La perdita di un figlio mai nato è un’esperienza che scava solchi profondi nell’anima, un evento che spesso rimane confinato nel silenzio della sfera privata, lontano dagli sguardi della società. Non li abbiamo tenuti in braccio, non li abbiamo visti piangere, agitarsi e sorridere in una culla, eppure ci sono stati. Sono i bimbi mai nati, vittime di una decisione dei genitori, oppure della crudeltà delle circostanze. Ci sono stati, e continuano ad esserci. Un bimbo non nato è una presenza invisibile, per la donna che l’ha perduto, un’identità che lei fatica a riconoscere e a distinguere da sé, ma che c’è ed urla nella sua vita come anche, a volte, non sempre, in quella del padre.

La natura del lutto invisibile
Ogni gravidanza, indipendentemente dalla sua durata e dall'esito, è parte integrante della storia di vita della madre e della coppia genitoriale e ogni bambino, a qualunque settimana di vita o di gestazione, ha una sua fondamentale importanza. Spesso a renderne ancora più difficile l'accettazione nella nostra cultura è il mancato riconoscimento della sofferenza derivante dalla perdita: quando si pensa ad un bambino che muore durante la gestazione o nato morto il lutto è talvolta considerato meno grave degli altri. Viene così totalmente negato o minimizzato lasciando la coppia e la famiglia nella solitudine e nel silenzio.
Le madri, in particolare, non vivono solo l'esperienza del lutto ma anche una profonda ferita esistenziale: possono pensare di essere incapaci di generare una vita e sentono di non essere state capaci di proteggere il proprio bambino. Molte donne affrontano il lutto perinatale mentre, contemporaneamente, le loro vite continuano a scorrere: sono impegnate a elaborare l'accaduto, a fare accertamenti, a rientrare al lavoro, a crescere altri figli, a fare la spesa. Gran parte dell'impegno quotidiano, soprattutto all'inizio, è rivolto a non pensarci, a riprendere in mano la propria vita.
Claudia RAVALDI: Il lutto perinatale, dal trauma alla cura
La “Sindrome del Sopravvissuto” e l’impatto psicologico
Per affrontare questa sofferenza, da molto tempo la dottoressa Benedetta Foà, psicologa, si è dedicata alle persone che dopo aver perduto o lasciato andare un figlio, si scoprono in difficoltà. Se ne occupa personalmente, nel suo studio, e nel corso di seminari intensivi. Il cuore del suo lavoro risiede nel dare un nome al dolore. Se uno non dà un nome al proprio malessere non riconosce il sintomo che prova, mentre riconoscendolo può elaborarlo e lasciarlo andare.
Esistono modalità diverse di elaborazione, a seconda anche dell’età del padre. Spesso all’uomo non viene detto della gravidanza, oppure è lui che spinge a finirla. L’uomo, dunque, se non è carnefice è assente. Oggi come oggi ci sono anche uomini che sono “vittime”: nel momento in cui non ti viene detto che c’è tuo figlio, allora non puoi scegliere. Ma ci sono anche i casi in cui il padre supplica la madre di tenere il figlio, e questa dice di no. Questa patologia, che è stata chiamata “sindrome post-aborto” vale per tutti: le caratteristiche principali sono depressione, stati ansiosi, incubi notturni, incapacità relazionali, chiusura in se stessi fino ad arrivare a pensieri ossessivi, pensieri suicidi.
Il “metodo centrato sul bambino”
La dottoressa Foà ha elaborato un metodo che ha chiamato “metodo centrato sul bambino”. La particolarità è che ci occupiamo della relazione mamma-bambino: il bambino di fatto non c’è, non c’è mai stata una relazione, ma una madre non ce la può fare a lasciar andare il figlio che non conosce. Allora noi simbolicamente lo riumanizziamo.
