La riflessione sulla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) si trova al centro del dibattito bioetico contemporaneo, proprio in relazione a determinate innovazioni tecnologiche che sono completamente nuove e che hanno profondamente ridefinito i confini della riproduzione umana e della famiglia. In Italia, la complessità di queste questioni è stata evidenziata dall'approvazione della legge 40/2004, seguita da un referendum abrogativo di parte di essa, a testimonianza di quanto profondamente queste tecniche tocchino aspetti etici, sociali e culturali. Caterina Botti, professoressa associata di Filosofia Morale presso la Sapienza Università di Roma, dove insegna Bioetica e Filosofia Femminista e Studi di Genere, offre una prospettiva critica e approfondita su questi temi, ponendo l'accento sulle implicazioni morali, sociali e di genere della maternità surrogata nel contesto di un'analisi che tiene conto anche delle dinamiche neoliberiste.
Le Tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita: Definizioni e Implicazioni
Con l'acronimo PMA ci si riferisce all'insieme di tecniche che si sono sviluppate a partire dagli anni '70, in prima istanza per aiutare coppie che non riuscivano ad avere figli. Queste tecniche rappresentano un campo in continua evoluzione, che ha esteso le possibilità riproduttive ben oltre i limiti biologici tradizionali, introducendo nuove considerazioni etiche e legali.

Le procedure di PMA possono essere distinte in diverse categorie, a seconda del grado di invasività e delle modalità di intervento:
Inseminazione Assistita
L'inseminazione assistita consiste nella semplice introduzione dei gameti maschili nel corpo della donna con procedura non troppo invasiva. Questa tecnica può essere eseguita anche attraverso l'uso di kit fai da te, rendendola accessibile in contesti meno medicalizzati e con costi relativamente contenuti. La sua minore invasività la rende spesso il primo passo per le coppie con problemi di fertilità maschile o femminile lieve.
Fecondazione Assistita (FIVET)
La fecondazione assistita, e in particolare la fecondazione in vitro e il trasferimento degli embrioni nell'utero (FIVET), sono procedure invasive che vengono utilizzate per aiutare le coppie che hanno difficoltà a concepire naturalmente. Questo processo prevede la stimolazione farmacologica dell'ovulazione per ottenere la produzione di più ovuli, che vengono poi fecondati in laboratorio. Gli embrioni così ottenuti vengono successivamente trasferiti nell'utero della donna. Questa tecnica richiede un monitoraggio medico costante e comporta rischi e disagi per la paziente, oltre a sollevare questioni etiche complesse relative alla manipolazione embrionale e al destino degli embrioni non utilizzati.
Distinzioni Etiche: Omologa ed Eterologa
In ambito etico, è possibile fare una distinzione tra due tipi di procedure di fecondazione: omologhe ed eterologhe. Le procedure di fecondazione omologhe coinvolgono una coppia genitoriale, in cui entrambi i partner forniscono i gameti per la fecondazione. È importante notare che questa distinzione si basa su un modello eterosessuale, in cui la differenza tra i gameti di provenienza ha senso.
Un caso estremo di fecondazione eterologa è rappresentato dalla maternità surrogata. In questo caso, non solo viene utilizzato l'ovocita di una donna diversa, ma anche il fatto che questa donna porti avanti la gravidanza al posto della madre intenzionale. Questa pratica solleva ulteriori questioni etiche e legali, poiché coinvolge il coinvolgimento di una terza persona nella creazione di una famiglia.
La Maternità Surrogata: Nuove Configurazioni Familiari e Dilemmi Etici
La gravidanza surrogata è una pratica in cui una donna porta avanti la gravidanza per conto di un'altra donna che non può portare avanti la gravidanza nel proprio utero. La complessità di questa pratica è tale che essa può coinvolgere anche tre donne: la donatrice dell'ovulo, la madre che porta avanti la gravidanza e la madre che beneficia di queste due donatrici, definita da alcuni come "madre sociale" o "madre intenzionale".
Questa configurazione articolata impone un necessario sforzo di riconcettualizzazione della procreazione e delle figure genitoriali. Ad esempio, ci si può domandare chi sia la vera madre tra una serie di madri: donatrici, portanti, sociali, ecc. Nel caso della maternità surrogata senza una madre sociale, sorgono interrogativi profondi: si dice che il nato non ha una madre? O si dice che ha una madre solo biologica? Questa pratica è una forma di azione molto precoce? O una forma di riproduzione per interposta persona?
