Campioni: Si Nasce o Si Diventa? Un Dibattito Multidimensionale sull'Eccellenza

Il dibattito su cosa determini il successo atletico, ovvero se siano i talenti innati o l'inesorabile dedizione a fare la differenza, è antico e coinvolge esperti di genetica, scienze dello sport e psicologia. Alcuni sostengono che determinati atleti siano dotati fin dalla nascita di fattori biologici straordinari, mentre altri confidano nel potere dell’allenamento intensivo e di un ambiente favorevole. La realtà, tuttavia, emerge complessa: la prestazione sportiva dipende da un intreccio dinamico e complesso di fattori genetici, ambientali, psicologici e culturali. Come evidenziano recenti rassegne, nessuna prospettiva può spiegare da sola la varietà dei risultati. Questo articolo esplora le evidenze scientifiche più aggiornate sulle influenze innate e acquisite che plasmano il percorso verso l'eccellenza, cercando di comprendere se i campioni si nascono o si diventano.

Le Radici del Successo: Predisposizioni Naturali e l'Arte della Schermata di Musashi

Già secoli fa, figure come Miyamoto Musashi, un leggendario spadaccino giapponese, riflettevano sulla natura delle proprie vittorie. Allo scadere dei trent’anni, Musashi concluse che le sue vittorie non erano dovute alla piena padronanza dell’Arte. Forse aveva per essa una predisposizione naturale, o quella era la volontà del Cielo, o semplicemente era dovuto al basso livello delle altre scuole di scherma. Questo è anche il senso dello scritto di Musashi riportato: egli a trent’anni si accorse che, nonostante fosse sopravvissuto a oltre sessanta duelli mortali, era bravo nell’arte della scherma, ma ancora molto lontano dal realizzare la perfezione. Si rese conto, insomma, di avere talento, utilizzando l’espressione «predisposizioni naturali», ma capì che non bastava. Allora si consacrò alla ricerca della perfezione con determinazione assoluta. Questa riflessione primordiale poneva già le basi per la questione centrale: se i geni non ci determinano totalmente, e l’ambiente ha sempre l’ultima parola, allora campioni si nasce o si diventa? È sufficiente l’impegno a garantirci l’eccellenza?

Negli ultimi decenni, la nozione dicotomica natura-cultura è cambiata radicalmente nel corso del tempo e degli studi: la questione non è più natura contro cultura, ma semmai natura attraverso cultura, come suggerito da Davids & Baker nel 2007 e Ridley nel 2003. Sostenere, infatti, che “l’80% è genetica, e il resto è ambientale”, ignora il fatto che genetico non significa inalterabile. Ad esempio, in una nazione con infrastrutture sportive straordinarie, con allenatori ben istruiti e così via, l’impatto genetico potrebbe essere molto ridotto, dimostrando come l'ambiente possa modulare anche le predisposizioni innate.

Il Potere della Pratica Intenzionale: La Teoria delle Diecimila Ore di Anders Ericsson

Se oggi possediamo una risposta che ci fa propendere a favore dell’importanza dell’impegno, lo dobbiamo a uno psicologo di origine svedese che insegna all’Università della Florida: Anders Ericsson. Egli ha fornito un supporto scientifico al fatto che, nella nostra specie, i vertici dell’eccellenza non si raggiungono grazie al determinismo genetico, ma attraverso un processo volontario. Le prestazioni assolute, in qualsiasi campo - da quello artistico agli scacchi, dallo sport alla ricerca scientifica - sono frutto in maniera preponderante dell’esercizio piuttosto che delle capacità innate.

È fondamentale, tuttavia, comprendere che, come lo stesso Ericsson ha sottolineato, ciò non vuol dire che le predisposizioni e il patrimonio genetico non contino. Semplicemente, significa che non bastano. La teoria di Ericsson su questo punto è stata molto spesso fraintesa, poiché essa non afferma che soltanto per mezzo dell’esercizio chiunque può diventare un campione del mondo o un genio della musica, se non ha alcuna predisposizione in questo senso.

