle vicende che hanno portato alla condanna definitiva di Oseghale e alla persistente ricerca di verità da parte della madre di Pamela.
La Compagna Incinta e le Confessioni nel Carcere
Nel corso delle indagini e del processo che hanno coinvolto Innocent Oseghale, si è fatta menzione della sua compagna, indicata come "fidanzata" o "compagna", che lo visitò in carcere. Documenti esclusivi a cura di Claudia Marchionni, mandati in onda da Quarta Repubblica, hanno rivelato filmati risalenti al 9 marzo 2018, circa quaranta giorni dopo l'omicidio della 18enne, che mostravano una conversazione nel parlatorio del carcere di Ascoli Piceno. In questa occasione, il trentenne nigeriano, accusato di omicidio e violenza sessuale su Pamela Mastropietro, fu a colloquio con la sua compagna, descritta come incinta, e in questo contesto fece la sua confessione.

Durante l'incontro, la compagna incalzò Oseghale con la domanda "Sei stato tu?". Lui rispose: "C'è stato me, c’è stato amico mio. Noi siamo fatti insieme e lei ha fatto la siringa, e lei è caduta". La "lei" in questione era, ovviamente, Pamela. Sebbene Oseghale ammettesse il vilipendio e l'occultamento di cadavere, egli respinse l'accusa di aver accoltellato a morte la ragazza. I due conversarono per un'ora e mezza in italiano, nonostante Oseghale avrebbe in seguito finto di non conoscere la lingua in aula, richiedendo un interprete per la traduzione in inglese. La stessa donna che gli fece visita in prigione si rese irreperibile il 13 marzo, quando avrebbe dovuto testimoniare davanti alla Corte d'Assise, e qualche giorno dopo avrebbe tentato il suicidio. Queste circostanze offrono uno scorcio su aspetti più intimi della vita di Oseghale, intrecciati al drammatico caso giudiziario.
Domani a Roma i funerali di Pamela Mastropietro. Intercettazioni shock del nigeriano accusato
Successivamente, in una lettera dalla quale non parlava di Pamela e non si mostrava pentito, Oseghale scrisse che gli mancavano la moglie e i figli. Questa affermazione sottolinea l'esistenza di una sfera familiare che, sebbene non direttamente coinvolta nei fatti criminosi, subiva le ripercussioni delle azioni di Oseghale, in un contesto dove il dolore della famiglia Mastropietro per la perdita di Pamela si contrapponeva a un'apparente mancanza di rimorso.
Il Contesto Tragico: L'Omicidio di Pamela Mastropietro
Pamela Mastropietro, nata a Roma il 23 agosto 1999 nel quartiere San Giovanni, era una giovane donna affetta da una diagnosi di disturbo di personalità borderline e dipendente da droghe. Il 18 ottobre 2017, all'età di 18 anni, si trasferì in una comunità di recupero per tossicodipendenza a Corridonia (MC). Sua madre, Alessandra Verni, dichiarò che la ragazza aveva iniziato ad abusare di droghe dopo aver frequentato un uomo rumeno e che, al momento della morte, stava seguendo un percorso di recupero. Seguita da uno psichiatra nella comunità, Pamela dichiarò di abusare di alcol dall'età di 12 anni e di altre droghe dai 14 anni.
Il 29 gennaio 2018, Pamela si allontanò volontariamente dalla comunità di Corridonia con l'intenzione di tornare nella Capitale, Roma. Quella sera, un uomo la accompagnò in auto alla stazione di Corridonia-Mogliano in cambio di un rapporto sessuale. Lì, la ragazza avrebbe voluto prendere un treno per fare ritorno a Roma, ma lo perse e accettò l'offerta di un passaggio da parte di un tassista locale. Non arriverà mai a destinazione.

Tra il 30 e il 31 gennaio 2018, in via dell’Industria, a pochi chilometri da Macerata, tra Casette Verdini e Pollenza, un passante notò la presenza di due valigie abbandonate in un piccolo fossato non lontano dal cancello di una villetta. All'interno di queste valigie fu trovato il cadavere smembrato di Pamela Mastropietro, fatto a pezzi. Il corpo di Pamela, fatto a pezzi e diviso in due valigie, fu ritrovato il 30 gennaio 2018. Questo macabro ritrovamento segnò l'inizio di un'indagine complessa e di un lungo percorso giudiziario.
