Nell'analizzare l'opera di Bruno Di Maio, e in particolare il suo celebre quadro dedicato alla maternità, è impossibile non immergersi in quella complessa rete di rimandi che definisce l'immaginario collettivo italiano. Fellini è il regista del sogno, dell’autobiografismo, della Tabaccaia e della Saraghina, di Marcello, Casanova, Roma e Otto e mezzo, e proprio come nel cinema felliniano, l'arte di Di Maio sembra muoversi in un "postmoderno naturale", lavorando per echi, rimandi, appropriazioni e suggestioni appena intraviste. La maternità, in questo contesto, non è solo un tema figurativo, ma diventa un prisma attraverso il quale osservare il carattere nazionale, tanto nei suoi stereotipi consolidati che nelle letture più raffinate.
I dizionari, alla voce “felliniano”, annoverano una serie di tratti del tutto privi di implicazioni politiche, eppure l'opera di Di Maio, pur nella sua apparente classicità, intrattiene un rapporto di interdipendenza con l'ideologia italiana che si apre oggi anche a letture politiche. Si tratta di un “politico” che va messo tra virgolette, indicando i modi in cui nell'arte prende forma la complessa relazione tra l’ideologia italiana e la spinta della modernità nelle varie implicazioni sociali, ideologiche, culturali.

Il mito dell’eterno femminino e la costruzione del genio
Bruno Di Maio è considerato da molti un creatore assoluto, capace di una maestria tecnica che richiama i grandi maestri del passato. Al di là del valore della sua opera, a creare questa immagine hanno contribuito soprattutto la sua capacità di evocare simboli che catturano l’immaginario collettivo. Fellini è considerato la quintessenza del genio cinematografico, uno “stregone”, un “mago”, e Di Maio opera in una dimensione simile, dove il realismo diventa una forma di incantesimo.
Nelle sue opere sulla maternità, l'autobiografismo - che è divenuto il grande luogo comune delle pubblicazioni su Fellini - si trasforma in una mitografia nazionale. Come è stato osservato per il regista riminese, anche l'artista che affronta il tema della madre non fa semplicemente "arte-a-tesi", ma parlando di sé, delle sue ossessioni e dei suoi ricordi inventati, parla anche di noi. Esiste un senso oggettivo che apre orizzonti molto più vasti di quelli che la critica e lo stesso artista indicano. Uno di questi orizzonti riguarda proprio lo stretto rapporto che tanto l’opera che il “mito” intrattengono con l’ideologia italiana.
Secondo una tradizione della nostra cultura che risale almeno a Dante, l'artista identifica la sua opera con il proprio Paese. In Di Maio, la figura materna non è mai una semplice riproduzione della realtà, ma un prodigioso intreccio di creatività e seduzione, che si esprime per simboli. Se non fosse diventato pittore, egli avrebbe potuto essere un'icona dell’arte contemporanea capace di circondarsi di grandi collaboratori, rubando tutto ciò che captava per poi rielaborarlo e venderlo come un marchio distintivo.
Bruno Di Maio Painter Italy 1944
Progressenza: tra bellezza e principio di decomposizione
Il termine "progressenza", coniato in ambito felliniano, si adatta perfettamente alla tensione che si avverte nelle tele di Di Maio. Progressenza vuol dire progresso più decadenza, e nel vocabolario d’Italia dovrebbe proprio esserci: non capita da noi che i due termini convivano, intrecciati e inestricabili? Questa parola, che Deleuze riconduce giustamente a categorie estetologico-filosofiche, all’intersezione cioè tra rinascita e inabissamento, tra freschezza e deterioramento, definisce il senso di un “principio di decomposizione” che preme sotto la bellezza della maternità ritratta da Di Maio.
È una decomposizione che preme sotto la bellezza, dietro il glamour delle pose; come una crepa invisibile da cui si intravede una noia mostruosa dipinta sui volti. Questo rapporto tra decadenza e spinta vitale è ciò che rende la "Maternità" di Di Maio così profondamente italiana. La celebre frase di Warhol, «Roma è l’esempio di ciò che accade quando i monumenti durano troppo a lungo», è un ottimo esergo per comprendere questo legame.
L'opera di Di Maio registra e spesso anticipa i mutamenti delle mode e del costume, proprio come un sismografo. Da un lato, c’è la fortuna di attraversare un periodo di formidabili quanto repentine trasformazioni; dall’altro, una naturale predisposizione a collocarsi nel mezzo di queste mutazioni, anziché a guardarle da fuori. La maternità diventa quindi il luogo di un'infantile, frenetica curiosità verso tutto un mondo nuovo che avanza e allo stesso tempo una profonda melanconia per ciò che svaniva e si perdeva.

Il Falso Miracolo dell'iconografia sacra e profana
Una delle sequenze sulle quali la critica felliniana si sofferma con maggiore attenzione è quella del “falso miracolo” di La dolce vita. Ernesto De Martino attribuì a Fellini la capacità di cogliere e riprodurre alcune “verità etnografiche” dell’Italia. Nelle opere di Di Maio, l'attesa del miracolo della vita, che nell'arte classica era pura devozione, diventa nell'epoca contemporanea una sorta di prognosi figurale di una deriva dell’immaginario.
