La grande alternativa nella vita dell’uomo è trovarne la direzione, cioè il senso. Per chi non la soffoca, l’inquietudine resta sempre, ma la partita si gioca fra l’ipotesi che ci sia un destino buono che conduce l’esistenza oppure il dramma di una vita senza senso. La letteratura e di conseguenza anche le canzoni si sono occupate abbondantemente di questo importante, direi fondamentale tema. Molte volte ho studiato la lapide che mi hanno scolpito: una barca con vele ammainate, in un porto. In realtà non è questa la mia destinazione ma la mia vita. Perché l'amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno; il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura; l'ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti. Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita. E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca.

Una canzone in particolare mi ha colpito e mi colpisce ogni volta che la ascolto o la canto, perché ogni volta mette di fronte alla negazione di certe domande e la convinzione ferma dell’assenza di un significato nella vita. È una canzone tratta dall’album Radici di Francesco Guccini, 1972; si tratta della Canzone della bambina portoghese. Preferisco non dire niente, prima che la ascoltiate, seguendo bene la storia, incastrata ‘a cornice’ nel pensiero dell’autore. La bambina portoghese della storia, di fronte all’oceano infinito sente quelle domande profondissime (è sicuramente una adolescente, sta indossando il suo primo bikini), ma poi le schiaccia, le cancella, le affoga nel sonno che la prende.
Il contesto di Radici e la polemica sulle certezze
Radici di Francesco Guccini è stato pubblicato cinquant'anni fa. Complessa, affascinante, doppia. La prima parte, lampeggiata dalla chitarra elettrica di Gigi Rizzi, è il falò delle vanità (“Gente viene qui e ti dice di saper già ogni legge delle cose”), è la prigionia delle certezze (“Tutti chiusi in tante celle fanno a chi parla più forte”). Quasi mezzo secolo dopo, Guccini rivela: «A quei tempi, certi amici e conoscenti giuravano sulla fede politica, avevano la verità in tasca». Nello stesso album era presente anche La canzone dei dodici mesi, che affrontava attraverso la circolarità del tempo la scontatezza di una vita sempre uguale. È un cd che avrei comprato anche solo per il titolo.
Francesco Guccini, cantautore italiano tra i più importanti e influenti, si racconta riattraversando la sua carriera artistica, la grande passione per la letteratura e il pensiero della morte. Nelle Sue canzoni è frequente la presenza/assenza di ‘radici’: l’Uomo cerca di radicare se stesso, o meglio di ritrovare un fondamento che talvolta gli sembra di intravvedere nel ricordo di vite altrui, vissute d’appresso o solo sfiorate, ma inesorabilmente perse. Le radici sono una cosa che ho scoperto all’inizio degli anni Settanta, quando molti volevano fare tabula rasa del passato e ricominciare da zero; io invece mi sono mosso nella direzione opposta, cioè cercare di ritrovare delle radici, appunto, qualcosa che altri prima di me avevano fatto, soprattutto in linea parentale.
Francesco Guccini - Canzone della Bambina Portoghese (Live Genova 1992)
L’impossibilità di conoscere la Verità
La conoscenza è fallace, perché non è mai totale; la conoscenza è sempre parziale, non possiamo conoscere e sapere le cose veramente: si va per intuizione, ma la conoscenza totale non c’è. E’ il discorso relativo anche a Odỳsseus, che “dei remi fa ali al folle volo”. In componimenti come Lettera o Vite Lei sembra negare la possibilità di scoprire ciò che in una canzone del 1970 dal titolo emblematico chiamava “la verità”: “Non sappiam più cosa dire,/ma non c’è niente da sentire,/ogni discorso s’è perduto/nell’urlo dolce di un minuto…”. Poiché “nel nulla sfuma ormai la verità”, se ne può forse cogliere un po’ “mentre l’ora se ne va”, ma “in quattro re non hai la verità”.
