La Genitorialità che Cambia: Analisi delle Cause, Conseguenze e Tendenze nell'Età Materna e Paterna

Negli ultimi decenni, a livello globale, si è assistito a una tendenza significativa: le persone tendono a diventare genitori a un’età più avanzata rispetto al passato. Questo fenomeno è noto come "postponement transition". Non si tratta solo di una scelta individuale, ma di un cambiamento sociale che riflette mutamenti profondi nelle dinamiche economiche, culturali e personali. L'età delle donne al momento della prima gravidanza nei paesi industrializzati, ad esempio, è aumentato nel tempo, passando da circa 26 anni nel 1975 a quasi 31 anni nel 2020. Questa evoluzione solleva interrogativi complessi sulle sue implicazioni biologiche, mediche e psicosociali, coinvolgendo sia la salute della madre e del bambino, sia le dinamiche familiari e l'invecchiamento biologico.

Tendenza all'aumento dell'età materna e paterna

L'Impatto Genetico dell'Età dei Genitori: Nuove Mutazioni e Vulnerabilità

La ricerca scientifica ha rivelato che l’età a cui si diventa genitori è un fattore cruciale per la comparsa di nuove mutazioni nel genoma dei figli. Per nuove mutazioni si intendono le mutazioni che non erano presenti nel genoma dei genitori, ma solo nella cellula uovo o nello spermatozoo coinvolti nel concepimento. Uno studio dell'azienda biotech deCode genetics, basato sull'analisi del genoma completo di 14.000 islandesi appartenenti a 1500 gruppi familiari, ha fornito approfondimenti fondamentali in questo campo. Questo studio, pubblicato su "Nature", era mirato a chiarire la relazione fra comparsa di nuove mutazioni genetiche e sesso ed età dei genitori, tipo di mutazione e posizione nel genoma della mutazione stessa.

Le nuove mutazioni sono un fattore di primaria importanza per l'evoluzione, poiché generano un costante flusso di nuove versioni dell'organismo e sono quindi essenziali per l'adattamento all'ambiente in cui esso vive. Tuttavia, sono anche ritenute responsabili della maggior parte dei casi di malattie rare dell'infanzia.

Kari Stefansson, Hákon Jónsson e colleghi della deCode genetics hanno scoperto che ognuno di noi è portatore in media di 70 mutazioni che non erano presenti nei genitori. La seconda scoperta è che il loro numero aumenta con l'età dei genitori, e soprattutto del padre. Questa differenza ha radici fisiologiche: la dotazione di cellule uovo della donna è stabilita fin dall'inizio e, per quanto non arrivino a maturazione completa fino all'ovulazione, non vanno mai incontro a divisione. La divisione cellulare è un processo che aumenta notevolmente la possibilità di errori di copiatura del genoma. Nelle donne, le cellule uovo rimangono in uno stato di stasi per molti anni, rendendo alcune regioni del DNA vulnerabili a rotture dei filamenti di DNA per un lungo periodo di tempo. Stefansson ha osservato che ciò significa che i tratti legati ai geni in questa regione devono evolvere più velocemente di altri tratti. In queste regioni, le mutazioni imputabili alla madre sono in media uguali a quelle dovute al padre, e il loro aumento con l'età dei genitori è più veloce per la madre che per il padre. Un'altra singolare caratteristica di queste regioni del DNA è che, mentre le mutazioni di origine paterna si distribuiscono casualmente su tutta la regione, quelle di origine materna sembrano raggrupparsi in cluster.

Salute Materna e Fetale: Un Contesto Complesso di Rischi e Benefici con l'Età Avanzata

Tradizionalmente, si pensava che mettere su famiglia più tardi potesse aumentare il rischio di problemi di salute nei figli quando crescono. Tuttavia, una nuova ricerca ha messo in discussione questa idea, dimostrando che il grado di istruzione della madre e il numero di anni che sopravvive dopo aver dato alla luce influenzano la salute dei suoi figli adulti, più che l'età che aveva quando sono nati. Uno studio, coordinato dal ricercatore Mikko Myrskylä dell'Istituto Max Planck per la ricerca demografica di Rostock, Germania, e pubblicato sulla rivista Demography, ha usato dati di 18.000 bambini e delle loro madri negli Stati Uniti. Il team di ricercatori tedeschi ha messo in discussione l'idea che le madri che partoriscono tardi abbiano bambini meno sani da adulti a causa di effetti fisiologici come la minore qualità dell'oocita o una placenta più debole.

