Canzoncine per Bambini: Tra Ritmo, Memoria e la Storia che "Scappa Via da Casa Mia"

Le parole, in ogni loro forma, possiedono un potere intrinseco: quello di plasmare ricordi, di trasmettere saperi, di evocare emozioni profonde che risuonano ben oltre il loro significato immediato. Dai ritmi giocosi delle canzoncine per bambini alle narrazioni epiche di vite vissute, ogni espressione linguistica contribuisce a tessere la complessa trama della nostra identità individuale e collettiva. A volte, una semplice frase, un frammento di melodia, può racchiudere in sé un'eco di esperienze universali, che vanno dalla spensieratezza dell'infanzia alla gravità della storia. Questo articolo esplora come le canzoncine per bambini, con la loro apparente semplicità, possano toccare corde profonde della memoria e della resilienza umana, connettendosi a storie di coraggio, fuga e rinascita che definiscono l'esperienza italiana.

Il Potere Evocativo delle Filastrocche e Canzoncine per Bambini

Le filastrocche per bambini attraversano i tempi, si aggiornano o restano le stesse, poco importa: il loro fascino è innegabile e la loro importanza nello sviluppo infantile è profonda. A tutti i bambini piccoli piace ascoltare parole in rima, magari sempre le stesse, al momento del bagnetto o della nanna. Queste melodie e ritmi non sono solo un sottofondo piacevole, ma strumenti potenti per la crescita. Vuoi avere qualche idea per rinnovare il tuo repertorio? Se sei un genitore o una babysitter lo sai già: i piccoli adorano ascoltare, e anche imparare, filastrocche e canzoncine. A tutti i bambini e le bambine piace il rituale, la ripetizione, la musicalità delle parole in rima. Poco importa il significato delle parole: le filastrocche non sono lì per fare la lezione, piuttosto per portare i bambini in un altrove di gioco e di fantasia.

Bambini che cantano filastrocche in cerchio

Come i giochi che insegnano la matematica, oppure i giochi per bambini di tre anni che stimolano molte abilità che poi serviranno per la scuola, anche le filastrocche che cantiamo ai bambini sono importanti per il loro sviluppo. Ripetendo le rime delle filastrocche, i bambini imparano a parlare con voci diverse, animate, non “quotidiane”. Questo arricchisce il loro vocabolario e la loro capacità espressiva. Inoltre, i bambini che ascoltano molte rime si abituano a fare delle “predizioni” sulle parole, cioè a immaginare - prima di sentirla per intero - come una parola terminerà. Questo è un precursore fondamentale per lo sviluppo delle competenze di lettura. Le filastrocche per bambini servono anche a sviluppare competenze utili nella scrittura: insegnano ai bambini che le parole sono fatte di suoni o gruppi di suoni spesso comuni a più parole.

Infine, ma non meno importante, canticchiare le filastrocche ai bambini serve a creare un momento di intimità, positivo e rassicurante, a rinsaldare un legame affettivo, esattamente come avviene quando ci troviamo a leggere le favole ai bambini. Tutti abbiamo una “filastrocca del cuore”, che la mamma o la nonna ci recitava quando eravamo piccoli. Piccoli piccoli, anche neonati, perché cogliere il senso delle parole non è necessario, quello che importa è la musicalità, il sorriso, il tono della voce. Un esempio di questa musicalità è dato dalle strofe "atto atto atto io faccio il matto" o "ia ia ia scappa via". Queste espressioni, cantate con un andamento ritmato, quasi come una piccola marcia, avvicinano la canzoncina a una ninna nanna, con l'obiettivo di farla propria al bambino e semplicemente per rilassarsi.

"Scappa Via da Casa Mia": Un Ritmo di Gioco e un Eco di Reale Fuga

La frase "ia ia ia scappa via", spesso parte di giochi di mani o filastrocche di conteggio, evoca un'immagine di movimento, di allontanamento, talvolta giocoso, altre volte con una risonanza più profonda. Sebbene nel contesto delle canzoncine per bambini "scappa via" sia un invito a un'azione divertente o a una chiusura ritmica, la stessa espressione può assumere significati ben più seri quando calata nel vissuto umano. La necessità di "scappare via" può derivare da un contesto di pericolo, di oppressione, o semplicemente dal desiderio di cercare una nuova vita. È in questa dualità di significato, tra il ludico e il drammatico, che si possono intrecciare storie personali e collettive, rivelando la forza e la vulnerabilità dell'essere umano di fronte alle avversità.