Il frutto del lavoro di ricerca di Anders Ericsson è oggi noto con il nome di «teoria delle diecimila ore», anche se una premessa importante è che la regola delle diecimila ore non va presa in senso letterale. Ericsson e colleghi formularono questa regola partendo da una ricerca svolta sui violinisti che studiavano all’elitaria Accademia musicale di Berlino. Con l’aiuto dei docenti, gli studenti furono divisi in tre gruppi secondo il livello di performance. Per primi, individuarono quelli che avevano raggiunto l’apice della prestazione musicale e che promettevano una brillantissima carriera internazionale come solisti. Poi identificarono un gruppo intermedio, quelli ritenuti «bravi» sebbene non all’altezza dei primi. Il terzo gruppo era composto da coloro che non avevano raggiunto un livello tale da prefigurare un futuro da musicisti professionisti; potevano al massimo aspirare all’insegnamento nelle scuole.

Il team di ricercatori procedette in un altro modo: ricostruì le ore di esercizio intenzionale che era stato svolto negli anni addietro dai componenti dei tre gruppi. Il concetto di «esercizio intenzionale» è estremamente importante, poiché esso è diverso dal semplice esercizio meccanico, cioè dal ripetere tante volte - ma senza una partecipazione consapevole - lo stesso compito. La ripetizione meccanica presenta molti limiti: per esempio, non elimina gli errori ma, anzi, li rafforza. Non si tratta solo di questo: l’intervento di un’intenzionalità consapevole permette la neuroplasticità cerebrale. Di solito, quando si raggiunge una certa padronanza in un compito, lo si automatizza, ovvero si tende a ripeterlo senza usare una consapevolezza profonda. In generale, ciò è un vantaggio: se pensiamo all’esecuzione mentre la svolgiamo, possiamo interferire con la prestazione stessa. Per esempio, se un pugile cercasse una piena consapevolezza di ogni gesto, invece di basarsi su reazioni automatizzate, risulterebbe molto più lento e vulnerabile del suo avversario sul ring.

Tuttavia, secondo Ericsson, chi ha raggiunto la mastery, cioè chi ha raggiunto un alto livello di padronanza, tende a ritardare il momento dell’automatizzazione inserendo negli esercizi obiettivi sempre più sfidanti, che richiedono consapevolezza. Ciò permette di fornire al sistema nervoso più stimoli e più tempo per crescere in complessità. Alla fine, l’esecuzione viene automatizzata, ma la padronanza del gesto risulterà di qualità incomparabilmente superiore. Adesso che abbiamo definito cosa sia l’esercizio intenzionale, possiamo ritornare alla ricerca di Ericsson. Egli ricostruì le ore di esercizio intenzionale all’interno di ciascun gruppo e i risultati furono strabilianti: tutti avevano iniziato a suonare il violino alla stessa età, cinque anni. Partiti tutti con un livello di allenamento simile di due-tre ore settimanali, i violinisti si erano differenziati con il passare del tempo. All’età di vent’anni, gli allievi del primo gruppo avevano alle spalle diecimila ore di esercizio, quelli intermedi ottomila e i più scarsi solo quattromila.

Diagramma dell'Esercizio Intenzionale e le sue fasi

Dopo la ricerca di Ericsson, pubblicata nel 1993, sono stati compiuti numerosi studi sulle prestazioni di eccellenza in moltissimi campi dell’attività umana e tutti, nessuno escluso, hanno confermato l’intuizione pionieristica dello psicologo svedese: le performance di vertice hanno in comune la stessa struttura. Tutte richiedono una quantità di impegno individuale, sotto forma di esercizio intenzionale, riconducibile, per via approssimativa, a circa diecimila ore di allenamento.

La regola delle diecimila ore è stata applicata persino alla biografia di personaggi universalmente riconosciuti come dei geni, vale a dire dotati di capacità naturali superiori. La carriera di uno di questi - il genio per antonomasia, Wolfgang Amadeus Mozart - è stata analizzata dallo psicologo Michel Howe nel libro Anatomia del genio. Ebbene, secondo Howe, che ha intervistato diversi critici musicali autorevoli, la composizione in cui Mozart dimostra per la prima volta in maniera indubitabile il suo «genio» è il Concerto n. 9 K 271. Quando lo scrive, Mozart si sta dedicando alla composizione già da dieci anni, impegnandosi certamente più di tre ore al giorno; dunque, ha già oltrepassato, e non di poco, la soglia delle diecimila ore di esercizio! Questo non vuol dire che Mozart non avesse comunque una straordinaria predisposizione verso la musica. Più semplicemente, significa che, senza esercizio, non sarebbe mai diventato il genio che conosciamo.