Questa negazione si trova in molte altre canzoni gucciniane, prima fra tutte Quello che non…, di cui però Lei, in un’altra occasione, ha minimizzato il valore ‘filosofico’ (“Una negazione che tutti hanno definito montaliana e che invece è, più semplicemente, lo sfogo di uno…”). E’ il discorso che facevo prima. La ricerca di un qualche cosa che dev’essere fatta anche se si sa bene che non si arriva alla vera conoscenza, non si arriva alla vera Verità, diciamo. Beh sì, però la fede uno ce l’ha, crede in certe cose e buonasera, ecco. Invece l’atteggiamento di chi non ce l’ha è quello che dice “Mah, io cerco, perché sento questa spinta, anche se so che alla Verità non si arriva”.
La Bambina portoghese come specchio della condizione umana
C’è un’altra canzone, quella della Bambina portoghese, che è fatta proprio di due tronchi: l’inizio e la fine contrastano con quelli centrali… E la Bambina portoghese è invece questa adolescente che, trovandosi in un punto geografico particolare, cioè alla fine del continente europeo, l’inizio dell’Atlantico, intuisce un qualche cosa che può significare: come quando ci si trova di fronte a certi problemi linguistici, nei quali sembra di avvicinarsi alla soluzione ma poi la soluzione sfugge via… Ecco, l’adolescente spensierata ha un attimo di… e poi lascia perdere, insomma, aveva altre cose da fare.
Gulliver sembra non capire, “con la mente grossolana del gigante”, il segreto di quest’universo “quasi esagerato”: afferra solo, e con precisione ‘urlata’, che “da tempo e mare non s’impara niente”. È quello che ho detto: cioè, è in questione il problema di trovare un qualche cosa che in fondo è impossibile trovare. L’universo è “quasi esagerato” perché è troppo grosso, voglio dire… qualcuno di noi ogni tanto legge sul giornale che esplodono galassie, poi ci sono i buchi neri, poi ci sono miliardi e miliardi di stelle… e allora uno pensa alla Terra così grande e così piccola allo stesso tempo e dice “Ma allora io che cosa sono qui in mezzo?”. Poi naturalmente si fa come la Bambina portoghese: si pensa ad altro, si fanno altre cose… E quindi sono questi i momenti particolari che dànno la misura della nostra condizione, della nostra povera condizione. Fortunatamente il più delle volte pensiamo ad altro: pensiamo, non so, “questa sera vado a cena con degli amici”, “domani andrò al cinema”, “dopodomani… devo rifare il bollo della macchina”, cose che sono contingenti.
La domanda come risposta
Risposta non c’è, ma in una canzone (Shomér ma mi-llailah) si propone la domanda come unica risposta possibile: “Ma ora capisco il mio non capire/che la risposta non ci sarà/che la risposta sull’avvenire/è in una vice che chiederà:/Shomér ma mi-llailah?”. L’anelito a cercare dev’esser fine a se stesso e basta! Deve bastare, perché se no non c’è soluzione. Voglio dire che altrimenti uno si affloscia, dice “Chissenefrega! Basta, tanto…”. Certo, è l’unico senso, forse. E’ proprio la risposta della sentinella, che dice “La notte sta per finire, ma il giorno non è arrivato, comunque tornate, domandate, insistete…” Isaia dice questo, no?

Per finire non mogi, in un piccolo crescendo, ci sono invece canzoni che buttano là uno spiraglio positivo, un punto a cui guardare, che può essere rappresentato a volte proprio da una canzone. Questa esigenza, questa apertura viene espressa alla sua maniera da un recente brano del cantautore Dario Brunori, in arte Brunori SAS, Canzone contro la paura.
“E poi e poi, gente viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose. E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco di verità fatte di formule vuote… quali leggi rispettare, quali regole osservare, qual'è il vero vero… per non dir che stelle e morte fan paura… le cose più belle e la gioia del caldo alla pelle… Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare… sentì che era un niente, l'Atlantico immenso di fronte… che avrebbe spiegato, se avesse capito lei, quell' oceano infinito… restaron soltanto il mare e un bikini amaranto… è la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini…”
A questo punto cambia il ritmo e il contenuto e si ritorna all’argomento iniziale, facendo notare all’uomo adulto che il tempo, gli anni sono come la folgore, come “una luce accesa e subito spenta”, o “come stanze illuminate di case intraviste di sera da dentro un treno in corsa”: un flash. Il racconto di una ragazza ventenne che era stata in una spiaggia portoghese con davanti l’immenso oceano Atlantico e dietro tutta l’Europa. Situazione simile a quella in cui si trovò Filemazio a Bisanzio: l’Europa alle spalle. In tali condizioni la bambina stava intuendo che la parte estrema dell’Europa non è soltanto un fatto fisico, ma potrebbe essere molto di più.
