Pino Pascali e il Bollettino della Maternità: un’analisi tra artificio e natura

L'impronta formativa e l'evoluzione stilistica

Fin dagli anni dell'Accademia di Belle Arti, a Roma, sotto la guida di Toti Scialoya, Pascali studia Pollock, Gorky, De Kooning, i padri dell'espressionismo astratto americano. Il percorso artistico di Pino Pascali si sviluppa attraverso una costante ricerca sulla materia e sulla forma, muovendo i primi passi in un contesto in cui il segno pittorico si fa tridimensionale. Ancora tra il ‘64 e il ’65, Pascali realizza con la stessa tecnica materica - utilizzando lamiere, catrame, polveri, metalli punzonati - opere emblematiche come il Treno (collezione privata, Triggiano, Bari), Guerrieri (collezione privata, Bologna) e la Nave.

Questa fase giovanile non è tuttavia avulsa dal mondo della comunicazione di massa. Pascali inizia una collaborazione con la ‘Lodolo film’ sin dal 1958, un anno prima del suo diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma, un sodalizio che durò sino al 1967. Sandro Lodolo, titolare della casa di produzione pubblicitaria, e Pino Pascali, nel ruolo di creativo, realizzarono innumerevoli spot e cartoons pubblicitari. Negli stessi anni lavora come aiuto-scenografo in Rai per trasmissioni di gran successo quali ‘Biblioteca di Studio 1’ (1964). Marco Giusti, regista della Rai, raccoglie tutto questo materiale nel raro e prezioso film-tv prodotto da RAI TRE “Pino Pascali o le trasformazioni del serpente”.

Pino Pascali nel suo studio circondato dalle iconiche sculture bianche

Il dialogo con la Pop Art e la reinterpretazione del reale

Nel 1964, alla Biennale di Venezia, sbarca la Pop Art americana; Pascali ne assorbe il clima, come del resto altri artisti (Franco Angeli, Schifano, Festa), e con la sua genialità rielabora temi e soggetti in modo personalissimo e in versione italiana. Si tratta di un periodo fecondo in cui il linguaggio dell'arte si contamina con i media. Negli stessi anni esce il film di Federico Fellini “Boccaccio ’70” (1962), penso all’episodio “Bevete più latte” con Anita Ekberg e Peppino De Filippo, mentre nel 1964 Mary Quant, stilista inglese, esplode con la ‘minigonna’. Agli inizi degli anni ’60 Pino Pascali ascolta la musica di Billy Holiday, tragica e sfortunata vocalist afro-americana, trovando in essa una risonanza emotiva che riflette la complessità della sua visione artistica.

Il 1965 segna una svolta: l’artista elabora un ciclo di opere dedicate alle armi, da sempre una passione di Pascali. L’artista, con l’abilità di un bricoleur, ricostruisce cannoni, bombe, mitragliatrici quasi in scala reale ma falsamente minacciosi poiché inutilizzabili. Sono grandi sculture a forma di giocattoloni, non più oggetti inquietanti che la coscienza civile rifiuta o delega ai ‘signori della guerra’, ma l’operazione artistica di Pino Pascali consiste nel trasportare nel mondo dell’arte l’infanzia e il gioco. Ora che è cresciuto, decide di farle diventare ‘oggetti d’arte’; sono le sculture dell’artista adulto.

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L'introduzione dell'ambiguità e la "finta scultura"

Pascali mette così in crisi anche il linguaggio della scultura e vi introduce un nuovo concetto: l’ambiguità. Gli amici artisti (da Ceroli a Pistoletto) o gli altri del gruppo torinese dell’arte povera non osano tanto: pur nella mutazione dei soggetti rappresentati, il materiale era chiaro; il ferro era ferro, il legno era evidente e certo, semmai esaltato. Nelle ‘armi’ no. Il tutto viene reinventato e riproposto come reale. Egli stesso le chiamava le finte sculture: sono trofei di caccia, colli di giraffa, code di delfini e balene, rettili.

La tela viene tagliata e usata con una tecnica precisa, come un tappezziere può preparare la struttura di un divano (Pascali ha comunque realizzato il salotto dei suoi genitori); i tagli sono netti e precisi. La grandezza smisurata di queste ‘finte sculture’ finisce per fare da contraltare alla propria leggerezza, poiché l’interno è vuoto. Così Pascali introduce un elemento linguistico nuovo: priva la scultura di una sua precisa connotazione, il peso. In queste opere è più forte la componente scenografica ma anche elementi di surrealtà visibili nella capacità di mescolare abilmente e con l’ironia che sempre accompagna il lavoro di Pascali, il gigantismo dei giocattoloni, il monumentalismo del bianco romanico pugliese, i fumetti di B.C.

La ricostruzione della natura e l'invasione dello spazio

Pino Pascali tende sempre più ad invadere lo spazio, ad occuparlo con opere che assumono le dimensioni di vere e proprie installazioni. I caratteri della civiltà contadina affiorano visibilmente nei “Campi arati”, nei “Canali d’irrigazione”, in “1 mc di terra”. L’idea di trasformare in oggetti scultorei ben definiti gli elementi naturali, come i “32 mq di mare” in vaschette di zinco, è un tentativo riuscitissimo di conciliare il naturale con l’artificiale.

Installazione 32 mq di mare di Pino Pascali

Nelle “Botole” o nelle “Pozzanghere” ritorna l’elemento primario dell’acqua, ma vi è anche la simulazione di materiali freddi come l’asfalto e l’uso dell’eternit, che rappresenta una novità in più rispetto alla Minima Art e all’Arte Povera, dove i materiali vengono esibiti come tali e nella loro ossessiva neutralità e freddezza. Pascali coglie i segnali della crisi delle culture metropolitane (“Il pensiero selvaggio” di Levi-Strauss è del ’64); molti sono gli artisti interessati all’antropologia sociale, basta l’esempio degli spettacoli del Living Theatre che Pascali frequenta a Roma. Così, intorno agli anni tra il ’65 ed il ’68, nasce un forte atteggiamento culturale circa il mito delle civiltà pre-industriali che trova la sua applicazione visiva nella Land Art americana e nell’Arte Povera italiana.

Il restauro e il Bollettino della Maternità al MAXXI

L'iniziativa "Partorire con l'arte", in corso al MAXXI di Roma, ha riportato all'attenzione del pubblico un'opera di Pascali restaurata dall'Istituto alla fine degli anni Novanta. Il dipinto, noto in alcuni contesti critici in relazione a narrazioni e catalogazioni documentali come il "bollettino" di una specifica poetica legata alla maternità, era stato eseguito da Pino Pascali nel 1964 e gravemente danneggiato prima di essere esposto per la prima volta in pubblico.

L’intervento di restauro, che si presentava particolarmente problematico, è stato portato a compimento dalla restauratrice Maria Grazia Castellano. Sono disponibili da questa pagina web l’articolo che dà conto dell’intervento di restauro e l’intervista a Giuseppe Basile, storico dell’arte ISCR che diresse i lavori. Questo specifico lavoro di conservazione sottolinea quanto la materia stessa delle opere di Pascali - soggetta a deperibilità per le tecniche eterodosse utilizzate - sia parte integrante del messaggio dell'artista, sospeso tra il gioco infantile e l'esigenza di una monumentalità destinata a durare nel tempo, pur nella sua apparente leggerezza di finzione. La memoria di tale opera, conservata attraverso l'intervento metodologico dell'ISCR, permette oggi di rileggere la figura di Pascali non solo come creatore di immagini iconiche, ma come un instancabile ricercatore capace di far convivere la precarietà del materiale con la solidità di una visione estetica rivoluzionaria.

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