Oltre le Diecimila Ore: La Complessità Multifattoriale dell'Eccellenza Sportiva

Nonostante il forte impatto della teoria di Ericsson, nuove ricerche hanno iniziato a evidenziare ulteriori complessità. Nel frattempo, sono state pubblicate diverse meta-analisi, come quella di Platz et al. nel 2014 nei musicisti, e studi originali, ad esempio Güllich nel 2017 e Hornig et al. nel 2016 nello sport, che evidenziano come alcuni atleti d’élite hanno raggiunto livelli eccellenti di prestazioni prima dei 10 anni di pratica deliberata, come Lombard & Deaner nel 2014 nei velocisti, contraddicendo la famosa “regola dei 10 anni/10.000 ore di pratica” per diventare un esperto. Inoltre, la nozione di gioco deliberato è in contrasto con la pratica deliberata, in termini di massimizzazione del divertimento negli sport di squadra, come evidenziato da Côté et al. nel 2007, e potrebbe essere un predittore di eccellenza più importante, secondo Coutinho et al. nel 2016.

Come può Lionel Messi dribblare con la palla i difensori avversari quando la maggior parte dei giocatori non riesce nemmeno a farlo in linea retta, da soli, senza perdere il controllo della palla o inciampare? A questa domanda molte persone rispondono in modo semplicistico che sono persone “speciali”, nate con questo “dono”, che hanno un talento innato. Tuttavia, come si diventa quindi campioni nello sport? In poche parole, sono necessari modelli di competenze che considerino il quadro complessivo, le interazioni tra le variabili in modo multidisciplinare, integrando natura e cultura, nonché punti di vista differenti. Ciò richiede l’allineamento della moltitudine di dati diversi che comprendono vari aspetti del comportamento di un atleta.

A tal proposito, un modello di competenza non ancora ben riconosciuto e utilizzato è quello proposto da Ullén e colleghi nel 2016, applicato per la prima volta alla competenza musicale e recentemente allo sport in diverse discipline, come lo sci (Lewis et al., 2022), la canoa (Arribas-Galarraga et al., 2020), e negli atleti universitari statunitensi (Di Fiori et al., 2019), così come negli sport individuali (Fagan et al., 2019). Ullén e colleghi hanno suggerito un modello di interazione multifattoriale gene-ambiente dove la pratica deliberata agisce sulla competenza influenzando i meccanismi neurali e le proprietà fisiche, e viceversa. Gli autori sostengono che le limitazioni imposte dalla complessa evidenza empirica sulle relazioni tra fattori ci impongono di approfondire i singoli elementi legati alle performance di eccellenza, quali:

  • Proprietà fisiche: Queste sono suddivise, da un lato, in proprietà fisiche allenabili, come resistenza o forza, e, dall'altro, in quelle non addestrabili, come l'altezza, i profili genotipici o l'apertura alare. Il modello di Ullén (2016) suggerisce che le misure dirette spiegano una maggiore varianza nelle competenze, mentre quelle indirette fungono da fattori precondizionali sommati per le carriere a lungo termine.
  • Fattori genetici: La ricerca in questo campo cerca di trovare se alcune varianti, definite "genotipo", possano essere correlate a specifici aspetti rilevanti dell'allenamento sportivo come forza, potenza, capacità di resistenza o suscettibilità agli infortuni, il cosiddetto "fenotipo", come indagato da Appel et al. (2021), Maestro et al. (2022) e Petr et al. (2022). Tuttavia, la relazione tra genotipo e fenotipo potrebbe essere alterata dal volume e dal contenuto dell'allenamento, dalla nutrizione, dall'epigenetica e da altri fattori ambientali, come osservato da Guest et al. (2019). Inoltre, alcuni geni potrebbero anche essere espressi solo quando viene eseguito un allenamento specifico, ovvero quando è personalizzato in base al profilo genetico (Jones et al., 2016). Studi di genomica sportiva individuano centinaia di polimorfismi del DNA associati allo status di atleta. A tal proposito, oltre 250 varianti genetiche risultano correlate ai tratti atletici come forza e resistenza (Semenova et al., 2023). Inoltre, le stime di ereditarietà in studi su gemelli confermano un ruolo rilevante dei geni per molte caratteristiche chiave per la performance ottimale, con ereditarietà per la maggior parte dei tratti “sportivi” che superano il 50%. Ad esempio, varianti di geni come il ACTN3 influenzano la composizione delle fibre muscolari, favorendo rispettivamente esplosività anaerobica e, in ultimo luogo, la performance (Yang et al., 2003). Georgiades et al. (2017) concludono che la combinazione di queste predisposizioni ereditarie crea un “potenziale genetico elevato” negli atleti migliori, affermando che solo chi nasce con abilità innate superiori può diventare atleta d’élite. Tuttavia, l’identificazione dei correlati genetici legati alla performance ottimale rimane limitata. Inoltre, sebbene ci possa essere una possibile predisposizione, la transizione in effettiva performance non sempre avviene in modo automatico.
  • Fattori ambientali: Questi si suddividono in microambienti, come ad esempio genitori, allenatori o compagni di squadra (Beets et al., 2010; Henriksen, 2010; Henriksen, Knight, et al., 2020; Henriksen, Storm, et al., 2020), e macroambienti, che comprendono la qualità dell’allenamento insieme ai sistemi di supporto nelle accademie giovanili o nei centri olimpici (Henriksen, Knight e Araújo, 2020). Questi stessi ambienti possono cambiare in base ai diversi sistemi sportivi locali e nazionali, e influenzarsi reciprocamente.
  • Aspetti psicologici: Elementi come motivazione, interessi e personalità nella pratica sportiva risultano essere gli antecedenti alla pratica deliberata che poi agisce sulle proprietà fisiche e sui meccanismi neurali, in particolar modo risultano importanti la motivazione intrinseca e quella legata al successo.
  • Meccanismi neurali e funzioni cognitive: Questi variano in base alla specificità dello sport. Ad esempio, pugili, calciatori e tiratori differiscono nel loro grado di livelli di funzionamento cognitivo (Yongtawee et al., 2022). Inoltre, come previsto, gli sport intercettivi come la boxe hanno livelli più elevati di funzionamento visuospaziale e velocità di elaborazione rispetto ad altri sport, mentre nel calcio la flessibilità cognitiva è maggiore come richiesto dalle interazioni dinamiche di questo sport.
  • Ulteriori fattori di competenza: Tra questi si annoverano l’anticipazione (Williams et al., 2020), la visione (Vickers, 2016), il comportamento di ricerca visiva e anche l’accoppiamento informazione-movimento (van der Kamp & Renshaw, 2015). Tutti questi sono prerequisiti fondamentali per un comportamento tattico ottimale, soprattutto negli sport intercettivi e di squadra aperti e dinamici (Memmert et al., 2017). Migliori sono le capacità percettive e cognitive specifiche dello sport, maggiore è il livello di competenza (Albaladejo-García et al., 2023), anche se non c’è una relazione lineare.

Thurstone e l'intelligenza multifattoriale

Concludendo, gli autori sottolineano che, sebbene concentrarsi su un singolo fattore sia una strategia di ricerca economica e pratica, non porta alla comprensione della natura multidimensionale delle competenze e soprattutto a identificare le componenti chiave per diventare un campione. Per questo motivo è nato un progetto innovativo, proposto da Zentgraf e Raab (2023) e finanziato dal Ministero degli Interni tedesco e dall’Istituto tedesco di scienze dello sport. Il progetto denominato In:prove è stato finanziato per 4 anni con oltre 2 milioni di euro per affrontare le strategie di individualizzazione negli sport d'élite, e attraverso un consorzio di cinque gruppi di ricerca, dal 2021 al 2025, analizzerà circa 600 atleti in sette diversi sport (estivi e invernali, nonché individuali e di squadra) attraverso il modello di Ullén e colleghi (2016). Non ci resta quindi che aspettare, perché ne vedremo sicuramente delle belle.

La Mente dell'Atleta: Capacità e Abilità tra Potenzialità Innate e Sviluppo

Ogni bambino che si avvicina alla pratica sportiva sogna di emulare le gesta del campione della disciplina a cui partecipa: Messi nel calcio, Nadal nel tennis, Bolt nell'atletica, ecc. In realtà, la stragrande maggioranza delle volte, le cose non vanno esattamente così. Nonostante impegno e dedizione negli allenamenti non sempre è possibile raggiungere altissimi livelli prestazionali nella propria disciplina sportiva. Ma perché avviene questo?

