Buoni si nasce: La Natura Profonda dell'Essere Umano tra Innatismo e Scelta Consapevole

La questione se l'essere umano sia per natura buono o cattivo ha affascinato e diviso i pensatori per secoli, alimentando un dibattito filosofico e scientifico che persiste fino ai giorni nostri. Figure storiche come Niccolò Machiavelli, nel suo influente trattato di dottrina politica "Il Principe", sostenevano che l'essere umano fosse naturalmente crudele. Al contrario, Jean-Jacques Rousseau, il filosofo svizzero e uno dei principali sostenitori del mito del "buon selvaggio", riteneva che in ogni bambino esistesse un'originaria disposizione alla bontà. Questa dicotomia di pensiero ha attraversato epoche e discipline, arrivando negli ultimi trent'anni a essere oggetto di approfondite ricerche nel campo della psicologia dello sviluppo e delle neuroscienze, offrendo nuove prospettive su una domanda così fondamentale per la comprensione della nostra specie.

Rappresentazione di Machiavelli e Rousseau

Le Radici Innatiste della Bontà: I Bambini e la Prosocialità

Le ultime ricerche nel campo della psicologia dello sviluppo suggeriscono che i bambini sono portati per natura ad avere comportamenti cooperativi e indirizzati a favorire il benessere degli altri. Questa tendenza è così marcata che il famoso psicologo statunitense Michael Tomasello ha dimostrato come già intorno al primo anno di vita i bambini siano collaborativi e propensi all’aiuto in moltissime situazioni. Un esempio eloquente di questa inclinazione è descritto nell’articolo "The Roots of Human Altruism", pubblicato dal British Journal of Psychology nel 2009. L'esperimento consisteva nel far cadere accidentalmente una molletta sul pavimento da parte dello sperimentatore, mentre questi appendeva degli asciugamani su un filo, fingendo di non riuscire a ritrovarla. In un’altra situazione, definita il “compito dell’armadio”, lo sperimentatore cercava di mettere una pila di riviste in un armadio, ma non riusciva ad aprirne le porte perché aveva le mani piene. In entrambi i casi, i bambini osservati mostravano una spontanea propensione ad aiutare.

In psicologia, per indicare questa tendenza ad agire per provocare un beneficio a vantaggio di qualcun altro, si parla di prosocialità. È importante, tuttavia, sottolineare che prosocialità non significa automaticamente altruismo, sebbene siano concetti correlati. Le competenze prosociali giocano un ruolo cruciale nel favorire relazioni sane e armoniose, promuovere un clima sociale positivo e contribuire al benessere individuale e collettivo. L'ipotesi di una tendenza naturale al contagio emotivo, ovvero la capacità innata non solo di riconoscere le emozioni altrui ma anche di rispondere in modo adeguato, risale a Charles Darwin. Darwin riteneva che il contagio emotivo fosse un comportamento adattivo, poiché permette sia al singolo che al gruppo di reagire in modo appropriato e immediato, per esempio, ai pericoli, garantendo così la sopravvivenza e la coesione sociale.

Il presupposto di innatismo è stato ulteriormente investigato dal punto di vista neurologico. Un articolo del 2004, "Human Altruism: Economic, Neural, Evolutionary Perspectives", ha approfondito l’altruismo umano e la cooperatività in termini di circuiti cerebrali. L’ipotesi di partenza di questa ricerca era che, se questo tipo di comportamento è spontaneo e innato, la messa in atto di azioni prosociali dovrebbe essere supportata da meccanismi di rinforzo cerebrale. Questo suggerisce una base biologica per le nostre inclinazioni alla bontà, radicata nella struttura e nel funzionamento del nostro cervello. Le competenze prosociali, come si può dedurre, sono fondamentali per il buon funzionamento delle relazioni interpersonali, la coesione sociale e la costruzione di comunità sane e resilienti. Promuovere la consapevolezza e l’importanza delle competenze prosociali può contribuire a creare un ambiente favorevole alla crescita individuale e collettiva, richiedendo un impegno costante e una visione a lungo termine che, tuttavia, ripagano ampiamente degli sforzi fatti.