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Le filastrocche da mimare, come quella che termina con "con la ghirlanda in testa. la seta e la bambagia…. la vuole anda' a vedè. tutti si alzaro in piè. onda, onda, onda a notte fonda.", mostrano come il movimento e la narrazione siano intrinsecamente legati. E mentre un bambino impara a imitare e a giocare, inconsapevolmente si prepara a comprendere un mondo dove "scappare via" può avere molteplici sfumature. La melodia e la ripetizione aiutano i bambini a cogliere il senso delle parole in espressioni, situazioni e argomenti che compaiono nelle filastrocche popolari. Ogni filastrocca ha diverse varianti legate alle regioni in cui si è diffusa, e ognuna si può recitare oppure cantare seguendo una semplice melodia. Questa familiarità e diffusione creano un terreno fertile per la trasmissione non solo di giochi, ma anche di valori e, talvolta, di echi di un passato che non deve essere dimenticato, un passato in cui l'atto di "scappare via" non era un gioco, ma una questione di sopravvivenza.

Memorie di Resistenza: La Storia di Piero Corte e la Fuga Reale

La storia di Piero Corte è un esempio vivido di come il concetto di "scappare via" abbia avuto un significato cruciale nella vita di intere generazioni. Piero ci ha lasciato questa notte, in autunno avrebbe compiuto novant’anni. Se ne è andato senza disturbare, con coraggio e gentilezza, le cifre della sua esistenza. Era a Monterosso, dove c’è la sua vigna a picco sul mare, quella in cui diffondeva giorno e notte la musica classica. La sua era una vita segnata dalla Resistenza, un periodo in cui la fuga non era una licenza poetica, ma una cruda realtà.

Piero aveva 11 anni e stava giocando nella piazza del paese quando arrivò una macchina di militari tedeschi, in un attimo se lo portarono via. Era il primo aprile del 1944. I nazisti avevano avuto una soffiata: il papà di Piero, Giovanni Battista, staffetta partigiana della Brigata Garibaldi della Valsesia, era sceso in paese a prendere dei documenti; lo volevano catturare e quel bambino era l’unico a sapere dov’era. Doveva tradire suo padre. Settantotto anni dopo, Piero ancora si commuove mentre lo racconta, mentre parla del momento che più di ogni altro ha definito la sua vita e le sue scelte. Seduto su una panca di legno, intorno a lui una vigna a picco sul mare, davanti agli occhi Monterosso e il promontorio di Punta Mesco, Piero ha raccontato la sua incredibile storia.

Piero è nato in Piemonte, cresciuto sotto il Monte Rosa, e oggi vive metà del suo tempo in Liguria dove produce un vino bianco salino di cui al massimo ne fa 1200 bottiglie. Era la memoria diretta dei giorni della Liberazione, un testimone dei partigiani e di cosa il 25 aprile gli ha lasciato dentro. "Eravamo in sei fratelli e mio papà faceva il pescatore di fiume." Suo nonno, socialista, era morto che suo papà aveva 14 anni, così lui non prese mai la tessera fascista e non ha mai avuto un impiego. La spesa della famiglia veniva pagata con le trote che prendeva al fiume. Papà era anche alpinista e dopo l’8 settembre 1943 salì in montagna, per aiutare dissidenti e clandestini a fuggire in Svizzera passando sui ghiacciai del Monte Rosa. Il primo viaggio lo fece su richiesta del sacerdote di Varallo che si trovò in sacrestia dei soldati alleati che, fatti prigionieri dai tedeschi, erano riusciti a scappare. Erano tutti stracciati e sbrindellati e il prete glieli affidò.

