La maternità nel mondo del calcio femminile: tra sfide, tutele e un nuovo paradigma culturale

Il calcio femminile sta vivendo una fase di trasformazione profonda, non solo sul rettangolo verde, dove le competizioni internazionali come gli Europei catalizzano l’attenzione di milioni di appassionati, ma soprattutto fuori dal campo, nei diritti e nella dignità professionale delle atlete. La questione della maternità è diventata il fulcro di un dibattito necessario, che scuote le fondamenta di un sistema storicamente tarato su standard maschili. In questo contesto, il racconto delle calciatrici si intreccia con quello di una società che fatica ancora a coniugare ambizione sportiva e desiderio di genitorialità, rendendo urgente una riflessione su quanto sia complesso, per una donna, essere atleta e madre senza dover scegliere tra le due identità.

Una calciatrice sul campo di allenamento

Il corpo dell'atleta e il tabù culturale

Il corpo femminile, specialmente nello sport, è stato storicamente meno studiato rispetto a quello maschile e la maternità, per certi tratti, anche culturali, resta ancora un tabù. Molte calciatrici con un desiderio di maternità si sono sentite spesso costrette a pensare di aspettare la fine della carriera per avviare una gravidanza. Questa riflessione, emersa chiaramente nel documentario Mother and Footballer, evidenzia il peso di una scelta che non è solo personale ma professionale. Le atlete devono costantemente interrogarsi: posso rimanere incinta ora? Devo aspettare la fine della carriera? Recupererò mai la condizione fisica? Oltre al problema delle tutele economiche, esiste la preoccupazione concreta di compromettere un percorso agonistico faticosamente costruito. La narrazione dominante ha per troppo tempo imposto una visione dualistica: o l'atleta o la madre, come se le due figure fossero reciprocamente escludenti.

Storie di resilienza: da Alice Pignagnoli a Irene Paredes

Le carriere di molte calciatrici sono segnate da episodi emblematici che hanno fatto emergere le falle del sistema. Alice Pignagnoli, portiere con una carriera quasi ventennale e un passato in club prestigiosi come Milan e Torres, ha vissuto sulla propria pelle il vuoto normativo. Quando rimase incinta per la prima volta al Cesena, la società contattò la FIGC per capire come gestire la situazione. La risposta, all'epoca, fu quella di rescindere il contratto: una prassi che rifletteva una cultura sportiva priva di tutele. Tuttavia, il Cesena scelse una strada diversa, garantendo un rimborso spese e rinnovando il contratto al settimo mese, permettendo a Pignagnoli di tornare in campo in Coppa Italia cento giorni dopo il parto.

Diverso fu l'esito della seconda gravidanza, quando militava nella Lucchese: la società decise di svincolarla e di non pagare gli ultimi stipendi. Questa vicenda, finita in cronaca, ha sollevato un polverone necessario, mettendo davanti agli occhi di tutta Italia la necessità impellente di tutelare la maternità. Parallelamente, il panorama internazionale offre esempi come quello di Irene Paredes, capitana della Spagna, la cui storia con la compagna Lucia Ybarra ha portato alla luce un modo differente di vivere la maternità. La foto di Mateo, figlio della coppia, che indossa la maglia dell'ex compagna di squadra Ana-Maria Crnogorčević, è diventata un simbolo di una normalità che nello sport fatica ancora a trovare pieno riconoscimento.

Introduzione a "Dove le donne" - Un documentario sulla maternità

L'evoluzione normativa: FIFA e il professionismo in Italia

Il quadro normativo è cambiato radicalmente negli ultimi anni. I primi progressi targati FIFA risalgono al gennaio 2021, quando è stato garantito alle calciatrici un minimo di quattordici settimane di congedo di maternità retribuite. La FIFA ha successivamente esteso queste garanzie alle madri non biologiche, a quelle adottive e alle allenatrici, pubblicando linee guida volte a creare un ambiente familiare per le neomamme. Nonostante ciò, i casi controversi non mancano. La vicenda di Sara Björk Gunnarsdóttir è emblematica: l'islandese è stata la prima a vincere una causa contro il Lione per il mancato pagamento dello stipendio durante la gravidanza, facendo valere il regolamento del 2021.

In Italia, l'avvento del professionismo per la Serie A nel luglio 2022 ha segnato una svolta epocale, sebbene la strada sia ancora lunga. La disparità economica tra calcio maschile e femminile resta un ostacolo enorme e le tutele, spesso, dipendono più dalla sensibilità del singolo club che da una prassi consolidata. Aziende come il Milan hanno fatto da apripista con una "policy di tutela" che va ben oltre gli obblighi di legge, offrendo il rinnovo automatico del contratto in caso di gravidanza e un supporto concreto per la gestione dei figli durante trasferte e allenamenti.

La scelta della genitorialità in autonomia

Un altro aspetto fondamentale riguarda le atlete che scelgono la maternità da single o tramite percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Alia Guagni, ex calciatrice di Fiorentina, Milan, Atletico Madrid e Como, ha raccontato pubblicamente il proprio percorso, che l'ha portata a rivolgersi a una clinica di Barcellona per il congelamento degli ovuli e la fecondazione assistita. Le sue parole sui social hanno scosso il dibattito nazionale: «In Italia, parlare di fecondazione in vitro, congelamento degli ovuli o di fertilità è ancora un tabù». Il caso di Guagni mette in luce una problematica sociale: in Italia, l'accesso alla PMA è precluso alle donne single, alle coppie di donne omosessuali e alle donne sopra i 46 anni, costringendo molte atlete a migrare all'estero. Queste restrizioni, unite a costi proibitivi (che possono toccare i settemila euro per ciclo), rendono la maternità un lusso difficile da perseguire per chi opera nel calcio femminile.

Infografica sulla crescita del calcio femminile e diritti delle atlete

Superare i pregiudizi: il ruolo dei club e del contesto sociale

Il calcio, descritto spesso come un mondo maschilista, sta lentamente iniziando a riconoscere che la maternità non è la fine di una carriera, ma un capitolo di vita che può coesistere con la professione. La vicenda di Noemi Fedele al Milan, annunciata dal club con entusiasmo anziché con la consueta preoccupazione, segna un cambio di paradigma. Quando una società decide di sostenere apertamente la maternità, non sta solo tutelando la singola atleta, ma sta alzando l'asticella per l'intero sistema.

Tuttavia, come sottolineato da Almuth Schult, il timore rimane: «Ho la sensazione che in Europa per una calciatrice non sia normale avere dei figli. Magari i club non lo ammetteranno mai, ma la mia impressione è questa». Questo sentimento è condiviso da molte, specialmente in contesti dove la retorica della "famiglia tradizionale" continua a condizionare le politiche sanitarie e il sentire comune, ostacolando l'accettazione di modelli familiari diversi. La vera battaglia, come suggerito da atlete come Alice Pignagnoli e Alia Guagni, si gioca sul piano culturale: superare i pregiudizi significa smettere di guardare alla calciatrice incinta come a un'anomalia o a un problema di bilancio, iniziando a considerarla come un essere umano che esercita il diritto fondamentale alla genitorialità. Il calcio femminile, che ha dovuto scalare una montagna per essere accettato e considerato, si trova oggi a dover affrontare la sfida più difficile: quella della piena parità, che passa inevitabilmente per il rispetto della vita privata e della libertà di essere madri senza rinunciare ai propri sogni sportivi.

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