Exprimentos sobre el altruismo en niños

La Tabula Rasa Rivisitata: Un Senso Morale Innato

La domanda se veniamo al mondo già con un senso morale innato, oppure se impariamo a distinguere il bene dal male solo attraverso l’esperienza e l’interazione con l’ambiente sociale che ci circonda, ha affascinato fin dall’antichità ed è stata centrale in dibattiti di ambito filosofico e religioso. In tempi più recenti, la questione è giunta anche all’attenzione degli scienziati, i quali tendono a confermare che siamo una specie che fa venire alla luce cuccioli già dotati di senso morale. Paul Bloom, psicologo e scienziato cognitivo allo Yale Infant Cognition Center della Yale University, illustra questa tesi nel suo libro "Buoni si nasce".

La sua impostazione è originale: Bloom esplora la natura morale della nostra specie risalendo alle sue origini nei più piccoli. Egli descrive il modo in cui la psicologia dell’età evolutiva, sostenuta dalla biologia evoluzionistica e dall’antropologia culturale, conferma che non siamo "pagine bianche", o "tabula rasa". Quest'ultima è una tesi, quella dell'assenza di innatismo a livello mentale, che aveva trovato sostenitori anche nell’ambito delle scienze sociali, con conseguenti pericolose incursioni in operazioni di ingegneria della società. Veniamo al mondo, invece, con una facoltà precisa di discernimento tra ciò che riteniamo giusto e ciò che riteniamo sbagliato. È il nostro innato senso morale che ci porta alla capacità di distinguere tra azioni crudeli e gentili, di soffrire per il dolore provato da chi ci sta intorno e del desiderio di eliminare quel dolore, oppure alla tendenza a favorire un’equa spartizione delle risorse. È sempre il nostro senso morale innato il responsabile del desiderio di veder ricompensate le buone azioni e punite quelle malvagie.

Tuttavia, non siamo solo individui moralmente buoni; basta leggere un quotidiano o un libro di storia per rendersene conto. L’innatismo riguarda anche lati oscuri del nostro essere. Per natura, argomenta Bloom, siamo indifferenti agli estranei, a volte ostili, e inclini all’intolleranza e al campanilismo. Alcune reazioni emotive più istintive ci spingono a fare cose terribili e sono alla base di atti come il genocidio, la negazione più infame delle capacità morali innate descritte poco prima. Inoltre, un adulto è ovviamente più di un bambino: la storia personale, culturale e sociale di ciascuno di noi influenza e plasma nel tempo il senso del giusto e del suo opposto, portando a casi paradossali, nei quali il senso di una punizione che riteniamo dovuta arriva al limite del concepibile. Nonostante ciò, possiamo sconfiggere, o più realisticamente combattere, questi livelli estremi, o meglio estremisti, anche grazie a quello che abbiamo imparato sulla natura morale dei bambini.

Empatia e i Lati Ombra: Quando la "Cattiveria" Affonda le Radici

La regola del comportamento prosociale innato, come abbiamo visto, non vale per tutti. Lo psichiatra inglese ed esperto di autismo Simon Baron-Cohen, nel libro "La scienza del male - L’empatia e le origini della crudeltà", sostiene che la “cattiveria” sia in alcuni casi la conseguenza di una scarsa o nulla capacità empatica presente fin dalla nascita. La predisposizione alla crudeltà sarebbe cioè scritta nei geni. Questo apre una prospettiva complessa, dove fattori biologici e genetici possono influenzare profondamente la nostra capacità di relazionarci con gli altri e di manifestare comportamenti "buoni" o "cattivi".

