
Il diritto all'aborto e l'effettiva attuazione della Legge 194 in Italia continuano a essere oggetto di accesi dibattiti e di recenti bocciature parlamentari. Un esempio significativo è stato il rigetto, in Aula alla Camera, dell'ordine del giorno del Partito Democratico (Pd) sul diritto di aborto e sui consultori. Questo episodio ha riacceso le discussioni sulla piena applicazione della Legge 194 del 22 maggio 1978, la norma che disciplina l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) e la tutela sociale della maternità in Italia. Nonostante la bocciatura, ben 18 parlamentari, molti dei quali appartenenti alla maggioranza, hanno scelto di astenersi anziché votare contro: 15 deputati della Lega, incluso il capogruppo Riccardo Molinari, e un deputato di Forza Italia, Paolo Emilio Russo, che si era già astenuto su un ordine del giorno analogo del Movimento 5 Stelle.
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Le Reazioni Politiche e le Interpretazioni della Legge 194
La decisione del governo di esprimere parere negativo all'ordine del giorno del Pd non ha sorpreso gli esponenti del partito, che lamentano un continuo tentativo di ridurre il diritto delle donne ad accedere all'interruzione di gravidanza. Hanno criticato la maggioranza per aver "smantellato Opzione Donna, aumentato l'Iva su prodotti infanzia e assorbenti, tolto i vincoli di occupazione femminile e giovanile dal Pnrr" e per aver bloccato i bonus nidi.
Dal banco della maggioranza, Maria Carolina Varchi di Fratelli d'Italia ha respinto le accuse, parlando di un "pregiudizio" infondato nell'ordine del giorno verso "talune associazioni del terzo settore, ritenute in grado di incidere in modo violento sulle donne". Secondo Varchi, queste associazioni "operano al fianco delle donne" e non meritano tale "stigma". Ha inoltre aggiunto che esiste una "lettura parziale della legge 194 da parte di chi la vorrebbe abbattere in tutte quelle parti in cui mette insieme tante sensibilità rendendola una legge completa". La sua posizione è che l'emendamento proposto "consente l'applicazione totale delle 194, dando alle donne, come previsto, la possibilità di scegliere in piena coscienza e libertà".
La strumentalizzazione della Legge 194, secondo la maggioranza, proviene dalla sinistra, che "vuole essere imposta solo nella parte in cui porta all'aborto". L'obiettivo dichiarato è l'attuazione piena della legge, garantendo libertà di scelta a ogni donna e rimuovendo tutte quelle condizioni che potrebbero portare la donna a interrompere la gravidanza. L'emendamento proposto dalla maggioranza menziona "soggetti del Terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità", respingendo l'idea che questi possano svolgere una "vera e propria tortura psicologica".
Il Contesto Storico e l'Evoluzione della Legge 194

La storia della Legge 194 è costellata di battaglie e polemiche. Il 10 giugno 1977, a Roma, una manifestazione indetta dall'UDI e dai collettivi femministi protestò contro la bocciatura in Senato della legge sull'aborto, un voto che ritardò di un anno l'approvazione della Legge 194 del 22 maggio 1978. Gli anni Settanta, spesso ricordati solo per la loro violenza, furono in realtà un periodo di notevoli progressi per l'Italia: nel 1970 fu approvato lo Statuto dei lavoratori, nel 1974 una vasta maggioranza respinse il tentativo di abrogare la legge sul divorzio tramite referendum, e nel 1978, solo 9 giorni prima della 194, fu approvata la legge 180 sulla disciplina delle strutture manicomiali.
La Legge sull'aborto fu poi sottoposta a referendum nel 1981, che la confermò nella sua interezza, con il 68% dei votanti che bocciarono la proposta di abrogazione quasi completa. Da allora, la Legge 194 non ha mai cessato di essere fonte di polemiche tra chi vorrebbe limitarla, se non addirittura abolirla, e chi ne chiede la piena applicazione, soprattutto per quanto riguarda il ruolo dei medici obiettori di coscienza.
Le Critiche del Consiglio d'Europa e la Questione dell'Obiezione di Coscienza

Il Consiglio d'Europa ha più volte richiamato l'Italia per la mancata garanzia di alcuni diritti acquisiti dalle donne, in violazione delle sue stesse leggi. Il Comitato europeo per i diritti sociali di Strasburgo ha pubblicato decisioni riguardo le violazioni della Carta sociale europea, evidenziando come l'elevato numero di medici obiettori di coscienza in Italia porti a non conformità con le regole internazionali. Già nel 2014 e nel 2016, su ricorso della Cgil e di altre organizzazioni, il Consiglio d'Europa aveva lanciato un monito al nostro Paese affinché vigilasse sull'«elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza» che porta l'Italia a violare «i diritti delle donne».