Partigiani italiani durante la Resistenza in montagna

Poi nella vita del padre di Piero entrò in scena Vincenzo Moscatelli, nome di battaglia Cino, il comandante delle Brigate Garibaldi della Valsesia, uno dei capi partigiani più noti, dopo la guerra deputato comunista all’Assemblea Costituente. "Moscatelli disse a mio padre e ai suoi amici alpinisti: “Guardate che adesso dovete organizzarvi. Se non vi armate e non trovate il modo di difendervi, sapete che fine fate”." Gli fornì le armi e li aiutò a entrare nelle Brigate Garibaldi. Il padre di Piero ascoltava sempre Radio Londra, che trasmetteva i messaggi in codice per le forze partigiane, anche Piero lo faceva di nascosto in casa, in paese, sapendo che se lo avessero scoperto i fascisti, sarebbero stati guai. Aveva imparato che quando arrivava un certo messaggio in codice, suo padre scendeva dalla montagna per prendere certi documenti. Ricorda che uno dei messaggi per suo padre recitava: “la vacca sul binario”.

"Papà andava in questa osteria, tenuta da gestori antifascisti, dove arrivavano dei documenti che dovevano poi essere smistati e finire o a Zermatt o a Valduggia, dove c’era il comando di Moscatelli. Qualcuno fece la spia e disse che mio papà era sceso a Varallo ma non sapeva dove, così vennero a prendere me." L’osteria era lì a pochi passi ma Piero li portò da un’altra parte. Pensava "intanto così mio papà lo avvisano e scappa". Lui non c’era naturalmente e loro si arrabbiarono. Per cercare di dargli tempo, li portò in un altro posto sbagliato, ma capirono che li prendeva in giro, si sono incazzati e lui ebbe paura. Allora li portò in quell'osteria, lì dove credeva che suo papà non ci sarebbe stato più.

"Il tempo lo aveva avuto, ma non era scappato. A Borgosesia qualche giorno prima avevano ammazzato un ragazzo di 14 anni perché aveva portato il pane ai partigiani. Lui lo sapeva e voleva salvare me. Mi scaraventarono giù dalla macchina e portarono via lui." Piero non si è mai sentito tanto in colpa. Lo portarono nel seminterrato delle scuole elementari dove lo interrogarono duramente per due settimane. Piero cercava un modo per raggiungerlo, per dirgli che non l’aveva tradito. Finché un giorno arrivò fuori dalla scuola e sentì un fascista che diceva che ci sarebbe stata una fucilazione di partigiani. Riuscì ad affacciarsi e vide un cappellano della Tagliamento che li stava confessando. Guardò giù e c’era suo papà che stava mettendo la mano sulla spalla a uno che si disperava. Piero cominciò a gridare "Papà, papà, papà, io non ti ho tradito". Lui gli gridò: "Vai a casa!". Uscì e corse a casa; "Mamma, mamma, guarda che fucilano papà, fucilano papà". Allora sua madre disse: "Se fucilano papà devono fucilare anche tutti noi". Andarono lì, sul piazzale dove dovevano passare i condannati, ammanettati. Li fecero sfilare per tutto il paese fino al cimitero, legati in fila indiana. E loro dietro. La madre di Piero con tutti i figli. La prima sorella che aveva vent’anni, che poi ha fatto parte del comando partigiano in Valsesia, è svenuta a metà strada. Quindi arrivarono in cinque e si misero davanti ai fascisti. E lì intervenne il parroco, era un fatto probabilmente importante che un padre di sei venisse fucilato. Dopo una lunga trattativa hanno accettato di liberare suo padre, ma in cambio hanno prelevato in ostaggio il fratello di Piero che si chiamava Franco, che aveva 17 anni. Lo hanno vestito da fascista e se lo sono portarono via. Piero ricorda la disperazione di sua madre.

Quel giorno anche Piero entrò nella Resistenza. "Mio padre, per non correre rischi nel caso fosse catturato, mi portava con lui. Partivamo con la canna da pesca oppure con lo zaino e facevamo finta di andare agli alpeggi a scambiare il sale con il formaggio. Ma io ero imbottito di documenti." Camminavano per giorni in montagna. I primi tempi aveva paura, poi gli capitava di stare in mezzo ai partigiani, a questi ragazzi giovani e tutti barbuti, che discutevano e cantavano, e alla fine gli piaceva.