Dal punto di vista psicologico, i termini "buono" e "cattivo" non vengono solitamente utilizzati in modo semplicistico. Piuttosto, si cerca di capire cosa ci sia dietro un determinato comportamento. Alla base di certi atteggiamenti che vengono socialmente etichettati come "cattivi" può esserci il soddisfacimento di un bisogno profondo, o un profondo dolore, la paura di non essere accettati, o ciò che una persona ha visto e vissuto durante l'infanzia. Queste persone sono in genere molto timide e le loro reazioni possono essere la conseguenza di un'enorme frustrazione. Il tentativo di comprendere cosa determini i nostri comportamenti ha portato il cinema, negli ultimi tempi, a dare una diversa immagine del "cattivo", come nel film Disney "Crudelia". Questa pellicola ci fa viaggiare nella vita di Crudelia, un’orfana con la passione per la moda che, da colorata e geniale stilista, si trasforma in una perfida e raffinata signora dai capelli mezzi bianchi e mezzi neri. È un film psicologico che mette in evidenza il lato oscuro che alcune volte emerge in ognuno di noi, deumanizzandoci. Crudelia non è altro che l’espressione di quei comportamenti che tutti quanti noi abbiamo. Quell’aspetto duale, tra il bene e il male, che ci confonde e confonde. Ed è proprio il nostro background che poi interviene, determinando il nostro atteggiamento e facendo pendere l’ago della bilancia verso il bene o il male.

Crudelia De Mon: l'evoluzione di un personaggio

Un altro esempio di complessità umana è la competizione. Jean-Jacques Rousseau scriveva che l’uomo è di natura buono ed è la società a renderlo cattivo. Ma è proprio vero? Il genere femminile non ha fatto eccezione, particolarmente quando la cattiveria è rivolta verso lo stesso sesso, come nel bellissimo film di Joseph L. Mankiewicz, "Eva contro Eva". Una bravissima Bette Davis, nei panni di Margo Channing, attrice affermata non più giovanissima, combatte con le unghie e con i denti per mantenere la sua identità contro una rampante attrice esordiente, Eva Harrington (interpretata da Anne Baxter) che cerca di soppiantarla. Una storia agrodolce che inizia come una favola meravigliosa per poi sfociare in colpi di scena drammatici, come conseguenza di quella competitività che nasce costantemente tra le donne. A cosa è dovuta la competizione? Al bisogno di una sicurezza psicologica per contrastare quel senso d’inferiorità che aumenta sempre più. La conseguenza? Sarebbe molto facile invidiare qualcuno migliore di noi, ma è più perverso invidiare qualcuno che ai nostri occhi appare meno interessante ma più felice. Quindi da un punto di vista psicologico l’invidia nasce da un senso di impotenza, spesso inconscio, che fa avvertire un’inadeguatezza rispetto agli altri, e quindi il bisogno di neutralizzare colui che appare felice.

"Buono" non significa "Debole": La Forza della Scelta Consapevole

È molto diffusa l’idea - e purtroppo anche alcune definizioni lessicali la supportano - che il "buono" sia "Mite, bonario, ingenuo". Il vocabolario Treccani, ad esempio, ricorda la locuzione “essere tre volte buono”, che non vuol dire “super buono”, ma, per usare un'espressione un po' volgare, "tre volte buono" vuol dire essere "minchione". Il dizionario spiega: “Persona sciocca, priva di furberia, eccessivamente semplice e credulona; è soprattutto usato come titolo di spregio e di rimprovero”. Questa interpretazione, tuttavia, è riduttiva e fuorviante. Essere sciocchi non è essere buoni. Essere buoni non significa essere creduloni o non usare le doti intellettive e temperamentali nel modo giusto, quando serve, anche con furbizia, che, a fin di bene, si chiama "accortezza".

Metafora del buon guerriero

I buoni, veri, sono dei guerrieri. Essere buoni richiede coraggio. Perché i buoni veri scelgono di essere buoni. Non subiscono, non evitano, agiscono e combattono le loro battaglie. È sempre una questione di scelte, ed è molto più difficile scegliere di combattere una battaglia con lo spirito e con il cuore, che non con la forza fisica. Rimanere piuttosto che fuggire. I veri buoni sono dei guerrieri, forti, tenaci, pazienti, combattivi, giusti. Per essere buoni serve un cuore grande, capace di vedere ciò che è male e, nonostante questo, di sapere che il bene può sempre vincere. Essere buoni non è un obbligo. Ma se si decide di fare parte di questa squadra, si può essere davvero orgogliosi di sé, senza lasciarsi influenzare da come la pensano gli altri. Socrate diceva che se si è buoni e virtuosi si è anche liberi e che chi conosce il bene, non può commettere il male. Questo è vero se si tratta di una conoscenza che diventa scelta di vita.