Prima di tutto, dandogli un nome. Quando si dà un nome già si identifica, maschio o femmina. E se lo identifichi, hai già delle immagini. Se non dai il nome, invece, blocchi tutto: non ha nome, quindi non ha un sesso, non ha un volto, e rimane “con-fuso” con la mamma. Il nostro lavoro consiste nel rendere il bambino un essere a se stante, cominciando a chiamarlo con il suo nome. Poi il secondo compito è quello di acquistare un oggetto, un gioco, una scarpina, un bavaglino ecc. Si tratta di un “oggetto transizionale”, cioè uno di quelli che il bambino porta sempre con sé e che fa da tramite tra lui e la mamma. Con questo oggetto ci relazioneremo sapendo già che questo oggetto va seppellito.

Il vissuto del padre e la dinamica della ferita
Non sono solo le madri a vivere questo dramma. Esistono padri che, una volta intrapreso il cammino, si rendono conto dell’atto che hanno provocato, capiscono che quello era un loro figlio che non c’è più. Questi soffrono degli stessi sintomi delle donne. È un evento che tocca nel profondo l’essere umano. Per molti, il cammino terapeutico diventa una condivisione, un prendere atto di questo evento, di elaborarlo alla luce della fede, e di portarlo a compimento. La sofferenza rimane: il rammarico per una vita uccisa o anche di più vite non è un dolore “perso”. Si tratta di dare un senso alla sofferenza.
Una testimonianza dal profondo
Per comprendere la delicatezza di questo dolore, occorre ascoltare chi lo ha vissuto in prima persona. Una mamma racconta: “Per tanti è stato solo un feto di nove settimane. Per la legge era materiale organico. Quel giorno, dopo aver subito l’intervento che portava via mio figlio per sempre, non ho fatto un lamento. Perdere un figlio è un dolore immenso, ma il nostro bambino non è stato un fallimento. Usciti dall’ospedale abbiamo iniziato a occuparci della sepoltura di Andrea”.
Questa testimonianza apre una finestra su un bisogno di riconoscimento che va oltre la legge e la medicina: il bisogno di dare sacralità a una vita che, pur breve, ha lasciato un segno indelebile. Come scriveva Oriana Fallaci in Lettera a un bambino mai nato: “Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi”.
Oltre il trauma: la prospettiva della disabilità
Esistono poi storie dove la sfida si intreccia con la diagnosi. È il caso dei genitori che si trovano di fronte alla notizia di una disabilità, come la Paralisi Cerebrale Infantile. La disabilità non è una condanna. Allo stesso tempo non rende invincibili. È un’arte, quella di sapere trovare tra le righe della diagnosi se stessi, senza farne una prigione. In questo contesto, il genitore deve imparare a sostenere il figlio senza imporre aspettative irreali, trovando il proprio equilibrio tra l’osare e l’utopia.
In questo percorso, anche i professionisti sanitari si trovano di fronte a dilemmi etici e umani profondi. Si pensi a uno studente di Medicina o a un luminare del settore che, tra un errore di procedura e un momento di crisi, si trovano a dover rimediare al danno, vivendo sulla propria pelle la fragilità della vita. Complicazioni, solo complicazioni. Torna in corsia. Alcuni minuti prima ha parlato con il padre. Bisogna che lo ritrovi e lo rassicuri con le novità che tiene strette nelle mani, assolutamente.
Verso una nuova consapevolezza
Il percorso per elaborare il lutto di un bimbo mai nato, sia esso dovuto a cause naturali o a una scelta, richiede tempo e professionalità. La dottoressa Foà solitamente non prende in cura persone prima di 6 mesi, che sono un tempo minimo per l’essere umano per cercare di elaborare qualche cosa di così traumatico. Non è che si può pretendere che una persona riesca a perdonare se stessa, o a lasciar andare l’evento in un secondo.
La chiave è la ri-generazione e il ri-conoscere innanzitutto la persona che è stata protagonista di questa esperienza molto traumatica. È necessario un intervento psicoterapeutico adeguato. Solo così il dolore per quel sogno infranto, quel bambino mai nato eppure sempre presente, può trovare una sua collocazione, senza più bloccare la vita, ma integrandosi in essa come parte della propria storia personale e familiare.