Il 25 Aprile e il Significato di Libertà

Noi oggi non riusciamo a immaginare cosa possa essere stato il 25 aprile, che sensazione di libertà, di gioia e insieme di caos e incertezza, possano aver vissuto gli italiani, specie quelli che vivevano nel nord, sotto l’occupazione nazifascista. Piero ricordava con nitidezza quel momento storico: "Mi ricordo la scena di mio padre che scende dalla montagna, con tutti gli altri comandanti, ed è in prima fila. Ho pensato che fosse il giorno più bello della mia vita." Il giorno prima c’erano ancora i morti in terra, ma ti eri dimenticato improvvisamente di tutto. Questa "fuga" dall'oppressione, questa liberazione, ha un parallelo profondo con il bisogno di "scappare via" dai vincoli e dalle minacce, un concetto che la storia ha reso tangibile per generazioni.

Manifestazione di liberazione il 25 Aprile

Il significato di "scappare via" in questo contesto va oltre il semplice allontanamento fisico; rappresenta la conquista della libertà, la possibilità di riprendere possesso della propria vita e del proprio futuro. È il momento in cui l'incubo si dissolve e subentra la speranza, un sentimento che Piero ha custodito e rielaborato per tutta la vita. La musica, l'arte e la narrazione sono state vie attraverso le quali questa memoria è stata preservata e trasmessa, garantendo che le lezioni di quel periodo non vengano mai perdute, ma continuino a ispirare coraggio e resilienza.

La Vita dopo la Guerra: Sogni, Passioni e Nuove Fughe

La vita di Piero è piena di cose che racconta, tra un salame, una focaccia e una bottiglia del suo vino. La vita è stata un successo negli anni del boom economico, si è comprato una spider e ha fatto carriera, ma i fantasmi del fascismo lo hanno tormentato a lungo, con sogni e incubi ricorrenti. La felicità vera l’ha trovata a cinquant’anni quando ha comprato questo pezzo di terra sul mare e si è reinventato contadino. La sua forza è stata quella di sognare sempre, di fare continuamente nuovi progetti. A ottant’anni ha smesso di salire sui ghiacciai del Monte Rosa e di scendere a Zermatt e anche di sciare. Non si divertiva più. E allora cosa ha fatto? "Ho risolto un po’ il problema facendo parapendio." Parapendio? "Sì, perché la meraviglia è indescrivibile. Poi forse sarà che io ho sempre avuto tanta paura da piccolo e ho ancora bisogno di qualche emozione forte. È stupendo e incantevole, non vorrei scendere più. Sto bene, lassù io." Questa nuova "fuga" verso il cielo, seppur intesa come liberazione e ricerca di emozioni, è un'ulteriore dimostrazione di uno spirito indomito, sempre pronto a superare i propri limiti e a cercare nuove prospettive.

Piero Corte nella sua vigna a Monterosso al mare

Questa ricerca costante di nuove esperienze, di un modo per "scappare via" dalla routine o dalle memorie dolorose, è un filo conduttore che lega la sua giovinezza di partigiano alla sua età matura di avventuriero. È la testimonianza di una vita vissuta pienamente, dove ogni sfida è stata un'opportunità per reinventarsi e per apprezzare il valore inestimabile della libertà conquistata. Le filastrocche, con la loro ritmicità e la capacità di stimolare l'immaginazione, possono essere viste come le prime piccole "fughe" verso mondi di gioco e fantasia, preparatorie forse a comprendere le più grandi fughe dell'esistenza.

L'Eredità delle Storie e delle Canzoni: Da Ron alle Filastrocche Tradizionali

Il tema dell'allontanamento, del "scappa via", e la forza salvifica della musica risuonano anche nella vita e nelle opere di artisti contemporanei, come Ron. Ron si racconta come mai prima d'ora, con quel «coraggio di dire» che gli veniva quando scriveva le lettere, «che non si usano più». Come quelle che si scambiava con Caterina, una giovane mai più incontrata, se non per via epistolare, che gli ha ispirato la canzone Annina. «Parla di una ragazza che non si piace, che non si sente a suo agio con la gente», spiega. Di Ron invece parla Melodramma pop con le parole di Guido Morra (autore del testo): «Gli anni avanzano e avanza la speranza di Ron / quello che sono adesso mi viene incontro / allora scendo e accetto il confronto». Quello con se stesso, che a decifrarlo «ci vorrebbe Freud e per scriverlo James Joyce o meglio ancora Totò».