Questo studio ha rivelato che i bambini nati da madri di età compresa tra i 35 e i 44 anni non sono meno sani nel corso della vita di quelli nati da madri che hanno partorito tra i 25 e i 34 anni di età. Paradossalmente, anche se più tardi una donna rimane incinta, maggiore è il rischio di aborto spontaneo e l'insorgenza di sindromi come la trisomia 21 (Sindrome di Down), in generale, i bambini nati da madri di 24 anni o meno hanno un numero più alto di malattie diagnosticate, muoiono prima, rimangono di statura più bassa e hanno maggiori probabilità di essere obesi da adulti. Lo studio dimostra che prima partorisce la donna, maggiori sono le probabilità che i bambini soffrano di malattie da adulti. Nello specifico, i bambini nati da madri di età compresa tra i 20 e i 24 anni soffrono del 5% di malattie in più rispetto a quelli nati da madri di 25 - 34 anni e per quelli nati da madri di età compresa tra i 14 e i 19 anni, questa cifra sale al 15%. Questo risultato suggerisce una correlazione tra l'età giovane della madre e la salute a lungo termine del bambino, sebbene i fattori socio-economici e l'educazione materna possano giocare un ruolo preponderante.

Perché in ITALIA non si fanno più FIGLI?

Nonostante i dati sulla salute a lungo termine dei figli possano apparire controintuitivi, è fondamentale considerare che sia i rischi materni che neonatali aumentano nelle gravidanze tardive. Tra le patologie che possono insorgere, l'ipertensione gestazionale si verifica quando la pressione arteriosa della futura mamma supera determinati valori in modo continuativo. È particolarmente frequente in donne in età riproduttiva avanzata, specie in presenza di una pregressa condizione di ipertensione, che è oggi una patologia molto comune. Normalmente si riscontra nelle fasi più avanzate della gravidanza e richiede un monitoraggio costante della pressione materna. L’ipertensione può provocare complicanze anche gravi sia per la madre (danni agli organi, rischio di edemi ed emorragie) che per il feto (scarsa ossigenazione, con conseguenti anomalie della crescita).

Un'altra patologia è il diabete gestazionale, un'alterazione del metabolismo del glucosio che colpisce alcune donne durante la gravidanza e non è da confondere con il diabete di tipo I. Questa condizione potrebbe aumentare la predisposizione della donna a sviluppare in futuro il diabete di tipo II. Questi sono solo alcuni degli "stress test" che la gravidanza impone al corpo femminile, che, sebbene possa essere uno dei momenti più belli della vita di una donna, è comunque un impegno fisico e psicologico significativo.

Il Ruolo della Riproduzione Medicalmente Assistita (PMA) e i Suoi Limiti

L’illusione più grande per una coppia che rimandi la ricerca del primo figlio è il pensare che con la riproduzione assistita si possa ovviare a qualsiasi limite naturale. Attenzione: non è così. Lo si riduce, certo, ma non lo si elimina. Questo è emerso chiaramente a Praga durante i lavori scientifici del congresso europeo della "European Society of Human Reproduction and Embriology" (ESHRE), la società scientifica che riunisce i leader e i ricercatori più qualificati sulla riproduzione assistita. L'enorme interesse per questo argomento dimostra che la domanda di soluzioni per l'infertilità è fortissima, e il settore della riproduzione assistita cresce in modo esponenziale.

In effetti, l’avere un figlio oggi è un problema, un motivo di scacco, di frustrazione, di solitudine per moltissime coppie di origine europea. Molto meno per gli immigrati da altri Paesi extraeuropei che, in linea con le loro tradizioni, hanno figli presto. In tal modo, gli extracomunitari ovviano alla causa in assoluto più potente di infertilità, in lui e in lei: l’età. Ed è grazie a loro se il trend di natalità italiano, dopo anni di caduta progressiva, ha ora invertito il segno. Certo, così aumentano i bambini che nascono in Italia, non i figli degli italiani, il cui tasso di natalità continua a decrescere, mentre aumenta il loro ricorso alla tecnologia riproduttiva. Questo è un problema condiviso con le altre nazioni “ad alto reddito”, europee e nordamericane.

