La lettura e l'analisi della deportazione, in una prospettiva di genere, ci offre la possibilità di comprendere le caratteristiche peculiari del vissuto femminile dal punto di vista storico e memoriale. Il tema della maternità, in particolare, emerge come un nodo cruciale, intriso di ideologie razziali, strategie di sopravvivenza e profonde violazioni dei diritti umani all'interno del regime nazista.
Centri di Nascita Nazisti e la "Selezione" della Prole
I centri di nascita nazisti per lavoratori stranieri, noti anche come Ausländerkinder-Pflegestätte, Ostarbeiterkinderpflegestätten o Säuglingsheim, rappresentano una delle facce più agghiaccianti della politica demografica e razziale del Terzo Reich. Queste strutture, istituite in Germania, accoglievano i neonati abbandonati o i bambini considerati "scomodi" secondo le norme del decreto Himmler. Erano destinate in particolare alla prole di donne straniere impiegate nell'economia di guerra tedesca e nel lavoro forzato, provenienti dalla Polonia e dall'Europa orientale in genere.
I neonati e i bambini, la maggior parte dei quali nati dagli stupri avvenuti nei luoghi di schiavitù, venivano rapiti in massa tra il 1943 e il 1945. Mentre l'aborto in Germania era illegale per le donne tedesche, veniva praticato dopo aver determinato la probabilità che il padre fosse di origine tedesca o germanica. I bambini nascevano o venivano portati in uno dei circa 400 centri noti come "Case Ausländerkind-Pflegestätte" e considerati come "senza genitori". La mortalità dei bambini Zivil- und Ostarbeiter era estremamente alta, superando il 50% dei nati, indipendentemente dalle circostanze. Un documento dell'epoca rifletteva la cruda realtà: «Ritengo inconcepibile il modo in cui la questione viene attualmente trattata. Esiste una sola scelta. O non abbiamo alcun desiderio di mantenere in vita questi bambini, e quindi non dovremmo permettere che muoiano lentamente di fame e sottraggano così tanti litri di prezioso latte alle risorse alimentari generali, oppure [presumibilmente] intendiamo allevare questi bambini per usarli in futuro come lavoratori.»
I reparti per lo sterminio dei bambini Zivil- und Ostarbeiter, nonché delle madri, a cui venivano attribuite intenzionalmente diagnosi errate (di solito di "malattie mentali"), furono istituiti presso l'ospedale statale bavarese di Kaufbeuren e presso la sua filiale di Irsee.

Il Progetto Lebensborn: Eugenetica e "Purezza della Razza"
Il progetto Lebensborn ("Sorgente di vita"), fondato nel 1935 e gestito dall'"Ufficio centrale della razza e del Popolamento", mirava a promuovere la crescita demografica della "razza ariana" attraverso l'assistenza a ragazze madri considerate di "pura discendenza germanica". Queste donne, se potevano certificare la loro purezza razziale, ricevevano assistenza per il parto, un ambiente protetto e la promessa di sottrarle al giudizio negativo delle famiglie e della Chiesa, assicurando loro la massima segretezza.
L'ufficio del Lebensborn decideva se la madre poteva tenere con sé il nato. In caso contrario, se entro un anno la madre non aveva le necessarie garanzie economiche e morali per la crescita del bambino, questo veniva dato in adozione, garantendo la massima segretezza per rendere impossibile risalire ai genitori naturali. La realtà del progetto Lebensborn era, tuttavia, complessa e spesso celava pratiche eugenetiche.
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il progetto Lebensborn aprì nuove cliniche nei territori occupati, dando origine ai cosiddetti "figli della guerra", nati da soldati tedeschi e donne dei paesi occupati. L'aumento delle nascite fu significativo, con migliaia di bambini nati da madri norvegesi e padri tedeschi. La germanizzazione di questi bambini rappresentò una strategia chiave, talvolta attuata attraverso il rapimento di bambini norvegesi e il loro trasferimento in Germania per essere adottati e germanizzati.
Lebensborn: gli asili nido nazisti
La Maternità nei Territori Occupati e i "Figli della Guerra"
Nei Paesi occupati, la situazione delle donne che avevano relazioni con gli occupanti tedeschi era spesso stigmatizzata. In Danimarca, nonostante le autorità cercassero di non favorire i contatti, decine di migliaia di donne fraternizzarono con i soldati tedeschi, dando vita a migliaia di bambini. Analogamente, nei Paesi Bassi, le donne coinvolte con i tedeschi erano additate come donne di basso rango sociale o interessate solo al tornaconto economico. Verso la fine della guerra, molte di queste donne furono umiliate pubblicamente.
In Francia, la nascita di "figli della guerra" era vista con preoccupazione dalle autorità tedesche, che temevano una "contaminazione" della razza germanica con quella francese. Nonostante ciò, nacquero tra i 50.000 e gli 80.000 bambini franco-tedeschi. In alcuni casi, per ottenere il matrimonio o per definire la nazionalità dei bambini, era necessario superare un test razziale.