In ogni caso, occorre interrogarsi sul senso dato alla riproduzione e alle figure che la caratterizzano, a come articolarla e alla responsabilità degli individui e sulle implicazioni morali di queste tecniche. È fondamentale considerare che la PMA, nata con finalità terapeutica per la sterilità, è stata progressivamente allargata per dare figli non malati a portatori di malattie genetiche o a individui che non possono ricorrere alla riproduzione sessuale per ragioni di stili di vita, orientamento sessuale o scelte personali. Questo ha inaugurato un nuovo modo di pensare alla riproduzione, ampliandone le finalità e i soggetti coinvolti.

La discussione sulla maternità surrogata non è solo teorica, ma si scontra anche con questioni pratiche e legali fondamentali, come ad esempio se debba essere solo su base oblativa (altruistica) o anche commerciale. Questo aspetto introduce direttamente il tema del neoliberismo e della mercificazione dei corpi e delle relazioni umane.
Disponibilità vs. Indisponibilità della Vita: Due Visioni Morali a Confronto
Il dibattito etico intorno alla PMA e alla maternità surrogata è spesso polarizzato tra due punti di vista moralmente esclusivi: quello dell'indisponibilità della vita e quello della disponibilità della vita.
L'Indisponibilità della Vita
Questa prospettiva intende la moralità come rispetto dell’ordine naturale o divino e dell’ordine teleologico della vita umana stessa, che si manifesta in un inizio, uno sviluppo e una fine predeterminati. I sostenitori dell'indisponibilità obiettano alle tecniche di riproduzione definendole innaturali, in quanto turbano questo ordine prestabilito.
Il primo tema di obiezione riguarda le implicazioni di queste tecniche sulla concezione più diffusa dell'idea di famiglia e sulla loro auspicabilità. La prospettiva dell'indisponibilità stigmatizza le tecniche di procreazione perché complicano o modificano il modello di famiglia naturale, moltiplicando gli attori sulla scena riproduttiva. Questo potrebbe dar luogo a una moltiplicazione o sfilacciamento delle figure genitoriali ed è dubbia la legittimità di dare la possibilità di riprodursi a donne sole e coppie eterodosse, che non rientrano nel modello tradizionale.
Le critiche da parte della psicanalisi, spesso allineate con questa visione, sostengono che la PMA possa portare allo stravolgimento della struttura profonda che ordina la mente, come il complesso di Edipo, o il turbamento dell'ordine primordiale dei rapporti umani, le norme non scritte da cui dipende l'umanizzazione stessa dell'uomo.
La Disponibilità della Vita e la Prospettiva di Caterina Botti
La visione della disponibilità della vita, al contrario, si libera dai concetti filosoficamente scivolosi e ambigui come naturalità, finalismo, ordine divino, ecc. Essa elabora criteri condivisibili su basi razionali, ponendo l'accento sull'autonomia individuale e sulla possibilità di scelta.
Caterina Botti propone una sua articolazione di questo punto di vista, individuando un approccio sulla morale in continuità con la disponibilità della vita, ma che si differenzia per la considerazione degli individui. Per Botti, la sofferenza e la libertà di queste persone non sono entità astratte, disincarnate e seriali, ma corporee e relazionali, e devono essere prese in considerazione nella riflessione morale.
Se si assume la prospettiva della disponibilità della vita, non è sensato ipostatizzare una forma naturale di famiglia, in quanto nella storia si sono presentate varie forme di famiglia, come dimostrano esempi dall'antica Roma e da diverse parti del mondo. L'affermazione di matrice più empirica, che sostiene che la società o gli individui soffrirebbero della modificazione della famiglia naturale, non ha un supporto scientifico. Non può essere sufficiente la sola opinione di un esperto, di cui è dubbia anche l'effettiva neutralità.
In più, nella società ci sono già forme di famiglie non tradizionali, come genitori single e divorziati, e non sembra che queste abbiano creato grandi danni alle persone o alla società. Per i sostenitori della disponibilità, ciò rappresenta un'indebita discriminazione nel vietare nuove forme familiari.
Caterina Botti critica l'uso dogmatico di tesi psicanalitiche su cui esiste un ampio dibattito, considerandolo una forma di normatività indebita che rischia di andare di pari passo a posizioni conservatrici. Ciò che viene considerato naturale è spesso frutto di arbitrarietà e pregiudizi. Botti fa un semplice esempio che dimostra questa cosa: la legge 40/2004 difende l'idea naturale di famiglia vietando il continuamento della procedura di fecondazione medicalmente assistita alla morte di uno dei due membri della coppia per evitare che il bambino nasca orfano o in una famiglia inadeguata. Al contrario, donne incinte cerebralmente morte vengono mantenute in vita per portare a termine la gravidanza, anche quando è chiaro che il bambino nascerà orfano di madre. Il fatto che sia orfano non è considerato in questo caso innaturale o deprecabile; viene considerato naturale far proseguire una gravidanza fin oltre la morte della donna, che diventa un contenitore. Questa palese contraddizione evidenzia come la fecondazione post mortem sia etichettata come innaturale, mentre la gravidanza post mortem sia considerata naturale, rivelando l'arbitrarietà di tali categorizzazioni.