Percentuale di gravidanze in età avanzata con e senza PMA

Un aspetto cruciale da considerare è che, sebbene la PMA offra nuove speranze, non elimina del tutto i rischi legati all'età. I rischi sia materni che neonatali aumentano nelle gravidanze tardive, ma vi è una differenza a seconda del metodo di concepimento: gli eventi avversi sono maggiori nel caso di gravidanze ottenute con una tecnica di riproduzione assistita rispetto a quelle in cui il concepimento è avvenuto in maniera spontanea. Questa è la conclusione di uno studio francese pubblicato su International Journal of Gynecology & Obstetrics. La ricerca ha coinvolto 532 donne di almeno 42 anni che avevano partorito presso un ospedale di Tolosa (Francia) tra il 2014 e il 2019. Circa il 30% aveva concepito grazie a una tecnica di PMA.

Questo studio ha rilevato che la percentuale di gravidanze tra le donne di questa età è cresciuta nel corso degli anni di studio. Il 20,5% delle partecipanti aveva preso oltre 15 kg durante la gravidanza e quelle sottoposte a PMA avevano ricevuto più spesso una prescrizione di aspirina all’inizio della gestazione. Sono stati rilevati nel complesso tassi elevati di complicanze materne, e in particolare di sovrappeso e obesità, preeclampsia e diabete gestazionale. Alti erano anche i tassi di intervento (ricovero in ospedale durante la gravidanza e parto cesareo) e di morbilità fetale (nascita pretermine). Le donne sottoposte a PMA presentavano, rispetto a quelle che avevano concepito in modo spontaneo, maggiori esiti negativi sia materni che perinatali. In particolare, il tasso di parto cesareo risultava circa il doppio (65,3% contro 36,7%), così come era particolarmente elevato il rischio di parto pretermine, con circa il 29% delle donne che ha dato alla luce il figlio prima delle 37 settimane di gestazione (contro il 17%). Inoltre, c’era un’incidenza più alta di preeclampsia sia prima del parto che nel post-partum e un rischio più elevato di sviluppare eventi vascolari. Tra queste pazienti il rischio di sviluppare preeclampsia durante la gravidanza aumentava fino a quattro volte.

La riproduzione assistita mette al riparo da questi rischi legati all’età dei futuri genitori? No, ed è bene dirlo con chiarezza. La stessa tecnologia si scontra con questo fattore fortissimo legato all’età. Dopo un concepimento ottenuto tramite riproduzione assistita, il rischio di diabete gestazionale aumenta del 263 per cento; l’elevata età paterna (oltre i 40 anni) raddoppia il rischio di anomalie congenite; la placenta previa aumenta del 94 per cento; la scelta di un taglio cesareo elettivo cresce del 77 per cento; e la probabilità che il bimbo nasca morto aumenta del 41 per cento, rispetto a un bimbo concepito da genitori più giovani. Questo evidenzia che, pur essendo un'opportunità preziosa, la PMA non annulla completamente i limiti imposti dall'età biologica.

Tendenze Socioculturali e Impatto Psicosociale sulla Genitorialità

Negli ultimi decenni si è assistito a una tendenza globale ad avere figli sempre più tardi. Questo fenomeno, la "postponement transition", è il risultato di vari fattori socioculturali ed economici. Gli individui, al giorno d'oggi, non si sentono così condizionati come in passato da insegnamenti familiari e socio-culturali che spingono a fare figli e a creare una famiglia il prima possibile, preferendo rimandare questo momento una volta raggiunta una maggiore stabilità economica. Inoltre, c’è anche chi si sottopone alla riproduzione medicalmente assistita, che tendenzialmente richiede tempi più prolungati.

È interessante notare che il rapporto tra l'età della madre e l'educazione si è invertito nel tempo. Mentre all'inizio del XX secolo i genitori con un più basso livello di istruzione continuavano ad avere bambini anche più tardi e i genitori meglio istruiti avevano meno figli in età più avanzata, oggi, le donne meglio istruite hanno figli più tardi. Questo cambiamento riflette una maggiore partecipazione delle donne all'istruzione superiore e al mercato del lavoro, posticipando la formazione di una famiglia per perseguire obiettivi di carriera e stabilità personale.

Fattori sociali ed economici che influenzano l'età della genitorialità

I genitori più anziani possono ritenere che la loro età avanzata influenzi negativamente il loro rapporto con i figli, poiché essa comporta meno energie da dedicare alla genitorialità. Uno studio di Saha et al. (2009) si è dimostrato critico verso la genitorialità in età avanzata: l’età paterna e l’età materna avanzate sono risultate associate a comportamenti problematici rispettivamente esternalizzanti e internalizzanti nel bambino. Va notato però che questa ricerca ha utilizzato dei dati originariamente raccolti tra il 1959 e il 1965; pertanto, i risultati potrebbero non essere generalizzabili a famiglie più contemporanee.