La Violenza Sessuale e la Sessualità come Strumento di Sopravvivenza
La violenza sessuale nei campi di concentramento è stata a lungo un tema taciuto nelle memorie e nella storiografia. Sebbene i casi di stupro delle donne ebree da parte delle SS fossero rari a causa delle leggi razziali e della disponibilità di prostitute, le donne venivano spesso violentate da funzionari di rango inferiore o incoraggiate a prostituirsi in cambio di cibo o per evitare la selezione. La sessualità divenne, per molte donne, uno strumento di sopravvivenza. Sopravvissute ad Auschwitz, come Judith Magyar Isaacson, hanno messo in luce la paura di essere stuprate sia dai nazisti che dalle truppe di liberazione.
Lo straniamento operato dalla guerra e dalla deportazione sui corpi delle donne ha richiesto un'analisi specifica di temi quali la violenza sessuale, la maternità, la paura della sterilizzazione, i crimini legati alla gravidanza e al parto, il ciclo mestruale e l'amenorrea. Molte donne, tornate a casa, furono incolpate dalla famiglia di essersi prostituite per scelta, un'ulteriore violazione della loro dignità.
La Maternità nei Campi di Concentramento: Tra Repressione e Resistenza
Nei campi di concentramento, la maternità era un'esperienza di estrema vulnerabilità e violenza. Le donne incinte venivano spesso costrette ad abortire o a partorire in condizioni tali da garantire la morte dei nascituri. Le testimonianze descrivono donne a cui sono stati inseriti nel corpo oggetti di ferro e vetro per studiare la reazione ai sulfamidici, donne sterilizzate per assurdi esperimenti e donne costrette a partorire figli che venivano poi uccisi.
La gestione del ciclo mestruale in condizioni igieniche inesistenti era un ulteriore inferno. L'amenorrea, l'interruzione delle mestruazioni dovuta a denutrizione e deperimento fisico, era un'esperienza comune, vissuta come una perdita della propria femminilità. Alcune ricerche suggeriscono che le donne avrebbero ricevuto, insieme ai pasti, steroidi sintetici in grado di far sparire le mestruazioni, ormoni all'avanguardia in Germania già dagli anni '30.
Nonostante ciò, nelle testimonianze delle deportate ricorre una "particolare forma di resistenza", un'ostinata volontà di difendere la vita anche nell'orrore della morte. Le donne spesso crearono gruppi di mutua assistenza, scambiandosi informazioni, cibo e vestiario, elementi fondamentali per la sopravvivenza.
La "Soluzione Finale" e la Persecuzione delle Donne
Le donne, sia ebree che non-ebree, furono spesso soggette a una persecuzione eccezionalmente brutale da parte del regime nazista. La "Soluzione Finale" non risparmiò nessuno, ma le donne, soprattutto quelle ebree ortodosse accompagnate dai bambini, erano particolarmente vulnerabili. Nei ghetti e nei campi di concentramento, le donne venivano selezionate per lavori forzati che spesso ne causavano la morte. Medici e ricercatori nazisti usarono donne ebree e Rom per esperimenti sulla sterilizzazione e per altre pratiche disumane.
Il campo di Ravensbrück, aperto nel maggio 1939, divenne il più grande campo di concentramento esclusivamente femminile, dove oltre 100.000 donne furono incarcerate. Ad Auschwitz-Birkenau, un campo femminile fu costituito nel 1942, accogliendo prigioniere provenienti anche da Ravensbrück.
La Resistenza Femminile e la Memoria Generazionale
Le donne ebbero un ruolo importante in numerose operazioni della Resistenza, specialmente quelle appartenenti ai movimenti giovanili socialisti, comunisti e sionisti. In Polonia, furono corrieri, partigiane e leader di organizzazioni di resistenza. Attiviste come Hannah Szenes e Gisi Fleischmann furono fondamentali nelle operazioni per mettere in salvo gli ebrei.
La memoria delle esperienze femminili nella deportazione è stata a lungo taciuta o declinata al maschile. Solo studi relativamente recenti hanno messo a fuoco questi temi, spesso ignorati e sottovalutati. La pubblicazione di racconti, memorie, diari e lettere ha permesso di restituire voce e visibilità alle storie delle perseguitate, contribuendo a una comprensione più completa e sfaccettata della Shoah e delle atrocità naziste. La mostra "Non era giusto non far niente. La Resistenza della famiglia Baroncini. Ravensbrück e la deportazione delle donne", inaugurata a Villa Burba, rappresenta un importante esempio di come la memoria debba essere trasmessa alle nuove generazioni, affinché l'orrore del passato non diventi il futuro.
La narrazione delle donne, con la sua struttura quasi sempre identica - dall'arresto all'arrivo al campo - costituisce una sorta di "memoria collettiva" declinata al femminile. Il vissuto raccontato, spesso molto dettagliato, mira a comunicare al lettore che, anche nell'esperienza estrema, si rimane esseri umani che vivono sofferenze ma anche piccole gioie quotidiane. Questo desiderio di testimoniare, questa funzione catartica della scrittura, è un modo per salvare uno spazio per sé e per lasciare alle future generazioni una narrazione che metta in guardia contro il ripetersi della tragedia.