Identità e appartenenza tra tradizione e modernità
Lei sembra spesso trovare un’identità plausibile - almeno momentanea - nell’emilianità: non è necessario ricordare tutte le Sue iniziative in favore di un regionalismo che non è mai fine a se stesso, bensì si propone come ricerca linguistica e musicale. Secondo Lei è possibile trovare un’identità autentica, che non muti? Mah, oddìo, al giorno d’oggi direi che identificare uno dal punto di vista regionalistico è molto superficiale. A parte il fatto poi che io sono emiliano fino a un certo punto.
Cos’è l’appartenenza? Si tende ad appartenere a una cultura… ammesso che questa cultura ci possa ancora essere, però, perché oggi la televisione livella tutto, praticamente. Si trova poi più una cultura nei piccoli centri, che rimangono ancora attaccati a certe tradizioni, che nelle città: qui ovviamente c’è più mescolanza, più fermento. Personalmente, a Pavana sento ancora questo senso di appartenenza: è un piccolo popolo, sono ancora molto legati gli uni agli altri. Non sono sempre solo rose e fiori, intendiamoci. Però c’è un’appartenenza. Politicamente parlando, al paese ho degli amici di vecchissima data che sono completamente diversi da me: io sono di Sinistra, loro non lo sono; però ci conosciamo da tanto tempo. Là c’è questo senso di appartenere a delle tradizioni: abbiamo passato l’infanzia assieme, abbiamo passato esperienze di fiumi, di boschi.
Il ruolo dell’artista e il peso dei ricordi
Non mi dilungherò sul carattere politico delle Sue canzoni, sul quale è già stato detto molto, se non per osservare questo aspetto della Sua opera da un punto di vista più filosofico che ideologico. Lei racconta un tentativo di rivolta sociale e politica che ha avuto un inizio ed una fine storici, ma pure la ricerca di un’intima coerenza della Sua vita privata che continua tuttora e che diventa rivolta quotidiana, discreta e costante. Mah, io non sono d’accordo sul fatto che le mie canzoni siano ‘politiche’; o quantomeno, lo sono perché ciascuno di noi è un individuo politico, ma più che altro, se devo proprio definirle, direi ‘esistenziali’.
La politica ha bisogno anche della critica, ha bisogno anche dell’ironia. ‘Artista’ non è una parola che mi compete, io non mi sento artista. Ma il suo ruolo è quello di suscitare pensieri, forse, suscitare non dico meditazioni ma dare qualcosa cui pensare, anche semplicemente raccontando una storia, inventando dei personaggi. A volte, poi, inventando dei personaggi ci si sente - scherzosamente - un demiurgo. Ovviamente in maniera scherzosa e superficiale. Però le canzoni, i libri hanno un potere… ci son dei libri importantissimi, altri che non sono ugualmente importanti, che possono anche solo divertire. Sì, sicuramente. O, se non formare totalmente, aiutare la formazione. Io ho vissuto di libri, e penso che i libri siano stati molto importanti. Ma sicuramente sono necessari.
Lei si è trovato ad esprimersi tramite musica e parole. Cosa si tenta di dire? Cercare nuove parole, nuove melodie, nuovi modi di esprimersi è un po’ grossa. Io non lo so perché, è un modo di raccontare, ecco… Da piccolo avevo il desiderio di fare lo scrittore, quindi il narratore: ci sono riuscito con diversi libri, al di là delle canzoni; si cerca sempre di trovare nuovi stimoli, ma che poi si riesca veramente a farlo, è un altro discorso… però non so che cosa tento di dire; cerco di raccontare e, raccontando, di esprimere forse dubbi, paure, perplessità, speranze… Insomma, questo è un po’ il succo. L’Uomo… mica tutti, voglio dire… a molta gente forse non frega niente. Certuni lo fanno, ma non credo che sia una condizione umana totale.
