Esplorando gli Schemi Profondi: L'Immaginario Cavalleresco, Il Matto e le Causalità della Follia

La comprensione delle complesse interconnessioni tra l'essere umano, la sua psiche e le manifestazioni più enigmatiche della mente, come la follia, rappresenta una sfida perenne per la riflessione filosofica e l'indagine psicoanalitica. In questo contesto, l'analisi di concetti apparentemente distanti, come l'immaginario cavalleresco e la figura archetipica del Matto nei tarocchi, offre prospettive inaspettate per decifrare gli "schemi" profondi che sottostanno alla nostra esistenza e alle sue manifestazioni più estreme. Questo percorso di indagine si muove attraverso una collana di studi e ricerche, la "Studia Humaniora", un volume che è stato valutato e approvato da un comitato scientifico-editoriale e sottoposto a peer review, garantendo il rigore scientifico dell'analisi.

La mente umana tra follia e ragione

L’Insondabile Decisione dell’Essere: Filosofia e Psicoanalisi Dinnanzi alla Causalità della Follia

U n’interrogazione sulla follia, sulla sua causalità, nonostante siano da poco passati i quarant’anni della legge 180, suona sempre un po’ fuori luogo, un po’ rischioso (forse). Questa perplessità nasce dal fatto che la filosofia e la psicoanalisi non sono la scienza, non si occupano del tessuto molecolare della materia cerebrale. Oggi più che mai, infatti, pare che la risposta, ogni risposta, vada cercata lì e in nessun altro luogo; le risposte a ogni domanda devono essere evidence based, ci vogliono le “prove”. In questo scenario, filosofia e psicoanalisi pare possano solo speculare.

Tuttavia, forse non si tratta di un limite. Esse fungono da speculum, riflettono tutto l’accadere e i nodi, i garbugli che la follia porta con sé, delucidandoli si potrebbe dire. A volte ciò che vediamo dentro uno speculum, attraverso giochi di specula, precisa la visione normale, oculare, retinica. A volte, mediante un sottile mettersi l’uno di fronte all’altro di due specchi, possiamo riuscire a concepire l’infinito. La filosofia, la psicoanalisi, più che basarsi su prove certe, mostrano quell’infinito gioco di specchi che sempre delinea adombrando, ma il reale non si può cogliere nella sua interezza, proprio a causa del nostro essere umani. Intra-vedere, mostrandone i frutti, è tutto ciò che possiamo, a essere onesti.

La follia è una di quelle matasse che non si sbroglieranno mai del tutto, forse, o proprio perché, noi cerchiamo di farlo linguisticamente ed essa, come diceva Carlo Viganò argomentando Lacan, è “una malattia del linguaggio”. Questa prospettiva suggerisce che la struttura stessa del pensiero e della comunicazione, elementi fondamentali dell'esperienza umana, si trova compromessa o alterata nella condizione della follia. Non possiamo con le sue stesse peculiarità intricate cercare di districarla usando gli stessi strumenti che essa distorce. Per questo essa avrà dalla sua, sempre, un coté di mistero, ovvero di perennemente e strutturalmente indicibile.

Il mondo medico, dalla sua, potrà dirci, dati alla mano, che esso non perde tempo con trame e orditi linguistici, ma entra nel “tegumento del corpo”, individuando alterazioni neurobiologiche. Solo che quell’alterazione neurobiologica non è una causalità primaria, è al massimo un accidente causato a sua volta da qualcosa. Se allora da una parte non bisognerà cercare la causa prima della follia (mitica se non del tutto immaginaria), e nessuno infatti degli autori che hanno contribuito a questo volume lo fa, d’altra parte occorre mettere sì in moto la machina della causalità mostrando che qualcosa è accaduto, che qualcosa si muove, per dare esito a questa particolare struttura, che Lacan chiama “soluzione elegante”. La "soluzione elegante" lacaniana si riferisce alla complessa organizzazione psicopatologica che si struttura come una risposta, seppur disfunzionale, a un vuoto o a una mancanza originaria nella struttura del soggetto, una sorta di "schema" inconscio che tenta di dare un ordine al caos interno.