Possiamo definire le capacità motorie come presupposti su base genetica che rendono l'essere umano capace di rispondere agli stimoli esterni e quindi di realizzare azioni motorie specifiche. Le prime si basano su meccanismi energetici e fattori organico-muscolari, e ne fanno parte la forza, la velocità e la resistenza. Le capacità coordinative, invece, dipendono strettamente da meccanismi di controllo nervoso e sono indispensabili nell'organizzazione e nel controllo del movimento. A quest'ultimo gruppo fanno parte la capacità di equilibrio, apprendimento motorio, controllo motorio, ecc. Molto spesso le capacità motorie vengono confuse con le abilità motorie, che rappresentano invece le azioni motorie concrete, i gesti tecnici specifici di una disciplina, come il dribbling nel calcio o il rovescio nel tennis. Le abilità si costruiscono a partire dalle capacità (i presupposti) che ne determinano quindi il grado di perfezionamento.

Due esempi renderanno più chiaro questo concetto. Si immagini di possedere una scatola di attrezzi; è chiaro che più grande sarà la nostra scatola e più attrezzi potremmo metterci dentro. Lo stesso vale per le capacità e le abilità motorie. Se si possiede un patrimonio genetico ampio di capacità (la scatola), si avrà modo di perfezionarsi in maggiori abilità (gli attrezzi), di conseguenza sarà più facile avvicinarsi ad essere un fuoriclasse. Ciò nonostante, non è detto che lo si diventi. Immaginiamo adesso di avere una bottiglia di 2 litri di acqua riempita però solo a metà, mentre un nostro amico ha una bottiglia di 1,5 litri riempita interamente. Chi è particolarmente perspicace avrà capito che in questo secondo esempio la bottiglia rappresenta il patrimonio di capacità mentre l'acqua le abilità accumulate dall'esperienza e dall'allenamento. In questo caso specifico, si è visto come il possedere un patrimonio di capacità più grande non equivale nel concreto ad essere più abili di altri se queste poi non vengono perfezionate attraverso un allenamento continuo.

Infografica: Capacità Motorie vs. Abilità Motorie

Quale è l’elemento di differenziazione? Quante volte ci è capitato di sentire: “è superiore mentalmente”, “è più forte di testa”, “non ha retto lo scontro mentalmente”, e così via. Allenare le capacità fisiche già sappiamo si può fare, ma si può fare veramente molto anche per la mente e questo può senz’altro elevare un atleta ad un livello superiore. I bisogni di un atleta sono molteplici in questo settore: dal risolvere stati emotivi negativi, al gestire le proprie ansie, dalla paura di vincere o perdere, al riuscire ad estraniarsi dai propri pensieri, al rilassarsi e molti altri aspetti nei quali un coach si trova a collaborare con l’atleta.

In questo contesto, la conoscenza è un elemento cruciale. Gli atleti migliori, i campioni, sono in grado di studiare e ricercare sempre modi migliori di eseguire un gesto tecnico e sono in grado di spiegarne il motivo, anche per la più piccola variazione. Ma la conoscenza non è un possesso esclusivo dell'epoca moderna: anche senza mezzi tecnologici, con un semplice pezzo di carta, o un ritaglio di giornale, o con l'osservazione diretta, si possono aprire molte diverse analisi rispetto ad una performance sportiva. Molti dei campioni del passato avevano un proprio taccuino, sul quale annotavano scrupolosamente osservazioni, risultati e analisi degli avversari. Le possibilità di accrescere la nostra conoscenza sono ovunque e non sono soltanto a disposizione degli allenatori, ma anche degli atleti: bisogna che ciascuno trovi il modo di catturare realmente la conoscenza, per poi studiare e capire a fondo l'importanza che essa riveste nella performance.

La Psicologia del Successo: Mentalità Statica e Dinamica di Carol Dweck

Aldilà del fatto che le qualità umane siano innate o acquisite, la convinzione implicita o esplicita che ogni individuo ha in merito - che esse siano innate o, al contrario, la convinzione che siano acquisite - è sufficiente a condizionare in modo decisivo il suo comportamento, le sue performance e la sua vita. È questa la tesi della psicologa Carol Dweck, riassunta nel suo libro Mindset. Cambiare forma mentis per raggiungere il successo. Nel primo caso, si parla di fixed mindset (mentalità statica), nel secondo caso di growth mindset (mentalità dinamica).