Nell'esperienza quotidiana, spesso chi commette il male, dal suo punto di vista, lo interpreta come un bene. Il problema risiede nel riconoscere il bene dal male, non in senso soggettivo, ma come valore universale. È molto più facile farsi trascinare dalle reazioni, dall’istinto, che rimanere saldi e forti, ed essere buoni. Ma non c’è modo di influenzare la propria realtà e trasformarla se non mantenendo salda la propria natura e la propria visione. Per questo i buoni sono assolutamente forti. Quando una persona ti ferisce o ti offende, è molto più facile mandarla a quel paese che non cercare di comprenderla, ascoltarla e restare buono e forte, capace di accogliere e sostenere, rimanere calmo e tranquillo, ascoltare, perseverare, credere. Questa forza interiore è la strategia per una vita piena e consapevole. La vera bontà è forza; per questo, essere buoni richiede coraggio.

Recentemente, una professionista della comunicazione e coach, Emanuela Mazza, ha riflettuto su come abbia fatto emergere un lato più assertivo, un "rosso" in termini di Dinamiche a Spirale, che fino a qualche anno fa era assente o represso. Questo "rosso" le ha permesso di arrabbiarsi, di scegliere con chi condividere esperienze e da chi o cosa affrancarsi. Un po’ come nel film "Il mio amico Eric" di Ken Loach, dove il calciatore Eric Cantona, nel ruolo di coach, allena un uomo schiacciato da problemi e rimorsi a dire/urlare NO! NO! NO! Comprendere cosa si vuole davvero, scegliere ciò che è allineato con il proprio essere e affrancarsi da ciò che è disallineato, da qualcosa o qualcuno che produce quella reazione viscerale che dice “NO!”, è un percorso di crescita che richiede forza e consapevolezza. Chi ti ha sempre visto in qualche modo remissivo può sorprendersi e chiedere "che ti è successo?", "come mai sei così intollerante?". Ma la risposta è semplice: "Mai stata meglio", perché un cambiamento c’è stato, non nel proprio essere, ma nell'aver fatto emergere quella parte di sé che c’è sempre stata e si è sempre messa a tacere, e ora la si lascia parlare, le si concede lo spazio che le spetta di diritto. E se esercitare questo diritto significa anche mandare qualcuno a quel paese, più o meno elegantemente, non necessariamente con le parole ma anche solo con i comportamenti, va bene così.

L'Influenza di Natura ed Educazione: Lo Studio sui Gemelli

La domanda "Buoni si nasce o si diventa?" trova una risposta che include entrambe le prospettive. Un nuovo studio sui gemelli apre nuove luci sull'origine genetica dei comportamenti sociali, dimostrando che i geni influiscono considerevolmente sulla buona educazione - o responsabilità sociale - delle persone, ma anche che la formazione conta moltissimo. Per scoprirlo, Philippe Rushton, uno psicologo canadese, ha sottoposto 322 coppie di gemelli a un test per misurare l'altruismo e la responsabilità sociale. Come noto, i gemelli omozigoti condividono il 100 per cento del materiale genetico, mentre i gemelli non omozigoti soltanto il 50 per cento. Confrontando i risultati del test è stato così possibile comprendere quanto abbiano influito la natura e l’educazione nello sviluppo di determinati comportamenti.