Da un lato c’è l’Italia arcaica, l’epifania mariana, il bisogno popolare di illusione che da noi sfocia nella superstizione; c’è insomma il mondo magico indagato da De Martino. Dall’altro, e contemporaneamente, ci sono i rituali dei media, la conversione della cronaca in spettacolo, finzione, simulazione, cioè in un altro, più cinico e “moderno” bisogno di illusione. La maternità di Di Maio si colloca esattamente in questo incrocio: tra un quadro neorealista e il remake di una sequenza sacra.
Nonostante la raffinatissima ondulazione emotiva nella reazione della Vergine o della madre moderna nei suoi quadri, spesso manca in ella l’ombra di un rifiuto nei confronti del suo destino. Lei è Madre, è colei che accoglie e nutre, simbolo del sacrificio e di totale dedizione. Tuttavia, l'artista non può ignorare il contesto in cui questa figura si muove oggi. Nel 1914 Mary Richardson colpì ripetutamente con una mannaia proprio il dipinto di un corpo nudo conservato alla National Gallery di Londra (la Venere di Velázquez) per protestare contro l'ordine costituito. Da quel momento, l’opera divenne simbolo dello sguardo oggettualizzante maschile sulla donna, uno sguardo che per secoli è andato a braccetto con la scelta non solo di come ma anche di che cosa rappresentare del corpo femminile.
La rottura dello stereotipo e la riappropriazione del corpo
Nel libro L’eunuco femmina, pubblicato nel 1970, Germaine Greer offre un elenco esaustivo delle parti escluse dall’immagine stereotipica dell’eterno femminino. Bruno Di Maio, pur restando fedele a una figurazione di estrema bellezza, deve fare i conti con questa eredità di rimozioni. Un quadro emblematico rispetto al tema della nascita come l’Origine del mondo di Courbet suscitò scandalo perché rompeva l'idealizzazione.
Nella "Maternità" di Di Maio non si coglie tanto un monumento alla figura della madre quale simbolo di devozione e sacrificio tanto celebrata dalla propaganda del passato. Il ventre materno, o il gesto dell'allattamento, appaiono piuttosto il rifugio ideale per «l’uomo d’oggi» che, come scrive lo psichiatra Alfred Adler, cerca nel grembo materno il riparo dall’angosciante travaglio della quotidianità. Questo moto di adesione e paura è ciò che Di Maio sa fermare in portentose immagini simboliche, creando un archivio prezioso per comprendere il rapporto tra l’italianità e la modernità.
L'intento con cui le artiste donne e femministe, come Verita Monselles o Stephanie Oursler, si sono riappropriate della rappresentazione della maternità tra gli anni Sessanta e Settanta, ha cambiato per sempre il modo in cui guardiamo a quadri come quelli di Di Maio. La rinascita è in atto: non solo le donne iniziano a essere presenti in maniera più consistente sulla scena artistica, ma la maternità si fa campo di indagine slegato dalla soffocante aderenza a un modello dato. Verita Monselles, ad esempio, si fotografava in veste di Madonna con un’aria stanca, trasmettendo il senso di solitudine cui è costretta la donna nella gestione delle proprie emozioni.

Antonomasia visiva e carattere nazionale
Fellini aveva la capacità di dare i nomi alle cose, di mettere a lavoro la figura retorica dell’antonomasia visiva (da “Vitellone” a “Paparazzo”) per descrivere forme di vita e aspetti dell’“italianità”. Bruno Di Maio compie un'operazione simile attraverso la pittura: le sue figure materne diventano antonomasie visive di una bellezza che trascende il tempo, ma che è radicata in una vocalità cromatica tipicamente mediterranea.
Fellini invitava a leggere Giulietta degli spiriti come un film sull’impossibile autonomia della donna nella cultura italiana. Allo stesso modo, le opere di Di Maio possono essere lette non solo come celebrazioni estetiche, ma come riflessioni sulla condizione della donna in un Paese dove la cultura di sinistra e il mondo del cinema d’autore, in gran parte legati alla vetusta idea dello spettatore passivo, non potevano cogliere certi mutamenti dal basso.
L’artista avverte una deriva della società italiana, ma avverte anche la sua inevitabile esclusione dal presente, una constatazione al contempo lungimirante e amara. "Questo salto culturale non va guardato con sospetto e nemmeno con paura," direbbe il pittore citando il Maestro. Anche se sgomenta veder cancellata tutt’una serie di valori, comprese le emozioni nelle quali ci si è sempre riconosciuti, Di Maio resta a guardare questi mutamenti con rispetto, trasformando la sua pittura in un ponte tra il passato glorioso e un futuro incerto.