Sulla base delle informazioni fornite dal governo nel febbraio 2018, il Comitato per i diritti sociali ha rilevato che, da nord a sud, «ci sono carenze nei servizi» per l'IVG «che rendono difficile l’accesso a questa pratica per le donne e in alcuni casi le costringe a cercare soluzioni alternative», con «rischi per la loro salute». Per Strasburgo, la situazione in Italia è «non conforme» alle regole internazionali, evidenziando una «discriminazione contro le donne che desiderano porre fine alla gravidanza» poiché «sono costrette a spostarsi da un ospedale all’altro nel Paese o viaggiare all’estero a causa delle carenze nell’attuazione della legge 194/1978», e la «violazione del loro diritto alla salute».
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I dati del Ministero della Salute, resi noti nella relazione annuale al Parlamento sull'applicazione della 194, sono desolanti: sette ginecologi su dieci (il 68,4%) sono obiettori di coscienza, a fronte del 45,6% di anestesisti e del 38,9% di personale non medico. Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, ha commentato che «la legge 194 si conferma la norma più disapplicata del nostro ordinamento, e il ricorso distorto all’obiezione di coscienza contrasta palesemente con questo dettato. Lo Stato deve garantire che una donna che va in ospedale abbia l’opportunità di trovare sia un medico obiettore che uno non obiettore nello stesso turno».
Il Ministero della Salute ha risposto alle critiche sottolineando che «in Italia il carico di lavoro per i ginecologi non obiettori negli ultimi trent’anni si è dimezzato, passando da 3.3 aborti a settimana nel 1983 agli attuali 1.7». Tuttavia, questo dato è stato contestato dalla Laiga. Il Ministero ha comunque avviato, insieme alle regioni, un monitoraggio che coinvolge ogni struttura sanitaria e consultorio, per raccogliere dati sull'accesso all'IVG.

L'ex sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, ha definito il pronunciamento del Consiglio d'Europa «del tutto immotivato e pretestuoso, frutto di una non conoscenza dei dati italiani». Ha inoltre ricordato che «il Consiglio d’Europa il 7 ottobre 2010 ha approvato una risoluzione che difende con grande forza il diritto all’obiezione e lo estende non solo alle persone ma addirittura alle istituzioni».
Il Dibattito sulla Funzionalità dei Consultori e la Contraccezione
Un elemento ambiguo della Legge 194 riguarda il funzionamento dei consultori familiari. Essi dovrebbero informare, guidare e sostenere le donne nel percorso di gravidanza o nelle procedure abortive, ma in Italia, nella maggior parte dei casi, non funzionano adeguatamente, soprattutto a causa dello scarso radicamento sul territorio. Una legge del 1996 stabilisce che dovrebbe essere attivo un consultorio ogni 20 mila abitanti, ma l'ultimo rapporto dell'Istituto Superiore di Sanità ha rilevato che, in media, è attivo un consultorio ogni 35 mila abitanti. Le regioni più virtuose sono la Valle d’Aosta (una struttura ogni 10mila abitanti), la Basilicata (una ogni 16mila) e la provincia autonoma di Bolzano (una ogni 9.751 abitanti). I consultori, inoltre, soffrono di una cronica mancanza di personale, costringendo medici e psicologi a spostarsi continuamente da una sede all'altra per garantire i servizi minimi.
Secondo le linee guida del Ministero della Salute, i consultori dovrebbero anche rilasciare le certificazioni necessarie per abortire e gestire le procedure per l'aborto farmacologico in day hospital. Nell’agosto 2020, il Ministero della Salute ha modificato le linee guida per l’aborto farmacologico, stabilendo che questo può essere effettuato fino a 63 giorni dopo il concepimento - al posto dei 90 in vigore per l’intervento tradizionale - sia in ospedale che nei consultori, senza necessariamente dover ricorrere all’ospedalizzazione. Tuttavia, non tutte le regioni hanno recepito il cambiamento, e l’aborto farmacologico senza ricovero è possibile solo in poche aree del Paese, come il Lazio e l’Emilia Romagna. Negli altri casi, è necessario ricorrere al regime in day hospital o all’aspirazione, situazioni che possono esporre le donne a inutili complicazioni psicologiche.