Le Indagini Iniziali e l'Arresto di Innocent Oseghale
Immediatamente dopo il ritrovamento del corpo, Innocent Oseghale, un nigeriano di 29 anni con un permesso di residenza scaduto e precedenti penali per spaccio di droga, divenne il principale sospettato e fu arrestato poco dopo. Secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, a ucciderla sarebbe stato proprio Oseghale, all'epoca 33 anni, dopo averla drogata con eroina e dopo averla violentata. Poi, per disfarsi del corpo, l'avrebbe smembrata e gettata via nei due trolley.
Insieme a Oseghale, i Carabinieri arrestarono anche i suoi connazionali Desmond Lucky e Lucky Awelima. Questi ultimi furono archiviati per mancanza di prove, ma la madre di Pamela ha sempre sostenuto che dietro la morte della figlia ci fosse una pista più grande e oscura, forse quella degli omicidi rituali nigeriani, e che altri assassini di sua figlia fossero liberi e in circolazione.
L'omicidio causò indignazione pubblica e rabbia, ma anche sentimenti razzisti e xenofobi. Venne considerato la principale motivazione dell'attentato commesso a Macerata cinque giorni dopo da Luca Traini, il quale esplose diversi colpi di pistola dalla sua auto in movimento contro un gruppo di immigrati, ferendone sei, per 'vendicare' Pamela. Luca Traini, autore dei raid a colpi di pistola contro i migranti, fu condannato a 12 anni di carcere e, sette anni dopo i fatti, tornò libero. Il legale della famiglia Mastropietro, Marco Valerio Verni, commentò la notizia dell’uscita dal carcere di Luca Traini, affermando che "Tutto, anche il peggiore dei crimini, si deve risolvere in un tribunale e giammai seguendo altre vie che aprirebbero la strada ad una giustizia fai da te che non appartiene, né deve appartenere, ad uno stato di diritto".
Il Processo a Oseghale: Accuse, Prove e Controversie
Il processo a Innocent Oseghale si aprì il 13 febbraio 2019, con rito ordinario, davanti alla Corte di Assise di Macerata. Le accuse contestate furono omicidio e violenza sessuale contro una vittima in condizioni di inferiorità, occultamento e distruzione del cadavere. In aula, Oseghale ammise di aver fatto a pezzi Pamela, ma negò di averla violentata e uccisa, sostenendo di voler "pagare per il crimine commesso ma non per quello che non ho fatto".
Secondo le dichiarazioni spontanee fatte da Oseghale in aula, Pamela si sarebbe iniettata la droga nella sua casa di via Spalato e poi si sarebbe sentita male. "Mentre stavo mettendo la musica, ho sentito un tonfo", disse l'imputato spiegando di essere "andato a verificare cosa fosse successo" e di aver "trovato la ragazza a terra, le fuoriusciva qualcosa dalla bocca, l'ho presa in braccio e appoggiata sul letto". In seguito, convinto che stesse meglio, sarebbe uscito per una consegna di droga, ma una volta tornato la ragazza "non respirava più". Preso dal panico, avrebbe deciso di disfarsi del corpo, ma visto che "non entrava in valigia ho deciso di farla a pezzi".
Il processo vide la mamma e il papà della ragazza seduti a pochi metri dall'imputato. Oltre alla famiglia, furono ammessi come parti civili il proprietario dell'appartamento di via Spalato, dove la ragazza è morta, e il Comune di Macerata. Il procuratore di Macerata Giovanni Giorgio, dopo la sentenza pronunciata dalla Corte d'assise di Macerata che condannò all'ergastolo Innocent Oseghale, commentò: "Avevamo chiesto l'ergastolo ed ergastolo è stato". Giorgio ringraziò i collaboratori della Procura, i magistrati e gli avvocati, sottolineando che "È stato un lavoro duro, c'è stata tanta pressione mediatica, ma noi abbiamo cercato sempre di tenere i piedi per terra".