I disponibilisti, dal loro canto, vedono la moltiplicazione delle forme familiari come la semplice possibilità di aumentare la felicità e la libertà degli individui, che possono scegliere il modo più consono di vivere le relazioni affettive e la sfera della riproduzione. Questo senza che vi siano danni per nessuno, ma anzi mettendo al mondo bambini molto desiderati.
Le Tensioni del Neoliberismo e le Questioni di Giustizia
Tuttavia, anche all'interno della prospettiva della disponibilità, emergono remore significative riguardo lo sfruttamento commerciale, che porta il rischio di sfruttare donne indigenti come donatrici o madri surrogato. A ciò si aggiungono questioni riguardanti la giustizia dell'accesso alle tecniche che, essendo costose, privilegerebbero i più ricchi, creando disuguaglianze nell'accesso alla genitorialità.
Non è il tema della famiglia in sé che mette in questione la liceità morale, anzi. Rispetto ad esso, è considerare immorali le pratiche e vietarle che amputano spazi di libertà in modo indebito e moralistico. Addirittura, nel caso della prevenzione della nascita di bambini con malattie, il divieto sarebbe profondamente immorale, negando la possibilità di evitare sofferenze significative.
La Prospettiva Femminista di Caterina Botti sulla Maternità Surrogata
Nel femminismo, la nozione stessa di famiglia naturale è già considerata di stampo patriarcale, ed è quindi esclusa a priori come via di obiezione. Caterina Botti, con il suo ampio lavoro nel campo della filosofia femminista e dell'etica della cura (come testimoniano le sue pubblicazioni "Cura e differenza. Ripensare l'etica" e "Vulnerabili. Cura e convivenza dopo la pandemia"), ha contribuito in modo significativo a questo dibattito. Lei esplora se queste tecniche aiutino a superare la concezione tradizionale di famiglia o se, al contrario, la ripropongano o la riaggiornino, imponendo la riproduzione.
Questa analisi critica si chiede se la PMA non possa rappresentare una nuova forma di disciplinamento, che giustifica nuove forme di medicalizzazione del corpo femminile o ricorre alle madri surrogato, stigmatizzando quelle che scelgono di non riprodursi. Oppure ancora, il fatto di non considerare la differenza tra i due sessi e parlare di astratta libertà di riprodursi potrebbe portare a un asservimento, se non all'uomo, almeno alla donna, riproponendo dinamiche di genere tradizionali sotto nuove vesti. Ad esempio, potrebbero essere pensati modi di prevenire la sterilità, anziché intervenire esclusivamente a valle con tecniche costose e complesse.
Il rischio maggiore è la riduzione della maternità a un mero servizio riproduttivo, privo di legami affettivi e di valore intrinseco, con conseguente disumanizzazione delle donne coinvolte. Questa preoccupazione si estende anche alla donazione di ovociti, seppur in misura minore per la minore invasività e durata dell'impegno.
In questo contesto, la questione di una coppia gay che ricorre alla maternità surrogata si presenta come un caso analogo o diverso, anche dal punto di vista simbolico? Le implicazioni sono complesse e toccano la ridefinizione non solo della maternità, ma anche della paternità e della composizione familiare.
Il Dibattito sulla Gestazione per Altri (GPA) in Italia e le Sue Fratture
Maternità surrogata vietata in Italia: la storia di Fabio Leo e del piccolo Luca
La gestazione per altri (GPA) è permessa solo in una ventina di Paesi, fra i quali Ucraina, Canada, Stati Uniti e Nigeria. Vi ricorrono le coppie gay - delle quali Nichi Vendola, papà felice, è un principale testimonial in Italia - ma soprattutto coppie tradizionalissime e sterili, che per avere un figlio vanno là dove la legge ammette questo percorso audace con le sue folle di protagonisti: i coniugi “committenti”, la donna che fornisce l’ovulo (o anche un uomo che dona un gamete), una terza donna alla quale l’embrione è poi impiantato e che porta avanti la gravidanza, gli avvocati e, infine, l’agognato bambino.
