Cafoni: archeologia di un termine tra etimologia e costume sociale

La questione del "cafone", del suo agire e della sua natura, si snoda lungo un confine sottile che separa l’inconsapevolezza dal malcostume. Interrogarsi se cafoni si nasca o si diventi significa esplorare le radici profonde di un comportamento che, pur essendo spesso confuso con la semplice maleducazione, possiede in realtà una fisionomia propria e una persistenza culturale sorprendente.

L'etimologia come scavo: le radici della parola

Sul significato corrente di cafone nell’italiano comune c’è poco da dire: si tratta infatti - com’è noto - di un termine spregiativo e ingiurioso per indicare una persona rozza, di cattivo gusto o maleducata. Quel che è certo è che il termine cafone proviene dai dialetti meridionali e si è esteso al resto d’Italia dopo l’Unità. È sicuro, inoltre, che il suo significato originario - che ancora si conserva nel sud d’Italia - è quello di ‘contadino’.

Il passaggio semantico da ‘contadino’ a ‘persona molto zotica e maleducata’ è documentato a partire dal Settecento. Il radicamento della parola nei dialetti del Sud è comprovato da locuzioni come pane cafone e dai tanti suoi derivati, tra i quali segnaliamo: pugliese cafoneria ‘stanzone nelle grandi masserie usato come ricovero per i braccianti forestieri’, abruzzese cafunische ‘ciotola di terracotta dei pastori’, siciliano cafuniari ‘mangiare in fretta e con voracità’, quindi calabrese ncafunari di analogo significato, napoletano ncafonire ‘divenir rustico’.

Esistono diverse teorie sull'origine del termine, alcune delle quali rientrano nel campo delle paretimologie. Un’etimologia che gode di un certo favore popolare è quella che vorrebbe la forma cafone derivata, in area campana, dalla concrezione della preposizione ca (‘con la’) più il sostantivo fune per indicare ‘quelli con la fune’. Secondo un’altra tradizione, quando le nobili famiglie napoletane avevano la necessità di traslocare, chiamavano “chill co’ ’a fune” ovvero la ditta di trasloco che con funi e carrucole passava il mobilio dai piani al terreno. Tuttavia, interpretazioni di questo tipo non godono di credito presso gli studiosi di etimologia, essendo fondate più che altro su assonanze che non su solide argomentazioni storico-linguistiche.

In Wikipedia si legge inoltre che gli studiosi di etimologia danno come più probabile una derivazione dal latino cabōnem (da cabo, -onis, ‘cavallo castrato’) oppure dal nome di un centurione romano di nome Cafo. La prima ipotesi fu avanzata da Giacomo Devoto, che ritenne cafone una forma dialettale osca corrispondente al latino cabo-onis ‘cavallo castrato’. Per quanto riguarda la seconda, siamo invece d’accordo con Alberto Zamboni nel considerare il latino Cafo, -onis solo una mera coincidenza.

Ebbene, un’etimologia pienamente soddisfacente dal punto di vista storico, semantico e fonetico fu individuata più di un secolo fa dal glottologo Carlo Salvioni, che riconobbe nel tipo italiano meridionale cafone un derivato del latino cavare ‘scavare; rivoltare la terra’, con aggiunta del suffisso -one (che indica abitudine o eccesso nel fare l’azione espressa dal verbo). Quindi, cafone come ‘colui che scava, che zappa la terra’, vale a dire ‘contadino’. Per la fonetica, il passaggio di -v- a -f- è fenomeno frequente nell’Italia meridionale, proprio là dove il termine ha avuto origine.

rappresentazione stilizzata di un contadino che lavora la terra, simboleggiante l'origine etimologica del termine

La stratificazione sociale e il mito del cafone

Il termine ha assunto una valenza politica e sociale fortissima, arrivando a definire non solo una categoria lavorativa, ma una condizione di subalternità. In una celebre pagina del romanzo Fontamara di Ignazio Silone, ambientato nella Marsica abruzzese, è descritta la piramide sociale che vede proprio i cafoni, ovvero i contadini, all’ultimissimo gradino: “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito”.

Oggi, il concetto si è evoluto in direzioni differenti, dando vita a neologismi come cafonal, coniato da Roberto D’Agostino per descrivere il cafone delle feste chic, delle terrazze romane, facce cotte dalla lampada e riempite di botox. Questa evoluzione testimonia come la "cafonaggine" non sia più legata a una classe sociale, ma sia diventata una cifra comportamentale trasversale. Un cafone può anche diventare ricco, ma resterà sempre un cafone. Alla prima occasione, dall’alto del suo piedistallo, metterà in evidenza questa sua peculiarità.

infografica che mostra la piramide sociale di Fontamara contrapposta alla moderna gerarchia del

Il confine sottile tra maleducazione e arroganza

Si tende a identificare il cafone con il maleducato, ma non è così. Il cafone è convinto che i suoi comportamenti lo rendano molto simpatico: addirittura irresistibile. Il cafone è uno che pensa di poter fare tutto quel che gli passa per la testa, sia in privato che in pubblico. Se non abbiamo confidenza e tu scherzi in modo esagerato su qualcosa che mi riguarda, non ti vedo come una persona simpatica che vuole fare amicizia ma come un cafone.