Lo studio di Rushton ha confermato ricerche precedenti sull’origine genetica dei tratti della personalità, compresi quelli relativi a comportamenti antisociali. In particolare, i geni peserebbero nel 42% dei casi di comportamento responsabile, come il partecipare alle votazioni, mantenere le promesse e onorare gli impegni. Lo psicologo canadese, inoltre, ha trovato che il 23 per cento della buona educazione può essere spiegata da un ambiente familiare positivo in cui crescere e vivere. Il restante 35 per cento? Difficile rispondere. Dipenderebbe comunque dall’ambiente, anche se è difficile spiegare che tipo di stimoli possano influire specificamente sul comportamento sociale. Questo studio evidenzia la complessità dell'interazione tra fattori innati e acquisiti, suggerendo che la bontà e la responsabilità sociale siano il risultato di una complessa tessitura di predisposizioni genetiche e influenze ambientali.

Coltivare la Bontà: Un Impegno Quotidiano

Credere che le persone siano buone, e che l'essere buono appartenga alla natura umana, è un assunto di base fondamentale per affrontare la vita. Sebbene non ci si basi solo su ciò che si vede dall’esterno, ma su una conoscenza più profonda, si è convinti che tutte le persone, nella loro essenza profonda, siano buone, ma che, mentre vivono, perdano di vista questa realtà perché il male si nota, si fa notare e si percepisce più del bene. Nella vita quotidiana, ciò che è buono sembra scontato, mentre ciò che non piace è subito posto in evidenza. Così, andando avanti nella vita, si finisce per dimenticare quanto è importante il bene, e il buono, e si presta attenzione soprattutto a quello che non va, quello che fa soffrire.

La mia esperienza, maturata attraverso l'incontro e il lavoro con centinaia di persone, mi ha insegnato che tutte le persone, quando comprendono che il loro bene ed essere buoni può trovare un modo migliore per essere espresso, capace di rendere più felici loro, gli altri e la loro vita, scelgono di essere buone, di tirarlo fuori, di far emergere nel modo giusto il loro essere. Un padre, ad esempio, che dice: "Ho sempre sostenuto mio figlio, perché mi tratta così?", potrebbe averlo sostenuto dicendogli che era un inetto o un buono a nulla. L'intento era buono, aiutarlo, spronarlo, ma le parole e l’effetto che sortivano non erano affatto buoni. Il bene deve usare parole buone. Dire a un figlio: "Vorrei il meglio per te, e sono preoccupato per il tuo futuro perché ti voglio bene" non ha lo stesso impatto che può avere dirgli: "Se continui così sarai sempre un fallito". Se il bene usa parole cattive, perde il valore del buono. Ogni volta in cui ci si trova di fronte a situazioni del genere, è importante riflettere se lo stile relazionale sia davvero benefico.

Il punto di partenza è la comprensione profonda e il rispetto della natura originaria. Rispetto vuol dire andare al di là di pregiudizi o preconcetti. Avere un’idea della verità non significa volerla imporre a tutti, quanto condividerla affinché anche altri, se vogliono, possano trarne giovamento. Quando si esprimono sentimenti, azioni, parole ed emozioni in modo negativo, ci si sente davvero bene, felici? Raramente si trova qualcuno che risponda di sì. Qualcuno potrebbe dire che sul momento gli sembra di stare meglio perché si è sfogato, ma in realtà non sta davvero meglio; lo sfogo crea un ulteriore peggioramento. La storia ci insegna che i "cattivi" non si definivano tali, ma si vedevano come dei salvatori, appunto, dei "buoni". I buoni veri non subiscono, perché il buono vero sceglie di essere buono, sceglie di fare del bene.

Exprimentos sobre el altruismo en niños

Essere buoni non è un obbligo, ma è meglio esserlo perché si sta meglio e tutti vincono. Il buono vince più di tutti, ma il suo bonus è proprio il fatto che riesce a fare del bene anche per gli altri. Ergo, gli esseri umani sono buoni, gli esseri umani vogliono essere buoni, essere buoni è una scelta. Ma se non si comprende sé stessi e la propria realtà con chiarezza, le scelte buone diventano difficili da fare. Il buono non è debole, non subisce; al contrario, è forte, tenace, paziente, combattivo e giusto. E non è un "minchione". Peraltro, pensare che una persona ingenua sia un "minchione" è un errore. Ci sono persone che scelgono di essere così buone, altre che sono ingenue perché lì le ha condotte la loro storia; un ingenuo ha ancora tanto da scoprire e possiede sinonimi positivi come "semplice, naturale, sincero, schietto, spontaneo". Magari, chi giudica una persona sincera e schietta in modo negativo è perché ha problemi con la sincerità. È sufficiente che lo spontaneo e sincero impari ad essere un po’ più diplomatico. La natura originaria va rispettata e valorizzata, comunicata al mondo in modo buono.