Grafico comparativo delle caratteristiche di Fixed Mindset e Growth Mindset

La Mentalità Statica (Fixed Mindset)

Le persone con il cosiddetto fixed mindset (mentalità statica) tendono a credere nel concetto di talento, definito come una dote innata, una qualità straordinaria che o si ha o non si ha, qualcosa che si eredita alla nascita o al massimo che si può acquisire una volta per tutte nei primissimi anni dell’infanzia. Chi ha questa convinzione tende a vivere ogni competizione, ogni performance, ogni caso della vita in cui è richiesta una prestazione specifica - dalla partita di calcetto con gli amici al colloquio di lavoro - come una prova del fuoco, un’occasione in cui deve dimostrare di avere talento.

La pressione sociale, reale o presunta, è molto sentita dal soggetto che adotta questa mentalità, e ogni situazione è vissuta come un’esposizione al giudizio altrui: avrò successo o fallirò? Farò la figura dello scemo o riuscirò a sembrare intelligente? Verrò accettato o rifiutato? Vincerò o perderò? Del resto, sono svariati i contesti sociali in cui vengono premiate le supposte doti naturali - contesti sociali che premiano la cultura fixed mindset. Mai sentito parlare di università che “selezionano talenti”, o di aziende che “assumono talenti”? Il sistema formativo americano fa rabbrividire sotto questo aspetto: bambini molto piccoli vengono divisi in gruppi in base a punteggi ottenuti da test intellettivi che aprono o precludono loro, una volta per sempre, determinati percorsi scolastici.

Che cosa succede, allora, quando qualcosa va storto per chi ha una “mentalità statica”? Quando una performance non riesce, quando si commette un errore, quando si perde una partita? Se il talento è innato e ogni performance è una prova in cui dimostrare di avere talento, il fallimento è lo scenario peggiore che gli individui con il fixed mindset possano immaginare. Se fallisci la prova, dimostri di non avere talento - e se non hai talento, non ci puoi fare niente, perché il talento o ce l’hai o non ce l’hai. Se sbagli, non ce l’hai.

Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, perché una delle più evidenti conseguenze di questa mentalità è la tendenza a evitare le sfide. In particolare, chi è già stato riconosciuto come un talento - magari da genitori che hanno insistito molto su un certo tipo di giudizio nei suoi confronti già da molto piccolo - si barricherà sul podio, facendo di tutto per non esporsi a un nuovo giudizio che potrebbe falsificare il precedente. Davanti agli ostacoli, le persone con una “mentalità statica” tendono a fuggire, a mettersi sulla difensiva, a rinunciare facilmente: tutto fuorché mettersi alla prova, se mettersi alla prova può voler dire rischiare di dimostrare di non avere talento.

Un’altra importante conseguenza si manifesta nel modo in cui viene valutato lo sforzo, la fatica che si deve fare per raggiungere un obiettivo. Se devi impegnarti molto in qualcosa, significa che non hai talento. Più ti sforzi di fare bene, più dimostri di non essere capace. Per la stessa ragione, chi ha un fixed mindset è in genere impermeabile alle critiche, anche quando sono costruttive: se hai bisogno di aiuto, vuol dire che non hai talento. E se non hai talento, non puoi acquisirlo. Questo è vero anche nell'ambito delle relazioni: se crediamo di essere “fatti per stare insieme”, spesso ci rifiutiamo di impegnarci per migliorare il rapporto e superare le difficoltà. Se ci sono difficoltà, significa che non siamo fatti per stare insieme… Se basta una critica, anche costruttiva, per mettere in discussione il talento, proviamo a immaginare come si pone l’individuo con il fixed mindset davanti ai successi altrui: non possono essere altro che una pericolosa minaccia. Non stupisce quindi che le persone con questa mentalità tendano a stabilizzarsi precocemente e rischiano quindi di non realizzare a pieno il proprio potenziale.

La Mentalità Dinamica (Growth Mindset)

Agli antipodi del fixed mindset, Carol Dweck ha individuato le caratteristiche che definiscono il growth mindset (mentalità dinamica), ossia una forma mentis orientata al miglioramento, alla crescita e allo sviluppo personale. Chi crede che le qualità personali possano essere coltivate attraverso l’esperienza, in genere, ritiene che nessuno possa conoscere a priori il potenziale umano di ciascun individuo, potenziale che può essere esplorato soltanto attraverso la pratica. Secondo il growth mindset, tutti noi possiamo cambiare e migliorare se lo vogliamo davvero. Perché sprecare tempo cercando di dimostrare di essere il migliore, quando puoi investirlo migliorando te stesso?