Oltre il nichilismo: il confronto tra cantautori
Ma c’è un altro cantautore spesso citato come emblema del nichilismo, del domani che magari sarà meglio ma chissà, eh già eccetera eccetera. Avete già capito, il cantante in questione è Vasco Rossi. Già nel 1993, nell’album Gli spari sopra la suggestiva ballata Vivere poneva drammaticamente la questione: il tempo passato acuisce la nostalgia, ma questa non serve ad affrontare il presente. Sì, perché Vasco è uno dei più seguiti in Italia, è riuscito insieme a pochi altri a crearsi un vero e proprio esercito di fan, grazie sicuramente alla forza di molte sue riuscitissime canzoni ed anche al riconoscersi nella sua posizione un po’ maledetta, un po’ trasgressiva, un po’ irridente e un po’ irredenta. Forse, con un facile gioco di parole, potremmo sostenere che Vivere o niente potrebbe essere stata anche Vivere è niente, viste le conclusioni che dopo quasi trent’anni da Vivere, non sono assolutamente cambiate.
Lascio alla valutazione di chi ascolta quanto nelle canzoni di Vasco (e tutto sommato anche di Guccini) sia presente una vera ricerca, o quanto invece si sia trovato un tema drammatico ed affascinante al tempo stesso in cui i fan dell’artista si possano riconoscere. In conclusione, mi sovviene un altro esempio che don Luigi Giussani faceva spesso, ricordando un episodio della sua gioventù in cui si era perso nel bosco di Tradate, e per ritrovare la via, gridava in cerca di aiuto. Diceva Don Giussani - paragonando questa sua esperienza al grido dell’uomo di fronte alle domande più importanti - che di fronte ad uno che si fosse presentato ad indicargli la strada avrebbe potuto avere due reazioni: la più ragionevole: fidarsi, oppure continuare a cercare la strada da solo.
La vecchiaia e la lista d’attesa
La scorsa settimana è morto un amico che aveva due mesi in più di me; ero con altri amici al funerale e dicevamo tra noi che c’è un tempo in cui si va solo a dei matrimoni e poi c’è un tempo in cui si va solo a dei funerali. Il problema è che siamo in lista d’attesa - speriamo non domani, chiaramente… La morte fa paura. A meno che non ci sia, nella vecchiaia, un senso di appagamento della vita, per cui uno dice “Ormai è finita, ho fatto quello che dovevo fare”. Questa poi può essere una speranza: anni fa ho incontrato per caso, su al paese, un anziano che credevo morto da tempo, invece era ancora vivo. E gli dico: “Ma guarda chi c’è, come va come non va, come state?”. E lui fa “Cristo si dev’essere dimenticato di me… perché non mi prende con sé? Io non capisco più niente di questo mondo, non capisco più la gente, le abitudini…”: si sentiva un sopravvissuto. C’è caso che la vecchiaia appaghi, forse. Ma vedo, d’altra parte, degli anziani ancora attivissimi, che lavorano. Tuttavia, pure nella sua attività, coltiva una specie di… una specie di rassegnazione. No, questo no. Ma poco a poco ci si avvicina. Quando si è giovani ci si ritiene immortali, perché c’è tanto, tanto tempo davanti; poi…

Infine, rimane la questione dell’ultima Thule. Francesco Guccini. Perché mi è tornato in mente all’istante il momento in cui Don Giussani, a lezione in Università Cattolica, citava questa terra meravigliosa all’estremo Nord come l’estremo limite della ricerca umana. E poi 9 anni fa, in un editoriale, la vigilia di Natale: “il Natale rappresenta l’ultima Thule, l’ultimo passo che la natura dell’uomo può compiere: riconoscere che la manifestazione dell’Essere c’è, oppure avanzare verso la disperazione totale”. Eppure il caro amico Claudio Chieffo gli aveva annunciato questa inevitabilità, fin dal 1984, quando gli aveva dedicato la bellissima Canzone per Francesco: “Non potrai scordarti di Me, sono la luna e il sole, sono gli occhi che incontri, sono le parole…”. Allora ascoltiamo il presunto-ultimo Guccini, sperando che cambi idea e che ci doni altri lavori: è e rimane un grande artista e maestro di parole e musica. E riascoltiamo a fondo anche Claudio. Che il Senso l’aveva incontrato.
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