La Chiesa trova aberrante questa procedura che rende il pater più incerto che mai e ora anche la mater incertissima. A farne le spese sono spesso le femministe anti-surrogacy, che si trovano in una posizione scomoda. Paola Tavella, giornalista e scrittrice con un passato e un presente libertario e di sinistra, racconta: «Lo scontro è violentissimo». Arriva ad essere accusata di stare con Mario Adinolfi, un'ironia per chi come lei proviene da ambienti progressisti. Tavella descrive la surrogacy come un business raccapricciante. «I contratti», dice, «garantiscono una sola parte: i committenti. Che impongono la dieta, le medicine, le abitudini e decidono se sarà un parto cesareo o naturale. C’è anche chi vieta alla gestante di toccarsi la pancia perché non si crei un legame con il nascituro».
Questa industria potente ora preme per sfondare sul mercato europeo. Le sue lobby investono in fondazioni, in ricerche e forse anche in singole persone perché la maternità surrogata sia raccontata come un gesto progressista. Lucetta Scaraffia, nel libro "La fine della madre", nel capitolo "Donne in vendita", descrive le gestanti indiane rinchiuse «come animali da allevamento, lontane dai loro figli, espropriate del proprio corpo due volte». Poi, in un sol colpo, Scaraffia critica il politicamente corretto, i contraccettivi e la rivoluzione sessuale tutta.
Al di là di questa linea, s’incontra una platea di femministe - tra cui Grazia Zuffa, Maria Luisa Boccia, la giurista Tamar Pitch, la direttrice di Leggendaria Anna Maria Crispino, la filosofa Caterina Botti e la saggista Cecilia D’Elia - che condannano lo sfruttamento delle gestanti, ma ritengono accoglibile la versione altruistica della GPA come “dono” e comunque difendono l’autodeterminazione delle donne: ognuna deve poter gestire il proprio corpo liberamente. D’Elia, autrice con Giorgia Serughetti di un libro, "Libere tutte", si dice «contrarissima ai divieti» perché «sono quasi sempre inefficaci. La gestazione per altri è una pratica sociale e pone principalmente un tema: quello delle relazioni fra le persone coinvolte, con al centro la gestante. Non possiamo dare per scontato che queste donne siano tutte sfruttate».
Un mondo che, per quanto articolato, si è sempre percepito dalla stessa parte, si è spezzato in un al di là e un al di qua dove già il dovere cercare dei ponti mette malinconia. Tavella invita tutte a ripartire da discussioni in piccoli gruppi, anche piccolissimi. Ma quanto alto sia il livello della tensione lo dimostra il timore - manifestato da ambo le parti - di essere male interpretate. Le anti-surrogacy, in particolare, guardano con sospetto alla stampa: più d’una allude a un’alleanza gay, quindi maschile, che impedirebbe l’uscita di articoli contrari alla GPA. Si vocifera anche di contratti tv stoppati o non rinnovati.
In quest’atmosfera surreale è stata vissuta come un affondo del fronte pro-GPA la trasmissione di Michela Murgia con Nichi Vendola ("Le nuove maternità", Rai3, ottobre 2017). Pochi giorni dopo, Agorà ha mandato in onda un dibattito riparatore, tentando di ricucire lo strappo.

Dentro il frastagliato mondo LGBT va anche peggio. Il movimento nazionale non ha prodotto un documento ufficiale, ma le associazioni - nel ribadire la ovvia condanna allo sfruttamento - sono tutte pro-GPA. O in imbarazzo. Aurelio Mancuso, che fu tra i fondatori di ArciGay e si è dichiarato contrario, racconta i suoi giorni difficili: «Sono diventato un traditore. Un reietto. Qualcuno ha messo mano alla mia biografia su Wikipedia scrivendo: “…dal 2015 assume posizioni sempre più distanti dal movimento Lgbt” e prima c’era pure scritto “…tradendo le sue battaglie”». A scandalizzare Mancuso non è il denaro in gioco (130 mila dollari il costo standard in California per un bebé), «bensì il fatto che due maschi abbiano bisogno di soddisfare il bisogno di genitorialità usando il corpo altrui, che guarda caso è il corpo di una donna, la quale rinuncia a tutti i diritti sul bambino, non può proprio metterci becco». Coloro che supportano questa pratica a volte dicono: manteniamo la relazione via Skype. Ma come sottolinea Mancuso, «Che c’entra Skype?». A sottolineare che non si tratta di compravendita ma di un dono, i bambini di alcune coppie comunicano attraverso internet con la “madre surrogata”. Per esempio, nella famiglia romana di Tommaso Giartosio e Gianfranco Goretti, la ragazzina di 12 anni e il maschietto di 9 sanno da sempre che a partorirli è stata Nancy, un’infermiera canadese già madre di quattro figli. Ma sanno che ha ricevuto del denaro? Giartosio, scrittore e conduttore di Fahrenheit (Radio3): «A Lia l’ho spiegato da poco, per evitare che lo scoprisse senza che fosse preparata. Le ho detto che Nancy ci ha fatto un grande dono, ma che è stato faticoso, impegnativo, e ci è sembrato giusto ripagarla in qualche modo». Le reazioni? «Tranquillissima». Giartosio e Goretti, membri delle Famiglie Arcobaleno, con Vendola sono ritenuti gli alfieri della GPA: «Ne siamo orgogliosi. La nostra è un’esperienza legittima e giustificata».