Rosalino Cellamare, diventato Ron grazie a un guizzo onomastico di Dalla ai tempi di Banana Republic, si racconta in questo riuscito ritratto policromo e polifonico (con le collaborazioni, tra gli altri, di Maurizio Fabrizio, Bungaro, Niccolò Agliardi, Leo Gassman, Giulio Wilson autore della bellissima I gatti che chiude l'album e Paolo Fresu che con la sua tromba impreziosisce la struggente Un'astronave nel cielo) dedicato al padre e intitolato Sono un figlio: il primo disco di inediti (tredici) dopo otto anni, per celebrare il 50° di carriera (ma sono ormai 52, gli anni, da quel Sanremo del 1970 in coppia con Nada con Pa’ diglielo a ma’), da oggi nei negozi e sulle piattaforme su etichetta Le Foglie e il Vento e distribuzione Sony.

Ron, con il suo disco, celebra le origini. Con gratitudine, da figlio, come dice il titolo. Quando due persone stanno insieme per tutta la vita è una cosa meravigliosa e pensa che si possa vincere una battaglia così solamente con la fede. Su questo è sicurissimo. E infatti nel brano La stessa persona un verso recita: “Beato chi ha un po’ di fede e nell’amore ci crede”. E in Abitante di un corpo celeste, il primo brano uscito ad anticipare l’album, canta: “Dall’amore son nato e lui vale”. Nel brano omonimo che apre il disco, Ron racconta la storia di suo padre Savino e dell’incontro con sua madre. I suoi genitori si sono conosciuti durante la seconda guerra mondiale. Suo padre scappava dalla milizia tedesca, ha scavalcato un cancello e sua madre la mattina dopo l’ha trovato in cantina dove si era rifugiato. È rimasto in casa con i suoi nonni e da quell’incontro è nato tutto, lui compreso. Ancora una volta, l'atto di "scappare via" diventa il punto di partenza di una nuova esistenza.

Ron è stato una persona apparentemente dolcissima, ma da ragazzo faceva anche cose allucinanti, a discapito dei suoi compagni di giochi. Una volta ha buttato un suo compagno dentro a una cisterna per il gasolio, per fortuna vuota. Ma non aveva certamente caratteristiche da bullo. Anzi, è stato bullizzato. Alla fine delle elementari dei ragazzotti hanno iniziato a prenderlo a pedate. Non ha mai detto nulla, ma ha sofferto tantissimo. Poi, non sa perché, alla fine dell’anno gli hanno chiesto scusa e forse questa è la differenza che c’è con ciò che succede oggi con certe forme di bullismo. A Ron manca un figlio? Ha un nipotino nato da poco che si chiama Gioele e questo gli ha fatto un po’ pentire di non avere avuto un figlio. I bambini sono esseri fragili, ma anche forti, che hanno bisogno dell’amore dei propri genitori.

Il disco è tutto un lungo e intenso inno all’amore, anche nei confronti della Terra. In Abitante di un corpo celeste, Ron canta il nostro pianeta, questo corpo celeste a cui gli uomini stanno facendo di tutto. Fino ad agitare la minaccia di una guerra nucleare. Non possiamo immaginare un’altra cosa del genere. È già successo e forse non è servito come monito. Oggi non ci sarebbe più nessuna possibilità di vita. Non può essere, mai. Abbiamo appena conosciuto la pandemia. Ron come l’ha vissuta? Passava di fianco al pianoforte e alla chitarra e scappava via ogni volta. Stava quasi per impazzire. Poi piano piano ha cominciato a chiamare persone che stima molto e autori anche sconosciuti per fare questo disco. Così ha ritrovato la conferma che la musica lo salva sempre. Anche dal Covid e dalle volte che è tornato da Sanremo. Non è arrabbiato con il Festival, dove è stato otto volte e ne ha avuti di bellissimi, ma anche di disastrosi. Nonostante ciò, la musica rimane la sua salvezza. Per lui la parola stessa musica è sinonimo di vita, è essere nato.