Il rapporto tra arte, politica e comunicazione di massa
Ha senso parlare di un’eredità artistica di un pittore che sembra guardare così tanto al passato? Certamente, se si considera che non c’è un gioco di specchi tra arte e società, ma semmai un nodo di conflitti e tensioni che si rilanciano in forme simboliche e discorsi sociali. Bruno Di Maio, come Fellini e Sciascia, è un "irregolare" della cultura italiana, capace di svolgere uno dei più lucidi discorsi sulla dimensione storica e antropologica del nostro carattere, nella consapevolezza dei rischi di qualunquismo che pure comporta una posizione del genere.
Negli anni Ottanta, l'idea stessa di autore è entrata in crisi. La battaglia contro la banalizzazione dell'immagine riflette un passaggio decisivo in cui si giocano alcune trasformazioni antropologiche dell’Italia contemporanea. Le opere di Di Maio, segnate da una radicale idiosincrasia verso la volgarità della società dei consumi, cercano di recuperare quella specificità italiana richiamata dalla grande tradizione.
La posizione dell'artista verso la modernità non è di rifiuto radicale, secondo il moralismo di molti intellettuali. Egli comprende che nella trasformazione delle comunicazioni di massa sono espresse indicazioni e bisogni provenienti dal basso. La sua pittura, pur nella sua perfezione tecnica, non è "apocalittica" nel senso di Umberto Eco, ma cerca di integrare la spinta della modernità con la persistenza del mito.

Simbolismo e tecnica: il realismo oltre la superficie
In "Maternità", Di Maio utilizza la tecnica come uno strumento di seduzione. Si esprime per simboli che catturano l’immaginario collettivo, proprio come faceva Picasso. La capacità evocativa delle sue pennellate rivelerebbe aspetti decisivi se analizzata con gli strumenti della storia culturale. Non dimentichiamo che la capacità di un artista sta anche nel "rubare" ciò che capta dall'ambiente circostante per rielaborarlo e venderlo come un marchio unico.
C’è tutto un lavoro da fare sulla vocalità visiva delle sue opere. Il senso è proprio quello di un "principio di decomposizione" che preme sotto la bellezza, dove la bellezza stessa è l'unica difesa contro la noia mostruosa del jet-set artistico e della café-society moderna. La maternità di Di Maio è dunque un'opera che, come un sismografo, registra la tensione tra l'Italia arcaica e i rituali dei media.
Le immagini di Di Maio sembrano uno strano incrocio tra un film neorealista e un'astronave atterrata nella campagna italiana. C’è tutto il senso di una tragica e bellissima cerimonia che si svolge tra le pieghe della tela. In questo eccesso, la maternità diventa fantascienza pura, un archivio prezioso per comprendere chi siamo stati e chi stiamo diventando.
La sfida della maternità nel mondo contemporaneo
Sei madre, e hai deciso di rientrare nel mondo del lavoro? La sfida è alta, lo sappiamo. Come valorizzare le competenze che come mamma eserciti ogni giorno, e che sono preziose per il mondo del lavoro? Questa domanda, che emerge prepotentemente dalla realtà sociale, trova un'eco indiretta nelle tele di Di Maio. La sua rappresentazione della donna non è solo estetica, ma antropologica.
La figura della madre gode di una certa fortuna nell'arte, e le opere che la ritraggono sono spesso citate come esempi di bellezza mai volgare. Tuttavia, tra gli anni Sessanta e Settanta, la rappresentazione del corpo si è fatta sempre più insistente, anche in relazione alla diffusione dell’immaginario erotico. Se nei lavori degli artisti uomini il confine tra liberazione “progressista” e sfruttamento commerciale talvolta sfugge, Di Maio cerca di mantenere una dignità che allontana l’idealizzazione tipica del modello maschile più becero, avvicinandosi a una fisicità reale e pulsante.
Un aiuto prezioso e concreto per rimettersi in gioco come professionista arriva proprio dalla consapevolezza della propria identità, una consapevolezza che l'arte di Di Maio cerca di restituire attraverso il colore e la forma. La maternità non è una fine, ma una rinascita, un salto culturale che non va guardato con sospetto e nemmeno con paura, ma con il rispetto che si deve ai grandi mutamenti della vita.
Bruno Di Maio Painter Italy 1944
L'eredità di un'immagine: tra storia e presente
È importante rileggere la storia dell'arte italiana con strumenti e metodi interpretativi in grado di rinnovarsi costantemente. Quello che interessa è il rapporto di prossimità e costante sovrapposizione tra l’arte e lo spazio pubblico; il modo in cui i dipinti esprimono e rilanciano conflitti sociali, culturali, politici. Non “rispecchiano” semplicemente la società, ma creano un nodo di conflitti e tensioni che si rilanciano in altrettante forme simboliche.
Bruno Di Maio ci consegna una visione della maternità che trascende la dimensione puramente italiana, pur essendone profondamente intrisa. È una bellezza che dura troppo a lungo, come i monumenti di Roma, e che per questo ci inquieta e ci affascina allo stesso tempo. In essa ritroviamo quel fiume in piena che è la modernizzazione, con tutta la sua potenza immaginifica e la sua inevitabile, dolce melanconia.