Più corposi e recenti sono invece i dati che sostengono i vantaggi della genitorialità in età avanzata; quest’ultima, per quanto riguarda le donne, è risultata infatti associata a un’interazione madre-bambino più positiva, a una diminuzione del rischio di comportamenti problematici esternalizzanti e internalizzanti e a prestazioni cognitive superiori nei figli. Questi risultati vanno considerati alla luce di una serie di limiti non indifferenti. Innanzitutto, in letteratura non vi è una chiara definizione di “età genitoriale avanzata” (alcuni ricercatori la considerano tale dai 30 anni di età alla nascita del figlio, altri dai 35, altri ancora dai 40), rendendo problematico il confronto tra i risultati di diversi studi. In generale, la letteratura relativa all’impatto dell’età genitoriale avanzata sul funzionamento psicosociale delle famiglie è ancora limitata.

Sebbene diversi studi sottolineino che i genitori appartenenti alla comunità LGBTQIA+ e i genitori single per scelta tendono ad essere in media più anziani, la ricerca in questo campo si è concentrata prevalentemente sulle coppie eterosessuali, spesso con un focus quasi esclusivo sulle madri, conducendo a risultati scarsi e poco conclusivi sugli outcome dell’età paterna avanzata. Studi futuri che prendano in esame assetti familiari più variegati risultano dunque fondamentali per ampliare le nostre conoscenze in quest’ambito di ricerca.

Aspettative di Vita e Invecchiamento Biologico: Il Paradosso della Maternità

Essere mamma influenza le aspettative di vita? E se sì, come? Un team di ricercatori dell’università di Helsinki e del finlandese Minerva Foundation Institute for Medical Research ha provato a rispondere a queste domande. Secondo i risultati del loro studio, sia il numero di figli sia la tempistica delle gravidanze possono avere un peso. Il lavoro si basa sui dati di una ricerca su quasi 15mila gemelle nate tra il 1980 e il 1957, avviata nel 1975, nell’ambito della quale le partecipanti sono state invitate a compilare un questionario. Poi il loro percorso di vita è stato seguito regolarmente fino ad oggi.

Sulla base del follow-up, è emerso che le donne con 2 o 3 figli tendono a vivere più a lungo. Un altro elemento osservato è che avere un numero di figli superiore alla media (più di 4) è associato a una durata di vita più breve e a un invecchiamento biologico accelerato. Secondo i ricercatori, la scoperta è in linea con la teoria della storia della vita sviluppata in biologia evolutiva nel XX secolo. Da questa prospettiva, spiega la ricercatrice che ha condotto lo studio, Mikaela Hukkanen, “gli organismi hanno risorse limitate come tempo ed energia. Quando una grande quantità di energia viene investita nella riproduzione, meno risorse restano per la manutenzione e la riparazione del corpo”.

In modo un po’ inaspettato, continuano gli autori, lo studio ha anche rilevato che le donne senza figli invecchiano più rapidamente rispetto a quelle che hanno pochi figli. Un risultato che potrebbe essere spiegato da altri fattori legati allo stile di vita o alla salute, i cui effetti non potevano essere completamente controllati nelle analisi. Una premessa è d’obbligo: il gruppo di ricerca tiene a sottolineare che i risultati si applicano solo a livello di popolazione. Non dimostrano relazioni di causa-effetto, né forniscono una base per raccomandazioni individuali per le donne in età riproduttiva. Ad esempio, fanno notare gli autori, va considerato che le dimensioni delle famiglie sono diminuite e l’età del primo parto è aumentata rispetto al periodo coperto dallo studio.

L’età epigenetica è dunque associata al numero di figli? Il potenziale compromesso evolutivo tra riproduzione e durata della vita ha interessato i ricercatori fin dall’inizio del XX secolo, ma numerosi studi sull’argomento hanno prodotto risultati contrastanti. Un aspetto innovativo della ricerca appena pubblicata sulla rivista ‘Nature Communications’ è stato che l’invecchiamento è stato misurato anche biologicamente. Gli orologi epigenetici sono stati determinati da campioni di sangue di oltre mille partecipanti. Gli orologi epigenetici mirano a misurare l’invecchiamento biologico, ovvero il graduale deterioramento di cellule e tessuti. I risultati hanno confermato le conclusioni precedenti basate sui dati di mortalità. Secondo gli orologi epigenetici, le donne che avevano avuto molti figli o nessun figlio erano da un punto di vista biologico leggermente più anziane della loro età cronologica. “Una persona biologicamente più anziana della sua età anagrafica ha un rischio di morte più elevato. I nostri risultati dimostrano che in generale le scelte di vita lasciano un’impronta biologica duratura, misurabile molto prima della vecchiaia”, afferma Ollikainen. “In alcune delle nostre analisi, anche avere un figlio in giovane età è stato associato all’invecchiamento biologico”, coerentemente con la teoria evolutiva che privilegia la riproduzione precoce, seppure a costo di un maggiore stress biologico.