Nei consultori e negli ospedali non è raro imbattersi in presidi organizzati dalle associazioni pro-vita, che cercano di dissuadere le donne, spesso puntando sulla "colpevolizzazione infondata delle loro scelte". In Liguria, Fratelli d’Italia ha proposto di istituire sportelli “pro-vita” in tutte le strutture ospedaliere che effettuano IVG. Ad aprile, la regione Piemonte ha istituito un fondo di 400mila euro per sostenere le attività di queste associazioni.
Un altro punto di discussione è l'alternativa all'aborto, spesso individuata nella contraccezione. Si sostiene che la Chiesa influenzi negativamente la diffusione della contraccezione, ma si osserva che il rapporto fra interventi abortivi e nati vivi è più elevato in aree dove «la contraccettività è più diffusa ed esperta», come l'Emilia-Romagna e la Liguria. Al contrario, il tasso diminuisce nelle regioni ritenute «più arretrate» relativamente alla contraccezione.
Si deve anche considerare il "ricorso sempre più intenso alla così detta “aspirazione mestruale”", che viene talora presentata come "contraccezione di emergenza" ma che in realtà interrompe una gravidanza già iniziata. Se questa pratica fosse diffusa, tali aborti precoci incontrollabili ridurrebbero il numero di quelli conosciuti.
L'Impatto Demografico e le Implicazioni Sociali

Dieci anni dopo l'approvazione della Legge 194, si è posto il problema di verificare se i propositi enunciati avessero trovato concreta realizzazione. Un esponente di spicco di un partito laicista ha osservato che, a differenza di altre leggi che con il tempo vengono accettate, la 194 "continua a suscitare tensioni e se ne parla sempre di più".
I dati del Ministero della Sanità hanno mostrato una pratica abortiva diffusa capillarmente, che non può essere spiegata unicamente da situazioni eccezionali o gravi pericoli per la salute. Nel 1986, la maggioranza degli aborti era richiesta da madri coniugate (67,7%), non separate né divorziate, in età compresa tra i venti e i trentanove anni (83,3%), con un buon livello di istruzione. Inoltre, le donne che interrompevano la gravidanza non avevano, in genere, più di due figli (81,3%). Questi dati suggeriscono che l'aborto è diventato una pratica estesa, al di là delle enunciazioni legislative iniziali.
Quanto alla tutela della maternità, si rileva una contraddizione: la legge ha riconosciuto il diritto di eliminare proprio ciò che consente di essere madre, portando a un "omicidio degli innocenti" di circa duecentomila esecuzioni capitali ogni dodici mesi. Questa situazione è stata favorita dalla messa in disparte della realtà di persona del feto, con gli articoli 4 e 5 della legge che consentono l'aborto sulla base delle indicazioni più varie e dietro semplice richiesta della gestante.
L'impatto demografico è evidente: il quoziente di natalità è sceso dal 16,3 del 1972 al 9.6 attuale. Le nascite sono calate, in vent'anni, da un milione nel 1964 a 560.265 unità nel 1987. La capacità del ricambio generazionale, che richiederebbe una media di 2.1 figli per coppia, è esclusa dal fatto che attualmente la media è al di sotto dell'1,4. Secondo il ministro della Sanità, è «attendibile, allo stato delle cose, la previsione per il 2025 di un calo fino ai 44-45 milioni di abitanti».
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Le Responsabilità Politiche e le Proposte di Revisione
La Democrazia Cristiana ha avuto responsabilità precise nell’approvazione e nell’entrata in vigore della Legge 194. Nella primavera del 1978, i tempi per il varo della legge furono accelerati per evitare il referendum proposto dal Partito Radicale per l'abrogazione delle norme del codice penale che punivano l'aborto. Dodici deputati democristiani si assentarono dall’aula al momento del voto, e la legge fu sottoscritta da un presidente della Repubblica, da un presidente del Consiglio e da quattro ministri appartenenti alla DC.
