«Il nostro bambino è inappetente». È una frase che si sente pronunciare spesso negli ambulatori pediatrici dai genitori preoccupati che il loro piccolo non mangi a sufficienza. L'ingresso al nido, momento di fondamentale crescita e distacco, mette spesso in luce questa problematica, trasformando il momento del pranzo in un terreno di confronto tra le aspettative dei genitori, le necessità biologiche del bambino e le dinamiche del gruppo.
Comprendere l'inappetenza: fisiologia e segnali
Cerchiamo di capire innanzitutto cos’è l’inappetenza. I sintomi dell’inappetenza nel bambino sono facili da riconoscere: il piccolo mangia pochissimo, non fa pasti completi bensì tanti piccoli spuntini durante la giornata. Non sempre, però, l’inappetenza deve essere fonte di preoccupazione. Spesso, verso i due anni, la maggior parte dei bambini vive una riduzione naturale della velocità di crescita. In altre parole, necessitano di meno energia e quindi di minor assunzione di cibo. Capita quindi alle educatrici di vedere bambini di asilo nido che il mese precedente mangiavano un piatto intero limitarsi a mezzo. Solitamente il guadagno di peso di questi bambini resta nella norma, anche se sembrano mangiare poco agli occhi degli adulti.
Ricordiamoci che lo stomaco di un bambino è grande all’incirca quanto il suo pugno chiuso. Dunque, in termini di quantità, ciò che a noi adulti sembra “poco” sarà più che sufficiente per lui. Il compito dei genitori è preoccuparsi della qualità del cibo piuttosto che della quantità.

Le radici del rifiuto: cause fisiche e ambientali
Quali sono le cause dell’inappetenza nel bambino? Le motivazioni possono spaziare da fattori transitori a variabili contestuali:
- Infiammazione del cavo orale: Dal semplice mal di gola alle fastidiose afte.
- Diarrea e virus intestinali: Sono tra le principali cause di inappetenza, soprattutto nei bambini che frequentano nidi e asili. Queste situazioni sono di breve durata, e nel mentre il bambino può continuare la sua normale alimentazione (la famosa “dieta in bianco” è completamente inutile!).
- Allergie: Le allergie alle proteine del latte vaccino e all’uovo sono le prime a manifestarsi nei soggetti predisposti. Tra i sintomi evidenti troviamo uno stato di malessere generale che può portare, appunto, anche a fasi di inappetenza.
- Comparsa dei primi denti: Questo processo può causare delle brevi fasi di inappetenza che vanno da un paio di giorni a massimo di dieci. I bambini al di sotto dei 12 mesi sono spesso alle prese con dentini che spuntano, e in quei momenti possono alternarsi, anche in modo ravvicinato, inappetenza, irritabilità e un po’ di insonnia.
- Cambiamenti psicosociali: Nascita di un fratellino, inserimento al nido, trasloco o ritorno della mamma al lavoro. Sono cause che hanno a che fare con la sfera psicologica e relazionale.
Il cibo, oltre a rispondere al bisogno primario della persona, assume anche un valore simbolico. È una sorta di filo rouge che lega la mamma al bambino. Probabilmente, respingendo il cibo, il piccolo esprime il suo scontento nei confronti del nido o del distacco.

Dinamiche del nido: routine ed emulazione
Per le educatrici di asilo nido, il fatto che un bambino mangi in modo problematico riveste grande importanza. La maggior parte dei bambini apprezza il cibo e non ha problemi a mangiare, se le educatrici si mettono in sintonia con loro. Tuttavia, esiste una discrepanza frequente: il bambino mangia bene a casa e rifiuta al nido, o viceversa.
Uno degli aspetti che differenzia maggiormente l’ambiente domestico da quello scolastico è proprio la routine. Negli asili, i pasti seguono un programma preciso, con orari fissi e regole ben definite. I bambini sanno esattamente quando arriverà il momento del pranzo. A casa, invece, le abitudini possono essere più flessibili.
Inoltre, i bambini sono grandi imitatori e tendono a copiare il comportamento dei loro coetanei. Vedere un compagno mangiare con gusto una verdura che a casa rifiutano può spingerli a provarla. Dopotutto, diverse ricerche dimostrano che, se un bambino viene seduto accanto a un coetaneo che apprezza un determinato cibo, con il passare del tempo potrebbe sviluppare una certa preferenza per il medesimo alimento.
Il Nido e la pappa, ultima puntata
Strategie operative per genitori ed educatori
L’insistenza genera resistenza. In poche parole, più l’adulto insiste, più il bambino dirà di no. L’atmosfera a tavola deve essere distesa e tranquilla, non serve alzare la voce o sgridare il piccolo che non mangia. Evitare frasi che possono confondere il bambino come «Se finisci tutto il pasto, avrai la cioccolata!» o «Se non mangi tutto, la nonna non ti vuole più bene». Sono affermazioni che rischiano di far diventare il momento del pasto un terreno di lotta.
Per quanto riguarda le soluzioni concrete:
- Non servire il cibo già tagliato: Non servire ai piccoli il cibo già sminuzzato o tritato. In questo modo si rovina l’estetica e si corre il rischio di far sembrare tutto uguale.
- Self-service: Al momento del pasto principale può essere utile dare al bambino la possibilità di servirsi autonomamente dal piatto di portata, invitandolo a prendere solo ciò che pensa di mangiare.
- Varietà: Anche il bambino che mangia poco dovrebbe essere esposto a una moltitudine di sapori, odori, gusti e pietanze. Continuare a offrire solo il piatto "sicuro" vorrà dire escludere tutto il resto.
- Assenza di pressione: In un contesto collettivo, l’attenzione non viene più concentrata su un solo individuo e i bambini si sentono più liberi di esplorare il cibo senza pressioni. Evitare di etichettare il bambino come "inappetente" davanti agli altri.
Non esistono prodotti per aumentare l’appetito del bambino. Il compito degli adulti è proporre porzioni piccole e rendere il menù equilibrato e attraente. L'esposizione ripetuta a un alimento "allena" il palato dei piccoli e aumenta le probabilità che il bambino finisca per accettarlo.

Il ruolo della comunicazione e la gestione del distacco
L’intervento del pediatra è fondamentale se si notano cali di peso significativi. Per il resto, se il bambino rifiuta il pasto al nido, la parola chiave è "pazienza". Se il piccolo frequenta il nido da poco, è normale che il pasto diventi il fulcro di un disagio relazionale. È importante non cercare stratagemmi, non ricorrere a particolari lusinghe perché il rischio insito nell’affannarsi per far mangiare un bambino quando non vuole è di sortire l’effetto opposto a quello sperato.
È utile, per le educatrici, utilizzare un protocollo di comunicazione scritto e standard per essere usato coerentemente dalle varie figure che si succedono, utile anche per le comunicazioni con le famiglie. Bisogna ricordare che i nostri bambini non rischiano di morire di fame: se anche per alcuni giorni saltano il pranzo, non accadrà nulla di grave. Peggio sarebbe insistere, costringerla a mangiare: meglio assecondarla, con il trascorrere dei giorni imparerà a pranzare anche solo per imitare gli amichetti.
In ultima analisi, è necessario che il genitore valuti come vive il distacco. La serenità della bambina o del bambino dipende molto da come anche l'adulto vive questo passaggio. Creando una routine funzionale, evitando forzature e mantenendo la calma, il momento del pasto tornerà, col tempo, a essere un'occasione di piacere e non di ansia.