Al di là delle questioni personali, che sempre sotterraneamente spingono una ricerca, parlare oggi di causalità della follia mi sembra necessario in quanto tema messo in modalità muta troppo spesso. È necessario affrontarlo in quanto la follia serpeggia non solo nei casi di psicosi classica, ma anche nei nuovi sintomi e nei casi non scatenati di cosiddetta (da Jacques-Alain Miller) psicosi ordinaria. Ma soprattutto perché ci fidiamo (noi che camminiamo su quei territori che intrecciano la filosofia alla psicoanalisi) che ci sia ancora qualcosa da dire, e forse di fondamentale e nuovo, sul tema della follia e della sua causalità in senso filosofico. Gli autori che hanno preso parte a questo progetto, cercano di offrire le loro prospettive, sebbene tutte differenti, con un quid che le unisce. Questo approccio multidisciplinare è arricchito anche dal contributo di uno storico della medicina ed ex psichiatra, il quale, in una postfazione, mostra come la medicina a volte riesce ad essere differente da come ce la potremmo aspettare, offrendo una visione più ampia e meno riduttiva dei fenomeni della mente.

La Salute Mentale in Italia, aggiornamento 2020-2021

L'Immaginario Cavalleresco: Una Sopravvivenza Simbolica tra Storia e Modernità

Nel vasto panorama dei simboli e degli archetipi culturali, l'immaginario cavalleresco occupa un posto di rilievo, dimostrando una sorprendente capacità di sopravvivenza nel tempo. Molto si può dire e molto è stato detto sulla cavalleria; vasta ed eterogenea è la produzione scientifica sull’argomento. A prima vista, potrebbe sembrare pleonastico continuare ad occuparsi del mondo cavalleresco ripensandone i miti, i riti e lo stile. Niente, infatti, pare oggi più distante, niente sembra più lontano dalla società post-moderna di quel mondo, dei suoi simboli e della temperie culturale che ne animava le gesta. In effetti, la cavalleria e la civiltà di cui essa è l’immagine e il fondamento sono ormai scomparse: rappresentano un lontano ricordo, un terminus a quo irrimediabilmente distante dalla cultura e dallo stile di vita odierno.

Tuttavia, vi è una curiosa sopravvivenza simbolica dello stile e del mondo cavalleresco. In particolare, i più diffusi mezzi di comunicazione di massa (televisione, cinema, web, ecc.) non esitano a riproporre, facendolo rivivere ad uso e consumo dei propri fruitori, l’ideale cavalleresco. Qui si ripropone in chiave moderna lo schema dell’eterna lotta tra le potenze della luce e del bene contro quelle delle tenebre e del male. A questo proposito è interessante chiedersi il senso e la portata del continuo riproporsi di un ideale che, nonostante l’ipertrofia tecnologica in cui è immersa la cultura contemporanea, continua ad affascinare con la sua grande e imperitura popolarità la civiltà occidentale. Questi schemi narrativi e simbolici, seppur rielaborati e adattati, conservano una risonanza profonda con le aspirazioni umane alla giustizia, al coraggio e alla protezione, che potremmo quasi considerare dei "bordi" etici e morali che delimitano la percezione del bene e del male nella cultura.

Al fine di comprendere e di analizzare tale fenomeno, è possibile tracciare una disamina dell’immaginario cavalleresco in grado di rendere conto non solo del significato della cavalleria per il mondo attuale, ma anche del suo stesso profilo culturale. La scelta di esplorare l'immaginario, piuttosto che una rigorosa ricostruzione storica, permette di cogliere l'essenza dei valori e dei simboli che, pur nel loro mutare, continuano a informare il nostro modo di percepire l'eroismo e la virtù. Questa persistenza non è casuale; essa risiede nella capacità degli archetipi cavallereschi di toccare corde universali nell'animo umano, rappresentando una forma di "schema" culturale che si adatta a contesti sempre nuovi, fornendo modelli di comportamento e di aspirazione anche in ere post-eroiche. La figura del cavallo, pur non essendo il focus principale, è intrinsecamente legata a questo immaginario, simboleggiando la nobiltà, la forza e la lealtà, qualità che il cavaliere incarnava e che ancora oggi esercitano un fascino.

L'ideale cavalleresco nella cultura popolare

Il Matto nei Tarocchi: Un Archetipo Universale degli Schemi Simbolici

I noltrarsi nel mondo simbolico della cavalleria e dei suoi valori è un’esperienza assai difficoltosa, tanto per la vastità dell’argomento, quanto per l’eterogeneità dei metodi di approccio che possono essere i più disparati (storico, economico, religioso, antropologico, etc.) e che contribuiscono, ciascuno nel proprio ambito, a delineare un’immagine complessiva dell’oggetto indagato. Come è stato detto, si vuole qui esplorarne l’immaginario, che trova la propria ragion d’essere nel linguaggio dei simboli. A questo scopo, e al fine di introdurre l’argomento attraverso un paradigma simbolico-analogico, è opportuno considerare dapprima, tra le tante opzioni possibili, una figura assai popolare nel gioco dei tarocchi: il Matto.