Dopo l’approvazione della legge 194, il senatore Giuseppe Bartolomei, capogruppo democristiano al Senato, assicurò che «noi ci batteremo, per contenere gli effetti negativi che questa legge può produrre, e lo faremo con fermezza e con tenacia, attraverso le opportunità legislative che si presenteranno». Tuttavia, in dieci anni, questo proposito non si concretizzò in alcuna proposta di legge, ma solo nella presentazione di una mozione nel febbraio 1988. Questa mozione chiedeva al governo di avviare iniziative legislative per la tutela della "vita nascente" e della "vita morente", di "riportare a coerenza l’applicazione della legge 194/78 con riferimento al fine dichiarato di “tutelare la vita umana fìn dal suo inizio”", di rendere i consultori familiari pubblici un reale strumento di sostegno e garanzia della libertà di non abortire, e di incoraggiare il volontariato.
È lecito esprimere dubbi e riserve sulla stessa "mozione Martinazzoli". La mozione, pur idonea a provocare discussioni parlamentari, ha una efficacia inferiore rispetto a un disegno o proposta di legge che produrrebbe immediati effetti giuridici. Quanto al merito, l'obiettivo di "riportare a coerenza l’applicazione della legge n. 194/78 con riferimento al fine dichiarato di “tutare la vita umana fin dal suo inizio”" appare difficilmente condivisibile, poiché la legge stessa, attraverso gli articoli 4 e 5, consente l'aborto sulla base delle indicazioni più varie e dietro semplice richiesta della gestante, rendendo la tutela della vita umana "dal suo inizio" una vaga enunciazione. Per coerenza, si dovrebbe puntare, prima ancora che alla verifica del funzionamento dei consultori familiari, all'eliminazione dei detti articoli 4 e 5.
Se l’intento era quello di evitare lo scontro diretto sulla Legge 194, almeno il sostegno economico in favore delle maternità "difficili" avrebbe potuto costituire materia di proposta di legge, piuttosto che finire in coda alla mozione. Esempi di politiche demografiche orientate al sostegno della famiglia sono presenti in Francia e Germania Federale. In Italia, la proposta di riforma dell'IRPEF del 1988 mostrava una palese ostilità alla famiglia, con limitatissimi contributi sociali e un prelievo fiscale più elevato per chi aveva una famiglia numerosa.
Il Referendum del 1981 e le Nuove Sfide
Il 17 maggio 1981, i cittadini italiani furono chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari, uno dei quali, promosso dal Movimento per la vita, proponeva di abrogare quasi completamente la Legge 194, concedendo solo l'aborto terapeutico. Questo tentativo fallì: il 68% dei votanti bocciò la proposta, salvando il diritto all'aborto. Al tempo, furono presentati due quesiti sul tema: uno, proposto dal Partito Radicale, che proponeva di liberalizzare completamente l'aborto, e l'altro, del Movimento per la vita, che voleva sopprimere il diritto concedendo solo l'aborto terapeutico. Entrambi vennero bocciati.
Oggi, più di quarant'anni dopo, lo scenario politico è cambiato. L'ascesa di partiti di estrema destra, come Fratelli d'Italia, con la sua vicinanza alle associazioni pro-vita, e la tendenza al rafforzamento di regimi autoritari in Europa, suggeriscono una volontà di togliere diritti piuttosto che crearne di nuovi. I leader dell'estrema destra europea hanno spesso mostrato scarsa tolleranza per i diritti delle donne, viste come madri e mogli. In Ungheria, ad esempio, è stato deciso che le donne debbano auscultare il battito del feto prima di poter effettuare l'intervento, un chiaro tentativo di manipolazione psicologica.
La campagna elettorale di Fratelli d’Italia è stata caratterizzata da un atteggiamento controverso nei confronti dell’aborto. Giorgia Meloni ha ripetuto più volte di non voler modificare la legge 194, ma di volerla "applicare totalmente" per garantire alle donne "il diritto a non abortire".
La Legge 194, fin dalla sua genesi, ha seguito un percorso travagliato e litigioso, frutto di un compromesso tra obiettivi inconciliabili: la necessità di proteggere la vita e il diritto delle donne a decidere. Secondo i movimenti femministi dell'epoca, la legge 194 avrebbe dovuto essere "un primo passo", uno strumento normativo da migliorare, ma non è mai stato adeguato. Oggi, a quarant'anni di distanza, la legge è ancora piena di falle e spesso mal applicata, a causa della scarsità dei consultori, dell'eccessivo ricorso all'obiezione di coscienza e del lavoro delle associazioni pro-vita. Lo spostamento verso destra dell'opinione pubblica italiana ed europea contribuisce a gettare ombre su un testo che andrebbe tutelato e migliorato.