Sintesi dei Rischi per Età Materna Specifiche: Un'Analisi Dettagliata

Uno degli obiettivi di sviluppo del nuovo millennio, fissati nel 2000 dalle Nazioni Unite, era quello di ridurre la mortalità materna del 75% in 15 anni. Questa è stata una sfida che non è stata vinta in molti paesi industrializzati. Sono stati confrontati nelle diverse età i tassi specifici di mortalità materna/grave morbilità (ad esempio, shock emorragico) ed esiti negativi fetali/infantili (ad esempio, morte perinatale). I dati sono stati aggiustati per la parità delle donne, l’indice di massa corporea, la maternità assistita e altri potenziali fattori confondenti.

La gravidanza materna con eventi gravi è significativamente più elevata nelle madri adolescenti rispetto a quelle tra 25 e 29 anni (OR = 1.5, 95% CI 1.5-1.6) e aumenta esponenzialmente con l’età materna oltre 39 anni, da OR = 1.2 (95% CI 1.2-1.3 ) per le donne di età compresa tra i 35 e i 39 anni a OR = 5,4 (95% CI 2,4-12,5) per le donne di età compresa ≥50 anni.

L’elevato rischio di grave morbilità tra le madri adolescenti è scomparso dopo l’aggiustamento per i fattori confondenti, ad eccezione della sepsi materna (AOR = 1,2, 95% CI 1.1-1.4). I tassi aggiustati di grave morbilità sono rimasti più alti tra le madri ≥35 anni, in particolare i casi di embolia del liquido amniotico (AOR = 8.0, 95% CI 2.7-23.7) e shock ostetrico (AOR = 2.9, 95% CI 1.3-6.6) tra le madri ≥40 anni e insufficienza renale (AOR = 15.9, 95% CI 4.8-52.0), complicanze degli interventi ostetrici (AOR = 4.7, 95% CI 2.3-9.5) e ricovero nell’unità di terapia intensiva (AOR = 4.8, 95% CI 2.0-11.9) tra quelle 45-49 anni.

Rispetto alle madri di 25-29 anni, il rischio di gravi morbità sale dello 0.9% (95% CI 0.7% -1.2%) nelle madri di 40-44 anni, dell’1.6% (95% CI 0.7% -2.8%) per le madri di 45 -49 anni e del 6,4% per le madri ≥50 anni (95% CI 1,7% -18,2%). Associazioni simili sono state osservate per esiti fetali e infantili. La mortalità neonatale è stata più elevata nelle madri adolescenti (AOR = 1,5, 95% CI 1,2-1,7), mentre le madri sopra i 29 anni hanno un maggiore rischio di bambini nati morti. Il tasso di gravi morbilità materne tra le donne sopra i 49 anni è stato superiore al tasso di mortalità/grave morbilità dei figli. Gli autori sottolineano che, nonostante la grande dimensione del campione, la significatività statistica era insufficiente ad esaminare l’associazione tra l’età materna e la morte o le rare forme di gravi morbidità. In conclusione, le donne più anziane (≥40 anni) presentavano livelli significativamente elevati di alcune delle più gravi morbosità potenzialmente pericolose per la vita, tra cui insufficienza renale, shock, morbilità cardiaca acuta, gravi complicazioni degli interventi ostetrici e ammissione dell’ICU.

Il Fattore Paterno: Un Contributo Spesso Sottovalutato

Se l’età crescente è il fattore in assoluto più potente nel causare infertilità, è un problema solo femminile o conta anche l’età paterna? E che cosa succede quando la ricerca cominci tardi? C’è “solo” il rischio di una minore fertilità o ci sono anche problemi sulla “qualità” del concepimento, sul decorso della gravidanza e sulla salute del bambino? Innanzitutto, e contrariamente di nuovo alle opinioni comuni, il problema riguarda entrambi i partner, con una differenza per l’età limite di 5 anni: 35 per lei, 40 per lui. Attenzione: questo non significa che oltre quell’età non si possano aver figli, anche in modo naturale, ma che si riducono nettamente le probabilità sia di concepimento, sia di avere un figlio sano.