La Causa della Morte: Battaglia tra Periti
Al centro della discussione vi fu un'autentica battaglia tra periti in aula. Tutto ruotò sulle lesioni riscontrate sui resti della ragazza. Secondo l'accusa, due coltellate al fegato furono inferte da viva e furono la causa della morte, mentre per la difesa non era affatto certo, potendo invece essere post mortem, inferte quando il corpo fu fatto a pezzi. Mariano Cingolani, medico legale incaricato dalla procura, riferì che due delle lesioni riscontrate sul corpo di Pamela Mastropietro, alla base dell'emitorace destro, erano vitali, compatibili con un'arma da punta e taglio. Sulla stessa linea la consulente di parte civile, Luisa Regimenti, per la quale "Pamela fu uccisa da due colpi di fendente al fianco destro". Al contrario, per il consulente medico legale della difesa Mauro Bacci, "non ci sono elementi di certezza per dire che ci sono delle lesioni vitali" al fegato, ovvero inferte a Pamela quando era in vita. Bacci sostenne che sarebbe stato opportuno utilizzare più marcatori per valutare la vitalità o meno delle lesioni, ma la Corte d'Assise respinse l'istanza per una nuova perizia avanzata dalla difesa.
Anche le perizie tossicologiche furono cruciali. Secondo il consulente tossicologico della procura Rino Froldi, l'ipotesi di una morte per overdose era esclusa senza dubbio. Sebbene Pamela Mastropietro "era sotto effetto di stupefacente" al momento del decesso, i risultati degli esami effettuati non erano coerenti con una morte per overdose. Per il procuratore Giovanni Giorgio e il pm Stefania Ciccioli, Pamela "non è morta di overdose, è stata uccisa da Oseghale con due coltellate" perché voleva andarsene dalla casa di via Spalato, dove l'imputato continuava a pretendere da lei, stordita, rapporti sessuali. Pamela "è stata uccisa perché ha voluto sottrarsi a tutto quello che stava capitando nell'abitazione di Oseghale", disse Ciccioli. D'altra parte, lo ribadì anche il procuratore Giorgio, Oseghale "ha strumentalizzato Pamela come un giocattolo", lei era solo "uno strumento per soddisfare la sua cupidigia sessuale". E quando lei reagì, secondo l'accusa, lui l'accoltellò d'istinto.
Le Confessioni Contrastanti: Vincenzo Marino vs. i Compagni di Cella
Il processo si tenne anche con la presenza di Vincenzo Marino, ex boss della 'Ndrangheta e compagno di cella di Oseghale, che riferì ciò che questi gli avrebbe confessato in cella. Marino, teste dell'accusa, raccontò in aula di aver ricevuto le confidenze di Innocent Oseghale quando ad Ascoli furono detenuti insieme per un breve periodo. "Mi disse che la ragazza arrivò a Macerata, ai giardini Diaz, e gli chiese un pò di eroina", disse Marino, secondo il quale Oseghale si rivolse al suo connazionale Desmond Lucky e in seguito i tre andarono nella casa di via Spalato "per consumare un rapporto a tre" perché i due volevano stare con la ragazza. Oseghale "mi raccontò che la ragazza si era fatta di roba, Desmond si avvicinò per approcciarla e la ragazza lo respinse, Desmond Lucky gli diede uno schiaffo e la ragazza cadde a terra e svenne. Poi Desmond Lucky se ne andò". A quel punto, secondo quanto l'imputato gli avrebbe riferito, Oseghale provò a rianimarla, ebbero un rapporto sessuale, poi la ragazza voleva andarsene "disse che se no l'avrebbe denunciato. Ebbero una colluttazione, Oseghale le diede una coltellata all'altezza del fegato e Pamela cadde a terra". Quando iniziò a sezionare Pamela, ricostruì Marino, Oseghale era convinto che la ragazza fosse morta invece "iniziò a muoversi e lamentarsi e gli diede una seconda coltellata".

La difesa chiamò a deporre come testimoni tre ex compagni di cella di Oseghale, i quali smentirono la ricostruzione di Marino, affermando che tra l'imputato e l'ex collaboratore di giustizia non c'erano possibilità di incontro e di colloqui. Secondo i tre detenuti, con loro Oseghale ha sempre negato di aver ucciso Pamela: ha parlato di un rapporto sessuale "consenziente" in cambio dell'aiuto a trovare una dose di eroina e la morte dopo l'iniezione di stupefacente "per overdose", raccontò uno dei tre ex compagni di cella, Stefano Giardini. "Lui ha sempre negato le coltellate, lui ha detto che l'ha solo vivisezionata".