Esiste una tensione costante nel rapporto con l'altro. Se usi tatto sei ipocrita, se dici le cose come stanno sei cafone, se non ti espirmi sei senza palle. Quello che si dovrebbe insegnare nelle scuole è quella che viene chiamata “decenza” o “pulizia del carattere”. Si dovrebbe imparare fin da piccoli a non vantarsi, a non voler comparire più di quanto non si sia in realtà, insomma a non essere cafoni. Questo è il maggior difetto degli Italiani.

Le moderne tecnologie e i social network, poi, sono, da parte loro, un nuovo ginepraio, che si aggiunge alle selve sempreverdi delle relazioni sentimentali, del buon vicinato, del contegno da tenere a tavola e via dicendo. Non ci sono categorie immuni, nemmeno quelle che l’opinione comune assocerebbe al buon gusto e al buon senso: non c’è blasone, patrimonio, mansione lavorativa o abbigliamento elegante che tenga. Anzi: “tanto più lussuosa la scarpa, tanto più rozza la persona che la calza”.

Galateo e Buone Maniere

L'illusione della signorilità

Siamo tutti vittime, nella nostra vita, di episodi di maleducazione più o meno clamorosa: il fidanzato spilorcio, l’amica di vecchia data che propone un dolce che sa essere allergenico, la suocera che esorta a finire gli avanzi. Perché se Totò sentenziava che «Signori si nasce», la realtà osservata oggi suggerisce una prospettiva diversa: si nasce cafoni, e della peggiore specie, ovvero la più inconsapevole. Cafoni si può poi restare, per sventura o per scelta, ma signori si può e si dovrebbe sempre cercare di diventare, anche contro la propria volontà e le avversità del contesto.

Le leggiadria e la grazia nei modi, per gli sfortunati a cui non vengono da dentro come una voce, richiedono un’umiltà, un’applicazione e un’infinita pazienza alle quali faremmo bene a rassegnarci. La distinzione tra chi ha il "savoir faire" e chi non lo possiede non è un dato genetico, ma una costruzione quotidiana. L'infelice congiuntura storica e la crisi economica sono quasi un incentivo a farci tirare fuori il peggio di noi stessi, a reagire all’arroganza con altrettanta arroganza e alla prepotenza con altrettanta prepotenza.

Tuttavia, ogni cosa della vita, anche la più tragica, squallida o fatale, può solo avvantaggiarsi di quel rispetto di base che reciprocamente ci si deve l’un l’altro in quanto esseri umani. Ribelle in prima persona nei confronti di una normativa rigida e ingessata, rimane ferma l’idea che l’umanità contemporanea non perda occasione per dimostrarsi del tutto priva di savoir faire. Non c’è da meravigliarsi se il nobile, l’ereditiere, il professionista e il damerino all’ultima moda possano rendersi protagonisti di colossali cafonate: è una dinamica che prescinde dal ceto sociale e che affonda le radici nella mancanza di una cura profonda per l'altro.

illustrazione metaforica di un labirinto di comportamenti sociali, con diverse strade che portano verso la gentilezza o la rozzezza

La complessità del giudizio sociale

Non è dubitabile che una conoscenza specifica degli oggetti o delle immagini verso i quali si intende rivolgere le proprie indagini etimologiche sia di grande utilità alla ricerca. Così come, infine, è del tutto evidente che la buona conoscenza delle lingue e dei dialetti coinvolti nel lavoro di ricerca è di inestimabile ausilio. Esiste una tendenza, non solo diffusa tra il più vasto pubblico degli “utenti finali” etimologici, ma presente anche in una parte della ricerca etimologica; tendenza che mira a definire un’arte quella dell’etimologo.

L'etimologo, in questo senso, diventerebbe una specie di sacerdote della significazione e dell’origine, un artista, cioè, un quasi creatore. Ma è necessario tornare alla realtà dei fatti, smontando le paretimologie e le leggende metropolitane che si intrecciano attorno a termini carichi di peso sociale come "cafone". Comprendere l'origine della parola significa capire come una civiltà abbia proiettato i propri pregiudizi sulla terra e su chi la coltiva, per poi spostare il peso del giudizio verso chi, pur avendo abbandonato la zappa, non ha imparato la delicatezza dei rapporti umani.

Resta solo un dubbio, che spesso non viene sciolto: sarà buona o cattiva creanza fare dono di un manuale di comportamento alla persona più cafona di nostra conoscenza, e dunque più bisognosa di consiglio? La risposta a questa domanda forse non risiede nel galateo, ma in quel sottile equilibrio tra il rispetto che dobbiamo agli altri e il limite che poniamo a chi, invece, ignora volontariamente ogni forma di reciprocità. La lezione, se così si può chiamare, è che il "cafone" è un'entità in divenire, un prodotto della propria scelta o della propria negligenza culturale, che popola le nostre tavole, le nostre piazze e, sempre più spesso, il nostro spazio digitale.

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