Un uomo di più di 40 anni aumenta la probabilità che ci siano più problemi per i figli, anche concepiti con una partner più giovane. Nello specifico, raddoppia il rischio di aborto, mentre aumentano, seppur meno, i rischi di malformazioni congenite. Aumentano anche il rischio di sindrome di Down e di anomalie del sistema nervoso.

A causa di diversi fattori socioculturali ed economici, negli ultimi anni è aumentato il numero di uomini con desiderio riproduttivo oltre i 35 anni. Man mano che la coppia invecchia, aumenta la probabilità di soffrire problemi riproduttivi. L’effetto negativo dell’età materna sulla fertilità è ampiamente documentato e sappiamo che oltre i 39 anni diminuiscono drasticamente le probabilità. Ciononostante, gli studi che analizzano l’effetto dell’età paterna sul successo che potrebbero avere le tecniche di riproduzione assistita (TRA) sono alquanto scarsi e forniscono dati contraddittori. È vero che la funzione riproduttiva maschile è meno vulnerabile rispetto a quella femminile e meno suscettibile al processo di invecchiamento, come dimostra il fatto che molti bambini sono nati spontaneamente da padri di età compresa dai 70 agli 80 anni.

Perché in ITALIA non si fanno più FIGLI?

Questo tipo di complicazioni potrebbero essere il risultato di anomalie genetiche nelle cellule germinali dei genitori di età avanzata, tra cui le alterazioni dell’impronta genomica paterna, o meccanismo peculiare di regolazione dell’espressione genetica paterna, o mutazioni ex novo nelle cellule spermatiche. Per quanto concerne i parametri seminali, il volume dell’eiaculazione si associa ad una diminuzione lineare man mano che aumenta l’età paterna. Mentre i dati pubblicati sulla mobilità spermatica, morfologia e concentrazione (milioni/ml) sono inconsistenti. Negli ultimi anni, la misurazione della frammentazione del DNA degli spermatozoi è stata utilizzata come prova complementare al seminogramma, perché si presume che in alcuni casi possa essere legata alla riduzione del tasso di fecondazione, blocco embrionale e aborto. Ad ogni modo, la validità di questa prova è dubbiosa perché gli ultimi risultati pubblicati non mostrano benefici evidenti. Infine, per quanto riguarda i risultati dopo una tecnica di riproduzione assistita, non è nemmeno stato possibile trovare l’effetto sulla qualità embrionale nel secondo o terzo giorno di sviluppo. Ma è stata osservata una diminuzione del numero di embrioni che raggiungono la fase di blastocisto. Questo fenomeno potrebbe essere associato alle alterazioni nell’attivazione genomica paterna nell’embrione che inizia dopo il terzo giorno di sviluppo embrionale. Un problema importante per chiarire l’effetto dell’invecchiamento paterno sulla paternità è che sono pochi gli studi in cui si analizza l’età paterna oltre i 50 anni e il numero di individui è basso.

Informare e Prevenire: La Necessità di un Approccio Integrato

A causa della crescente prevalenza di donne gravide di età pari o superiore a 42 anni e della loro incidenza di complicanze, è importante fornire a queste pazienti informazioni chiare e adatte alla loro situazione. Queste informazioni permetteranno non solo di fornire un supporto migliore alle pazienti riguardo ai loro obiettivi di peso, attraverso misure preventive o follow-up medico dedicato, ma anche di individuare patologie vascolari il più precocemente possibile e impostare un follow-up personalizzato.

È necessario che gli scambi tra le diverse figure professionali, quali ostetriche, pediatri e psicologi, migliorino in modo da supportare le coppie a cui andrebbe proposto, prima di una cura per le complicanze, un programma di gestione dei rischi. Il messaggio è uno solo: se il figlio è una priorità, è bene cercarlo non oltre i trent’anni per lei e i trentacinque per lui; cosicché, quand’anche ci fosse un problema, il ricorso alla fecondazione assistita avvenga prima della soglia dei trentacinque anni di lei. La fertilità è inversamente proporzionale all’aumento dell’età, e per questo motivo si considera che il periodo più fertile sia quello che va dai 20 ai 32 anni. Successivamente, la fertilità diminuisce in modo graduale fino ad esaurirsi con la menopausa. Prima di tutto bisogna considerare la quantità di energie fisiche e psicologiche necessaria per affrontare una gravidanza.

tags: #cambiamento #eta #materna