La Ricerca Incessante della Verità da Parte della Madre di Pamela
La madre di Pamela, Alessandra Verni, ha svolto un ruolo centrale e commovente nel corso di tutto il percorso giudiziario, lottando come una leonessa per ottenere giustizia per la sua "bambolina". Alla lettura della sentenza della Corte d'assise di Macerata, tra il pubblico dei parenti e degli amici della ragazza, partì un applauso, sebbene il presidente della Corte richiamò subito al silenzio. Alessandra Verni ha sempre sostenuto il coinvolgimento di altri, e ha ripetuto che il caso "non è chiuso" e che "Altri assassini di mia figlia sono liberi e in circolazione".
Il suo dolore e la sua tenacia l'hanno spinta a cercare la verità anche al di fuori delle aule di tribunale. "Volevo dargli la chance di pentirsi e dire la verità, di denunciare e dare giustizia a mia figlia", ha detto la madre di Pamela dopo aver incontrato Oseghale in carcere. "Io penso che questo incontro sia servito a me, penso anche a lui. Mi sono presentata come Pamela: mi sono vestita come lei quel giorno, ho scurito i capelli come lei - con la coda e la frangia - e mi sono messa anche la maglietta con le foto di come l’ha ridotta per ricordare quello che ha fatto. Oggi Dio e Pamela mi sono stati vicini." La madre della 18enne, tuttavia, non vuole che questo incontro possa trasformarsi in una strada per ottenere permessi premio o benefici per Oseghale: "Dovrebbero cambiare qualcosa - precisa Verni - una vittima che deve incontrare il carnefice deve per forza passare per il percorso di giustizia riparativa e questo non è giusto".

Nei mesi scorsi, aveva chiesto di vedere l’uomo, per il quale la condanna è stata confermata a gennaio scorso dopo un secondo ricorso, straordinario, in Cassazione. Dopo l'incontro, Alessandra Verni, nel marzo del 2025 (in un contesto futuro rispetto all'epoca dei fatti ma riportato nel testo come data futura di un avvenimento), ha scritto una lettera aperta ai genitori di Innocent Oseghale, cercando la verità e volendo incontrare la madre e il padre dell’assassino di sua figlia. "Il 30 gennaio 2026 ricorre l’ottavo anniversario del giorno in cui mia figlia mi è stata portata via dalle mani di Innocent Oseghale. Per otto lunghi anni ho portato con me un dolore che nessuna madre dovrebbe mai conoscere, lottando ogni singolo giorno per la verità e la giustizia," scrive Verni. Si rivolge ai genitori di Oseghale con il cuore pesante, ma anche con uno spirito alla ricerca di una verità che vada oltre le mura di un’aula di tribunale, poiché, a suo avviso, "Oseghale non ha mai detto la verità. Non ha mai mostrato rimorso per quello che ha fatto a Pamela". Chiede loro di ascoltare il dolore di una madre che lotta da anni per la giustizia e che chiede la dignità di un dialogo diretto, con la speranza di una risposta umana. In precedenza, in occasione del 25esimo compleanno della figlia, aveva scritto una lettera a Innocent Oseghale: "Voglio guardarti negli occhi, cercare di capire perché e come sei arrivato a compiere un atto così terribile".
Alessandra Verni ha inoltre notato che ci sono molte agevolazioni per i detenuti, come l'apertura della Porta Santa a Rebibbia, ma "non c'è una giornata per le vittime". La perdita della figlia, causata da Oseghale e da altri, ha lasciato una ferita incolmabile, e le parole non possono descrivere il dolore e l’angoscia che prova ripensando a quello che ha subito Pamela da parte di quegli assassini. Anche in occasione della morte del padre della ragazza, il 10 maggio 2023, Alessandra Verni aveva preso carta e penna e scritto al carnefice di sua figlia: "Hai sempre ribadito il tuo pentimento, chiedendo perdono. Perdono, parola difficile da pronunciare e ancor più da praticare, soprattutto di fronte a un crimine così disumano e demoniaco. Sento, però, che è arrivato il momento di affrontare questo dolore in modo costruttivo. Accetta questo regalo che, oggi, dal cielo ci donano. È una grande occasione, un’opportunità per entrambi." La sua tenace e disperata insistenza, seppure lei non si pronuncia su quando l’incontro avverrà, dovrebbe essere premiata. "Voglio incontrarlo in carcere, luogo protetto. Guardarlo negli occhi, provare a cercare di capire perché e come è arrivato a compiere un atto così terribile. Chiedergli: “Se fosse successo a tua figlia cosa avresti fatto?”. Spero che da questo incontro possa emergere un barlume di umanità e di verità. È un percorso doloroso, ma credo fermamente in questo incontro. Non cerco vendetta ma verità, giustizia e pace. Non sarà facile né per me né per lui, ma, il mio fuoco interiore ora vuole costruire, non distruggere. Se è vero il suo pentimento, che approfitti della giustizia riparativa per accettare un incontro con me, lui che ha sempre evitato il mio sguardo."