Questa tipologia di individui non comprende “talenti”, bensì profili fortemente orientati all’apprendimento: Not a genius, but a learner. Il desiderio di imparare è infatti la caratteristica più evidente del growth mindset; anzi, possiamo dire che è il suo significato principale. Le sfide non sono viste come rischiose prove che possono svelare la propria inadeguatezza, ma come occasioni di apprendimento. Sbagliare significa scoprire qualcosa di nuovo, che prima si ignorava. La fatica e lo sforzo sono necessari nella continua tensione verso il miglioramento. Le critiche sono consigli preziosi. Il successo altrui è un esempio da seguire.

Tra gli atleti - e tra gli allenatori - troveremo chi, alla domanda se si nasce campioni o lo si diventa, sarebbe subito pronto a rispondere che c'è chi nasce con il dono naturale del talento sportivo. Al contrario, una mentalità diversa e più improntata a considerare la crescita progressiva delle capacità, ritiene che il talento sportivo possa essere sviluppato attraverso l'apprendimento. Gli atleti con una mentalità più restrittiva ed improntata a convinzioni fisse hanno un elevato desiderio, quasi un'esigenza, di dimostrare il proprio valore agli altri e preferiscono essere visti come talenti naturali, maturando il timore di poter essere considerati perdenti: per questo preferiscono non allenarsi troppo intensamente davanti agli altri (sono dei talenti, non hanno troppo bisogno di allenarsi) e prediligono successi a basso sforzo, per rinforzare la fiducia in se stessi. Al contrario, gli atleti con una mentalità aperta, di crescita, traggono soddisfazione dallo sforzo profuso nel proprio miglioramento e guardano più al percorso che al risultato in sé, poiché considerano l'apprendimento come un'opportunità continua di miglioramento. Ciò non significa che essi non vogliano vincere, ma sanno che per ottenere una performance migliore devono lavorare ricercando continuamente opportunità di apprendimento per accrescere se stessi. In altre parole, poiché non si stancano mai di imparare a fare meglio e sono proiettati su traguardi sempre ancora da raggiungere, risultano più determinati e perseveranti nell'allenamento, poiché traggono soddisfazione dalle crescenti difficoltà poste dalla competizione, più che dalla vittoria in se stessa.

Capiamoci: il fallimento è sempre una dura realtà con cui fare i conti. Ma in un caso - fixed mindset - gli individui lasciano che il fallimento li definisca una volta per tutte. “Fallito” è un’etichetta di cui si vergognano e che si porteranno dietro per sempre, perché fallire significa essere un fallimento. Nell’altro caso - growth mindset - fallire significa avere fallito; si tratta di un episodio da gestire, da cui imparare, da superare. Non è qualcosa che ti segna per sempre, ma qualcosa di cui devi assumere il controllo. In questa mentalità, il concetto di “perfezione” non solo non si dà a priori, ma non si raggiunge davvero mai, e resta un’idea regolativa che ci sprona a fare sempre meglio.

Nessuno incarna in modo esclusivo una mentalità o l’altra, ma tutti noi ci troviamo in un punto tra questi due estremi. I diversi contesti in cui ci muoviamo tutti i giorni e che noi stessi contribuiamo a costruire, come la famiglia e il lavoro, sono decisivi nella formazione di una cultura fixed o growth. L’arte di dare e ricevere feedback è cruciale per favorire una cultura growth, premiando lo sforzo, non il risultato, e affrontando con lucidità e spirito collaborativo il fallimento, anziché negarlo. La più recente evidenza scientifica dimostra che la prestazione sportiva d’élite emerge da un’interazione dinamica e complessa di fattori genetici, ambientali, psicologici e culturali. Da un lato, esiste indubbiamente un substrato genetico che può predisporre certi individui a raggiungere performance eccezionali, fornendo loro vantaggi fisiologici difficilmente replicabili attraverso la sola pratica. Dall’altro lato, emerge con chiarezza che il duro lavoro e l’ambiente di allenamento rivestono un ruolo essenziale e complementare, capace di massimizzare e realizzare il potenziale innato degli atleti. Pertanto, la visione contemporanea più equilibrata suggerisce che per coltivare al meglio l’eccellenza atletica occorre adottare strategie globali e multidimensionali, integrando metodi di allenamento personalizzati con la consapevolezza delle predisposizioni genetiche, e sostenendo lo sviluppo psicologico e motivazionale degli atleti.

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