Questa carta, che è annoverata tra gli arcani maggiori, rappresenta l’alfa e l’omega dell’immaginario oracolare sviluppatosi successivamente all’invenzione del gioco stesso. Essa può essere l’arcano dell’inizio o della fine, non vi è assegnato un numero corrispondente, o, nei casi in cui viene numerata, gli si attribuisce lo zero. In questo senso, proprio perché appartiene a una cifra che non rappresenta una quantità in senso stretto, ma il suo contrario, cioè il niente, essa si associa alla dimensione assoluta dell’esistere che coincide con la complexio oppositorum (la coincidenza degli opposti). Nel Matto il finito e l’infinito, il bene e il male, la sapienza e la follia sono una cosa sola. Questa coincidenza degli opposti non è una semplice fusione, ma la rivelazione di un'unità sottostante che trascende le categorie dualistiche della percezione ordinaria, un "schema" fondamentale dell'esistenza che si rivela solo a chi è disposto a guardare oltre.

Per questo, la sua simbologia si situa aldilà del quotidiano, oltre lo spazio del semplicemente noto, oltre l’educazione comune e i valori sociali condivisi. In questo senso, tale figura simboleggia l’Assoluto come possibilità di assumere ogni forma determinata, come la capacità di spostarsi a proprio piacimento in tutti i mondi possibili. Di solito l’immagine del Matto è rappresentata da un uomo con in spalla una bisaccia e con in mano un bastone. Ciò, evidentemente, esprime l’ideale di una ricerca perenne che coincide con una certa visione della sapienza. Il bastone, simbolo di sostegno ma anche di viaggio, e la bisaccia, che contiene ciò che è essenziale o ciò che si è raccolto lungo il cammino, sono "schemi" iconografici che comunicano un messaggio di nomadismo spirituale e di apertura all'ignoto.

Nel Matto la saggezza coincide con la follia, poiché tra di esse non vi è che una differenza di punti di vista. Colui che cerca, infatti, opera una rottura di livelli rispetto al comune modo di sentire e di vivere, come il Matto si muove verso l’abisso della propria interiorità che prelude a un’esperienza oltre la quotidianità spazio-temporale. Il Matto appare come autenticamente sapiente a se stesso, e completamente folle agli occhi di quanti vivono intrappolati nel cosmo unidimensionale del comune buon senso. Questa figura, nella sua apparente contraddizione, sfida le nostre categorie mentali e ci invita a considerare la relatività delle definizioni di normalità e devianza. È un promemoria che gli "schemi" di pensiero consolidati possono precludere la comprensione di realtà più profonde e multiformi.

Come sostiene Wirth: «Il Matto rappresenta, infatti, tutto ciò che sta al di là dell’intelligibile, quindi l’infinito esterno al finito, l’assoluto che avvolge il relativo». Sotto questo aspetto il Matto, in quanto simbolo dell’Assoluto, gioca un ruolo decisamente positivo poiché, oltre a tracciare il limite entro cui è rinchiuso il piano dell’esistenza quotidiana, mostra al sapiente il cammino verso una saggezza che nella sua profondità dichiara la nullità e il vuoto da cui si originano l’io personale e il cosmo. Il saggio non si lascia ingannare dalle parole; invece di oggettivare esteriormente la negazione verbale dell’Essere, cerca il Matto in se stesso, prendendo coscienza del vuoto della ristretta personalità umana, che ha un posto tanto grande nelle nostre misere preoccupazioni. Impariamo dunque che noi non siamo nulla, ed i Tarocchi ci avranno confidato il loro ultimo segreto. Questa affermazione sottolinea un aspetto cruciale dell'esperienza della saggezza, che passa attraverso la decostruzione degli "schemi" egoici e l'apertura a una dimensione di vacuità essenziale.

Il Matto nei Tarocchi e il suo significato simbolico

Tra Nulla e Creazione: Le Implicazioni Cosmogonico-Teologiche del Matto

Nel suo rappresentare l’infinito come un abisso senza fondo, un puro nulla che avvolge ogni cosa e che si ritrova nell’interiorità umana dietro la maschera dell’io personale, questa figura traccia un ponte simbolico tra l’ordine cosmico e il soggetto autocosciente, introducendo il tema della creatìo in nihilo. Quest’ultimo termine esprime l’idea che il Soggetto e l’Oggetto della creazione coincidano nel puro nulla, nel vuoto indifferenziato da cui ogni cosa si origina, sui cui si fonda la diade io-mondo e che si ritrova nei sistemi gnostici a sfondo ermetico.