Gli Sviluppi Legali e le Condanne Definitive
Ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi per Innocent Oseghale, 30enne pusher nigeriano, fu la prima condanna per omicidio e occultamento di cadavere, mentre la violenza sessuale fu assorbita dalle aggravanti, per la morte di Pamela Mastropietro. La Corte di Assise di Macerata condannò Oseghale all'ergastolo.
Il 21 novembre 2019, il fatto approdò al Parlamento europeo in vista della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, con l'intenzione di portare la storia di Pamela, con tutti gli aspetti ad essa connessi, nella massima istituzione europea.

Oseghale è stato condannato in tutti i gradi di giudizio per l'omicidio e l'occultamento del cadavere di Pamela. La Corte di Cassazione ha confermato l'ergastolo per Innocent Oseghale, il 36enne nigeriano, nel procedimento per l'omicidio, lo stupro e lo smembramento del cadavere della 18enne romana Pamela Mastropietro, avvenuti il 30 gennaio 2018 a Macerata. La Cassazione ha depositato il verdetto con cui ha respinto il ricorso straordinario della difesa che chiedeva di escludere l'accusa di violenza sessuale sulla base di asseriti errori materiali e di annullare la sentenza che aveva inflitto l'ergastolo. I giudici, dopo l'udienza, hanno respinto il ricorso, accogliendo la richiesta della Procura generale di conferma della pena. La mamma di Pamela ha espresso la sua felicità e sollievo per la decisione dei giudici, affermando che questa sentenza rappresenta un passo significativo verso la giustizia per sua figlia e per tutte le vittime di atrocità simili. Ha sottolineato l'importanza che la verità venga riconosciuta e che chi ha compiuto atti così gravi ne risponda. La lotta per la memoria di Pamela continua, e questa decisione le ha dato nuova forza e speranza, sperando che sia la decisione definitiva che conferma l'ergastolo.
Tuttavia, la Cassazione aveva annullato con rinvio la sentenza di condanna per stupro. Da qui, un nuovo giudizio, un "processo bis", si è celebrato per la sola aggravante della violenza sessuale. La Corte di Assise di appello di Perugia ha confermato la condanna nei confronti di Innocent Oseghale anche per violenza sessuale. Alessandra Verni ha dichiarato: "È una sentenza giusta, spero sia ergastolo a vita senza sconti di pena". La madre ha confessato di essere "tesa" perché "ho imparato che nella vita non si sa mai, dovevo aspettarmi di tutto. Ma confidavo nei giudici, nella loro umanità e nel fatto che hanno letto le carte". Questa sentenza "un po’ di sollievo me lo dà", ma "ora vogliamo gli altri. Ci sono le prove che ci stavano altri, ci sono altri mostri fuori da prendere", ha detto.
L'avvocato Simone Matraxia, co-difensore con Umberto Gramenzi del 36enne nigeriano, ha espresso "dispiacere" per il verdetto che ha bocciato il ricorso straordinario. Ha sostenuto che "il fatto che la Cassazione abbia rigettato il ricorso e non lo abbia dichiarato inammissibile né di primo acchito né alla prima udienza, dimostra direttamente che le nostre ragioni avevano un fondamento". Ha aggiunto che "c'è rammarico, le nostre argomentazioni erano molto valide come dimostra il fatto che il ricorso era stato considerato ammissibile in prima battuta e anche all'esito della decisione che si è conclusa con un rigetto e non con una inammissibilità".
Il corpo di Pamela venne fatto a pezzi, i resti trovati in due valige abbandonate in un fossato vicino a una villetta vicino Macerata. A casa di Oseghale i carabinieri trovarono vestiti della ragazza macchiati di sangue. Il nigeriano aveva confessato di aver partecipato allo smembramento del cadavere, ma ha sempre negato di essere coinvolto nell’omicidio. Il processo a Oseghale è stato un caso di grande complessità e visibilità mediatica, che ha messo in luce non solo la brutalità del crimine, ma anche le sfide del sistema giudiziario di fronte a narrazioni contrastanti e a una profonda richiesta di giustizia e verità da parte della famiglia della vittima.