Le canzoni per bambini tradizionali hanno un fascino speciale che è rimasto vivo per molte generazioni, offrendo un rifugio e un mezzo per esplorare il mondo. Tra le filastrocche che continuano a incantare e a educare, troviamo esempi come:"Ambarabà, cicì cocò, tre galline sul comò", che apre la porta a un mondo di fantasia."La bella lavanderina che lava i fazzoletti per i poveretti della città. Fai un salto, fanne un altro fai la giravolta, falla un’altra volta guarda in su, guarda in giù dai un bacio a chi vuoi tu!", che invita al movimento e all'interazione."Siam tre piccoli porcellin, siamo tre fratellin. Mai nessun ci dividerà… tralla-la-là-la-là!", un racconto di amicizia e di fuga giocosa, con i porcellini che si affacciano al balcone e fanno "cu-cucu-cu" al lupo che non può prenderli. "Ah! Ah! Ah! Che bell'affar il lupo non potrà cenar!!!""Topolino, topoletto, zum pa pa è caduto giù dal letto zum pa pa e la mamma poveretta zum pa pa gli ha tirato la scopetta zum pa pa corri, corri dalla nonna, zum pa pa gli ha tirato la colonna; zum pa pa corri, corri dal nonnino, zum pa pa gli ha tirato dietro il vino zum pa pa corri, corri in ospedale, zum pa pa gli hanno detto: “Buon Natale!", un susseguirsi di eventi rocamboleschi dal ritmo incalzante.Le filastrocche servono anche a questo: con le poesie in rima e le filastrocche brevi, i bambini da uno a tre anni possono imparare le parti del corpo, sequenze di azioni, anche abilità motorie. Qualche esempio? "Ecco l’occhio bello, [toccare un occhio del bambino] ecco suo fratello [l’altro] ecco la chiesina, [la bocca] e il suo campanello!""Pecorella, pecorella tanto bianca, tanto bella Dove vai così di fretta?"Andando un po’ oltre, le rime possono aiutare la memoria, e le filastrocche oltre a divertire bambini e bambine serviranno ad aiutarli a ricordare molte cose utili. "C’era una volta un paese lontano dove i colori si davan la mano. Tra tutti il rosso era il più piccolino e l’arancione gli stava vicino. Rideva forte il giallo brillante e il verde, lì accanto, parlava alle piante. Alti nel cielo, l’azzurro ed il blu, guardavan la Terra e stavan lassù."

Illustrazione di filastrocca con animali colorati

La ritmicità e la ripetitività delle filastrocche per bambini ben si prestano ad accompagnare, come un rituale, i vari momenti della giornata. Lunedì dentro al vasino; martedì nel pannolino; dentro il water il mercoledì; alla toilette il giovedì. Venerdì nel gabinetto. Ahimé! Se ti servono filastrocche per tutti gli altri momenti della giornata o dell’anno puoi dare un’occhiata al sito filastrocche.it, dove potrai trovarne davvero tantissime. Il rituale della nanna, per esempio, viene spesso accompagnato da queste canzoncine, nel senso che il bambino, sentendole ripetere più volte, arriva a farla propria. Dalle espressioni come "non dette niente ai suoi fratelli. vedi Caino che fa le frittelle. mangia, mangia mio bambino." a quelle più complesse come "la lunghissima 'Seta moneta'", ogni verso contribuisce a creare un ambiente di apprendimento e affetto. E se, mentre si divertono tranquilli sul divano, i bambini apprendessero anche qualcosa su di sé o sul mondo che li circonda? Le filastrocche servono anche a questo, unendo l'utile al dilettevole, creando momenti di gioia e contribuendo, in modo sottile ma significativo, a formare la comprensione della vita e della storia, persino di quelle che "scappano via" dai libri per entrare nei cuori.

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