In altre parole, i Tarocchi, nella figura del Matto, l’arcano numero zero, ripropongono l’idea cosmogonica della coincidenza tra l’Essere e il nulla, tra Dio e la sua creazione, tra l’Atto d’essere, l’Essere, e l’essente (ciò che è in quanto finito), nella dimensione dell’infinito indeterminato Vuoto. In questo senso, da un punto di vista teologico, è come se Dio traesse se stesso dalla non esistenza all’esistenza attraverso la creazione di qualcosa che promana da lui stesso e che lo nega in quanto esistente nella dimensione del finito e della pienezza che si oppone al vuoto, infinito nulla. Questa è una prospettiva che riflette complessi "schemi" di pensiero mistici e filosofici, dove la creazione non è un atto unilaterale di un'entità esterna, ma un processo intrinseco all'Essere stesso.

Tutto questo, evidentemente, si contrappone alla creatìo ex nihilo, dove il Dio-persona, in quanto Essere, crea dal nulla e precede il nulla stesso senza coinciderci. La differenza tra queste due concezioni della creazione è fondamentale per comprendere diverse tradizioni spirituali e filosofiche. La creatìo ex nihilo, tipica delle religioni abramitiche, pone un confine netto tra il Creatore e il creato, mentre la creatìo in nihilo, con cui il Matto è in risonanza, suggerisce una compenetrazione e una continuità tra l'origine e la sua manifestazione. Questo traccia, inoltre, un’interessante analogia tra la cosmogonia gnostica (è necessario ricordare che il Matto rappresenta anche lo Straniero gnostico) e l’origine dell’universo descritto dalla fisica quantistica, dove il vuoto scarica se stesso nella luce prima e nella coppia materia/antimateria poi.

Lo Straniero gnostico è una figura che ha attraversato il vuoto e ha una conoscenza che supera le illusioni del mondo materiale. In modo analogo, la fisica quantistica, con i suoi "schemi" apparentemente controintuitivi, suggerisce che l'universo stesso potrebbe essere emerso da uno stato di non-esistenza o di "vuoto" quantistico, una sorta di "nulla" pregno di potenziale. Questa correlazione, sebbene analogica e non letterale, invita a riflettere su come diverse discipline, dalla mistica antica alla scienza moderna, abbiano cercato di descrivere gli schemi fondamentali dell'esistenza e dell'origine, esplorando i "bordi" della nostra comprensione del reale.

La Salute Mentale in Italia, aggiornamento 2020-2021

Il Lato Oscuro del Matto: Irresponsabilità e Follia nelle Sue Manifestazioni

Se quanto finora affermato pertiene all’aspetto positivo, luminoso e creativo della simbologia di questo arcano, vi è tuttavia un lato inquietante e oscuro che è necessario considerare. La natura ambivalente degli archetipi, infatti, implica che ogni simbolo potente reca in sé la possibilità di manifestazioni sia costruttive che distruttive. Il Matto, in questa sua accezione più problematica, «è il vagabondo, colui che se ne va con gli occhi rivolti a qualcosa di lontano» e pertanto, seguendo l’interpretazione del Wirth, può diventare anche colui che si abbandona agli «istinti ciechi, agli appetiti e alle passioni».

Questo abbandono incontrollato può portare a conseguenze gravi, trasformando la libertà del Matto in una forma di irresponsabilità. Egli rappresenta allora la triade negativa «irresponsabilità, alienazione, follia», diventando l’archetipo dell’«inettitudine a dirigere se stessi, dell’incapacità di resistere». In questa interpretazione, il Matto non è più il saggio che trascende le convenzioni, ma l'individuo che si perde in esse o che non riesce a trovare un punto d'appoggio nella realtà condivisa. Gli "schemi" di comportamento che ne derivano sono quelli di una dispersione, di una mancanza di direzione che può culminare in una vera e propria devianza patologica.

La follia, in questa luce, non è solo una condizione di rottura rispetto al linguaggio o alla percezione, ma anche uno stato di estrema vulnerabilità in cui l'individuo è in balia delle proprie pulsioni, incapace di auto-regolarsi o di conformarsi alle aspettative sociali. L'alienazione che ne consegue lo allontana dalla comunità, relegandolo ai "bordi" dell'esperienza umana condivisa. Questa caduta nell'oscurità è un monito sulla fragilità dell'equilibrio psichico e sulla necessità di ancorare la libertà a una qualche forma di responsabilità, anche quando si cerca di esplorare i limiti del conosciuto. Il simbolo del Matto, quindi, non solo apre porte sull'infinito, ma mostra anche gli abissi in cui una libertà senza guida può precipitare, rivelando la sottile linea che separa la genialità dalla pazzia.

Le diverse interpretazioni del simbolo

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