Pianta che cresce con il sole

Per essere buoni serve coltivare la propria visione, sapere che tutti sono buoni, inclusi noi stessi. Essere buoni non vuol dire essere deboli, ma essere guerrieri e perseguire il giusto, portare nel mondo ciò che si è. Ognuno sarà buono a modo suo: ci sarà il buono introverso che riflette molto, parla poco e dice le cose giuste al momento giusto; il buono estroverso che parla tanto e fa battute; il buono pacifico e il buono più combattivo. Ma tutti i sentimenti, i pensieri e le parole mosse verso il bene possono solo fare bene. Bene più bene fa bene, non fa male. Mezzo bene e mezzo bene non fa tutto bene. Male più male non fa bene. Ognuno, se riflette sui momenti in cui ha dato il peggio di sé, saprà riconoscere che nessuno di essi ha portato più bene o più felicità, né per sé né per gli altri. La vita stessa risponde e dimostra che la strada giusta è una. Viva i buoni, sono guerrieri, sono coraggiosi, non significa che non abbiano i loro momenti di debolezza, non significa che sia facile, non significa che non possano essere collericamente buoni, non significa che siano minchioni, perché il minchione non esiste, e a tutti quelli che si sentono in colpa per come sono o per come vengono giudicati dagli altri, è bene ricordare che per essere buoni serve un cuore grande, capace di vedere ciò che è male e, nonostante questo, di sapere che il bene può sempre vincere. Questo è il potere della scelta consapevole.

Buoni Genitori non si Nasce, ma si Diventa

Se il dibattito sull'innatismo della bontà riguarda l'individuo nella sua essenza più profonda, un'altra dimensione cruciale è quella della genitorialità. Buoni genitori non si nasce, ma si diventa attraverso la spinta costante a mettersi in gioco, e soprattutto in discussione, perché essere dei buoni genitori è il lavoro più difficile del mondo. Ciò richiede un impegno attivo e consapevole, fondato su principi che favoriscono la crescita sana e armoniosa dei figli. Tra questi, essere sinceri è fondamentale: i bambini hanno bisogno di risposte e di trasparenza per costruire fiducia e comprendere il mondo che li circonda.

Un altro aspetto essenziale è godere dei giochi e delle scoperte insieme al bambino, sporcandosi, sperimentando e divertendosi, sedendosi per terra con loro. Questo non solo rafforza il legame, ma permette anche di cogliere la prospettiva del bambino e di alimentare la sua curiosità naturale. È altrettanto importante assecondare le sue attitudini e capacità, lasciandogli la possibilità di esprimersi liberamente senza forzature, sostenendo i suoi talenti innati e le sue inclinazioni personali. Mostrare interesse e curiosità per quello che i bambini fanno, per quello che sono e per i loro interessi, è un modo potente per validare la loro esistenza e alimentare la loro autostima.

Infine, essere pazienti e tolleranti è cruciale. Quando il bambino sbaglia o fa arrabbiare, è importante evitare di alzare la voce, di giudicarlo, di usare parole offensive e di ricorrere a punizioni severe. Anche in questi casi, è fondamentale cercare di favorire un dialogo con lui per capire le sue motivazioni e trovare un punto d’incontro. Questi comportamenti non solo educano, ma modellano anche un ambiente in cui il bambino si sente accettato e amato, imparando a gestire le emozioni e a relazionarsi in modo positivo. In sintesi, la "bontà" genitoriale è un percorso di apprendimento e adattamento continuo, un esempio pratico di come la scelta e l'impegno costante possano forgiare una virtù.

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