L’attenzione di tutti ora si concentra su Arcilesbica e il congresso dell’8 e 9 dicembre a Bologna: quasi un test. «Siamo lacerate da quando una parte di noi ha concluso che la GPA altruistica non esiste» dice da Milano Cristina Gramolini, insegnante, «il denaro è sempre centrale, anche quando lo si camuffa con la parola rimborso». Gramolini racconta tristemente di essere bersagliata di insulti da parte dei maschi gay. La misoginia ha rialzato la testa? «Non amano sentirsi dire la verità, cioè che si va in America o in Ucraina per portare a casa un figlio senza madre». Sull’altra sponda del fiume, Lucia Caponera, presidente di Arcilesbica Roma, è fra le sostenitrici di "Riscoprire le relazioni", la mozione che chiede la regolamentazione e respinge i divieti. Propone che la gestante possa recedere dal contratto. E ritiene decisivo per le lesbiche stare nel movimento nonostante i contrasti. Ma Gramolini non è d’accordo: «Se il sì alla GPA diventa la posizione del movimento, io sono fuori. Mica senza i gay finisce la storia». E i bambini? In Italia vengono registrati con vari escamotage o tacendo sulla loro origine, mettendo in evidenza la necessità di una legislazione chiara e la tutela di tutti i soggetti coinvolti.
Contributi Accademici e Ricerca di Caterina Botti
Caterina Botti è una figura di spicco nel panorama accademico italiano, riconosciuta per il suo lavoro in filosofia morale, bioetica e studi di genere. Ha conseguito la laurea in Filosofia con lode presso l'Università "La Sapienza" di Roma nel 1990 e il dottorato di ricerca in Scienze Politiche e Sociali presso l'Istituto Universitario Europeo di Firenze nel 1998. Dal 2000 al 2004, ha ricoperto una posizione di Ricercatrice presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze Sociali dell'Università di Siena, dove ha insegnato Bioetica e Bioetica Filosofica fino al 2007. Successivamente, è diventata Ricercatrice presso la Facoltà di Filosofia di Roma nel 2007, mantenendo tale ruolo fino al 2015.
Presso la Facoltà di Filosofia di Roma, ha tenuto diversi corsi nell'ambito del Master in Etica Pratica e Bioetica a partire dal 2002, e dal 2006 al 2011 ha curato il corso di "Donne ed Etica". La sua ricerca si concentra su teorie morali ed etica applicata (bioetica), pensiero femminista ed etica femminista. Ha partecipato a numerosi progetti europei finanziati sulla bioetica e la filosofia ed è stata consulente in bioetica per l'Istituto Superiore di Sanità italiano. È membro dei comitati consultivi editoriali e scientifici di importanti riviste come "Bioetica. Rivista interdisciplinare", "Democrazia e diritto", "Janus", e per le edizioni LED (collana "Etica e vita comune") e Ediesse (collana "Sessismo e razzismo, citoyens"). Fa parte del Comitato Consultivo Esterno del Centre for Ethics, Politics and Society (CEPS), Institute of Arts and Humanities, Università del Minho, Portogallo.
Tra le sue numerose pubblicazioni, che spaziano dalla bioetica alla filosofia femminista, si evidenziano opere come "Vulnerabili. Cura e convivenza dopo la pandemia", "Cura e differenza. Ripensare l'etica", e contributi su temi come l'aborto, la maternità, la riproduzione assistita e la gravidanza per altri. Il suo lavoro esplora costantemente le intersezioni tra etica, politica, genere e le trasformazioni sociali indotte dalle nuove tecnologie riproduttive, offrendo una lente critica attraverso cui analizzare le sfide contemporanee e ripensare concetti fondamentali come famiglia, maternità e autonomia individuale in un'ottica inclusiva e consapevole delle disuguaglianze.

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